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lunedì 1 settembre 2014

CLEO (la sa lunga)


Ancora una volta, è Superquark: protagonisti i miei gatti, che non smettono di stupirmi con deliziose sorprese. Insomma capita questo affarino, questo scricciolo di venti grammi in mezzo alla via: ha seguito alcuni ragazzini fin qua, poi ci ha visti e praticamente mi è saltata in braccio: lo so che ho detto basta, non posso prenderne più, le cose non vanno bene, siamo già oltre il limite, però che faccio, la lascio morire tra i pericoli e gli stenti della strada? E allora, dopo mille dubbi, mi risolvo a tenerla nel garage almeno per qualche notte, sentita la veterinaria. Pulita, allegra, fiduciosa, temporali di fusa: non mi pare possibile che qualcuno l'abbia abbandonata così, ma la veterinaria, la mattina dopo, confermerà: questa è stata fuori una notte, non di più; troppo sana, troppo a posto, non una pulce, il pelo bianchissimo anche sulle zampe. In macchina giocava, era la felicità fatta gatta, ha fusato perfino quando mia moglie le ha fatto un selfie. Non aveva un nome: abbiamo optato per Cleo, dati gli occhi bistrati e l'espressione vagamente egizia. Cleopatra detta Cleo. È entrata, come fosse sempre stata in questa casa. Casa sua. Ha preso a zampate i due micioni, che si sono rivelati più fifoni di Svicolone: vedere quest'affare di venti centimetri, venti grammi e dieci settimane al massimo, che inseguiva Camillo, il quale pesa 500 volte più di lei, e Nerino, anche più terrorizzato, è stato sconcertante. Ancor di più, constatare l'energia della gattina: mai visto niente di simile, neanche col Nerino che pure nella sua infanzia non ci andava leggero. Una pila troppo carica, una isterica. Per nulla intimidita. Camillo, che definire buono è fargli torto per difetto, ha cercato amicizia: lei lo tormentava, alla fine il poveretto sbuffava per l'esasperazione. Nerino invece, primadonna offesissima, non si è aggrappato alle tende, come Francesca Bertini, solo perché gli dev'essere parso troppo poco come atteggiamento. In compenso si è issato sul mobile della cucina e per due giorni nessuno l'ha più visto. Però lo si sentiva ringhiare in bassa frequenza. Altre sorprese. Piano piano, Cleo e Camillo prendevano confidenza e si potevano vedere insieme, le prime smusatine, sulla soglia della finestra del mio studio (nell'indignazione distante di Nerino). Poi, quando ha imposto la sua legge, adoperando tutte le loro ciotole e lettiere, oltre alle sue proprie, si capisce, la piccolina ha capito che doveva fingersi sottomessa: andava da Camillo, gli si stendeva davanti, lui magari le soffiava, ma quella neanche una piega. Alla fine, eccoli inseparabili. Dopodiché Cleo è passata a lavorarsi Nerino. Incurante del suo odio manifesto, gli si è fatta sempre più prossima, lo ha cercato, stanato, perfino inseguito (ah, Nerino, che dovresti essere un combattente nero e sei una sinuosa mezza cartuccia), poi si è fatta correr dietro. Ultimo capolavoro psicologico, rieccola sdraiata, sempre indifferente al ringhio dell'altro. Nerino, disarmato, più protestava e meno ne cavava: s'è scocciato e ha smesso, sconfitto in furbizia, ed ha ripreso a farsi coccolare da noi, che pure avevamo avuto cura di moltiplicare le attenzioni per lui e per Camillo, così gelosi, così sensibili. 
La profonda saggezza della natura, che si muove per fasi, come un orologio splendido e inesorabile, e sembra sempre sapere cosa fare e quando. Questi gatti, ciascuno a suo modo e nel suo ruolo, hanno dato prova, sotto i nostri occhi, di una intelligenza, di una abilità da mentalisti quasi spaventosa. Non importa quanto atavica, quanto guidata dall'istinto: così è stato, e senza spargimento di sangue, al massimo qualche ciuffo di pelo. Adesso Cleo comanda, nella placida indifferenza di Camillo e nell'illusoria consolazione di Nerino d'essere sempre lui il capobranco. Maddeché. Lui viene per secondo, ex aequo con Camillo, mia moglie dopo di lui, e l'ultimo sono io. 

