TUTTO SCORRE
Nel torpido pomeriggio d'un nuovo caldo, un'anonima stazioncina di paese, pochi viaggiatori sulle banchine, a subire l'attesa scandita dai puntuali ritardi dei convogli annunciati dall'altoparlante. Una ragazza sofisticata e sottile parla “nel” cellulare, prendendosi sul serio dietro gli occhialoni scuri. Altre fanciulle, più giovani, scherzano ammiccando nel solito valzer di moine, sorrisi, tensioni dei corpi in una sfida animale a chi è più sexy. Un piccolo farabutto, di quelli che non mancano mai ai margini dei binari, si guarda intorno con lo sguardo di faina e accende ancora un'altra sigaretta. Le scritte coprono tutto. Il Paese reale, coi suoi furori, coi suoi incubi, sembra su un altro pianeta eppure anche questo è il Paese. Gente che scende, che sale, che si trova, si separa, si saluta, che viene, che va. E che aspetta. Alle due del pomeriggio piove luce e la malinconia è più densa, più spessa in una stazione di paese arroventata dal primo sole davvero arrabbiato. Ti guardi intorno e le strade dove spendi la tua vita non le riconosci più, ti sembra che siano loro a guardarti, perso in questo fortilizio colmo di simboli d'un regime dimenticato, scrostato come le sue scritte, “VIETATO ATT SA E I BINA I”, un divieto violato centinaia di volte tutti i giorni. Dappertutto occhieggiano telecamere appese dall'alto come pipistrelli che però debbono essere ciechi, altrimenti non si spiega come le continue devastazioni alla stazione restino impunite. Viene un senso di sottile angoscia, al confine con la morte, a disperdersi nell'attesa sgocciolante d'una stazione. E a un certo punto l'altoparlante vomita un avviso metallico incredibile, surreale, impossibile: “SI-RICORDA-AI-SIGNORIVIAGGIATORI-CHE-E'-VIETATO-GETTARE... OGGETTIDAI-FINESTRINI”. Resta sospeso nell'aria vaporosa di caldo e potrei quasi leggerlo. Proprio così ha detto il megafono, che si diffida chi viagga dallo scaraventare roba da un treno in corsa. Come se ci fosse bisogno di specificarlo. Di ribadirlo. Di “ricordarlo”. Ma evidentemente c'è bisogno, se no che lo ripetono a fare? E se viene ripetuto, è perchè quest'avviso ovvio, al limite del patetico, non viene rispettato. Anzi, recepito. Anzi, non viene considerato proprio. Quindi siamo pieni di gente che gioca al tiro al bersaglio dai vagoni. Del resto, non lo fanno anche dai cavalcavia coi massi? Chi è che rispetta un obbligo o un divieto, col rischio di far la figura del patetico? Non sono fatti i precetti per venire infranti come vetrine?
Eccolo, il Paese reale. In agguato, nascosto ma implacabile, dentro un megafono. Incorreggibile. Un Paese dove la normalità è dimenticata e bisogna ricordarla. Dove la civiltà è bandita, nella rassegnazione generale. Dove tutto può accadere e te lo ricorda un avviso rigurgitato da un megafono, talmente pazzesco da fare paura. Arriva il treno. Sa di treno vecchio, di afrore e gelo d'aria condizionata. Dentro, ragazze semisvestite ciarlano, uomini sonnecchiano, un giamaicano dalle mani affusolate e lunghissime, col pizzetto orgoglioso, un ragazzo bello e nobile e solenne pieno di collane d'ebano e d'avorio a scendergli sulla tunica, guarda lontano e sembra cercare nel mare appena fuori dal finestrino quel cielo favoloso che ha lasciato un giorno. Arrivano altri due neri, belli pure loro. Si salutano secondo un curioso cerimoniale, un inchino e poi la mano dell'uno sulla fronte dell'altro. Tutti, a vicenda. Sembrano sereni e motivati, parlano velocemente, ridono spessissimo. I cinesi invece son sempre trafelati. I peruviani cupi. Gl'indiani imperturbabili ma vagamente scazzati. Gli italiani adesso tacciono tutti, non si guardano, sono piante da vagone. Fra tutte le etnie, la più insignificante. Fuori scorrono le stazioncine, tutte uguali, con gli stessi baretti coperti dagli stessi graffiti, le stesse biciclette appoggiate al muro, le stesse pozzanghere di vuoto, le stesse ondate silenziose di sensazioni, gli stessi vagoni imbalsamati su binari morti, lo stesso senso di mistero e di abbandono, la stessa gente annoiata e frettolosa, la stessa fretta recitata, gli stessi bagagli, gli stessi saluti. Il trenino fa scattare continuamente le sue porte, trotterella con un ritmo che mette torpore, il mare scocca riflessi d'estate. Fuori scorre il Paese nelle sue strade, i giardini, i bagnasciuga tristi, le macchine in fila ai semafori, le bici in attesa ai passaggi a livello, le villette coi gerani ai davanzali e qualche finestra aperta da cui sfugge la vita nascosta, i centri commerciali che da dentro un vagone sembrano reclusori, la gente dappertutto cupa, sola, ripiegata anche se non la vedi in faccia. Un Paese automatico, senza gioia, senza sorprese.
Tutto sembra tranquillo. Ma tutto potrebbe succedere all'improvviso. Forse che qualcuno scagli un altro dal finestrino.
Commenti
Posta un commento