Stasera torno qui. Fa caldo, è da una vita che non ci vengo più. E scorrendo la Strada Nuova, la Piazza, il Corso arriviamo nel budello scosceso con l'odore di muffa che sale dalle segrete dei palazzi vetusti e in fondo al budello la grande casa sorta sulle rovine di un convento, dove il mio sangue cresceva, il sangue che un giorno mi avrebbe generato. Talmente enorme, con le sue cinque stanze da dormire, due bagni, il salone, il salottino e la cucina, che ci tenevano studenti a pensione. E gli studenti a volte sposavano, diventando parenti. E la casa non c'è più. C'è un rudere tetro, persiane sdentate, portone scrostato, “citofono non funzionante”. Ma cosa è successo? Vorrei entrare, vedere ancora una volta quel corridoio che a cinque anni avevo completamente scrostato a forza di pallonate sul muro, ma è sbarrato con la forza dell'oblio. Tutta una rovina, come nella canzone di Lucio Battisti. Io qui ci ho passato quindici estati, fino all'adolescenza; qui ...