MISTERI DOLOROSI nuova edizione 2014


"Avevo letto la prima edizione, ho subito scaricato questa nuova. Più scritta, più calibrata, ancora più scorrevole. C'ero anch'io in quel quartiere di Lambrate e, complimenti alla tua memoria chiurgica, mi è sembrato di rivivere tutto: andò proprio così, anche se certe cose non le sapevo e le ho scoperte solo adesso dal tuo ebook". 
Lucio C., Milano

Nuova edizione aggiornata al 2014
disponibile su
e su tutte le piattaforme digitali

venerdì 29 agosto 2014

MISTERI DOLOROSI 2014


Nuova edizione aggiornata al 2014
disponibile su
e su tutte le piattaforme digitali

giovedì 28 agosto 2014

BERE IL MIO SANGUE


Uomini festeggiano più in là
Io mi sento avvolto nella pelle
D'un pensiero che sutura il tempo
Se potessi essere come voi
Una vita possibile l'avrei
Di sicuro e un futuro comunque
Tuttavia non berrei il mio sangue
Non potrei misurare il vento
E capire nel silenzio incostante
Che un tramonto è una morte innocente
Tutti quei ritorni inadempienti
La mia faccia che s'è arrotondata
I mari di dentro, le bottiglie
I fuochi fatui che bruciano piante
Da balcone, nobiltà borghesi
Ancora pochi mesi e la pensione
Se potessi non essere io
Che bisogno avrei di vergognarmi
Di tutto quello che sono e non sono
Delle colpe di peccati mancati
Di viltà di abbruttite virtù
Di un'età con cui scendere a patti
Se ogni estate fu uno scherzo atroce
Uno schema Ponzi, un ronzare di giorni
Se soltanto io fossi come voi
Non starei qui a cercare di capire
Quello che capire non si può
Non si deve, è solo un sortilegio
Da fuggire, da tenere lontano
Non avrei finito le utopie
Le poesie da gettare in un mondo
Che si nutre di schegge di vetri
Uomini festeggiano laggiù
Lo fanno da uomini, sicuri
Degli orologi, delle danze e il sudore
Convulso e inane, qualche volta meschino
Ordito di vita come può
Così come viene, passa, muore
Ma se potessi essere così
Moderatamente preoccupato
Anziché lo sparo dentro un bosco
Che da sempre sono sempre stato
Allora io sarei senza coltelli
Nell'anima e diavoli per capelli
Allora sarei, e la mia ombra stanca
Una statua di ambra nel fango
Che si scuote, muove i primi passi
Ma non posso, non come te che
Ti riaddobbi l'anima se vai
Verso la luce; io mi lascio spogliare
Dall'addio stremato dei binari
Una vertigine, ma l'arrivo è più triste
La fine di un inizio, l'innocenza
Più statica e stanca, colma in vuoto
Di tutte le assenze che ci sono
Color del tempo. Colano da me
Banchi di pegni, di denti dolenti
Nel digrignar di pianti, scappamenti
Nel finto accontentarsi dei saluti
Caduti in terra, farfalle asfissiate
Negl'intarsi di sguardi crocifissi
Al legno amaro dell'umiliazione

