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Visualizzazione dei post con l'etichetta Racconti

MARCELLINO

Stasera torno qui. Fa caldo, è da una vita che non ci vengo più. E scorrendo la Strada Nuova, la Piazza, il Corso arriviamo nel budello scosceso con l'odore di muffa che sale dalle segrete dei palazzi vetusti e in fondo al budello la grande casa sorta sulle rovine di un convento, dove il mio sangue cresceva, il sangue che un giorno mi avrebbe generato. Talmente enorme, con le sue cinque stanze da dormire, due bagni, il salone, il salottino e la cucina, che ci tenevano studenti a pensione. E gli studenti a volte sposavano, diventando parenti.  E la casa non c'è più. C'è un rudere tetro, persiane sdentate, portone scrostato, “citofono non funzionante”. Ma cosa è successo? Vorrei entrare, vedere ancora una volta quel corridoio che a cinque anni avevo completamente scrostato a forza di pallonate sul muro, ma è sbarrato con la forza dell'oblio. Tutta una rovina, come nella canzone di Lucio Battisti. Io qui ci ho passato quindici estati, fino all'adolescenza; qui ...

CI VORREBBE UN AMICO

C'era una volta che avevo un amico. Siamo cresciuti insieme sui banchi di scuola, poi anche dopo e lui si metteva sempre in qualche pasticcio e poi chiamava me: “Devi aiutarmi, sei mio amico”. Io, le prime volte, lo aiutavo sempre, poi ho cominciato a scocciarmi un po': “Perché sempre a me? Non ce l'hai altri amici?”. “No, tu sei il mio migliore amico e spetta a te aiutarmi”. E io lo aiutavo. Siamo cresciuti, ci siamo separati fisicamente, abbiamo preso strade diverse, ma sempre in contatto e ogni tanto ci si ritrovava e comunque, prima o dopo, ecco l'inesorabile pretesa: “Devi aiutarmi, sei mio amico”. Siamo arrivati all'età della ragione, l'abbiamo oltrepassata, ma il mio amico, invece di ragionare, dava sempre più i numeri, infilava una cazzata via l'altra e ogni volta: “Giuro che è l'ultima, ho imparato la lezione, ma adesso, come vedi, tengo famiglia e tu devi aiutarmi, sei mio amico”. Io un giorno, dopo una vita che andava avanti questa solfa...

SAMBA

Non c'è molto da dire. All'epoca vivevo in un posto sul mare e l'inferno, se c'è, dev'essere proprio così. La fine del tempo. Non aveva un'anima. Cancri di cemento cresciuti a caso, aborti d'improbabili insegne. Saracinesce sfondate, piovute giù come ghigliottine sulla speranza. Se pioveva, pioveva squallore. Di giorno in giro nessuno. Di notte uscivano gli spacciatori, i viados, i trans e se si trovavano era avevi chiuso, ti venivano addosso a tempo di samba ed eri finito. Loro non sono anime perdute, sono orsi feroci, che non hanno più niente da perdere, che aspettano la morte. E intanto ballano, per strada, in casa loro e i vicini impazziscono. Usano il corpo per un sacco di storie e il sesso, sapete, è proprio l'ultima. Lo usano come deposito, ecco quello che fanno. Si portano addosso la roba più strana. I clienti passano e ritirano la consegna. Se s'incazzano sono spietati. Lo so io quanti ne ho visti uccidersi, nelle risse, per le storie p...

LEGITTIMA DIFESA (L'UOMO CHE ERA TROPPO BUONO)

Modesto Umiliati era un uomo mite. Un uomo abituato a sopportare. Fin da bambino gli era stato insegnato a non ribellarsi, non reagire, non trascendere, non dare cattivo esempio, non fare scandalo pubblico, ad essere sempre al di sopra degli attacchi, delle meschinità, delle bestialità, della vendetta, del rancore e, come il Signore del catechismo voleva, a porgere eternamente l’altra guancia per guadagnarsi il cielo. E Modesto Umiliati, fin da bambino, di guance ne aveva porte mille, a chiunque, in ogni occasione, sempre abbassando il capo, sempre lasciando perdere, dopo avere guardato la sconfitta di turno con due occhi profondi e sempre più disperati mano a mano che cresceva. Questo era cominciato all’età di sei anni, dopo che Modesto Umiliati, allora Modestino era stato quasi ucciso da un compagno che ai giardini pubblici lo aveva scaraventato nella piscina piena d’acqua, rischiando d’annegarlo. Era stato salvato da un genitore che, mentre lui già boccheggiava, più stupito...

