mercoledì 22 maggio 2013

PRIMAFALSA


Mi lamento io, ma leggo che a Torino per il fine settimana sono attesi 9 gradi di massima. Per il fine settimana, saremo addosso a giugno. Nove gradi a giugno. Sono circa 9 mesi che piove, il primo che mi viene a parlare di allarme siccità lo ammazzo con le mie mani: prima lo affogo poi lo essicco. Siccome sono una carogna, mi piace mettere alla berlina, nel mio piccolo, chi mi piglia per i fondelli, anche meteorologici: va per la maggiore, grazie a sapiente autopromozione mediatica, il sito che è forse il più inaffidabile di tutti, quello di ilmeteo.it: ricordo a fine marzo le abbondanti precipitazioni, e però i vaticini climatici di questi scienziati: “Aprile e maggio torridi”. Aprile e maggio sono stati, in assoluta coerenza con marzo, i più alluvionali e freddi degli ultimi 200 anni, roba da postglaciazione. Adesso, gli stessi studiosi di questo sito, per il tramite di meteorine dalla generosa dotazione, arrivano a ipotizzare un giugno altrettanto piovasco, tanto per andare sul sicuro; però, da agosto, l'anticiclone è garantito. Bravi, così si fa. Del resto, già oggi “il Paese è diviso in due”, che non vuol dire niente, non è vero, ma suona bene e consente di salvarsi sempre in corner: sì, dalle Alpi a Capo Passero diluvierà pure, però su Filicudi splende il sole.
Polemiche meteoropatiche a parte, una non-primavera come questa è la clamorosa sconfessione delle deliranti teorie cospirazionistiche degli ambientalisti secondo i quali il sistema industriale, per non dire capitalismo, sta distruggendo il pianeta, surriscandandolo. Se me lo chiamate surriscaldato, siete voi ad avere il cervello che frigge. Arriverà pure, qualche giorno torrido, sapete com'è, in estate capita (lo garantisce perfino ilmeteo.it); ma sarà solo un apostrofo giallo di sole tra le parole: piove, puttana governo. E poi, poche palle: saranno 30 anni che non mi riesce di ricordarmi una primavera come Dio comanda, altro che mezze stagioni, qui sono sparite le stagioni anche intere. Ne sopravvive una, orgogliosamente: quella delle piogge, che non passano mai. I fanatici ambientalisti si trovassero un altro capro espiatorio e i rompicoglioni della Coldiretti, che si ispirano all'esempio di Bertoldo, si togliessero dai coglioni una buona volta: in tre giorni, vien giù acqua come non si vedeva in tre anni, altro che allarme siccità. E siamo depressi, disperati e ammuffiti dentro, dalle ossa all'anima. Ma quelli che davvero odio di più, di un odio sterminatore, definitivo e senza prigionieri, sono i maledetti contadini che stazionano in pianta stabile dal medico pretendendo l'immortalità e l'immunità: nella sala d'aspetto umida e fredda, poco illuminata, son lì come mummie coi loro occhi acquosi e cattivi; si sente un tuono e poi lo scroscio implacabile; qualcuno alza gli occhi al cielo, disperato: “Nooo, piove ancora”. E i contadinacci, ottusi, bestiali, senza cuore: “Lo deve fa', je fa vè a la cambagna”.

martedì 21 maggio 2013

CARTELLO


Una parola diventa una forma
E quella forma diventa un istinto
E quell'istinto diventa un pensiero
E quel pensiero diventa un'idea
E quell'idea diventa una gabbia
E quella gabbia diventa una casa
E quella casa diventa una scusa
E quella scusa diventa un pretesto
E quel pretesto diventa un motivo
E quel motivo diventa uno scopo
E quello scopo diventa un peccato
E quel peccato diventa una colpa
E quella colpa diventa un rimorso
E quel rimorso diventa un rimpianto
E quel rimpianto diventa amarezza
E quell'amarezza diventa dolore
E quel dolore diventa stanchezza
E quella stanchezza diventa torpore
E quel torpore diventa indolenza
E quell'indolenza diventa impazienza
E quell'impazienza diventa ossessione
E quell'ossessione diventa smania
E quella smania diventa un bisogno
E quel bisogno diventa domanda
E quella domanda diventa parola

IL FARO 20

Depressi: la malattia, l'alibi, la moda. Siamo depressi perché fa comodo, perché non possiamo farne a meno, perché abbiamo ragione di esserlo. Tra la morale cubista di chi passa dalla nudità alla camicia di forza della rete, appena tocca a lui (a lei); le stronze gonfie di sé che alla prima occasione si sgonfiano come palloncine gonfiate; le manie criminali che si dilatano per emulazione; la prigionia che chiamamo libertà (ma una ragnatela può essere altro che questo?); l'inutilità di tanti mediocri promossi assessori, sindaci, amministratori del nulla; la ferocia che si trasmette di generazione in generazione a quelli che non la temono; i soliti feticci, dalla mafia con cui (non) convivere al Libro come totem; alle epifanie, forse finali di talenti che a lungo c'infiammarono (da Patty Pravo a David Bowie); alla scelta di vivere o morire su (e per) Twitter... Siamo depressi: come non esserlo? Il Faro 20, sempre più ricco, sempre più curioso e critico. Sempre più vostro.

