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"Ciao Massimo, libro letto.
E ora cosa ti dico? Che mi è piaciuto?
Molti di noi tuoi lettori spesso ti diciamo cose tipo "come scrivi bene"... "mi dai nuovi spunti di riflessione"... "come sei profondo e intenso"... " che uomo coerente"... "in qualche modo mi hai cambiato la vita" eccetera. Ponendo l'accento su noi stessi: tu hai fatto qualcosa per noi. Ma a quale prezzo? Quella tua integrità ti ha praticamente disintegrato semplicemente perchè si scontrava con la fottuta realtà. Amo quel che sei perchè di quelli come te c'è un disperato bisogno. Io stesso in un'occasione ti ho parlato di problemi della mia vita e tu, con tutto quello che stavi attraversando, sei stato capace di darmi parole di conforto e infondermi coraggio. Col senno di poi, dopo aver letto "Fottuto", mi rendo conto di quanto egoista sia stato. E comunque mi sento un po' stupido perchè in qualche modo ho sempre pensato che, all'occorrenza, avrei potuto contribuire ad alleviare un po' di quel mal di vivere che bene hai descritto.
Non ho molto altro da dirti... questo libro ha svuotato un po' anche me... oltre che turbato.
Mi dispiace per come ti è andata. Con le tue parole mi hai fatto compagnia... le mie non sono altrettanto belle, però sono sincere.
Vorrei che tanto dolore, tanta delusione, tanta disumanità fosse in qualche modo (finalmente) riscattata. Un po' ci spero, sennò un po' "fottuto" mi sentirò anch'io... una volta di più".
Matteo, Milano

"Ciao, scusa se ti disturbo, abito a Torino, ho letto il tuo ultimo ebook (Fottuto) che mi tenuto incollato al kindle finchè non lo ho terminato.
E' stato un elettroschock.
Non conoscevo praticamente nulla di tutto quello che hai narrato (tranne parti della famigerata vicenda del Mucchio del quale ero lettore fino a quando divenne settimanale). Sarò sincero, i tuoi articoli sul Mucchio non li leggevo in quanto li trovavo troppo "crudi" ; ora a distanza di circa 10 anni mi rendo conto che mi sbagliavo completamente...
Spero che in futuro la vita ti sia amica.
Marco

ps: ho già acquistato l'ebook su House, poi seguiranno a ruota Zappa, I Rolling Stones poi vedremo..."
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e su tutte le piattaforme digitali

"Caro Max,
sto leggendo "Fottuto", tra i più spaventosi libri che abbia letto. Non l'ho finito, sono arrivato al punto in cui finisce la tua amicizia con Benvegnù. Ecco, poco prima c'era stata la delusione di Luca goldoni, e pensavo fosse stato uno dei colpi al cuore peggiore. Se non il peggiore. Ma un amico che ti abbandona senza dirti perché... è orribile. Lo so perché è capitato anche a me, più di una volta.  Senza spiegazioni, senza il vaffanculo che almeno ha il pregio di segnare una linea netta tra prima e dopo. C'è chi si strugge perché non trova l'amore. Io ho sempre sofferto l'assenza dell'amicizia. Leggevo dell'amicizia fraterna tra te e Benvegnù e vi invidiavo per questo. Scoprire così, inaspettatamente, della fine, quasi immotivata, forse perché sottoposta a uno stress troppo forte, non lo so..., anche se non vi ho mai conosciuto di persona, ma tramite la scrittura e la musica, fa malissimo..
il libro è stupendo, mi sta scuotendo dentro, dal primo capitolo stavo già pensando di scriverti e cosa scriverti. lo farò più avanti quando avrò messo ordine ai pensieri.
a presto,
vitandrea"
Il numero è quello della settimana passata, ma la copertina vale a maggior ragione oggi. Scoprite tutto nel Faro, dall'attualità alla musica, ai commenti, alla cronaca. Solo per chi si abbona. Domani il nuovo numero via email (perdonate lo slittamento di poche ore: è dovuto alla preparazione del nuovo ebook, appena pubblicato).




"Dovevo regolare i conti. Con me stesso anzitutto. Certo è uscito un libro brutale, che non mi aspettavo. Ma mi è servito ad accettare la vita come è stata, senza false consolazioni. Mi servirà a fare punto e a capo, verso un domani senza lineamenti. È tutto vero, eppure a leggere non sembro io. Se, arrivato alla fine, non vorrai più essere amico di chi hai scoperto davvero, lo capirò".

Li riconosci subito. Hanno laghi negli occhi, di dolore, di sgomento, di stupore. Li riconosci quegli sguardi vacui in apparenza, che tradiscono il disagio di sapersi in ritardo, sempre compatiti, sempre tenuti da parte, a volte spinti avanti. Si portano addosso un odore patetico, denso e inconfondibile; nessuno vuole stare con loro. Vivono rinchiusi in una fotografia, c'è un cantante che li abbraccia, e ingiallisce ogni giorno, ad ogni sguardo. Momenti d'ingenua beatitudine custoditi nei diari che nessuno legge, pieni di niente, reliquie patetiche proposte a parenti che non vogliono saperne, ad amici che proprio amici non sono, che non vogliono entrarci in quelle camere atroci dove c'è tutto che manca, c'è tutto che stona, i santuari strazianti della claustrofobia. Ma loro s'illudono, con disperata forza, perché nel loro stare indietro qualcosa capiscono, l'essenziale lo colgono: io non sono come voi, io debbo venire dopo, nessuno sa bene cosa farmi fare, dove sistemarmi, cosa dirmi. Figli di una scintilla disgraziata, di un movimento sbagliato o soltanto di un destino distratto. Figli di una mente un po' vaga, che ne fa degli enigmi alla mercé di se stessi. Cascano nelle grinfie delle notti dolenti, restano nel sudario di lenzuola corrose, consumano gli stessi pensieri, sempre quelli, dal respiro corto, dai disegni infantili. Non pesano le loro lacrime, evaporano, inutili, patetiche. Le loro gioie sono esplosive, i capricci devastanti, le malinconie indicibili e inquietanti. Perché nessuno può capire davvero, ma tutti immaginano benissimo. Sono gli abbonati alla solitudine, sono gli usati, quelli che non conoscono amore e se incontrano il sesso sarà una squallida tragedia. Incapaci di difendersi, di intuire, di ribellarsi, eterni cuccioli sgraziati, che incontrano sempre qualche lupo.
Ma gli ultimi, li riconosci subito. Sono i tuoi specchi, quelli che non vuoi diventare. Quelli che rompi, per non restarne imprigionato. Sono quelli che con gli occhi ti chiamano a sedersi, ti attirano nella loro spinosa compagnia. Perché alla fine, prima o dopo, presto o tardi, una volta o l'altra, tutti si riscoprono cuccioli. Deboli. Ritardati. Perché alla fine ci si specchia in quegli sguardi di lago e si scorge la propria immagine. Ed io non vi ho mai evitati, per non evitare me stesso. Per lasciarmi contagiare del vostro dolore e della vostra tenerezza. Per indagare sotto quella dolcezza o pazzia. Per cadere insieme a voi. Voi, perle difettose, siete le pietre sul cammino, il canto sconveniente, la croce del rimorso, la cicatrice di un sollievo che fa sentire in colpa. Basta un soffio nel buio ad essere voi, che venite dietro, che siete in ritardo, che non riuscite a spiegare quello che dentro avete. Voi, che portate voi stessi come un peso per tutta la vita, e chi passa vi sfiora e non vi vede, anzi vi vede benissimo ma vi rende trasparenti. Non sanno cosa si perdono: l'umanità non sta nei vincenti, sta nella fatica di un ascolto, nella miseria di un disagio, nel candore inguaribile. Sta nella distanza piccola e incolmabile. Nello scarto sinuoso che come la risacca avanza e torna indietro e a volte ti lambisce e quando si ritira lascia una cicatrice. Sta nei perdenti, in quella dignità del soffrire quasi inconsapevole che hanno i gatti e i poeti. Parlo degli sbagliati, coi laghi dentro agli occhi, che ti guardano e ti raggelano, ti fanno venire voglia di scappare via ma tu se sei un uomo rimani, caschi dentro quei laghi, ci vedi il tuo profilo e non hai più paura. 