C'ERA IL SOLE

C'ERA IL SOLE Fermo lì, smettila di scrivere. Adesso voglio raccontarmi un momento perduto, che resterà sempre dentro me. Stasera mi sto annoiando ferocemente, frugare tra le pieghe di internet non serve, sono sul punto di chiudere, mi casca il pensiero su youtube e di qui sul calcio di una volta. Cercare “Italia mondiale 1982” è un attimo e m'imbatto in una puntata di “Sfide” che celebra Enzo Bearzot. L'avevo persa. L'ho ritrovata. Caro “Vecio”, che odoravi di pulito, di galantuomo. Che dicevi cose pazzesche come “Ogni tanto è necessario anche perdere una partita, per capire che famiglia hai formato”. Non ti conoscevo anche così colto, disposto a disquisire di storia, di musica, di invasioni barbariche. Sempre la stessa faccia, anche vent'anni dopo: solo, come dire, più interessante. Più giovane. Brizzolato ma sempre asciutto, come intagliato nel legno. Il legno di un italiano che non c'è più, uno tutto d'un pezzo, uno che bastava la parola, la stre...

TUTTO SCORRE

TUTTO SCORRE Nel torpido pomeriggio d'un nuovo caldo, un'anonima stazioncina di paese, pochi viaggiatori sulle banchine, a subire l'attesa scandita dai puntuali ritardi dei convogli annunciati dall'altoparlante. Una ragazza sofisticata e sottile parla “nel” cellulare, prendendosi sul serio dietro gli occhialoni scuri. Altre fanciulle, più giovani, scherzano ammiccando nel solito valzer di moine, sorrisi, tensioni dei corpi in una sfida animale a chi è più sexy. Un piccolo farabutto, di quelli che non mancano mai ai margini dei binari, si guarda intorno con lo sguardo di faina e accende ancora un'altra sigaretta. Le scritte coprono tutto. Il Paese reale, coi suoi furori, coi suoi incubi, sembra su un altro pianeta eppure anche questo è il Paese. Gente che scende, che sale, che si trova, si separa, si saluta, che viene, che va. E che aspetta. Alle due del pomeriggio piove luce e la malinconia è più densa, più spessa in una stazione di paese arroventata dal primo sole...

SAMBA

SAMBA Non c'è molto da dire. All'epoca vivevo in un posto sul mare e l'inferno, se c'è, dev'essere proprio così. La fine del tempo. Non aveva un'anima. Cancri di cemento cresciuti a caso, aborti d'improbabili insegne. Se pioveva, pioveva squallore. Di giorno in giro nessuno. Di notte uscivano gli spacciatori, i viados, i trans e se si trovavano era avevi chiuso, ti venivano addosso a tempo di samba ed eri finito. Loro non sono, come si dice, anime perdute, sono orsi feroci, che non hanno più niente da perdere, che aspettano la morte. E intanto ballano, per strada, in casa loro e i vicini impazziscono. Usano il corpo per un sacco di storie e il sesso, sapete, è proprio l'ultima. Lo usano come deposito, ecco quello che fanno. Si portano addosso la roba più strana. I clienti passano e ritirano la consegna. Se s'incazzano sono spietati. Lo so io quanti ne ho visti uccidersi, nelle risse, per le storie più stupide, autentiche cazzate. È il giro che è cos...

VERSO LA CHIESA

Questo racconto io lo scrissi un paio d'anni fa, ispirato non da un fatto di cronaca in particolare ma da una canzone di Umberto Tozzi, molto vecchia, molto triste e molto bella, “Luci ed ombre”, che mi commuoveva quando ero un ragazzino e che ancora oggi mi suscita lo stesso turbamento quando la sento. Volevo, insomma, lasciar uscire quel grumo che in tanti ascolti avevo accumulato. Allo stesso tempo, con qualche opportuna licenza narrativa, mi pareva un modo efficace per parlare di una ingiustizia che vediamo ogni giorno ripetersi: quella dei cosiddetti pirati della strada, che sterminano intere famiglie senza patire, di fatto, il minimo problema da uno Stato indifferente ed anzi comprensivo verso i loro crimini. Chi scrive lo sa: a volte la penna (o la tastiera) ti prende la mano, e, quando ti rileggi, pensi di essere andato troppo oltre. Salvo scoprire, un brutto giorno, che ti eri addirittura contenuto, poiché la realtà ti ha superato. Dedico questo mio racconto a Baldassarre...