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QUELLA VOLTA DA CAMILLERI


La retti-fica che clamorosamente m'inchioda, confermando come io, con talune smodate note spese, abbia decisivamente contribuito a depredare il Mucchio, tutta roba che manco Minzolini direttore del Tg1, mi ha fatto tornare in mente una delle avventure più surreali in 14 anni di interviste su e giù per l'Italia, roba che meriterebbe un libretto a parte. Intanto, vi racconto questa. Giugno 2008, vado a Roma a intervistare il maestro Camilleri. Già è stata una fatica trovarlo perché non ha, come l'alter ego commissario, cellulare e altrettanto ovviamente il suo numero domiciliare non risulta. Nella totale inconsistenza del giornale, la cui redazione dovrebbe quantomeno occuparsi dei contatti, smuovo un po' di amici nell'antimafia e finalmente lo trovo. Ma ha sempre su la segreteria telefonica. Al decimo o ventesimo tentativo riesco a parlare con un intermediario, seguiranno altri scambi e finalmente la data: ho appuntamento a casa sua intorno alle 16 e parto la mattina con largo anticipo: c'è da passare gli Appennini, via autostrada L'Aquila-Roma, quella che s'incunea nel Gran Sasso. All'altezza di Carsoli mi perdo in un nubifragio, pare il diluvio di Noe e non vedo più niente, un tratto s'è allagato e ci fanno uscire in aperta campagna. Chiamo mia moglie bloccato in macchina, “Qui mi sa che non ne esco vivo”. Quando Dio vuole il tornado passa, ma la circolazione è una pia utopia. Per farla breve, arrivo con due ore di ritardo, puzzando di sudore come un cane marcio. Al citofono mi risponde un ringhio in bassa frequenza e penso a Fiorello che fa Camilleri: “Sono Del Papa, è per l'intervista”. Mi aprono senza neanche rispondermi. Salgo le scale pensando: bih, che grannissima camurria, arrivo al piano giusto e c'è lui, Camilleri con la faccia del dottor Pasquano dei momenti peggiori, capisco che non è cosa e mi gioco il tutto per tutto: “Scusasse dottori, l'alluvione ci scappò!”. Il maestro mi guarda per un attimo stravolto, poi si fa una risata da oltretomba e mi fa accomodare. Ne vien fuori una bella intervista, lui si apre, si svela, si lascia andare, in un paio d'ore fuma, non esagero, almeno due pacchetti di sicarette, ne accende una con l'altra, Keith Richards al confronto è un salutista e mi chiedo come regga l'astinenza quando dorme o fa la doccia. Alla fine, completamente nel marasma, in una nebbia di fumo passivo che, respirata, diventa carbossiemoglobina che mi fa veder danzare una marionetta del paladino Orlando appoggiata su un armuar, gli racconto la pura verità e cioè che mi andai a sposare con in tasca il nuovo romanzo di Montalbano, che usciva quella stessa mattina e che ero passato prima in libreria a ritirare. Altra risata, la mano tesa sulla soglia e un attestato che non dimenticherò: “Ha fatto bene a venire, mi ha fatto piacere”. Scendo le scale volando, chiamo mia moglie, sono euforico. Dai, sbrigati a tornare che ti faccio trovare una buona cenetta, non sarà come alla trattoria da Enzo ma mi difendo”. Mi si sta smorcando un pititto lupigno e parto a razzo. All'altezza di Ovindoli, altro nubifragio.

Commenti

  1. Bel pezzo, e Camilleri è un grande. Consiglio anche i racconti non appartenenti alla serie Montalbano, alcuni dei quali veramente piacevoli e divertenti

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