Me l'immagino avanti ai suoi fantasmi. I ricordi di cosa fu e non fu. Me lo vedo in fronte ad uno specchio, le sue corde, a dire “chi sei tu?”. Questo è il disco che tanti senatori non riescono più a fare. Uno su tutti, Renato Zero. Questo è il disco di una orchestra di sessantasei elementi, però mai tronfia, mai ridondante: serve alla brezza, ad un respiro pop rock, ora progressivo, ora psichedelico. Questo è un disco alternativo, sì, ma per davvero: alternativo agli alternativi. Sono cinquantadue minuti di musica musicale, di melodia, di ricerca, suoni analogici elaborati da musicisti esperti (basti sentire le chitarre, mai una volta banali). È anche un disco astuto nella sua maturità perché calibrato, dove i cliché ci sono, pensiamo al refrain di “Nel '66”, ma sono cliché di cliché, come modi di dire che però trovano un senso pieno, inevitabile nella costruzione complessiva. Sono porte d'entrata. Questo è un disco da sentire, da avere, perché è il disco di un quasi sessantenne con più cose da dire di prima, che ha fatto dell'assenza (relativa assenza, fra musical e scritture per altri) la sua libertà; e oggi incide come quando e quello che gli pare, senza niente da perdere e tutto da vincere. Perchè se riesci a (auto)produrre un disco così, hai già vinto in partenza, la noluntas delle classifiche, delle ospitate, è vinta a beneficio del rispetto dell'artista, della sua consapevolezza. Gianni Togni è uno che sul suo sito recensisce San Fermin, Jonathan Wilson, e si capisce che musica gli piaccia oggi come ieri. È uno che, se gli fai i complimenti in privato, risponde gentile ma anche scafato: “Non so se me lo merito, comunque grazie”, ed è l'atteggiamento di uno che sa di avere un posto nel pop italiano da classifica ma sa, sente anche di avere conquistato, dopo 40 anni di incisioni, intraprese appena diciassettenne, un ruolo da testimone della musica italiana, un suo spazio infungibile che oggi consacra con Il Bar Del Mondo. Opera uscita dall'osservazione voyeuristica (“Li lascio fare...”) degli antieroi, i normali, gl'irredenti o semplicemente i passeggeri a bordo di un caffè, che in un locale si sentono protagonisti per il tempo di un sorso, una confidenza, e poi scompaiono. Disco, dunque, fecondo di solitudine. Allo stesso tempo è confessione, dura, intensa di un quasi sessantenne che sente il senso delle cose sfuggirgli e non lo nasconde e tuttavia non si rassegna, ne cerca di altri, ne trova di nuovi: insomma un uomo che ridefinisce la sua maturità. Lo fa con testi ispirati nella loro lealtà, lo fa con una musica assolutamente libera (Dio mio Gianni, che mi riporti citando Susy Creamcheese!) eppure, gliene sia reso merito, senza inutili odiosi sperimentalismi, aerei da non prendere mai. Lo fa con passaggi che da bucolici si fanno orchestrali per poi scivolare su una slide discendente, drammatica, quindi le acque si calmano e c'è una nuova quiete che prelude ad un'altra tempesta emotiva.
Proprio così. Ad ascoltare questo disco, ci si emoziona. Non una volta, ma per tutto il disco. Ci si sente perdersi, nell'essenza di sé (“Chi sono io”, con i riverberi di chitarra e il dialogo con le corde del violoncello, prima che il flauto risolva il brano), nella desolazione irresistibile di una Roma sotto la pioggia, e sembra il cielo che piange su tanta magnificenza perduta. E ci si perde nel respiro orchestrale de “La Comparsa”, col suo valzer non grottesco ma empatico, nelle nostalgie arrese della minisuite de “Nel '66”, che lo è perché ha tanto di ripresa finale, su brezza zeppeliniana, nella sconfitta del “Giocatore” di professione, che perde tutto tranne, forse, l'illusione di uscirne, eventualmente il momento più inconfondibile del Togni di successo. Ci si perde anche in una “Tazza di The”, grido disperso raccolto dalla chitarra dove la semplicità non è punto di partenza ma di arrivo, cosa che solo quelli bravi sanno raggiungere. Poi ci sono tante altre cose da dire, da raccontare,  “Il Bar Del Mondo” contiene tutto l'orgoglio di un musicista di razza. Ma va a finire che si perde il piacere della scoperta. Perché un album come Il Bar Del Mondo è anzitutto scoperta, quindi conferma, infine compagnia: fatto per restare. È un disco antico, di una classicità moderna. È musica senza tempo, dove il Gianni Togni scintillante di pop affiora per attimi e subito si stempera, dove il cantato è più dolente e insieme più partecipe, benissimo gestita la voce, musica che sorprenderà chi è affezionato ai preconcetti ma non noi, che nell'ascoltare una canzone, un disco, non ragioniamo con l'intelletto ma con la sensazione. Oggi le suggestioni di “Luna”, “Semplice”, “Ma Perdio”, sono dentro. Quelle di “Hey Vita”, “Chi sono Io”, “Invisibili Ma Eroi” stanno entrando. Perché abbiamo questa età, perché abbiamo ascoltato tutto quello che abbiamo ascoltato; questo è un disco che può dare molto, ma bisogna prima avere speso un po' di (hey) vita, abbastanza vita per meritarselo, per comprenderlo in pieno. 
Qualcuno ricorderà la vicenda dell'agenzia americana, assertivamente operativa a New York e intestata a due individui dal nome singolarmente coincidente ad attori di serie tv, che affermava di raccogliere contenuti a carattere musicale per conto di Apple. La faccenda poi andò avanti come segue: questo (in italiano, si rivolgessero al galoppino) è il testo della diffida che precede una azione legale da parte mia, depurata solo degli elementi strettamente personali. 
Naturalmente, dopo tante patetiche minacce, per le quali pretendevano significativi obblighi di riservatezza, benché in base a nessun elemento scritto, gli individui in questione sono spariti senza pagare alcun debito. Restano dunque insolventi, confermando ogni sospetto sul loro conto. Cosa che a me premeva dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio, al di là di un residuo interesse per la somma a mio credito. Chi legge prenda nota e, se crede, faccia girare, a futura memoria


Oggetto: Massimo Del Papa / Bridgehead Media 


Nell'interesse e per conto del dr. Massimo Del Papa, residente in (omissis), comunico quanto segue.

