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LA RACCOLTA DI CELENTANO


Celentano ha fatto un'altra raccolta. L'ultima era stata nel 2006, me la ricordo perché fu l'ultimo regalo di Natale per mio padre e lui lo raccolse con una dolcezza rassegnata che non gli sospettavo, sapeva già che non avrebbe avuto un altro Natale. C'era un alberello, fatto da lui, con le lucette, ma piccolo. Lui ne faceva sempre di enormi, quando stava bene. E c'era il presepio vecchio di 30 anni, minuscolo, di quando stavamo a Milano, sopravvissuto a tanti traslochi. Morì il 4 dicembre dell'anno dopo, alle nove di sera, ma aveva già cominciato ad andarsene mesi prima, mai vista un'agonia più lunga e dolorosa e assurda, perdette i pezzi mio padre come un Frankenstein e si ridusse in un modo che il Padreterno non dovrebbe permettere. Per nessuno. Di certo patì più di Gesù Cristo, e lo so io, che mi ritrovai a soccorrerlo in certi modi che non si possono scrivere ma che chi è passato per un cancro in famiglia, in casa, conosce benissimo. Fu un uomo impossibile, che la malattia se la cercò: ma se anche avesse sposato un regime da salutista noioso, al posto di quello stile di vita da rockstar, non sarebbe cambiato granché: noi Del Papa il tumore ce l'abbiamo nel corredo genetico, moriamo tutti così, i suoi 7 fratelli sono morti o stanno morendo tutti così. E poi ad ucciderlo non fu la malattia, ma la sanità. Una dozzina di operazioni, una più sbagliata dell'altra, una che ne provocava un'altra. Nella prima, nel 1991 all'ospedale di Amandola, un criminale lo operò alle vene della gamba sbagliata e lasciarono dentro chissà che porcoddio di cosa. Lui se lo sentiva, e si vide anche una massa ai raggi, una volta, e ne rimase tormentato per sedici anni, ma i medici fecero tutti camorra. Poi altre dieci operazioni del cazzo e nel 2003 il primo tumore, alla prostata. Lo operarono al centro Humanitas di Rozzano, poi travolto dagli scandali, e forse non ce n'era neanche bisogno. Tutto gli venne asportato, e lui piangeva, diceva che, allora, era meglio morire. Non accettò mai quella menomazione. Ma gli dissero che era stato tutto risolto, che non c'era più bisogno di controlli, esami, verifiche. Lui si fidò, portando a spasso quella sacchetta umiliante e bestemmiando di frustrazione ogni volta che si rompeva. Una volta, colmo di speranza, andò fino a Padova, all'ospedale. Qui, intra moenia, lo ricevette un luminare che, mi raccontò poi mio fratello, lo umiliò come neanche i cani. Senza guardarlo gli rispose che non aveva niente da fare e gli tirò in faccia la cartella clinica. Tempo della visita, trenta secondi. E io ancora mi do del vigliacco per non avere voluto entrare con loro, perché lo sapevo, e invece avrei dovuto entrare e uccidere quel laido che prese 200 euro in nero. E l'avrei ucciso. Usciti da lì, andammo alla basilica del Santo per far contenta mia madre che voleva accendergli un cero. Ci si scaricò addosso il temporale più violento a mia memoria, senza neanche un ombrello, mio padre, appena umiliato, stroncato, rideva come un bambino, ero io a bestemmiare, che ne rimasi inzuppato fino a casa e da allora la mia cervicale è un martirio. Che si fotta anche sant'Antonio, che si fottano tutti i santi che mi son sempre stati sui coglioni con quelle facce da carogna e anche quella rompicoglioni bigotta di mia madre. Quando scoprì la risorgenza del tumore ai polmoni, mio padre, era tardi. E non si arrese, si preparò a combattere ancora. Ci portò a mangiare il pesce, una sera, e diceva: non guardatemi così, non sono ancora morto. Otto mesi di chemio, a Macerata, completamente sbagliata. Dei veri idioti. Una dottoressa malata di Parkinson che non capiva niente. Neanche sapevano di averlo in cura. Sbagliarono gli esami, sbagliarono a leggerli, sbagliarono la terapia, gli dissero che migliorava e invece marciva. Alla fine, quando fu tutto chiaro, nel bar dell'ospedale, davanti a un cappuccino, mi disse: “Non ho paura di morire, solo di perdere la mia bella famiglia”. E non aveva mai avuto un cazzo dalla vita. La sera prima di ferragosto del 2007 volle portarci tutti a prendere l'aperitivo in un bel bar all'aperto. E io sentivo che c'era qualcosa nell'aria, l'addio di un'ultima volta. Il giorno dopo eravamo in gita, prima ed unica gita con la Vespa nuova, in montagna, e mi squillò il telefonino. Stavo constatando il primo graffio allo scooter, e suonò il telefono e mia madre urlava che lui aveva la febbre a 40 e delirava. Non si alzò più dal letto. All'ospedale di Fermo, cui chiedemmo aiuto per quegli ultimi mesi, trovammo una dottoressa di origine iraniana, dolcissima, che veniva apposta a trovarlo e gli rese tollerabili sofferenze atroci con una terapia del dolore a base di oppiacei. Fu un lungo coma, non parlava più, poi non apriva più gli occhi, ma io sono sicuro che anche nell'ultima agonia, che durò due ore, capiva tutto. Alla fine si riempiono i polmoni di liquido, soffochi lentamente ed è un rantolo orribile, come un motore che si spezza, e tu preghi solo di non sentirlo più. Mi morì in mano. In una mano stringevo la sua, esanime, nell'altra quella di mia madre, che urlava. Sentii l'ultimo battito, e poi più niente. Lo sentii morire come muore un pesce. Se n'è andato su un letto tutto rotto, che si apriva come una scatola, perché ricchi non siamo stati mai e nemmeno benestanti.