mercoledì 27 agosto 2014

DA MARIA A MARIA


Claudia Koll, Paolo Brosio, Lele Mora, una tronista della De Filippi: tutti in dérapage mistico, tutti mondati dal debosciato mondo dello spettacolo. Lele Mora, che faceva il provider di carne fresca per Berlusconi, travolto da scandali e condanne per bancarotta, ha abbracciato una vita nuova, sostiene, per merito di padre Pio. Basta poco, che ce vo'? Brosio aveva visto la Madonna addirittura nel mezzo di un'orgia, e la Koll probabilmente aveva ricevuto la chiamata sul set di Tinto Brass. I neurobiologi spiegano queste improvvise conversioni con attacchi al sistema limbico, ma loro, novelli redenti, non ci credono e rigirano la frittata spirituale: non ho avuto le apparizioni perché mi ha dato di volta il cervello, mi ha dato di volta il cervello perché ho avuto le apparizioni. D'accordo, ma sorge una lievissima protesta: perché ad essere salvati sono sempre e solo questi peccatori da competizione, questi amici di Maria che poi passano all'altra Maria? Per i poveri Cristi non c'è pietà né apparizione, non c'è salvezza né (ri)conversione. Forse perché i poveracci non diventano testimonial mentre anche i santi di questi tempi viaggiano su Twitter e Youtube, per non parlare della tivù. Viene un po' in mente il crudele oltretomba di Fantozzi che replicava le gerarchie aziendali, al piano di sopra i megapresidenti seduti su nuvole di pelle umana, all'inferno i fantaccini, colpevoli di avere subìto per tutta una vita umiliazioni orrende. Anche la parabola del figliol prodigo, che a me pare onestamente aberrante, del resto lo dice: se te la spassi alla grande e poi, quando non hai più niente da perdere, torni a mendicare asilo, festa grande; ma se hai rigato dritto per tutta una vita, che noia: e non ti spetta niente. Forse i greci la sapevano lunga e avevano capito che sono gli dèi ad aver fatto gli uomini a loro immagine e somiglianza, ma resta un mistero lievemente doloroso: santi e santini appaiono sempre ai laidi, purché morti di fama; per i morti di fame, resta il solito aforisma: se tu parli con Dio sei credente, se Dio parla con te sei malato. 

martedì 26 agosto 2014

IL SALE DELLA TERRA


La gente povera è mite, non spacca le vetrine, non si sogna neppure, ma paga per chi lo fa. La gente vera non bara, non pretende o millanta: s’accontenta ed è tutto, altro ruolo non ha. Non è qui per volare, deve stare schiacciata, il sale della terra lo sai non sale mai. Non gioielli ma strass, eppure è (un po’) regina, lasciatela sognare per una sera sola. Comincia la mattina, si fa il mazzo una vita e quando arriva in fondo, che ha fatto non lo sa. Si spende i suoi Natali sognando altri Natali, feste calde e imbiancate che non vengono mai. Si consola con poco, due stille di calore, una cena in famiglia, regali da non dire. La povera gente si sente padrona guardando un prato, poi smette di sperare, non pretende di più. Le basta un giorno solo, un giorno da leone, capita sempre agli altri, non è roba per lei. Se fa qualche cazzata, la pagherà una vita, non ha un’altra occasione, non ce l’ha avuta mai. La povera gente non sa, non conosce, non conta, è di destra e sinistra, in fondo è tutto e niente. La povera gente sente, sente gli altri parlare ma non capisce niente, non la fanno capire. E le rivoluzioni, fatte tutte in suo nome, ma allora come mai non può mai comandare? La povera gente chissà, quanti Van Gogh nasconde: ma è povera gente e basta, non può fiorire mai. Gente onesta che paga, si fa sempre fregare, non tradisce, subisce, lascia (per sempre) stare. Guarda quegli occhi umili, di chi non ha altra scelta, la guerra di chi difende la propria dignità. Le hanno sempre insegnato, per tenerla accucciata, che la giustizia trionfa, la verità trionfa; e invece non è vero, non è mai stato vero e c’è sempre qualcuno che propone un perdono. Che la gente concede, perché è buona e ci crede, e poi non può far altro, è fatta per subire. Sciocca gente stravolta, dall’amore insistente, se vuoi insignificante, piccola e così grande. La povera gente studia, di notte, sul lavoro, ma è figlia di nessuno, e non le servirà. Gente sfinita tu, con i sogni distorti, un'altra lotteria, e la vita va via. Violentata e mostruosa, ora sfili in tv, una bestia da circo nella sua nudità: ti fanno divertire la gente come te, mentre chi non lo è t’inganna, ti seduce e ti stupra, ti lascia vergognare del tuo essere gente. Gente, che riempie le chiese, sospetta serva a niente, allora non ci va più: sciopera con Dio, ma poi si sente in colpa, si sgomenta, si turba, presto ritornerà. Le hanno levato tutto, lasciatele una speranza, quella preghiera almeno non spegnetela ancora. Gente, dagli amori mai nati, dai primati imbattuti, dai rimorsi sfiniti. Fragile, dolce gente, scontenta, disillusa; cerca alibi, appigli, poi si guarda e si arrende. Passa le notti a chiedersi come sarebbe andata, giocando un’altra posta, nuotando un altro mare; ma non si dà risposta, perché fa troppo male. Gente, povera assurda gente, senza posto nel cielo, neppure sotto il cielo, che fa rima con niente.
Però la gente povera nasce con dentro un Dio. Lo bestemmia magari, lo stropiccia anche un po’. Ma se lo porta appresso, dalla culla alla tomba, e quando viene l’ora, volano insieme via.