Il mio assistito lamenta il vostro mancato pagamento di 470 $, per aver redatto per vostro conto e su vostra richiesta, relativamente al “Progetto Apple”, numero 47 recensioni o “blurb” che vi siete impegnati a pagare 10 $ ciascuna (come riscontrabile da vostre numerose email, tutte conservate e producibili). Tale somma dovuta è stata più volte da voi confermata in diverse email, rappresentando una promessa di pagamento e/o una ricognizione di debito avente pieno valore legale.
Lamenta, altresì, di avere ricevuto plurime comunicazioni via email (tutte conservate e producibili) dal vostro responsabile italiano, vero o sedicente, Jadel Andreetto, il quale costantemente si riferiva ad Apple ovvero a “Cupertino” (“Sentirò Cupertino”, “Cupertino ha deciso che…”), volte a confermare la convinzione di lavorare effettivamente per la compagnia in questione, la quale, tuttavia, smentiva a mezzo di numerosi suoi operativi qualsiasi contatto con la Vs. Società (mail tutte conservate e producibili).
Lamenta, ancora, un atteggiamento puramente ostativo, ovvero di mobbing, in sede di valutazione dei “blurbs”, a mezzo di definizioni del tutto generiche e irriguardose della sua professionalità.
       Lamenta, inoltre, d’aver ricevuto dal vostro fondatore, Peter Krause, molteplici e ripetute email moleste, contenenti indebite pressioni. Tra queste, minacce di far chiudere il Blog del mio assistito (vantando d’aver già fatto lo stesso con il profilo facebook del dr. Del Papa);  ledendo in tal modo i suoi diritti fondamentali previsti e tutelati dalla Costituzione (art. 21 Cost.) e dalla legge Italiana, nonché portando enorme nocumento alla sua professione di scrittore e giornalista.
      Si evidenzia che sottoporre e/o condizionare il pagamento di quanto riconosciuto come dovuto a condizioni indebite e chiedere di firmare presunti contratti retroattivi sulla privacy è illegittimo e contrario alla legge, potendo configurare i reati di molestie (art. 660 Codice Penale),  minacce (art. 612 C. P.), violenza privata (art. 610 C. P.) ed estorsione (art. 629 C.P.).
Senza considerare, infine e tra l’altro, che la proposta di contratto retroattivo con asserite clausole di non divulgazione di non meglio precisati “elementi riservati”, non è neppure stata allegata all’ultima mail contenenti ulteriori pressioni all’indirizzo del mio cliente.

Ciò premesso, con la presente Codesta Spett.le Società

E' INVITATA E DIFFIDATA

   a versare entro 24 ore dal ricevimento della presente, la complessiva somma di 470 $, 

(omissis)

   In mancanza di quanto richiesto nel termine assegnato provvederò, senza ulteriore avviso o comunicazione, ad adire le competenti sedi giudiziarie per il recupero del credito del mio assistito, con richiesta a Vostro carico di tutte le maturande spese di procedura ed i relativi danni.
    
    A cessare, altresì, con effetto immediato da ogni ulteriore comunicazione o attività indebita e molesta. In caso contrario, mi vedrò costretta a ricorrere all'Autorità Giudiziaria competente per la tutela dei diritti e degli interessi del mio cliente.
Distinti saluti.

Avv. Claudia Benvenuti

Quello di chi parla molto, ascolta poco, combina meno. Con un paio di succose anteprime... Il Faro, sempre più tutto dentro. Solo per chi si abbona,


Poco fa rientravo dal dentista, che è una situazione double face perché ormai siamo amici, però mi sta ricostruendo una bocca diroccata e fa un bel male. Tornavo a casa e ho sbattuto contro un attimo che mi ha stordito, non c'ero più abituato: un uomo giovane, forse un padre di famiglia, nella sua macchinina, la camicia azzurra, le maniche fatte su, il nodo della cravatta allentato. Anche di questo è fatto un tramonto, anche per quello sconosciuto passava la primavera: ho rivisto mio padre, che tornava la sera, la giacchetta sulla spalla, stanco e contento come chi si è guadagnato la giornata, e quello che resta, quel languore stremato, quel sorriso orgoglioso e un po' paraculo, lo dona alla famiglia. Così anche i padri dei miei amichetti. Tutti la stessa espressione avevano la sera. Non nascondo che spesso con un pretesto scendevo in strada a spiare quello spettacolo banale, perché era la città che viveva e rifiatava. Ho sempre adorato la città, i suoi palpiti, le pulsazioni del mio quartiere. Le assorbivo, e adesso sono qui che ne scrivo. Poi mi sono visto uscire da me, come nelle esperienze di premorte, ho visto un tipo curvo sulla Vespa, infagottato, spuntavano solo i jeans attillati, la figura appesantita. Ora, io non mi premio e non mi incolpo per la vita che ho avuto, alla fine ho capito che solo quella potevo spendere. Perché puoi fare i tuoi errori, perdere e lasciar perdere occasioni, lottare come un disperato e subire come un rassegnato, puoi anche concederti quei piccoli momenti di eroismo spicciolo che poi sono solo la rincorsa a una coerenza vanitosa, ma alla fine, alla resa dei conti con te stesso devi arrivare; e, quando ci arrivi, ti accorgi che non potevi che finire così. Senza mai esserti vestito un giorno per andare a lavorare, senza sapere cosa sia rincasare la sera e allo stesso tempo senza smettere mai, niente orari, né feste, né ferie. Quando quei giovani padri rientravano, io magari dovevo correre in tribunale o all'obitorio. E, se ci penso, capisco che non è proprio come diceva Nietzsche, arrivare ad essere chi si è, è un po' alla rovescia, non poter che essere chi si sarà. Ribelle, imbelle, disadattato, indeciso, sono prospettive maliziose, giochi di specchi per illuminare il passato. Ma rileggere un risultato non lo cambia. “Tutto resta uguale ed è banale”, canta Benvegnù. Ed è banale questa libertà ostinata, che non ho scelto e che mi ha scelto. Non me la merito in nessun senso, non è un vanto o una vergogna entrare in una scuola, come stamattina, e ritrovarsi vestito come gli allievi, anzi peggio perché almeno i loro stracci sono alla moda. L'adolescente fuori quota che sono resta quello di trenta, quaranta anni fa e non c'è altro da dire, non ha senso esaltarsi, dolersi, interrogarsi. No, io non processo i miei giorni con i loro vuoti, i rari sprazzi di sole, i temporali inesorabili e sempre gli stessi jeans fino l'oblio di un nodo di cravatta. Mi va bene questo, vivo con disinvoltura la condanna a non invecchiare, accetto tutto con la saggezza di chi ha imparato il tempo. Dico soltanto che al tramonto, a tradimento una visione m'ha iniettato il sospetto d'essermi perso qualcosa. Perché questa libertà obbligatoria, questa libertà senza scampo qualche volta non vale niente eppure costa.