TRENTATREMILA CHILOMETRI


Sei anni fa, l'otto di agosto, andai a ritirare la Vespa nuova. Avevo preso la più grande e confortevole, l'unica pazzia della mia vita: ricordavo la vespetta a pedali che mio padre mi portò appena tornato dall'ospedale, dove mi avevano operato al palato per farmi parlare, e dissi a mia moglie: vedrai, con questa, che belle gite che faremo. Una settimana dopo, a ferragosto, nella prima ed unica gita in Vespa della nostra vita, stavo constatando il primo graffio lasciato sulla moto da una chiave meschina, quando squillò il telefono: mio padre aveva avuto un crollo, quello definitivo, che l'avrebbe messo a letto per i suoi ultimi quattro mesi di vita, e con la Vespa tornammo precipitosamente a casa. Dal giorno dopo, mi servì solo per raggiungere ospedali, presìdi, farmacie, sanitarie. Una volta ero talmente carico di medicinali, utili solo ad allungare l'agonia, che sotto la Vespa stramazzai, proprio nel piazzale dell'ospedale di Porto San Giorgio, e furono due angioletti con le tette, due pietose ragazze a salvarmi da guai grossi, sollevandomela da addosso. Poi mio padre se ne andò e toccò a mia madre. Almeno due volte al giorno, tutti i giorni, estate e inverno, sudando o rabbrividendo, dritto a casa sua per vedere se stava bene, se aveva combinato qualche guaio, ed ogni giorno c'era una piccola o grande emergenza. Poi lo scorso novembre cascò rompendosi il polso e io andavo e venivo più volte dall'ospedale, ricordandomi che l'anno prima era toccato a mia moglie (un fibroma). Faceva freddo, pioveva gelato, ma io e la Vespa siamo una cosa sola, anche sotto la neve, e poi per l'ospedale è l'ideale, la infilo sotto la rampa d'entrata, la macchina mi tocca lasciarla a un chilometro. Poi è arrivato maggio e lei è caduta ancora, in casa: andato il femore e pure l'altro polso. Oramai la Vespa l'accendo e parte da sola, direzione ospedale, è l'unica strada che conosce; tanto per cambiare, piove. E tu ti senti un bambino, un disgraziato bambino che non sa più che fare, vorrebbe solo sparire, e invece corri e più corri e più non serve, dall'alto dei cieli nuvolosi il Dio che sputa sulla tua vita ti punta il dito contro, tuona la sua ira e il suo disprezzo, si diverte a bersagliarti di fulmini, a ricordarti che il peggio deve ancora venire, deve sempre venire. Ma trentatremila chilometri dopo, trentatremila chilometri d'angoscia e di dolore, di stanchezza e di lacrime mescolate a pioggia, io sono stufo di tutto, di me, di mia madre, della vita, degli ospedali, del tempo, d'Iddio e perfino della mia Vespa, povera, incolpevole, fiammante, allegra Vespa trasformata senza colpa in ambulanza.

lunedì 20 maggio 2013

NEI MIEI OCCHI


Io voglio piangere, lasciatemi perdere
Nelle mie sconfitte. Voglio piangere
Senza difendere zone più protette
Senza dipendere più da nessun sogno
Voglio piangere
Con le fitte del mio corpo squassato
Come sassate contro il vostro ritegno
Voi che lacrime avete rinnegate
Voi, che non annegate il cuore
Nell'imbarazzo della fragilità
Di un uomo che muore per risorgere
Lasciatemi stare, vi dico
Voglio piangere
Come fosse un gioco, una preghiera
Tutta la commozione mai sfogata
L'inondazione voluta di vecchie isole
Che poco a poco travolge la mia estate
Insincera, riarsa di pensieri
Che si vanno a infrangere come onde
Contro scogli di sole. Io gabbiano
Voglio piangere, non lo fa più nessuno
Dietro gli occhiali scuri tra la gente
Sicuro che poi se ne accorgerà
Voglio piangere, come il bambino che ero
Come se tutto fosse un addio infinito
Per tutto quello che non hai capito
Voglio piangere per ogni risata
Per le facce andate e scuole vuote
Della mia gioventù quando ci torno
Come uno sconfitto senza suole
Senza una ragione. Per troppe ragioni
Solide come illusioni di carne
Così, senza pudore. Tutti i pianti
Del mondo nei miei occhi tremanti
E persino di gioia, anche se ormai
Non so come si fa. E poi ingoiare
I singhiozzi d'un respiro a pezzi
Le carezze d'un dolore ripido
Ditemi pure, sì, che sono stupido
Io voglio piangere

UN MOSTRO CHE NON FA PAURA


"(...) Questo concerto non è circense. Gli manca quell'aria inaffidabile, cialtrona e però avvincente. Tutti gli ingredienti sono dosati, ma non esce un sapore stuzzicante. C'è l'enorme maxischermo a forma di specchio di camerino, ci sono i ballerini e ci sono trovate già usate in tanti tour, come i giganteschi oggetti domestici, spazzolini, bicchieri, ai tempi si videro pure caffettiere e lavatrici, sorta di ipersimbologia consumistica che qui serve ad animare L'Ammucchiata (Artide/Antartide, 1981), il cui attacco inverte quello di Mi Vendo: era proprio un'altra musica, ed era un altro Zero.
C'è, ingrediente essenziale quant'altri mai, l'enfasi declamaria rivolta a se stesso, ad autoalimentare una sorta di antagonismo declinato al passato, verso il mondo che non capiva, che non credeva. Una operazione che francamente ha fatto il suo tempo, e che oltretutto fomenta una specie di settarismo sorcino delirante: gli zerofolli tendono a riconoscersi nel vittimismo profetico, del genere “occhio che Renato si sta incazzando, brutti stronzi”, che non si capisce bene come e in cosa li riguardi, dove porti, che senso abbia. Nessuno ce l'ha coi sorcini, che esistono molto meno di quello che credono e però passano il tempo a lamentarsi, anche se loro per primi non saprebbero dire di cosa (il cancro? La sfiga? La fine degli ideali? La cattiveria del mondo? Berlusconi? Gli zeromiscredenti? Il caro biglietti? No, quello no, per Renato un sacrificio sepoffà. Molti anche una dozzina, tanti quanti sono i concerti, e sono biglietti da cento che partono. Poi vatti a lamentare della crisi) (...)".
(la recensione completa sul Faro n. 23 dell'8/6/2013)

