| Fin che si può |
UN GIARDINO DI MARE
“Ah, ma come sei
abbronzato!”. Esclamato con tono teatrale ma insinuante, manco
t'avessero sorpreso ad incularti un pargolo. “Abbronzatura da
Vespa” rispondo e li smonto. Ma non contenti fanno la faccia di chi
pensa, sì, sì, tanto lo so che sei pedofilo nel profondo, guarda
che abbronzatura che hai. La vergognosa colpa starebbe nell'avere una
pelle da negro, e me ne vanto, che cattura subito ogni singolo raggio
di sole. Ah, ma come sono abbronzato invece di starmene a marcire in
un ufficetto scuro e triste. Ma siccome di lavoro non ce n'è ed io
m'industrio da una vita ad inventarmelo, e non lavoro mai e non
smetto mai, roba difficile per i normali, così non debbo
giustificarmi con nessuno se ogni tanto la mattina capito al mare una
mezz'ora, giusto il tempo di un caffè e delle ultime crudeltà
balneari della mater terribilis, condite, se ci scappa, da un bagno
fulmineo. Al fine settimana invece vado in mare, nel senso che ci sto
proprio dentro tutto il tempo, anche cinque ore, perché la mezza
età, sempre più “una certa” età, mi rende il caldo sempre meno
sopportabile. Almeno m'immergo e sogno d'essere un pesce. Il sole lo
amo, da buon malato di nervi, ma deve splendere a prescindere da me,
quasi distrattamente, quasi controvoglia, come uno che fa il suo
mestiere nella sua stagione e niente di più. Non sono tipo da
terracotta, da tintarella, da “ah ma come sono abbronzato”,
considero demenziale rischiare un infarto per colorarsi di marrone,
mi fanno ridere le signore che resistono arrostendosi in posizione
ginecologica, giudico gentaglia disposta ad ogni nefandezza gli
stronzi, anche cromaticamente, che spendono l'inverno nei soliarium e
se trovo Carlo Conti lo investo con la Vespa.
No, io amo il sole che
scotta mentre cammino, giro in moto o appunto nuoto, lo amo perché
c'è e sta là e mi abbaglia, lo amo quando si mescola al mare,
fondendosi in un tutt'uno indescrivibile: in quell'essenza finisco
io, che mi perdo e mi disperdo e mi ritrovo e mi rinnovo. Io
nell'acqua, io acqua, io mare, io morte e vita, io figlio del loro
eterno amplesso, io pesce di ritorno, non più gambe ma pinne e
l'indicibile felicità di star sospeso in quel liquido (amniotico?
Non credo, ma, se vi pare, forza, miei freudiani, inzuppateci il
pane).
Al mare, in mare, ci vado
se e quando mi gira, è l'unico vantaggio, finché il portasfiga
Monti non lo tassa, di vivere in un borgo selvaggio come questo e ci
vado come un altro va ai giardini pubblici. Anche mi piace camminare
per il bagnasciuga e ogni tanto dirottarmi, un tuffo e poi ancora su,
di nuovo a marciare. Io il mare me lo prendo tutto, senza dar noia a
nessuno, faccio il pieno di calore, di luce, esalto la melanina nella
melanconica allegria balneare. Mi sento libero d'estate, libero dai
vestiti e dalle ultime convenzioni (e convinzioni). In mare mi sento
libero come più non si potrebbe, e se incidentalmente mi succede
pure d'abbronzarmi, mi perdonerete, è un problema vostro.
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