Che stupidaggine la trovata della presidente della Camera Boldrini volta a cancellare la incisione su Mussolini dall'obelisco al Foro Italico. Stupidaggine non del tutto innocua, perché la terza carica dello Stato non dovrebbe perdersi in simili bambinate senili (la proposta viene da un reduce dell'Anpi) e perché è preoccupante il modo in cui la carica in questione percepisce se stessa, a un passo dalla ybris. La faccenda, come la racconta il Tempo, è andata così: esaltato dalle celebrazioni e dai canti partigiani a Montecitorio, un ospite ha proposto alla presidente: "Dopo tutto quello che ci siamo detti penso che dovremmo fare qualcosa per ripulire tutte le strade d’Italia dal fascismo che sta ritornando e oltretutto di abbattere quella colonna al Foro Italico con la vergognosa scritta 'Mussolini dux', quella è ora di abbatterla!". Laura Boldrini avrebbe risposto: "O per lo meno è ora di togliere la scritta". Ora, a parte la retorica sull'eterno fascismo, per la quale rimandiamo a Flaiano senza perdere tempo, quello che non si vuol capire – ed è deprimente perfino doverlo rimarcare - è che un monumento del 1932 è un pezzo di storia. Da analizzare con il cannocchiale della storia, non con gli occhiali della ideologia. Che non lo colga un vetusto signore ancora coinvolto nelle sue stagioni, passi. Ma che non lo intenda una giovane presidente della Camera, la quale fa sfoggio ogni volta che può delle proprie propensioni culturali, è grave. Davvero la presidente patisce intolleranza per il razionalismo di Marcello Piacentini? Non basta. Una scritta come quella va mantenuta anche per ragioni diverse e cioè per ricordarci che di dittatori ne abbiamo già avuti e non è il caso di cercarne di nuovi, magari tramite un inopinato oblio, una rimozione forzata delle testimonianze artistiche. Stiamo imparando a conoscerli in questi mesi, quelli che fanno tabula rasa dei monumenti nei musei: e abbiamo ripetuto che è una barbarie e che noi non saremo mai come loro. Si chiama democrazia, e ad averla a cuore dovrebbero essere per primi quelli che salirono in montagna per riconquistarla (anche se certe radicate aspettative lasciano sospettare una concezione più progressiva che liberale della democrazia). Altrimenti, seguendo il ragionamento del vecchio partigiano, avallato dalla presidente, si dovrebbero radere al suolo non solo tutte le opere che, piaccia o non piaccia (e chi decide? Una commissione dell'Anpi?), ancora innervano l'Italia intera dai palazzi alle scuole alle stazioni ferroviarie, ma perfino i ruderi dei campi di concentramento d'Europa, anziché portarci in visita gli studenti affinché possano assorbire l'eterno monito di Primo Levi: “Considerate che questo è stato”.
(dal Faro n. 15)
Questa informazione è tutta un pettegolezzo.
Il Faro, l'elettrorivista di MDP, ogni sabato in pdf nella email di chi si abbona. Questa settimana, sei dischi per sei fanciulle. E molto altro. Il Faro, tutto dentro.


La preoccupazione da voi manifestata per il mio piccolo “Facebook incident” mi fa piacere ma mi dispiace. Mi gratifica per l'affetto, non c'è bisogno di dirlo, ma mi stranisce per l'ansia: io, per me, ero, posso garantirvelo, di una indifferenza zen al netto del disagio conseguente alla sorpresa. Mentre mi accorgevo di reazioni ben più allarmate “in entrata” – qualcuno è arrivato a telefonarmi mentre stavo sotto i ferri del dentista: perché mi hai bannato? No, era il contrario, ero io ad essere stato bloccato, anche se a nessuno è venuto in mente: ben mi sta, tu chiamala se vuoi Nemesi del web. 
Allo stesso modo, quando ieri quella banda di idioti mi ha comunicato che tutto era stato ripristinato non essendo io una blasfemia ma un cognome reale riferito a un essere umano (disumano, dice qualcuno), ho registrato, sempre da parte vostra, una esultanza che mi ha lasciato un po' perplesso: quasi fossi tornato dal sepolcro. Ora, se la preoccupazione sorge dalla presa d'atto di una generale alienazione, anche di un totale stato di soggezione nel quale versiamo tutti alle prese con social media che ci impongono la comunicazione attraverso loro, ma che non ci tutelano in egual misura, diciamo meglio, se questa mia piccola disavventura serve a fare riflettere, in generale, sullo stato di dipendenza in cui ci siamo ridotti, allora va bene. Ma se s'ingenera per altri motivi, posso garantirvi che non c'è ragione: abbiamo altri modi, altri canali per restare in contatto. Io non vado via. E se pure questo assurdo Facebook, inutile negarlo, mi serve ancora a rendermi raggiungibile, perché il mio è un ruolo che implica disponibilità (se faccio un libro nuovo, lo dico lì, se c'è un nuovo articolo passa anche di lì), quand'anche quella nuvola fosse oscurata, non è la morte – reale o virtuale – di nessuno. C'è il blog, e quello è più importante. Possiamo scriverci email, usare altri strumenti, tornare in definitiva al telefono: non è il caso di agitarsi. Bisogna temere la presenza di questo medium, non la sua eventuale assenza. Del resto, vedete che già da un po' io di contenuti su Facebook ne inserisco sempre meno: se mi seguite, l'ho già scritto, vorrei ridurlo un semplice trampolino, uno specchio, un campanello prima di abbandonarlo definitivamente. Con buona pace di chi, mi hanno raccontato, starnazza che io avrei organizzato il tutto per farmi pubblicità (io?), non può soffocarci un medium che va avanti, anzi indietro, a colpi di algoritmi, con una politica di sicurezza fallimentare, con regole alienanti e spesso imperscrutabili. Alla fine, il mondo virtuale non è tanto diverso da quello concreto: ad una determinata tendenza, quella, a lungo, che sottovalutava e permetteva di tutto, fa seguito una reazione contraria, inquietante perché del tutto autoritaria, che punta a proibire e stoppare in modo perfino isterico sempre più contenuti sulla base di segnalazioni arbitrarie, sospetti, dispetti, rappresaglie, fino al caso limite di insinuazioni automatiche come quella che mi addebita un cognome politicamente non corretto. Il tutto nel totale sbando di chi dovrebbe tutelarci, forze dell'ordine e magistratura che su queste faccende hanno ancora idee confuse nel migliore dei casi.
Certo, la causa di tutto resta pur sempre l'uomo, che programma male, che rimedia peggio. Ma il risultato è una nuvola che non ragiona e questa cosa senza corpo non può prendersi le nostre vite. Né noi possiamo farcele stravolgere litigando con email precompilate (e tantomeno con emeriti sconosciuti su Facebook). La verità è che l'utente medio maneggia ordigni dal potenziale micidiale senza averne idea, è come metterlo al volante di una Formula Uno senza freni. Giorni fa un'amica è riuscita nell'impresa di hackerarmi, senza averne la più pallida idea, la casella di posta elettronica e son dovuto intervenire guidandola “in remoto” per aggiustare la faccenda. Lei si era limitata a un paio di operazioni innocenti, ma devastanti, e adesso era scioccata, sconvolta, del tutto dipendente da qualcosa di irreversibile che non sapeva di avere fatto. Era come guidare un bambino nel buio più profondo e pieno di fantasmi. Ironicamente, mi aveva da poco sentito tenere alcuni incontri sui pericoli dei social media e della rete in genere. 
Quando ero piccolo, mi promettevano che presto saremmo andati sulla luna e che avremmo guidato micronavicelle spaziali. “Sulla luna” c'è andata, per ora, solo la Cristoforetti, per cazzeggiare, in compenso abbiamo i regni dei lunatici: i social. Ridimensionarne le pretese, la ineluttabilità e la onnipotenza dipende da noi. Aiutatemi. 
L'agenzia sedicente per conto di Apple continua a minacciarmi e sono andato preliminarmente a segnalarli alla polizia. Sto preparando, tramite mia moglie, avvocato, un esposto direttamente al giudice,  e, per conoscenza, alla polizia postale, contemplando anche i referenti italiani e producendo ogni materiale, incluse le email che invitavano ad aderire al "progetto musicale Apple". Naturalmente le produrrò anche qui, con ogni minaccia, menzogna e ricatto: ti paghiamo il dovuto se cancelli i post", "non devi divulgare informazioni confidenziali" - inesistenti, mai certificate da nessuna carta, nessun contratto. Intanto una anticipazione: "I nostri legali ti scardineranno il blog". Già questo dice molto dei soggetti. Non aspetto altro:  così si sostanziano le minacce. Io troverò sempre un modo di far sapere tutto. INTANTO SONO DI NUOVO SU FACEBOOK.