UN PEDOFILO TRA NOI


A Porto San Giorgio c'è un pedofilo. Non è una insinuazione e neppure una notizia, potrei anche dirvi il suo nome, è già stato condannato in primo grado a cinque anni di galera e il lancio d'agenzia lo feci proprio io. Naturalmente è libero e bello (e, presumo, a caccia), in attesa di un appello del quale nessuno sa niente e che peraltro non potrà che confermare, se non aggravare (salvo corruttele sempre possibili), una condanna basata su riscontri più che evidenti. È un soggetto abietto, al punto che un paio di avvocati hanno rinunciato alla sua difesa, in casa sua sono stati trovati quintali di materiale pedopornografico terrificante, è il classico laido che offre caramelle ai bambini e poi li carica in macchina. Bene. Non ho mai visto soggetto più sereno di questo. Lo Stato, questo Stato che spinge i poveri, i pensionati, i piccoli imprenditori a farsi fuori al ritmo di tre o quattro al giorno, non sa mettere pressione a una scoria come questa, anzi la tollera, la tutela, la garantisce. La polizia non lo sfiora. In paese, è un eroe: posso imbattermi in questo laido al bar mentre gli offrono l'aperitivo, per strada con qualche “amico”, non è mai solo, non è mai triste, anzi col tempo ha messo su un atteggiamento giustamente arrogante. Una gloria popolare per una comunità naturalmente timorata di Dio, che alle feste comandate riempie le chiese. Ora, un atteggiamento del genere viene fatto passare, oscenamente, per perdono, umana comprensione, solidarietà, “non giudicare”: per favore, usiamo le parole adatte: omertà, complicità, colleganza nel Male e nel peggiore dei mali, quello per il quale Gesù Cristo stesso, “sapevatelo” cattolici, spese un anatema terribile e definitivo. Come spiegare la condizione di assoluto privilegio di un pedofilo conclamato? In parte proprio con il livello demoniaco della comunità; in parte con il livello infimo di questo Stato, che non sa punire le sue mele più che marce, non gli importa di isolarle, non si cura di renderle inoffensive e si palleggia la responsabilità fra chi amministra le leggi e chi le fa, quando invece è notorio che le due categorie coincidono, collaborano e cospirano. Alla fine, di un pedofilo tra noi non importa a nessuno, non c'importa; anzi ci piace, ci stimola, ci consola. Domani, un domani non troppo lontano, lo sorprenderanno intento in nuovi abominii, e allora sarà lo stracciarsi delle vesti, la corsa a disconoscerlo, la ferma invocazione di più attenzione e controllo in tutti noi. Ma intanto altri bambini saranno stati rovinati, ed io ricordo, una per una, tutte le facce che ho visto sorridere oscenamente insieme al caro amico pedofilo.

domenica 19 maggio 2013

OSTAGGI


Gente commovente siamo noi
Che alla morte non ci rassegnamo
Senza scarpe, senza strade andiamo
Con il corpo sempre più prostrato
Forte nonostante l'han schiacciato
Strati di miracoli mancati
Con i segni degli spigoli
Sulla testa, molto commoventi
Inventiamo teneri pretesti
Per questo mestiere sulle dita
D'illuderci e farci un po' più male
Chiamala viltà se vuoi o coraggio
Ma un dio che non si strugge non è un dio
E' una litania priva di vita
Una pioggia spoglia di poesia
Ostaggi del vento siamo noi
Della spia della riserva accesa
Dello spiare buste nella posta
E più vuote quelle della spesa
Sinfonia di squallidi rimpianti
Gente commovente ma per chi
Se un tramonto in fondo non ha senso
E' semplicemente un giorno in meno
Via dalla lavagna dell'immenso
Che la nostra attesa ha reso indegna
Cancellata da inchiostro di china
Spennellato in cielo dal destino
Per noi, stelle senza una cagione
Senza una stagione di follia
Dai sorrisi di sconfitti eroi
Gente commovente finché puoi

TUTTO QUESTO


C'era chi contava i suoi lutti. Le sue difficoltà. Le sue disperate, maledette, stupide speranze. C'era chi scontava ogni giorno, e ogni giorno di più, la sua fatica di vivere. Sopravvivere. Sottovivere. La stanchezza addosso come un macigno d'aria. La disperazione. L'umiliazione. La condanna a non potersi fermare a riflettere. A capire. C'era chi si divideva tra i reparti del dolore e viaggi da emigrante per raccogliere parole da regalare agli ignari. Agli ingenui. Agli ingrati. Ai complici. Eravamo distanti, manovrati gli uni contro gli altri e invece simili senza saperlo nel nostro strisciare sui gomiti per i sentieri di una vita impossibile. E c'era chi approfittava di tutto questo. Chi viaggiava per cieli immeritati, lussuosi e sporchi oltre ogni dire. C'era chi mentiva. Chi recitava. Chi comprometteva. C'era perfino chi rideva. Tutto questo no, non si può perdonare. Tutto questo va oltre ogni altra esigenza, considerazione, impulso. Va oltre ogni cosa. Tutto questo chiede una resa dei conti: tutti quei conti che non sono mai tornati, mai sospettati, e che rischiavano perfino di infettarci. Tutto questo non resterà senza risposte, fossero anche fatte di silenzio. Tutto questo non può lasciare il vuoto di chi all'improvviso sparisce, lasciando l'eco di una risata.

READINGARAGE

Allora, le cose stanno così. Da un po' di tempo ricevo richieste di svariata provenienza per un reading, almeno uno, quest'estate. Cosa che, alla luce delle ultime esperienze, avevo deciso di non protrarre. Confermo che non ho nessuna voglia di sbattermi, per poi magari imbattermi in un'altra bettola come quella di prima di Natale. Però un reading si potrebbe fare e il posto volendo ce l'avrei. Sta qui, dove vivo, nella mia diretta disponibilità, quindi non dovrei complicarmi la vita, ed è anche sufficientemente ampio da poter contenere una trentina almeno di persone. Un garage reading. Candele e musica dal vivo e tutto. Ora, chi fosse interessato me lo deve confermare perché poi si tratta di trovare una data che stia bene al maggior numero di persone. Ipoteticamente, potrebbe cadere in periodo di ferie, per esempio ai primi d'agosto. Che ne dite?

sabato 18 maggio 2013

VELOCIRAPTOR


Lo stridore del vuoto stanotte
Muore ogni sospetto di poesia
C'è solo paura dell'assurdo
Della mente bianca, della mia
Vita come una deserta via
Oramai che il viaggio s'è riavvolto
In se stesso e il volto porta il peso
Del ricordo come un velo steso
Questa notte che non intercetta
Un solo mistero e invece capto
Il lamento d'un velociraptor
Da un buco nell'anima risale
Poi m'allaga d'inumano male
Ma non ho parole da rubare
Alle rughe d'ammalate ore
Di numeri inutili dipinte
Hanno tutte lo stesso colore
Come di lavagna cancellata
Come un sonno di sogni di mare
Finché l'ombra del mio orrore è andata

INDIFESA E' LA PAROLA


Venticinque anni fa. Un tributo.