Io ce l'ho ancora giù nel garage quella raccolta di Celentano ma non sono mai più riuscito a prenderla su e neanche a buttarla via.  

Commenti

  1. Ogni parola sarebbe superflua ma come dici tu, chi non ha passato tali circostanze non può capire come risuoni all'infinito, col passare del tempo, quello strano silenzio surreale appena dopo l'ultimo respiro lasciato in eredità dalla persona che ami. Sembra che il tempo si fermi. Perché diamine non possiamo trasformarci in polvere di stelle che sale verso il cielo nell'istante esatto in cui moriamo ?! Forse troveremmo del bello persino nella morte...

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  2. "i grandi dolori, tacciono stupefatti. Seneca"
    è il biglietto che ho trovato nel comodino di mia madre dopo un anno di agonia ridotta a 25kg.
    ma forse te l'ho già scritto tempo fa
    mauro

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  3. Massimo, un forte abbraccio, da uomo a uomo. Grazie al cielo, non il cielo dei santi e del porcoddio, ma il nostro, esistono uomini come te che sono capaci di mettersi a nudo fino a far piangere di commozione chi non ha partecipato a questo tuo dolore e che fisicamente non ti ha mai nemmeno stretto la mano. Però davvero spero prima o poi di potervi offrire una birra, a te e signora che per sopportarti deve essere una gran donna;-). (avevo bisogno di sdrammatizzare) Con ancora più accresciuta stima.

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    1. Grazie, la birra non mancherà. p.s. la mia signora, con fare rassegnato, annuisce e dice che hai capito tutto...

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  4. Per la stima che provo nei tuoi confronti non posso non lasciare un mio saluto.
    Mi associo, pertanto, al post ed all'abraccio del sig. salvatore garofalo.
    Se, poi, come io penso, visto il cognome è campano come me, potremmo condividere
    anche una birra.
    Alfonso

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  5. Mi hai commosso ancora una volta, con la storia di te e tuo padre. Ci leggo amore, sofferenza e dignità.
    vit

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