Comunico che Facebook ha bloccato il mio profilo improvvisamente sospettando che "Del Papa" non sia il mio vero nome ma un simbolo religioso. Sono dei poveri deficienti che credono di amministrare uno stato totalitario e sto cercando di fare ragionare un algoritmo gestito da idioti. Questa è l'idea che questo social di alienati ha della sicurezza; inoltre, decidono senza appello l'uso della punteggiatura e dei simboli grafici: io volevo semplicemente rendere maiuscola la d di "del", questi la hanno riferita a specificazioni pontificali. Speriamo si convincano una volta verificata la mia patente. Personalmente vivo benissimo senza, ma siccome mi state chiedendo spiegazioni, anche per telefono, della mia "sparizione", mi corre l'obbligo di informare chi mi segue. Anche per confermare che questa allucinazione non è una cosa seria, e che dai social, da Facebook in particolare, conviene stare il più alla larga possibile, cosa che spero di poter fare, progressivamente, sempre di più, se riuscirò ad abituare chi mi segue a farne a meno, raggiungendomi per altri percorsi. Non vorrei comunque essere nella moglie di quel sociopatico di Zuckerberg, "genio" dei miei coglioni. 


Ma perché i sorcini mi scrivono chiedendomi se ho visto Renato da Maria? Che siamo, tra compagni di scuola, nì? Questi sorcini, che io chiamo “socini” con allusione alla setta dei sociniani, XVI sec., non hanno capito niente, forse sono io che da anni scrivo invano: tanto mi ha appassionato, e a lungo, il loro idolo, tanto non mi ha più convinto da un certo momento in poi. Tronfio ma inconsistente, un carillon senza musica. Inoltre, se proprio vogliono sapere a cosa mi sono dato ieri sera, ebbene ho preferito come sempre la rete, da cui ho attinto un episodio di CSI Cyber e poi, ahimé, sul fantastico padre Brown della BBC sono stramazzato perché ho avuto una settimana difficile in un mondo difficile. Ma come potete pensare che uno normale di testa stia a verificare il peso forma de Renà al cospetto di una fra le peggiori vestali televisive di ogni tempo? Passando a volo di zapping, da Maria c'era un cuoco e non ho capito la gente che strillava; si vedeva la Emma lanciarsi occhiate di almeno per me equivoca complicità con la Maria, la Elisa invece mi pareva piuttosto imbarazzata. C'era anche la Ferilli in permesso premio dall'Albania, Renà l'ho intravisto che recitava non so che frasettina ad usum socinianum e sono fuggito via perché l'atmosfera era proprio fastidiosa, era irritante, ricordava l'altro programma che incredulo ho visto una volta da mia madre con Maria che domava una trafila di troie e di debosciati e c'era certa Pina Cipollara, credo nome d'arte, che sclerava. Si vede che il formato mariano è sempre quello, uno e latrino. Capisco i clown scortati che in questa farsa stanno nel loro elemento naturale, ma come fa un artista che pure è stato grande a scendere a 'sto livello (dopo aver detto e cantato che gli avrebbe fatto orrore)? Ma se uno con la tua storia si infila in quel bordello da  adolescenti in fregola, almeno lo faccia per scardinarlo, tipo Billy Mack che scrive sulla foto dei Blue “Abbiamo i cazzi piccoli”. Non per fare la figura dell'arnese fuori tempo. Comunque insomma sono problemi dei socini.
Maria invece secondo me è un problema di salute pubblica, specie adesso che torna anche il suo nonnetto Maurizio Costanzo. L'ho visto affiorare qualche sera fa e giuro che all'inizio ho pensato alla caricatura di Teo Teocoli, tutto curvo, bofonchiava, non si capiva una parola, un baco da seta. Con fatica ho decifrato che riparte il rottame del Costanzo Show e per antipasto che c'è? Maria, la Venier e credo qualche freak in scadenza, perché Costanzo ha sempre raschiato il barile del grottesco, altro che genio televisivo. Inedito caso di programma che comincia dai saldi di fine stagione. Per come la vedo io, dura poco e non è neanche una gran perdita, salvo, forse, per chi gli faceva dare del pericoloso intralcio per la democrazia dall'amico Luttazzi, quello delle battute copiate, e poi è passato a fargli le prefazioni. Anzi, mi aspetto di trovarcelo proprio, al Costanzo Show a scadenza. 