lunedì 25 agosto 2014

BRUCIO


Io sono alla ricerca di una pace negata, e più la so impedita, più non possa ignorarla. Continuerò per tutta la vita che mi avanza, sempre più disperato, sempre più rassegnato. La cerco nella chiesa dove si suona l'organo, nel mare che si tinge di gabbiani la sera, nel torpido mistero di una buia lettura. La cerco dentro me, il posto più sbagliato. La abbandono sdegnato, disilluso, offeso poi torno a sospirarla, nei viali, nei ricordi, nel silenzio dei passi, nell'uomo che non sono. La cerco trasognato nel sole sul balcone, nel pudore del pianto, nel gatto che mi chiama, nell'amico sparito, nel canto fatto d'aria che vola da una pianta, perfino nel conforto di un rimorso vorace. La cerco nell'estate che non arriverà, nell'autunno fatato dal concerto di ombre. Mi consuma la pace che non ho avuto mai, questa pace sfinita a forza di aspettarla che invidio sulle spalle di un vecchio prete buono, nella tranquillità di chi serba il candore, nell'umiltà contenta che si nutre di se'. Non sa che mi ferisce chi sorride al mio volto, di questa mia poesia che lascia orme sul mare, di questa malattia che diventa parola, patetico miraggio che ha sete di dolore. Io cerco la mia pace, mi sforzo di impararla, vorrei capire il trucco, la formula se c'è. Ma tutto in me è disagio, tutto è sfregio e ferita, il cuore è una fornace, brucia luce alla luce. 

IL FARO Speciale Estate

Il meglio dei dischi degli ultimi mesi (con recensioni inedite).  Perché la musica non va mai smessa. Più tre serie TV da non perdere. Il Faro non si spegne mai...

domenica 24 agosto 2014

GIORNO VERRA'


Chissà se esisterà
Un giorno senza angoscia
Per l'urlo da salvare
Che non si può salvare
Chissà se poi verrà
Un giorno senza male
Di sole e ancora sole
E poi la luna uguale
Che ti senti leggero
Dall'anima ai capelli
Che ti senti brillare
Più ancora delle stelle
Chissà se ci sarà
Un respiro profondo
La rincorsa e tuffarsi
Dentro il mare del mondo
Senza immagini forti
Senza teste mozzate
Senza bimbi spezzati
Senza cani inchiodati
Senza grida d'aiuto
Che remote e vicine
Ti s'impigliano dentro
E non hanno mai fine
Chissà, io sono qua
Sotto vuoto di tutto
Ma l'amore non smetto
Perché giorno verrà
Sarà un giorno diverso
Nè vigilia né fine
Sarà berlo d'un sorso
E inzupparne le vene
Io l'aspetto malgrado
Questo brodo che c'è
D'urla brade, impazzite
Io l'aspetto con te