(Disponibile via Smashwords, Amazon iTunes, Kobo...)

venerdì 17 maggio 2013

PIOVE


Non resta altro che pioggia. Sta marcendo anche l'anima e quello che mi dispiace è che tanto piovere arcigno s'inghiotte il periodo più bello dell'anno, quello delle sere lunghe, luminose, pigre. Io le celebro uscendo dall'ospedale dove mia madre è ancora ricoverata, esco dopo l'assistenza trascinandomi sotto le luci al neon, gli occhi che contano le mattonelle, sfiorato da altri visitatori cupi, mi perdo in un ricordo che non so neanche se è vero: io per mano a mia madre, un viottolo in un novembre smerigliato, dalla foschia affiora un piccolo umile spaccio dove si trova di tutto, abbandonato nella campagna senza profili e senza confini. Una canzone di Tom Waits e non saprei dire se l'abbia mai vissuta o se sia un prodotto della mia immaginazione in apnea. Esco e non è nessuna ora, l'umanità s'è estinta, il viale inondato di vibrazioni di vuoto, le rondini dal canto disperato e arcano. Mi tramortisce la visione del traffico, del brulichio di Roma e penso che questa vita non c'è, è indicibile, muore sera dopo sera. Mi specchio in quel piccione nella nicchia. Piove.

PATETICA PREDICA


Credevo cambiasse” dice la ragazzina dal suo letto d'ospedale del balordo che usava batterla come un tappeto. Per cambiare, è cambiato: in peggio, a forza di calci le ha sfondato la milza. Care ragazze, sbagliare amorazzo alla vostra età è comprensibile (più avanti molto meno), ma perseverare è suicida. Non date una seconda possibilità a chi alza le mani su di voi, mai. Non umiliate così la vostra umanità e quel vostro essere donna. Non siete venute al mondo per ricevere in pancia le nevrosi, lo sporco piacere e lo scalciare di un verro. Non aspettate “che qualcosa succeda”. Non succede niente, al massimo continua quello che c'è fino a conseguenza definitive. Non contate sulla provvidenza, che non esiste, esiste la realtà che è ingiusta, crudele e selettiva. Non ci sono salvati dalla provvidenza, che è qualcosa di continuamente smentito, ogni giorno, ogni momento, in ogni angolo dell'universo: la natura premia i più cattivi, i più duri e gli altri li perde così come perde i creduli, i fiduciosi, i troppo pazienti e l'umanità in fondo è natura, siamo animali provvisti di una ragione spesso sacrificata, che non sappiamo usare, della quale non sappiamo che fare. Tutti, carnefici e vittime. Care ragazze, se accettate di farvi violentare quotidianamente da un bruto, e ci sono tanti modi di lasciarvi violentare, poi non potete cavarvela con la speranza nella divina provvidenza: “Speravo cambiasse”. È un alibi immondo. Di quante prove dell'orrore avete bisogno prima di imparare a volare via dalla violenza, dalla mortificazione, da una schiavitù alla quale non siete costrette? Care ragazze, se vi fermate con chi non vi merita è anche il segno che non vi meritate, che non avete rispetto di voi stesse; e che, forse, vi sta bene il trattamento ricevuto. E invece nessuno deve essere massacrato di botte da un vigliacco che si sente dominante. Sono criminali, sono potenziali assassini, sono nullità e quelli così non cambiano e nessuna provvidenza può venirvi in soccorso, specialmente se voi non aiutate voi stesse. Non è romantico, non è maledetto, non è fatale. È solo stupido, e laido, e assurdo. Perchè fermarvi così, perché lasciarvi strappare le ali, piuma dopo piuma, calcio dopo calcio, fino a non avere più forza e più voglia di fuggire in volo? Perché rimetterci la milza, aspettando che cambi chi non può cambiare, invece di cambiare voi, che lo potete?

giovedì 16 maggio 2013

ZORRO


Io non credevo che questa mia vita
Sarebbe stata così ingrata, un volo
Senza paracadute giù da un cielo
Bruciato da una strana leucemia
Che ha cancellato via l'azzurro e il sole
Una cosa da pazzi, un carnevale
Grottesco, io qui a giocare a Zorro
Rivoli d'agonia cascano in vasche
Che riempirsi non potranno mai
E la spada dirige disperata
Armonie di dolore mentre piove
Piove tempo e non si trova un lampo
Uno solo, che indichi la strada
Io non volevo che questa mia vita
D'animale si coprisse di ruggine
Ogni giorno puntuale una resa
Quale incubo peggiore di una rosa
Che non vista reclina la testa
E si posa nella sera riarsa
Io non volevo una fragile storia
Impassibile, d'un'eterea attesa
E ce l'ho, e più è vuota e più pesa
Nell'anima e non te la perdoni
Questa vita blu a fondo perduto
E' un bugiardo Natale di scatole
Di velluto ma dentro niente doni
Tranne uno, che ti chiude il ventre
la perenne insoluta condanna
Ad appuntarsi dardi su se stessi
A pentirsi di ciò che non si è
O s'è fatto tardi o s'è distrutto
Colpe mai commesse di bastardi
Rei confessi del diritto d'essere
La vita che si è stati. No, davvero
Non credevo di meritare questo
E non mi so spiegare le mie piaghe
Da infermo, io che sognavo vele
Spiegate nell'azzurro e resto inerme
Prigioniero qui a giocare a Zorro
E poi stendo il mio mantello nero
Di plastica, da sacco d'immondizia
Su una mistica di spazzatura
Vizio e smacco di una vita intera