Una mattina come quella appena trascorsa, Stephen King se la sogna. Anzi, non riesce neppure a immaginarsela. Niente di spaventoso, per carità, ma di allucinante, tendenza distruttivo, quanto se ne vuole. Cominciamo col dire che la mattina si annuncia dalla nottata, questa sì da incubo per colpa di Camillo, il gatto a nove chili che Dario Argento non vorrebbe mai avere. Non si sa cosa avesse: ha rotto i coglioni ogni minuto di ogni ora fino all'alba. Piangeva, correva, grattava la porta, la sfondava, voleva mangiare, poi non mangiava, poi tornava a piangere, poi buttava per terra i soprammobili, non avrei mai pensato di arrivare a sculacciarlo ma ci ha fatto davvero perdere la testa. All'alba, mentre mia moglie, ridotta uno zombi di Romero, si preparava per uscire, lui si è spalmato sul letto e si è messo a ronfare. Siccome mi sentivo in colpa, perché questo gatto mostruoso ho insistito io per “adottarlo”, ho deciso di farmi perdonare rimettendo a posto casa. Bravo merlo. Già sono maldestro di natura, poi coi riflessi rallentati causa notte bianca non sai che combinavo. Quella precisa situazione per cui più metti a posto e più crei disordine, più pulisci e più si sporca, più vuoi fare e meno concludi. A un certo punto mi sono avventurato nella pulitura delle lettiere, che è sempre un bell'affare, e ne sono uscito conciato come un cesso. Ma non era ancora niente. Stravolto, decidevo di sgomberare il balcone dalle cianfrusaglie accumulate in anni, partendo dalle basi per gli ombrelloni che tanto non usiamo più. Non l'avessi mai fatto. Ho sfilato il bastone, è uscito un getto d'acqua nera che ha coperto me ma soprattutto è piovuto sulla scalinata in marmo di quelli di sotto. Allora ho preso scopettone e strofinaccio e sono sceso a pulire. Mi mancava solo il foularone in testa. Minchia che giornalista vip. Dopo un po' escono i vicini esterrefatti: ma cosa fai? Niente, vi ho lordato la scala, adesso aggiusto tutto. Ma lascia perdere, dicevano loro imbarazzati. Mio il casino, mio il rimedio, rispondevo sfregando. Mi hanno guardato perplessi poi se ne sono andati via in macchina. Io ho consumato due secchi d'acqua insaponata e credo d'aver fatto un discreto lavoro, tenuto conto delle mia manualità indegna di un impedito totale. Torno su e i gatti avevano usato le nuove lettiere, in particolare Nerino che, chissà perché, per espletare deve sparpagliare tutti i cristalli di silicio per il bagno. Ho stretto i denti, mi sono gettato nell'ultimo sprint, poi sono stramazzato con qualcosa di simile a un infarto. Della serie, cinquant'anni e sentirli benissimo. Compare mia moglie e dice, va' che casino, non ti posso lasciar solo una mattina. E io stavo per fare un femminicidio finendola col pesante libro sulle arti marziali che allevano alla conquista dell'equilibrio tra spirito e corpo.

Ho letto uno stralcio del nuovo libro di Paolo Madron con Luigi Bisignani “I potenti al tempo di Renzi”, quello in cui si parla dell'esperienza di Berlusconi ai servizi sociali nell'ospizio di Cesano Boscone. Vi si racconta di come lui si sia adattato senza problemi nel nuovo ruolo, al punto da soccorrere gli ospiti più gravi, imboccandoli e addirittura svuotando i pappagalli, che da quelle parti non sono simpatici animali da compagnia ma lugubri contenitori per le scorie. Due di loro, inoltre, gli sono morti tra le braccia. Situazione che lo ha segnato, anzi lo ha inciso come poche cose nella sua incredibile esistenza. Ecco. Io ho scritto per anni peste e corna di questo personaggio, e non rinnego niente. Ma non mi sono voluto accodare a chi, per isteria o per calcolo, lo dipingeva come suscitatore di terremoti e lo metteva perfino dietro la strage mafiosa di Portella della Ginestra. Io non sono un carrierista. E, vi piaccia o meno, vi dico che uno abituato a un genere di vita stellare, che di colpo, alla sua età, si trova in un microcosmo reclusorio – e posso assicurare che un simile luogo del dolore lo è, e so perfettamente di cosa sto parlando, comprese le morti, i pappagalli e tutto il resto – e si cala naturalmente nella nuova realtà, arrivando a soccorrere malati terminali della sua età, arrivando a voler tornare anche a condanna scontata, beh, questo è un uomo. Discusso, discutibile fin che volete. Ma un uomo. Molto più di tanti suoi detrattori.
"Il Faro per me è un  compagno insostituibile, anche in viaggio".
E allora, viaggiamo ancora un po', schivando le trappole. Il Faro, l'elettrorivista di MDP. Il Faro, tutto dentro.

Qui si è perso il senso della logica. Chi si esalta per la fine di un ragazzino di vent'anni (ucciso da un coetaneo anche lui distrutto) non ha molte scusanti, ma fare di Carlo Giuliani un eroe, un martire del risorgimento moderno, una coscienza civile proprio non si può sentire, non sta in piedi neanche con un miliardo di puntelli. Leggo che la collana di fumetti militanti BeccoGiallo gli ha dedicato un libro e va bene, questa è propaganda, serve a perpetuare falsi miti, chi legge trova esattamente quello che cerca in una rassicurante estetica noglobal. Banalizzazioni e distorsioni in forma di balloon. Ma se a distanza di quasi 15 anni qualcuno mi spiega cosa ci fu di eroico nell'assaltare una camionetta con un estintore a volto coperto, gliene sarò grato. Possibilmente con un minimo di raziocinio, non per slogan deliranti. Alcune cose vanno messe in chiaro: una sta nella curiosa attitudine nazionale a mettere un ex capo della Polizia in cima a un carrozzone industriale statale, a prescindere dalle polemiche infurianti; l'altra, sempre accantonando per un attimo le brutalità perpetrate nella scuola, è che a parere perfino più grave fu l'incapacità conclamata della sicurezza nazionale a gestire una situazione difficile, emergenziale, piena di esaltati, non pochi dei quali, concediamolo, anche ambigui, in un contesto letteralmente esplosivo: ma un corpo di polizia non può cavarsela spazzando via tutto, indiscriminatamente, e chi ancora oggi difende quella situazione davvero dovrebbe mettersi di fronte a uno specchio. Andrebbe pure ricordato che chi soffiò sul fuoco di quel gran casino ha fatto carriera politica o è lì che perennemente cerca di farsela. Dovrebbero essere i primi a rendere conto delle loro azioni, per avere spinto tanti incoscienti al macello, e invece stanno incistati in quei gangli statali che sostenevano di voler distruggere. Un nome per tutti, quello di Francesco Caruso, già parlamentare e oggi addirittura docente universitario dall'imbarazzante curriculum. Perché i fumettari militanti non fanno un numero anche su questi parassiti e magari non si chiedono se c'è un nesso tra la morte del “ragazzo” e quei pifferi maligni? L'ultima faccenda è un corollario e sarebbe che questa Europa ad alto tasso di paternalismo a me non piace. Perché l'Europa unita doveva sorgere per tutt'altre ragioni che il perfettismo, il moralismo con cui conformare interi popoli ad un progetto burocratico. Il sovrastato etico proprio non lo accetto, non mi va che sia una congrega di funzionari, in toga o in grisaglia, a stabilire le linee di condotta del mio Paese, il mio modo di comportarmi, di pensare, di stabilire priorità, di sacrificare il mio individualismo. Perché questa Europa unicamente monetaria, che però dà voti e patenti su tutt'altro, si allarga dai forni a legna alle torture passando per il mercato, la concorrenza, il welfare e noi siamo sempre più disposti a conferirle qualsiasi attribuzione di coscienza e, dunque, di responsabilità: collettiva e personale.
Detto questo, a me pare che Genova, Giuliani, la Diaz, i celerini e il resto della storiaccia servano ancora oggi come pretesto per giustificare ogni escandescenza. Ogni volta che una città viene messa a ferro e fuoco, si sbandiera Genova per giustificare le devastazioni. Ogni volta che un coglione cerca di arrostire una camionetta, si scomoda il fantasma di Carlo Giuliani “ragazzo”. Sarebbe anche da sapere cosa era, come viveva quello sbandato per le stradine di Genova, ma su questo io, che qualcosa pure raccolsi, preferisco lasciar perdere. Ho intervistato per primo la sorella Elena, e il suo dolore mi turbò profondamente. Ho incontrato la madre, Heidi, l'ho sentita concionare di comunismo e rivoluzione e anticapitalismo e lotta a oltranza, poi, dietro le quinte dello spettacolino, l'ho abbracciata e l'ho tenuta stretta quando mi ha detto con due occhi che non si possono spiegare “Io lo so che la mia vita è finita”: e chissà se in quel rimpianto non ci fosse anche una misura di rimorso. Non lo so, mi è parso, magari mi sbaglio, ma quel momento non lo dimenticherò e se dopo 14 anni questo adolescente sventato e sfortunato venisse lasciato in pace sia dai cinici che dai diversamente cinici, non sarebbe poi male.