venerdì 22 agosto 2014

LE DISSONANZE


Per giustificare l'idiozia hanno inventato modi raffinati, psicanalitici, uno dei più gettonati si chiama “dissonanza cognitiva”, invece è brutale deficienza bovina. Indotta da un micidiale mix di limitatezza mentale, ideologismo calcareo, complottismo beota. Va di moda schierarsi “con le ragioni” degli jihadisti dell'Isis, considerati partigiani del mondo anziché una setta di tagliagole fanatici che vogliono ridurre il mondo a misura di Califfato sterminando gli infedeli. Gente illuminata, basta vedere come riducono le donne. Ma il frisson di concludere che la colpa è nostra, magari con una spruzzata di bungabunga al selz, è impagabile, meglio di un orgasmo. Giornalisti un tempo validi come Massimo Fini, rovinati dalle proprie frustrazioni, rimestano nel pentolone sempre lo stesso articolo pieno di fumisterie futuriste, di paradossi d'accatto mentre stanno trucidando un reporter “occidentale”. In questo caso il lamento per la libertà di informazione vilipesa e tradita non si sente, il Fini di turno se ne lava le mani, gli premono le sue provocazioni, il far capire che lui è mentalmente più libero degli altri. Forse anche troppo, date le figuracce in cui incappa. Non da solo, va detto: con lui, una mesta processione di guitti da centro sociale, squilibrati o semplici opportunisti, completamente catafratti all'imbarazzo, senza una faccia o meglio esattamente con la faccia che ci si aspetterebbe. Diciamolo pure: troppo scemi per provare pietà o empatia. Poi i lunatici delle scie chimiche, degli elettrodi sottopelle, che non fanno testo ma fanno paura perché i fanatismi spesso partono dalle risate di scherno e finiscono nelle lacrime e lo stridor di denti.
Altre due sventate, stufe dell'hinterland di provincia, partono per uno dei luoghi più assurdi del mondo, la Siria sconvolta da rivolte e repressioni, vengono regolarmente catturate e adesso ci si interroga sul loro destino: schiave sessuali, carne da ricatto, candidate alla decapitazione anche loro. Ce n'era proprio bisogno? Secondo i raffinati di casa nostra sì, due ventenni esaltate andavano a salvare il mondo e se nessuno se ne accorge il mondo non lo salvi. Queste passavano il tempo libero a farsi fotografare, “selfare”, intervistare, il mondo si salva così. E dire che stai in pena ma ti fanno rabbia non serve, meglio cinguettare, su twitter, che “sei con loro” ma pazienza se le ammazzano.
Un artista napoletano, Peppe Barra, si permette di dire non che gli immigrati fanno schifo, ma che, nello sfascio cittadino, c'è una proliferazione di clandestini al di fuori da ogni legge che abbruttiscono ulteriormente i problemi di Napoli e si schierano con la camorra. Apriti cielo, gli danno subito del razzista, dell'infame, parole a pera, senza fondamento, senza rigore logico: i clandestini, o migrantes, sono immuni dalle regole, godono la franchigia anche quando delinquono pesantemente? Ma che diavolo sarebbe questo stupido terzomondismo malinteso, decrepito, che si nasconde dietro il dito di un solidarismo del tutto pretestuoso?
Quest'estate in Italia lo sport nazionale è di stampo jihadista, scannare i propri figli nel sonno. Per l'opinione pubblica, e le mamme, chi l'avrebbe detto, tutta gente tranquilla, anche se girano con la pistola e si abbandonavano a comportamenti inconsulti. Ma chi siamo noi per sospettare? Poi succede il macello e lo si chiama “depressione”. Invece qualche psichiatra ha messo in chiaro quello che anche un profano conosce, magari per averlo sperimentato sulla pelle della sua anima e cioè che la depressione non c'entra una amata minchia, è semplicemente gente cattiva. Proprio così, cattiva. Non in senso religioso ma psichiatrico, indotta da squilibri chimici, ormonali o deformazioni strutturali del cervello. Comunque cattiva, cioè attratta dal male, dall'annientamento, perfettamente compreso, organizzato, scatenato. Meglio tenere la testa sotto la sabbia, magari per non sospettarci capaci dello stesso orrore?
Se questi sono i depressi, se i tagliagole incappuccati sono vittime, se due ragazzine esaltate sono salvatrici, allora non c'è più posto per la logica, per il rasoio di Occam che taglia i nodi delle seghe mentali (che quasi sempre nascondono verità inconfessabili). E infatti non c'è. Un povero fallito si riduce in miseria col videopoker poi si fa intervistare: mi hanno rovinato le macchinette. No, caro, ti sei rovinato da solo. Ma siccome questa è la società dei famosi perché si è famosi, basta finire su un giornale e piovono subito le offerte di lavoro, con tanti saluti agli stronzi che rigano dritto, si riducono sul lastrico, magari per mantenere la famiglia, magari disossati da uno Stato implacabile, e nessuno se ne accorge. Come sempre, se l'albero cade nella foresta deserta, non fa rumore ed è come non fosse mai caduto. C'è da fidarsi di un imbecille compulsivo che si è ridotto a clochard a forza di giocare d'azzardo? Ma certo, chi siamo noi per giudicare, la parabola del figliol prodigo non ti insegna niente? Sì, insegna una profonda e illogica ingiustizia. Ma perfino sulla mia pagina qualche fessacchiotto che confonde giustizia sociale e slot machine ne ha preso le difese. Il videopoker come viatico per la rivoluzione proletaria, e a questo punto di che parliamo, di che stiamo a scrivere?