SACRA FAMIGLIA


Dopo il mio sfogo di ieri (per il quale non mi scuso), ho ricevuto alcuni messaggi privati: raccontano esperienze simili, o che intuiscono simili, alla mia. Famiglie carnivore, che divorano vita, che ricattano, che fanno impazzire, colpe dei padri a cascata sui figli, figli senza colpe ma straziati di sensi di colpa, finché non toccherà a loro rifarsi sui propri figli. Mi fermo un attimo a riflettere: la famiglia come centro del mondo è un'astrazione assurda, perversa. Famiglia va bene, legame va bene, tutela va bene: ma quando famiglia diventa istituzione, quando calcifica, allora si risolve in veleno, in disastro. La natura non procede così, va per salti, per strappi, per sfide. I cuccioli crescono, se ne vanno, incoraggiati dai genitori. Noi siamo l'unica specie che pretende di evolvere restando ferma, e se i paesi dove questa istituzione è più incombente sono i più arretrati, in tutti i sensi, qualcosa vorrà pur dire, un legame ci sarà pure. Famiglia, come nucleo, famiglia come clan. Da qui, tanto per cominciare, discende l'asocialità, la corruttela virtuosa, il familismo amorale, rurale, preindustriale. Dappertutto in Italia, ma al sud tuttora più che al nord. Vivo proprio dove comincia il sud: e questa dimensione improbabile, babbo mamma, zio zia, nonno nonna, cugini cugine, tutti insieme, questa colonia allargata, che al sud sopravvive come un virus, è demenziale e nefasta, esiziale, micidiale. Dove la convivenza allargata regna, imposta, inevitabile, non c'è saggezza tramandata, non sussiste una serena trasmissione di valori e di esperienza; cova semmai l'imposizione di luoghi comuni arretrati che cozzano con una dimensione temporale inconciliabile, incompatibile. Tutto si risolve in un orrendo pateracchio di antiquariato moralistico e ipocrisia aggressiva, di reazione. Si generano schizofrenia e odio represso. Ho visto sempre perfidia tra giovani e vecchie, queste ultime che rompono i coglioni, che sentenziano e feriscono con crudeltà contadina. Ho visto falso rispetto e crudeltà, figlia dell'esasperazione, di una convivenza, allargata quanto si vuole, ma sempre subita, sofferta: ipocrita e superflua.
Le donne non crescono, rimangono bambine incapaci di vedere la realtà per quella che è: appena ci provano, subentra il clan familiare a tarpare le ali della loro libertà, a castigare qualsiasi orgoglio, a soffocare qualsiasi immaginazione, a castrare qualsiasi pensiero; a un certo punto queste eterne Lolite scoppiano, vanno a cercarsi altri bambini-padroni. E ricominciano a soffrire, con l'aggravante del marchio familiare: reietta, puttana.
I maschi, figli di mamma, manzi eletti della specie bovina, restano eterni bambini, crudeli, violenti, prepotenti. Tanti omicidi di donne si spiegano anche così, sono figli di questa immutabilità cui le donne tentano, spesso in modo maldestro, ma comprensibile, condivisibile, di ribellarsi. I maschi non ci stanno. I maschi annientano, cancellano. E ricevono il favore della famiglia e, fino a pochi anni fa, quello del codice penale.
Rifletto ancora. Questo Stato, che s'intromette nella mia vita in mille modi, che pretende di preoccuparsi della mia morale e della mia salute, non fa l'unica cosa che mi aspetterei da lui: creare i presupposti perché il giovane si tolga dai coglioni, tenti la sua strada, lavorando, prostituendosi, scagliandosi allo sbaraglio, perdendosi, purché lungo una strada sua. Perché peggio di tutto è vegetare in eterno all'ombra della famiglia. Ma L'individualismo, l'attitudine ad essere persona e non famiglia, soggetto e non complemento, vengono stroncati: questo Stato, che non è mai stato laico, che è sempre stato una mostruosa protuberanza confessionale, penalizza gli incompatibili, gli spiriti liberi, concentra tutte le risorse sulla sacra famiglia, la pretende, l'ha messa perfino nella Costituzione, Madre di tutte le istituzioni. Sono i single a pagare per le famiglie. Gli omosessuali vogliono anche loro far famiglia, si capisce, ma si arriva a livelli grotteschi, pare che tutti i diritti si sostanzino e si esauriscano nella maledetta famiglia. Hanno appena fatto passare una legge che estende alcuni privilegi domestici ai conviventi gay, anche fittizi e il governatore-deputato Vendola ha detto: è una legge per tutti, è una questione di famiglia.
Famiglia, solo famiglia, sempre famiglia, a destra e a sinistra. Sacra, intoccabile, immutabile famiglia. Il fatto che se ne sfascino più di quante ne resistano, non è motivo di serena riflessione, di razionale presa d'atto ma viene colto, istericamente, irragionevolmente, come una tragedia, la fine della civiltà, il trionfo di Satana. La Chiesa fa il suo mestiere, ma la Chiesa non può insistere in eterno con queste aspettative inconciliabili, cronicizzare la famiglia e pretendere che al suo interno regni l'armonia: voler fare invecchiare insieme generazioni diverse è perverso, è contro la fisiologia. Cosa che peraltro i preti non possono dire, ma sanno benissimo: quello che mi sposò, don Francesco, era un sacerdote giovane, di Cremona, alla vigilia del matrimonio una sera mi prese da parte e, riferendosi alle rispettive famiglie, mi disse: oh, mi raccomando, meglio un chilometro più distanti che un chilometro più vicine.
Famiglia dev'essere origine, presupposto: non paralisi. Dev'essere affetto, ritorno, ogni tanto. Non risentimento e stagnazione. Dev'essere una fuga per la libertà; non un circolo vizioso. “Famiglie, io vi odio” diceva André Gide, uno che non si nascondeva.

mercoledì 15 maggio 2013

VALICHI


È morta una preghiera
Riposa in fondo al cuore
Portale qualche rosa
Da stendere sul mare
Sono porto d'assenze
Parto di gravidanze
Nella culla d'abisso
Sempre a spasso con me
Sulla strada delle ombre
D'impassibile velo
Figlio di foglie al gelo
Dove il mondo si rompe
Ed il canto del tempo
Smette il rombo nel vento
E' un distratto carillon
Che aggiustare non so
Quello che conta è questo
Deserto di pensieri
Per i valichi aperti
Di tutto il mio dolore