Parte 1
Chi non lo ricorda? Talmente celebre da essere diventato un modo di dire, sulla scia di una colonna sonora memorabile. Era un polizi(ott)esco? Era un comico? Era docufiction ante litteram? Di sicuro è la madre di tutte le Gomorre, ma molto più umile e godibile. Andate a vedere dove e come comincia: al porto di Napoli. E non manca nessun tema: le contraddizioni partenopee, gli stranieri che nel gran casino napoletano s'integravano naturalmente, diventando parte della Babele demenziale. La camorra con la sua spietatezza ma anche lei in crisi d'identità, lacerata dalla guerra tra vecchia scuola e nuovi boss, più spietati, determinati a spennare per bene la gallina dalle uova d'oro della droga. Che non era affatto mitica, neanche allora: né impegnata né di sinistra, puro marketing, nient'altro. C'è una battuta che da sola riassume il travaglio di un'epoca: “Datemi tempo e io ai ragazzi gli farò fumare pure 'o Vesuvio” dice il Barone, che poi finisce morto ammazzato in una faida tra camorristi e marsigliesi. In mezzo a tutta questa follia napoletana, lui, Piedone, che conosce i vicoli e i miracoli di Napoli quanto i camorristi, e li combatte a mani nude in una crociata sempre più disperata e perdente. Altro che filmetto leggero: io questa pellicola grottesca, che gronda disperata allegria e crudo realismo, che con le sue Giulie, le motociclette, le basette, le prostitute ipercotonate, le camice attillate, le divise stazzonate degli sbirri offre una verace testimonianza d'epoca, la farei vedere nelle scuole, molto più di Gomorra che in fondo altro non è se non la proiezione egolatrica e mercantile di chi aveva firmato l'omonima sceneggiatura... 

Parte 2
...Ascolto quelle colonne sonore, leggo i vostri messaggi sui vecchi film che mi diverto a raccontarvi per raccontarmeli meglio, e resto colpito: ma allora... anche voi quel non so che, quel senso di nostalgia, di struggimento, di quello che volete che però mette un male sottile ed incurabile, troppo piacevole da provare? Come un quadro di Van Gogh che non te lo spieghi ma ti mette addosso uno strazio dolcissimo, come un bisogno ma non un rimedio, come una sirena che ci chiama e ci fermiamo ad ascoltarla, sapendo che ci perderà? 
Sì. Perché ci perdiamo per ritrovarci. E non posso non chiedermi come facciamo a condividere tutti un dolore così intimo, diverso per ognuno. Specie se a scrivermi c'è gente che quelle musichette, quelle atmosfere, quelle suggestioni le ha potute assorbire solo tramandate, scoprendole tardi, in un'epoca in cui erano già eco, ricordo, non esistevano più, non c'era il contesto giusto a racchiuderle. Ecco, il contesto. Quegli anni là. Che furono orrendi, non c'è dubbio. Anni di piombo e di polvere, di segreti, di misteri, di terribili, squallide domeniche con i negozi chiusi, di file apocalittiche di utilitarie verso il mare, di vinili e di cassette, di un Paese ancor più precario di adesso, e non c'era internet e non c'erano i telefoni e una lettera ci metteva un mese ad arrivare, se arrivava. Però erano quegli anni. E a rivederli in questi film, è come se il sole fosse stato più forte, più caldo e splendente. C'era una disperata vitalità, sì, in quel tempo e perfino una pubblicità, una cassetta vuota di bibite avevano una potenza evocativa oggi scomparsa. Ogni oggetto, ogni situazione, ogni sensazione erano insostituibili. Perché testimoniavano di qualcosa. Perché erano reali. Di virtuale non sapevamo né il significato né l'esistenza. I nostri sentimenti erano reali. I nostri incontri. La nostra solitudine, e la disperazione della domenica sera o per la fine dell'estate. La nostra vita era più vera. Era più vita. Non avevamo i filtri di adesso, che sopravviviamo a stento accontentandoci di una proiezione di noi stessi. Siamo echi, e gli echi non cambiano più, si riflettono all'infinito. Quello che ancora nessuno ha capito, è che internet ci rende fantasmi tra i fantasmi. Certe sigle le abbiamo conficcate in cuore, ma non sentiamo più il peso dei nostri passi per la strada, tra la gente fatta di persone vive come noi. E invece quelle musiche, quelle colonne sonore ci raccontavano di noi, diventavano noi stessi, ci entravano sottopelle, finivano nel sangue. Così come oggi vorrebbero fare coi motori di ricerca. Ma noi un motore di ricerca ce l'abbiamo già, si accende ogni volta che sentiamo qualcuna di queste sigle, ci riporta a pagine della nostra vita che avevamo seppellito sotto strati di confusione e invece aspettavano solo di venire liberate dalla polvere. Su quelle vecchie pagine sta scritto che anche i sogni erano più reali. Non è terribile?

