Spero che, al di là
delle polemiche, delle ripicche, dei retroscena che inevitabilmente accompagnano brutte storie come quelle che in tanti abbiamo vissuto,
e che ad un certo momento abbiamo deciso di rivelare man mano che le scoprivamo, la questione venga
colta oltre il caso specifico: da quanto alcuni di noi vanno
raccontando, emerge un ambiente che, attenzione, non è quello di un
singolo giornale, ma di un intero sistema. Il sistema
dell'informazione. Gravido di ingiustizie e di ipocrisie. Di
sommersi, troppi, e di salvati, pochi e spesso immeritatamente, al
costo di pedaggi imbarazzanti che tutti sanno ma nessuno mette in
piazza. È vero: nei giornali si fa ancora carriera al solito modo,
per meriti di letto o di tessera (anche quando non c'è). Per un servilismo che è
particolarmente squallido perché offerto, neppure figlio delle
circostanze. L'importante comincia e finisce con l'immagine e la ricerca di uno
sponsor, un manager. Giornalisti come calciatori, che scrivono allo
stesso modo. Che stanno dappertutto, colonizzano gli spazi, drogano il mercato:
perché l'informazione anche questo è: le notizie sono più merce
che verità, anche se si finge che così non sia. Ma fingendo, si
stende pure un velo d'omertà sui meccanismi, sulle dinamiche spesso
perverse che portano ad emergere sempre i soliti salvati. E dopo, hai voglia a dire
che internet è la nuova frontiera. Ma quale frontiera, se i visi
pallidi sono già arrivati anche lì.
Per un usurpatore, ci sono cento condannati a vita. E sono tanti e sono
troppi quelli che ci raggiungono in questi giorni, ritrovandosi nelle
nostre esperienze, sfogando a loro volta situazioni personali allucinanti. Ribadisco, perchè vorrei fosse chiaro, che non è questione di singole
esperienze, di contesti specifici, almeno per quanto mi riguarda. Per
questo sarebbe troppo facile prendere questo o quel direttore, di
prima o di dopo, e farne il Grande Alibi, il Capro Espiatorio. Io nei
quotidiani ho sperimentato condizioni di gran lunga più invivibili,
e cominciai più di 20 anni fa: oggi la situazione, per quanto possa
sembrare incredibile, è addirittura peggiorata. E le carte, le
promesse, le assemblee, le normative lasciano il tempo che trovano:
puntualmente tardo, vuoto, perso. Per quello che conta, cioè zero,
in questo mestiere ho fatto di tutto, non di rado prima del tempo,
per la necessità continua di reinventarmi; al netto degli errori,
che sono solo miei, una certa attitudine me l'hanno riconosciuta
tutti, anche preclari campioni (che a vederli da vicino, tanto
campioni non sembravano più). Ma con le medaglie al valore non si va
avanti, anzi alla fine pungono e basta ed io non ho badato a spese
nel prendere tutte queste patacche e buttarle nel fiume, riconoscendo
fino in fondo la mia condizione di perdente. L'ho fatto anche per
dare, se non coraggio, almeno solidarietà a quanti mi leggono, e che
so essere nella mia stessa situazione. Una situazione che non ha
ragion d'essere, perché se è vero che molte sono le erbacce che
hanno invaso il campo, è anche vero che sono forse di più sono i
fiori soffocati, strizzati, spezzati sul nascere, senza avere avuto
la possibilità di esistere. Di dare prova del proprio splendore.
Troppi ragazzi e ragazze io trovo disperati a trent'anni, e la loro
disperazione si chiama anzitutto frustrazione. Esseri umani degradati a Yahoo che nel fango ritornano. Senza
futuro, non c'è presente. Senza tutele, senza
diritti, senza dignità si muore. Senza la possibilità di ritrovarsi
in quello che si fa, nel senso della propria fatica, si muore. A indovinare le risatine di
scherno e di disprezzo di chi si approfitta di te, si muore.
Una impasse che non
m'illudo più abbia sblocchi né sbocchi, servirebbe una volontà
comune che non esisterà mai, e che le chiacchiere non coagulano: la
verità è che questa informazione fa comodo così com'è, spartita
fra potentati, con i sommersi che, comprensibilmente, smaniano e per
salvarsi sono pronti a qualsiasi cosa. Un imbuto in fondo al quale riposa una domanda, da scomporre, se si preferisce, secondo una sensibilità cubista: che senso ha fiondarsi in piazza
sempre per i privilegiati, quelle quattro puttane televisive che, una
sera sì e l'altra pure, gridano da tutti i canali alla censura, al
regime, al bavaglio (il loro)? Come può un sistema che si regge per
il 99% sulla schiavitù e sul ricatto che da questa consegue, erogare
informazione libera? Chi mai si preoccupa per noi su tutti i
giornali, dai più “reazionari” ai più “progressisti”,
campano sfruttando i sommersi, i lumpengiornalisti, i sottoprecari a
vita, senza che nessuno senta il bisogno di fare mai niente per
questo esercito di ombre affaticate e trafelate? E, soprattutto: se
noi non siamo per noi, chi sarà per noi?

http://www.europaquotidiano.it/2013/06/05/la-zanzara-e-il-giornalismo-di-scuderia/
RispondiEliminaNeanche a farlo apposta, mi sveglio stamattina e trovo quanto sopra, che intuivo da certe evidenze ma non conoscevo in termini così tecnici, così strutturati; in particolare si segnala il caso di Scanzi, piazzato dall'agenzia a condurre un programma in cui chiama i compagni di scuderia, quindi di fatto lavora per l'agenzia che lo piazza. Cose del genere ce ne sono sempre state, ma a questo punto si può ancora chiamare giornalismo?