SE ME LO CHIAMI VIVERE


La vita fa schifo, non ha niente di buono. La spendi sacrificandoti, rigando dritto, sfacchinando per quello che puoi e se non puoi è anche peggio, aspettando sempre che sia vita, convinto che prima o poi toccherà anche a te. Intanto gli anni passano e ti ritrovi badante dei tuoi genitori, irragionevoli, ostinati e feriti. E non c'è più Natale e non c'è più estate, solo corsie d'ospedale e farmacie e sanitarie, ed esci solo per entrare in un'altra casa, a medicare, a darti da fare. A guardare fuori dalla finestra. Ad avere le orecchie piene di lamenti. Ad accorgerti che un altro giorno è passato invano. A sentirti morto di fatica, e inutile, inutile come un maledetto sasso in fondo a un fiume. E alle tre di mattina sei ancora lì che corri e ti sfugge il senso di questo vivere invano, di questo non vivere e hai quasi cinquant'anni e capisci che presto toccherà anche a te e non avrai nessuno che ti sollevi da terra quando cadi. Mi manca un figlio, ma è meglio non averlo avuto. La vita fa schifo perché non c'è, così come non c'è provvidenza, Dio e tutte le altre puttanate che inventano per ingannarti, per tenerti buono. La vita per qualcuno è un continuo approfittarsi, per altri un eterno sacrificio e sono sempre le carogne che splendono nella luce divina. E non fai che conoscerne per tutta la vita: te la consumano, te la sporcano, te la sfigurano. Te la rubano. Alla fine, dovresti pure presentarti a un Padreterno e chiedergli scusa, incolparti e farti condannare per tutto il dolore, per le bestemmie disperate, per quei pochi momenti che hai tirato il fiato, perché la mente non ne poteva più. Giustificarti d'aver cercato sollievo in una pianta fiorita o in un desiderio infantile. Ma non c'è questo pericolo, perché quando sei cenere, sei cenere e per fortuna non c'è altro. A me farebbe schifo venire “premiato” per essere stato un pretesto, uno strumento, una maledetta marionetta. La vita fa schifo, è un insulso resistere, è l'inganno più colossale e crudele che si possa immaginare e i più infami sono i preti, gli artisti e gli idioti che vogliono convincerti che invece è bella, è un dono, è tutta da vivere. Per loro, forse. Se avessi potuto scegliere, io mai avrei scelto di nascere, di esistere. Non c'è niente che salverei di questa sovrumana truffa che chiamano vita.

QUASI BLU (CHET BAKER)


Tu sei il mostro bambino senza età
La spugna di tristezza quasi blu
La nostra compagnia di gente sola
Filo di suono che si stende e evade
Dalla gabbia della prigione, su
Per varchi nella nebbia parigina
D'arabeschi, su fino alla luna
La mattina più livida e truce
Sei la notte spesa a lavorare
Senza posa, a piangere e fumare
Dentro la luce nera di candele
Mare grigio di spuma che si sfascia
In vapori di schiuma sullo scoglio
Lascia sospiri che nessuno coglie
L'occasione avuta tardi, morta
Nella tempesta quieta dei rimpianti
Sei la rassegnazione senza sconti
Nuda festa per noi che abbiamo in serbo
Laghi di gocce ferme, commozioni
Pazze, pozzanghere di lacrime
Un dolore ruvido e straziato
A cascate. Tu sei l'infinito
Tuono d'un sussurro, il buffo lusso
Di dirlo in un soffio: mi fai schifo
Mondo ma ti amo, amore e ti amo
Tetra solitudine bendata
Dall'umanità che m'hai bandito
Dei normali. T'amo, vita infame
Che d'arte rovino e di contorte
Storie che nessuno può capire
L'abitudine della solitudine
La vertigine sei dello squallore
Del languore di buttarsi via
Con orgoglio e voglia d'eleganza
Il cadavere chiuso nell'armadio
La scommessa da perdere, lo squillo
Di tromba che è bello senza scuse
Perchè la suona un angelo dimesso
Sei le grinze che scavano il cuore
Mentre lo scaldano, sei l'eterno scandalo
D'un volo a capofitto da un balcone
Sei la fine di tutti gli eroi
Eccetto te. Che sei come sei
Quasi triste. Quasi blu. Sei tu

Chet Baker, 23/12/29 - 13/05/88

martedì 14 maggio 2013

IL FARO 19

Faro esasperato. Con un indimenticabile collegamento multimediale, tanto per ribadire il concetto con "parole" immortali. Qui si parla di ricorrenze (25 aprile e primo maggio), di elettori che votano come li porta il culo, del mesto disfacimento del grillismo (in streaming), di narcisismo dei giornalisti, di mafia dei giornalisti, di luoghi comuni tipo "il governo rosa", di gruppi un po' tropo prolifici inutilmente come i guided by voices, di intoccabili come sono ormai quelli del fatto (quo usque tandem?), del modo miserello in cui vengono amministrati certi borghi di provincia, dello scrivere maniaco, psicotico, ai tempi di internet, di un papa che sta piacendo a molti, di come, artisticamente, si passa dai marciapiedi alle cattedrali ovvero l'incredibile parabola ascensionale di renato zero. Il Faro n. 19 spedito agli abbonati da sabato 11 maggio. Enjoy!

QUESTA AMERICA SELVAGGIA


Diciamo che questa America ci ha stufato. L'America non delle opportunità ma della furia, dei mostri che imprigionano nelle segrete della villetta le ragazzine per anni come nel telefilm “Criminal Minds”, degli spostati che annunciano via youtube le stragi nelle scuole, che poi mantengono, dei fratellastri che squartano le sorelline, dei cannibali che si aggirano nelle città sempre più prede di se stesse, dei loro incubi. L'America, diciamo, che della modernità ha preso il peggio, non quella delle libertà, del progresso ma delle paranoie, delle psicosi e della violenza fine a se stessa; il subcontinente della provincia maligna e delle metropoli atroci, delle armi dappertutto e di quelli che ne vogliono ancora di più. Anche questa una America formato esportazione, ma non di democrazia.
Diciamo che questa America, post moderna, post 11 settembre, post razionale, ci ha deluso, ci ha stancato perché non sembra in grado di sfornare altro che crisi finanziarie, poi spalmate sul resto del mondo, e furia, violenza cieca. Diciamo che se l'America, questa America, si ostina a considerare le sue Amanda Knox delle eroine anziché delle probabili assassine impunite, allora non potrà stupirsi di altri zombie. Diciamo che in questa America superpotente, superimpotente, il più impotente di tutti sembra essere il Presidente, la grande speranza abbronzata Barack Obama che non riesce a far passare nessuna legge senza che gli venga disinnescata, dalla sanità per tutti al controllo della finanza corsara all'abuso di armi. Conta ancora la politica? Evidentemente no, i politici mai come in questo passaggio storico sono sembrati burattini della finanza, delle lobby, di chi sponsorizza le loro campagne elettorali, sempre più costose, sempre più tecnologiche e alla lunga impotenti. Conta il consenso su internet, contano i trentacinque milioni di “followers”, molti dei quali “comprati”, fittizi, di Obama su Twitter? No, non contano se l'uomo più potente della terra è incapace di far ragionare i suoi connazionali, di convicerli che la colata lavica di violenza, di fucili ad uso privato, li sta perdendo. Non diciamo che eliminando le armi si elimina una weltanschauung, non arriviamo al punto da considerare le pistole la causa anziché l'effetto di un sedimento sociale storicamente fondato sulla competizione esasperata, sul dollaro come misura di tutte le cose, sul successo come crisma divino. Sappiamo che, volendo, si può creare distruzione anche con un coltellino di plastica e lo sanno tristemente anche gli americani. Diciamo però che questa America brutale in un mondo volatile e furibondo ci sciocca e ci delude fin nei suoi cittadini più giovani, nei suoi ragazzini che squartano le sorelline.
Figli non della miseria, non dell'arretratezza, non della congenita carenza di libertà ma di un Paese che non sembra più in grado di riflettere su se stesso, di fermarsi a ragionare. In una attuale serie televisiva c'è un vaneggiante complotto per cui un branco di pazzi, naufragati su un'isola ma ben muniti di missili, vorrebbero abbattere tutti gli aerei di linea cinesi che gli passano sopra la testa allo scopo di distruggere l'economia cinese per il tramite dei tracolli di Borsa. Una specie di 11 settembre perenne dirottato in Asia. Perché? Perché così l'America non dovrebbe più restituire il triliardo di dollari che deve alla Cina. Ferocie da fumetto, deliranti, ma che in un mondo ferocemente delirante trovano un fondo di possibilità, quantomeno ipotetica.