Uno straziante annuncio: il forum di mosche sbaracca, si dissolve, evapora come una medusa. Quello del Mucchio, intendo. Ne dà notizia col solito stile patetico e sgangherato la disgraziata che maneggia oggi quel che resta di un giornale che non paga i galoppini rimasti e gli apprendisti raccattati e come tale è fuorilegge dalla prima all'ultima parola. Naturalmente, già che ci sono non rinunciano a buttar là, velatamente, una richiesta di sostegno, ma dopo l'oscena campagna “Io sto nel Mucchio”, servita a tamponare le voragini lasciate dai due o tre che, grazie ai fondi pubblici, s'erano inventati una vita da non morire mai, sarà difficile che altri fresconi abbocchino ancora. Del resto, l'inglorioso crowfunding dell'epurato ha già messo in chiaro che, se c'è un Dio, perfino i più ingenui si sono stufati di cascare nelle panzane di gente che li ha presi in giro a oltranza (noi come voi). Ora, dovendosi escludere che gli attuali padroni si vendano qualche immobile per salvare un derelitto forum di derelitti, io gioisco anche per fatto personale. Quel forum, infatti, era nient'altro che una camera di compensazione dei veleni di chi sulla rivista scriveva oppure aspirava a farlo: non c'è bisogno che io ricordi gli insulti, le diffamazioni, le bassezze ricevute negli anni, più vili perché mai sono intervenuto per difendermi. Si sono divertiti perfino con la morte di mio padre. Hanno inventato di sana pianta. Hanno insinuato, mentito, invidiato. E quando il bel gioco è finito, quando gli altarini si sono scoperti e si è capito dove correvano i denari e dove invece non si fermavano mai, neppure per pisciare, qualcuno è arrivato a scrivermi: non lo so perché ti odiavo ma per restare ammessi nel forum era necessario, era una carta d'invito, del resto qualcosa avrai pure fatto, no?, anche se adesso non saprei dire cosa.
Feccia così. Mosche disperate. E adesso volano via, con tutte le loro seghe ronzanti, in una mestizia lugubre ma non per me. Non ditemi, per favore, che sono cattivo: certo che lo sono, voi avete mai sperimentato una gogna durata anni? Oggi da gente che mi invita a lasciar perdere, ad essere superiore, ma al primo commento storto va in paranoia, io non accetto niente. Silenzio. Muti. E muto diventa il forum di mosche, uno dei tanti che mi volevano morto ed è morto insieme agli altri (Diario, Linus, Indymedia...). Che dire? Ad maiora: oggi il forum, domani il resto. 
Numero speciale: leggete perché. Il Faro, la rivista elettronica di MDP, solo per chi si abbona. Il Faro, tutto dentro. 

E così ieri che c'era il sole c'era la primavera per la prima volta raggiungevo Macerata per la diretta sul caso Moro e in coda son rimasto impigliato in Battiato che cantava cuccuruccuccù paloma infettandomi di retrologia. Me l'avessero detto nel 1981 che Battiato sarebbe diventato un grillino e poi cascato dal palco. Me l'avessero detto che Grillo che tanto mi divertiva sarebbe diventato un tribuno un po' losco un po' lugubre. Me l'avessero detto che Berlusconi, che ogni tanto sentivo dire perché era quello di Milano Due Canale 5 e il Mundalito sarebbe finito politico e puttaniere (questo magari sì). Me l'avessero detto che destra e sinistra si sarebbero dissolte come la mia cassetta di Battiato. Che avrei raggiunto il mio piccolo sogno di ascoltare tutta la musica che volevo solo col pensiero, dentro qualcosa che non c'era (sì, l'avevo ardentemente immaginato, solo che non avevo idea di come fare). Che Renato Zero sarebbe finito monaco paraculo. Che i Rolling Stones sarebbero stati ancora in giro. Che avrei perduto la mia città e cercato invano me stesso, perché io ero in quella città ed ero quella città e adesso nessuno di noi esiste più. Che questo mondo si faceva più comodo e più assurdo. Che il mio Paese si sarebbe ridotto così. Che il povero Moro sarei andato a spiegarlo in una radio che si poteva ascoltare anche da un computer. Che sarei impazzito per i gatti. Me l'avessero detto che mi sarei ritrovato trentaquattro anni dopo ancora uguale, con gli stessi vestiti ancora addosso, coi traumi che non son serviti a niente, con la gente di vetro attraversata, pieno di lettori e così solo, ricco di inconsistente libertà. 


L'ora cambiava ed io pensavo: è fatta. Quand'ero ragazzo funzionava così. Invece mi separavano dalla felicità altri due mesi di eternità scolastica, i più duri, con molte chiazze di freddo e l'estate non arrivava mai specie a fine maggio quando la città mi entrava dalla finestra con il suo carico di suggestioni nuove ma io non potevo coglierle. Mi riducevo allo stremo. Le vacanze arrivavano e annottava alle dieci e presto saremmo salpati per il mare, una mattina all'alba, in un misto di eccitazione e nostalgia per gli amici del quartiere, per il quartiere stesso da abbandonare. All'epoca, perché mi pare proprio un'epoca, non eravamo “interconnessi” e i rapporti s'interrompevano come in guerra. Tutti sparpagliati tra spiagge, laghi, alture e quando tornavano dal fronte le giornate s'erano già tagliate, quel limbo settembrino era breve e struggente. In un attimo, Natale.
Così ho perduto tutte le mie ore cambiate. Adesso aspetto questo riscatto della luce con l'impazienza di allora ma so cosa mi aspetta: il tempo che mi sgocciola fra le dita, la sensazione di non farmene niente, e per di più, di solito, la prima sera “lunga” piove. Poi le giornate continuano come prima, forsennate nella monotonia e le preoccupazioni della mezza età, sempre meno mezza, mi sembrano diverse da quelle dell'adolescenza. Non voglio dire più gravose: il peso della vita è proporzionale alle sue stagioni e così le sue consolazioni: l'umile compagnia che ci scambiamo con mia moglie nella casa dove niente ha valore e tutto è importante, l'inesorabile allegria dei gatti che si fanno un dovere di farci dannare. 
Ma prima c'erano gli amici, le fantasie di un altro innamoramento, uscivano i dischi, grandi cerchi di plastica nera, si potevano toccare, ciascuno era un evento. E un fumetto era una scoperta, un viatico per i sogni. E girare per la città a bordo delle nostre scarpe da tennis era l'avventura di ogni giorno. E c'era una scadenza, la fine della scuola, c'era un miraggio, la partenza per un altro mondo, spensierato, libero. Adesso non c'è più niente per me, solo l'inesorabile scansione delle sere su una valle, muta valle di vita che non riesco a comprendere, che ogni sera mi uccide, sempre più lunga, sempre più inutile. E fa freddo a fine maggio, io non lo so perchè. Forse è il freddo nell'anima. 
Adoro quest'illusione, dovrei temerla e l'adoro. Ma ogni anno che passa fa più male e non solo perché ne resta una di meno e chissà quante alla fine. È che quell'ora fatale mi passa davanti, la guardo e non posso più entrarci. Non scatta per me, non la vivo. Vorrei disperatamente viverla e non la vivo.
Indovina un po' chi è?
Il Faro, tutto dentro