giovedì 21 agosto 2014

MORALE DELLA FAVOLA


E parliamo anche di quell'altro che, in un campeggio di Fermo, ha scaricato la pistola addosso alla moglie, salva per miracolo. Chi era questo qui? Un operaio umbro di 50 anni che aveva sposato una romena di dieci anni più giovane, dalla quale aveva avuto un figlio. A questo punto si può vedere la storiaccia con gli occhiali appannati del politicamente corretto, del “che c'entra”, del divieto di giudicare che equivale al divieto di capire, oppure si può appunto cercare di capire con le risorse dell'esperienza e del realismo. E cosa dicono queste risorse? Dicono, illustrano il caso di uno sfigato, uno che comunque una moglie la voleva e se l'è andata a cercare, molto più giovane, al supermercato della globalizzazione. Trovandola com'era, cioè una ragazza figlia dei cascami di un regime totalitario che alleva i suoi schiavi alla scuola della durezza e della spregiudicatezza. Non tutte così, molte così. Sbarcano disposte a tutto, decise a tutto, con pochi scrupoli familiari o sociali. Ma l'eterno bamboccione italico non accettava la moglie che si era scelto, pretendeva, dal suo punto di vista, di domarla, di farla rigare dritta e siccome non ci riusciva ha preso la pistoletta e, come in un dramma ottocentesco, ha fatto fuoco una, due, cinque volte finché non è stato disarmato, e qui il dramma diventa pochade, proprio da quello con cui la moglie intesseva l'ennesima tresca. Praticamente sotto gli occhi del figlio, che ne resterà traumatizzato a lungo se non a vita. Si può concludere con la morale progressista del “che c'entra” oppure con quella reazionaria delle donne tutte puttane e “quelle là” pure di più. A noi pare che la morale, tenuto conto delle implicazioni storiche, geopolitiche e sociologiche sia in fondo molto spicciola (e, ancora una volta, lombrosiana: verificare la foto): un altro sfigato, un fallito. Non certo un depresso. 

mercoledì 20 agosto 2014

PERDERE L'AMORE


Ma se un uomo, siccome “gli manca l'amore”, trucida la figlia di un anno con tre pugnalate al petto, che uomo è? Un vigliacco, un bamboccio, su, smettiamola con le giustificazioni psichiatriche al carciofone, lo stress, il logorio della vita moderna, la società competitiva, tutta roba che, giustificando tutto, non giustifica un cazzo. Uno così basta guardarlo in faccia: eccolo su Facebook, sorridente, bandanato modello Pantani, uno sfigato, un frustrato che si crede cosa non è e non può essere, e non accetta chi davvero è, si sente nato per grandi imprese, grandi scalate non per un normale lavoro di macchinista delle ferrovie. E meno male che ce l'ha, ma a quelli così, che poi sono la stragrande maggioranza, no, non basta, non lo accettano, guarda che bella faccia che ho, bandanato, piratesco, e poi mi fanno mancare l'amore. E allora io sfondo la mia bambina a coltellate, con una ferocia che neanche gli animali, faccio il capriccio supremo, perché io valgo, io sono meglio di così e se mia moglie mi nega l'amore gliela faccio vedere io, distruggo tutto io, e la vedrete che uomo son io, che terrore dei sette mari sono io. Poi arriva la mamma e l'amore che manca ce lo mette lei: “Il mio Luca non è un mostro”. Ma ci mancherebbe.
Invece sì, è un mostro di quelli abietti, possiamo parlarne fin che vogliamo, rigirarla finché si vuole, consolarci con la banalità del male, con l'inflazione di questo male endemico, pandemico, da sfigati, ogni giorno due, tre, cinque che, perdendo l'amore come nella canzone di Massimo Ranieri, si vendicano con eccidi assurdi, infantili, ma poche storie, uno che riesce ad affondare un coltellaccio nel cuore di una bambina di un anno, che lo guarda, che sorride e poi urla, e lui non si ferma, la sua stessa bambina, che cosa è? Poi che sia l'immaturo calcificato delle società pubblicitarie di oggi, di cui parla Cataluccio, un incapace di crescere, un refrattario a qualsiasi patteggiamento con l'età biologica, uno preda dei suoi sogni sportivi canzonettari o pubblicitari, conta fino a un certo punto, conta poco. Ma se fai una bambina perché si fa, per sentirti il padre che non sai essere, per girare bandanato, piratesco e cancellarla alla prima crisi coniugale, perché ti manca l'amore, sei un mostro, un mostriciattolo. Perché uno che squarta una bambina di un anno, la sua bambina, non è altro che questo. Checché ne dicano gli psichiatri, le mamme, i vicini che immancabilmente li dipingono come “un ragazzo tranquillo”, e gli imbecilli che li stanno ad ascoltare. 