lunedì 13 maggio 2013

IL SALE DELLA TERRA


La gente povera è mite, non spacca le vetrine, non si sogna neppure, ma paga per chi lo fa. La gente vera non bara, non pretende o millanta: s’accontenta ed è tutto, altro ruolo non ha. Non è qui per volare, deve stare schiacciata, il sale della terra lo sai non sale mai. Non gioielli ma strass, eppure è (un po’) regina, lasciatela sognare per una sera sola. Comincia la mattina, si fa il mazzo una vita e quando arriva in fondo, che ha fatto non lo sa. Si spende i suoi Natali sognando altri Natali, feste calde e imbiancate che non vengono mai. Si consola con poco, due stille di calore, una cena in famiglia, regali da non dire. La povera gente si sente padrona guardando un prato, poi smette di sperare, non pretende di più. Le basta un giorno solo, un giorno da leone, che capita sempre agli altri, non è roba per lei. Se fa qualche cazzata, la pagherà una vita, non ha un’altra occasione, non ce l’ha avuta mai. La povera gente non sa, non conosce, non conta, è di destra e sinistra, in fondo è tutto e niente. La povera gente sente, sente gli altri parlare ma non capisce niente, non la fanno capire. E le rivoluzioni, fatte tutte in suo nome, ma allora come mai non può mai comandare? La povera gente chissà, quanti Van Gogh nasconde: ma è povera gente e basta, non può fiorire mai. Gente onesta che paga, si fa sempre fregare, non tradisce, subisce, lascia (per sempre) stare. Guarda quegli occhi umili, di chi non ha altra scelta, la guerra di chi difende la propria dignità. Le hanno sempre insegnato, per tenerla accucciata, che la giustizia trionfa, la verità trionfa; e invece non è vero, non è mai stato vero e c’è sempre qualcuno che propone un perdono. Che la gente concede, perché è buona e ci crede, e poi non può far altro, è fatta per subire. Sciocca gente stravolta, dall’amore insistente, se vuoi insignificante, piccola e così grande. La povera gente studia, di notte, sul lavoro, ma è figlia di nessuno, e non le servirà. Gente sfinita tu, con i sogni distorti, un'altra lotteria, e la vita va via. Violentata e mostruosa, ora sfili in tv, una bestia da circo nella sua nudità: ti fanno divertire la gente come te, mentre chi non lo è t’inganna, ti seduce e ti stupra, ti lascia vergognare del tuo essere gente. Gente, che riempie le chiese, sospetta serva a niente, allora non ci va più: sciopera con Dio, ma poi si sente in colpa, si sgomenta, si turba, presto ritornerà. Le hanno levato tutto, lasciatele una speranza, quella preghiera almeno non spegnetela ancora. Gente, dagli amori mai nati, dai primati imbattuti, dai rimorsi sfiniti. Fragile, dolce gente, scontenta, disillusa; cerca alibi, appigli, poi si guarda e si arrende. Passa le notti a chiedersi come sarebbe andata, giocando un’altra posta, nuotando un altro mare; ma non si dà risposta, perché fa troppo male. Gente, povera assurda gente, senza posto nel cielo, neppure sotto il cielo, che fa rima con niente.
Però la gente povera nasce con dentro un Dio. Lo bestemmia magari, lo stropiccia anche un po’. Ma se lo porta appresso, dalla culla alla tomba, e quando viene l’ora, volano insieme via.

FEROCI COME BAMBINI


Non lo so, davvero non saprei dire se il “femminicidio” sia una categoria criminale a sé o solo il riverbero della retorica. A pelle, le categorie non le sopporto, nemmeno nell'archivio delle vittime, che mi ostino a considerare tutte uguali senza distinzioni di sorta: per dire che basterebbe il codice a tutelarle. Il problema, mi pare, sta proprio nel condizionale: chi le tutela le donne? Perché se di femminicidio sia più o meno improprio parlare non lo so, ma quello che so, con truce certezza, è che le donne sono in balia di una società impazzita, alla mercè del primo balordo che passa o dell'ultimo dei loro flirt, che non si rassegna. E se fino a ieri poteva avere un senso invitarle ad una maggior prudenza nella scelta delle compagnie, dei contesti, degli atteggiamenti (ma non appaiatemi, vi prego, a quell'esibizionista cretino di Oliviero Toscani), adesso penso si possa dire che anche queste elementari, patetiche raccomandazioni di buon senso siano del tutto travolte. Le donne vengono massacrate all'ingrosso. Cosa più allarmante, quasi sempre le avvisaglie c'erano ed erano state ignorate o sottovalutate. Una poveretta di Vicenza, violentata 10 anni fa, è stata schizzata d'acido caustico l'altro ieri; e aveva appena sporto denuncia. L'acido, già. Questa ignobile pratica, usata per secoli ma sempre in modo sommerso, episodico. Da pazzi isolati. Poi basta uno a rompere gli indugi, e si scatena la solita colata di emulazione. Parlarne, non parlarne? Anche questi sono dubbi di carta, dubbi superflui, i buoi feroci son già scappati dalla stalla, la tendenza è invalsa. E poi, come fare a non parlarne se ogni giorno per le donne è un bollettino di guerra? Pare che i maschi, viziati da decenni di morale cattolica, opportunamente distorta e legalmente recepita, che li abituava a considerare le compagne delle nude proprietà, non sappiano rassegnarsi alla perdita del “diritto”: macellano e poi dicono: non so perché l'ho fatto. Invece lo sanno benissimo, solo che non vogliono ammetterlo. Certamente, c'è una involuzione sociale, data anche dalla scomparsa di certi freni collettivi, da certo perbenismo ipocrita ma in un certo senso virtuoso; lasciati a noi stessi, sgravati da ogni senso di colpa, e anche di pena, visto che molti infami li liberano quasi subito, stiamo regredendo come bambini fuori controllo. Ma le bambine sono più deboli, indifese e i bambini maschi, che persistono nella barbarie, fanno schifo, veramente schifo.

