Passa ai contenuti principali


ALBANO
Albano era un demente. O meglio, era la dimostrazione che nella vita è il destino è tutto, che due possono nascere uguali, stessa madre puttana a sfornar figli come gatti, stessa mente vacillante, stesso fisico spaventoso, e finire uno in una comunità e l'altro su un ring, uno a campare di poco e l'altro a sperperare 500 milioni di dollari. Albano è stato uno dei primi che ho conosciuto nel mio servizio civile a Capodarco. Tozzo, erculeo, sformato, asimmetrico in tutto, dalla faccia belluina ma dalle espressioni di irresistibile tenerezza e simpatia. Uno che sa, capisce di essere diverso, ma non ne fa un dramma, si adatta alla sua condizione e così dimostra molta più saggezza di tanti intelligentissimi frustrati. Me lo portavo in furgone, il furgone rosso con cui feci in un anno cinquantamila chilometri portando gente dappertutto e ogni notte fuggendo coi miei colleghi senza meta, cosa che i responsabili sapevano benissimo. Albano saliva con me poi si portava le mani alle orecchie e mulinava le dita, “magia magia”. Canta zio, mi diceva, canta Ti amo ti. E io un po' cantavo con lui ma poi mi stancavo e allora Albano s'infuriava anzi fingeva, perché aveva una sua insospettabile arguzia: CANTA! POCCODDIO! E pestava una mazzata da Tyson sul cruscotto distruggendomelo. Nessuno avrebbe potuto prevalere con quel mostro tenerissimo. Ma io l'ho visto sempre solo usare quelle mani per atti d'infinita dolcezza. Non sapeva cos'era la rabbia Albano, se c'è qualcuno che, da povero di spirito, erediterà la terra questo è lui. Andammo a Loreto, al santuario, e lui, immedesimandosi in qualcuno di quei religiosi che sgonnellavano dappertutto, a Messa distribuiva le Comunioni: cavandole da un sacchetto di patatine, e quant'era ieratico, perdio. L'altro uso forsennato delle mani era per sfumacchiare senza tregua, venti, quaranta, cento sigarette al giorno. Perché gliel'han lasciato fare? E alla fine Albano si è ammalato ed è morto. Potevi vederlo in uno qualsiasi di questi paesi che a malapena fanno una provincia, a piedi, sudato, con la cicca in bocca. Lo conoscevano tutti e lui, che era demente ma non scemo, lo sapeva benissimo, sapeva che tanto, prima o dopo, un passaggio per la comunità lo rimediava. L'ha incontrato l'ultima volta mio fratello in ospedale, già ombra, già irriconoscibile, solo la pelle ormai addosso a quel corpaccio patafisico, caso limite di uno che ha un cancro e manco se ne accorge. “Sto bene” disse a mio fratello “mi mandano a casa oggi”. È morto stasera, domani, che è il mio compleanno, gli fanno il funerale.

Commenti

Posta un commento