domenica 12 maggio 2013

PRESEPE


Troppe volte io ho visto morire
Da cani, dopo una vita da cani
Troppe volte ho visto il silenzio
Distruggere colle sue trombe le mura
Di Gerico della gioia immatura
Troppe volte ho visto non tornare
I conti ed i partenti sulle gambe
D'una rassegnazione coraggiosa
Troppe volte mi son visto anch'io
Con in mano una domanda rotta
Fatta d'un urlo disperato e muto
Troppi sorrisi ho visto accartocciarsi
E troppi altri fiorire immeritati
Beffardi, dal sapore di merda
E ho visto sempre il tonfo nella neve
Di chi perdere proprio non poteva
E ho visto chi il trionfo se lo compra
E ho visto troppe danze intorno al totem
Dopo un pasto di speranze tolte
Ho visto il parco dei divertimenti
Di chi gioca sporco e non si pente
E nessuno m'ha spiegato ancora
Il senso di un neonato che muore
Di tortura, di fame, di paura
Per l'errore d'una madre infame
Allora, bisogna scomodare
Un presepe che ci hanno raccontato
Un atto della volontà di fare
Torto alla ragione e al sentimento
Bisogna essere matto come un santo
Per difendere il vanto d'una fede
Piena di vento, febbre nelle vene
O almeno fingere, cercare la grazia
Ebbra nello strazio, all'interstizio
Di momenti atroci. Ma le croci
Per gustarle ci vuole troppo cielo
E troppe volte ho visto il pianto solo

QUELLO CHE FA PIU' MALE

A scanso di equivoci, dico subito che la strumentalizzazione che del ghanese folle di Milano va facendo la Lega, e più in generale la destra, mi dà il voltastomaco. A scanso di equivoci, aggiungo l'ovvietà per cui la pazzia non ha colore (la magistratura che lo lascia libero, però, ce l'ha: quello della vergogna). A scanso di equivoci, mi rendo conto che controllare tutto e tutti non si può, a maggior ragione in una metropoli come Milano. A scanso di equivoci, preciso che lo ius soli mi vede istintivamente d'accordo (analisi su un prossimo Faro), anche se questa ministra Kyenge, che a me pare la mamma di Arnold, va parlando un po' a vanvera. Io però vorrei ricordare brevemente le vittime di quell'invasato. Pensionati, volantinari, il morto è un povero ragazzo di 40 anni, disoccupato, che viveva con la madre. Un umile, un fantasma, uno che sfortunato è nato e da sfortunato è morto. Cercava un lavoretto, ha trovato un piccone nella testa, alle sei del mattino. Questa è l'ingiustizia che fa più male.

NON C'E'


Non c'è niente da fare, quest'anno va così. E allora girare in Vespa a maggio non è più un'esperienza primaverile ma è come addentrarsi in un marzo serotino, a volte un febbraio. La natura è sveglia ma raggelata. Le piante sono fiorite ma con l'aria di vergognarsene. I fiori sono accesi, ma rabbrividiscono. Gli uccelli cantano oppure urlano il loro disappunto? Le rondini fanno festa o sono confuse, sconcertate? Quelle ondate di verde bagnato. Quella malinconia a distesa. Quell'impalpabile velo di foschia che ti separa dal mondo. Tutto ha sapore di fragilità, di precario. L'aria è grondante, grave, greve, si appiccica alla faccia, penetra nelle ossa già sature d'umidità. Il cielo è una lastra sempre opaca. Il sole spunta al tramonto, come a prenderti in giro, quasi a dirti che un'altra giornata di primavera è passata inutilmente, senza che tu potessi averla. Siamo già a metà, e lo squarcio più bello, quel mese di mezzo che va tra aprile e maggio, sta morendo senza nascere. La sera scende senza complicità, indifferente, distante come una puttana che fa solo il suo mestiere.

sabato 11 maggio 2013

QUANDO


Quando qui ho sonno c'è solo la notte

Quando cammino, ho le scarpe rotte

Ho in mano i pugni ma non i guantoni

Ho troppi sogni ma non i cuscini

E c'è una trottola e non c'è il bambino

Ed è una frottola il tuo destino

E piangi, e l'angina ti mangia il petto

E una panchina è l'unico letto

E quando tutta l'estate è già andata

E il posto in fondo è quello che resta

E avrai la frusta se non hai il biglietto

La crosta sai non cancella il taglietto

Quando qui piove c'è solo la pioggia

Quando qui aspetto c'è solo l'attesa

C'è la preghiera ma non c'è la chiesa

C'è la brughiera ma non ci vai a caccia

Non c'è mai amore quando viene sera

E non c'è il mare ma una macchia scura

Quando mi sanguina un poco l'orecchio

E so già che non andrò in ospedale

E quando assisto al mio funerale

In coda a un triste corteo di parole

Quando fatico a salire le scale

Ed entro in casa e il buio m'attende

Quando un'aiuola diventa un trofeo

Un monumento ad un giorno sprecato

E intanto sorge dal vento l'inverno

Quando t'accorgi che il neo è un po' cambiato

Quando vai via perché ormai sai chi sono

Perché hai scoperto che non ce la faccio

E non t'importa e mi lasci la pioggia

E non t'importa più della mia faccia

Che non ha più un posto dove guardare

Delle tue mani il profumo si perde

E il pianoforte non suona per me

E dal locale m'han cacciato fuori

E la Madonna di gesso blu tace

Allora tu mi condanni a me stesso

Al giuramento dell'eco dei passi

Alla più vecchia, profonda paura

E non c'è il mondo ma una macchia scura