domenica 17 agosto 2014

HO VISTO ANCHE DEI CINESI FELICI


Siccome conservo le depravazioni del cronista, tra le quali il voyeurismo, stamattina non ho resistito e mentre mia moglie si aggirava per straccetti del mercato, io ho attaccato bottone con alcuni bancarellari, in larga parte cinesi. Mi ha colpito in particolare quello che mi ha detto una coppia, di età indefinibile, entrambi allegramente disfatti dal caldo e dalle levatacce quotidiane, da una vita non proprio di villeggiatura. Eppure felici. Perché sembrate felici?, gli ho chiesto. “Quello che voi italiani non volete capire” mi rispondevano, vagamente ironici “è che noi siamo più felici col capitalismo che ci sfrutta piuttosto che con Mao che ci emancipava. Qui noi implenditoli. Piace lavoro. Piace Italia. Vita non facile, ma mai facile. Se tu credi che a Prato o a Porto San Giorgio o a Milano noi stiamo male, tu vai ancora nelle campagne di Cina e così tu vedi, capisci”. Io, che propriappunto le campagne fuori Guangzhou ebbi modo di visitare quindici anni fa, restandone estasiato, così poeticamente derelitte, così purissimamente incontaminate dal consumismo com'erano, la delizia e l'orgasmo di finissimi intellettuali come Pasolini, a maggior ragione mi sono scandalizzato, anzi indignato: ho risposto che loro evidentemente non sapevano di cosa parlavano, che di comunismo non capivano niente, e li ho invitati a considerare che noi, qui, abbiamo Laura Boldrini e Nichi Vendola, Rodotà e Sabina Guzzanti, abbiamo tutta una letteratura preziosa, come i wu ming e gli altri tifosi di Cesare Battisti, abbiamo Saviano, Erri de Luca, il concertone sindacale con gli artisti impegnati, abbiamo Susanna Camusso e i Notutto, abbiamo perfino Grillo con la decrescita felice. Quegli stronzi mi hanno guardato, poi si son guardati loro e si sono messi a ridere.

sabato 16 agosto 2014

FARO 31/2014

Il numero a cavallo di Ferragosto (ma presto una sorpresina...)

mercoledì 13 agosto 2014

SINFONIA BANALE


Cosa ci faccio immobile qui su questo letto, nudo come un bambino a fissare il lampadario che oscilla e che da piccolo mi angosciava, la trasgressione alla legge della fisica che travolge ogni certezza, ti consegna al disastro. Cosa ci faccio qui cullato dalla brezza che dalla finestra soffia, sembra arrivare assurda dalla distesa di luce infuocata che fuori ricopre tutto e mi sento estraneo all'aria che mi avvolge, corpo rigettato da un pianeta non mio, dove immobile m'agito da una vita e vorrei strapparmi la pelle, capire se c'è una pelle dell'anima da cui evadere. Cosa ci faccio qui steso a cinquant'anni, cadavere vivente d'agosto, atteso da nessuna sorpresa, solo l'impegno ad essere il meno disperato possibile, almeno in questi finti giorni di ferie. Passa un altro suicidio, rutilante, famoso e lo capisco e insieme mi lascia raffreddato, non lo so più inseguire, non me ne impregno oltre. Cosa ci faccio in questo silenzio pomeridiano, rotto da versi di uccelli, da un altro silenzio, agitato e ignoto, come uno specchio che frantuma uno specchio, e i rintocchi della casa sono una sinfonia banale, rassicurante, che per poco m'angoscia. Tace la vita, zitta, muta come muto è il sole, un silenzio tombale, normale poi il gatto miagola mia moglie ci scherza e tutto cade in pezzi, l'unica quiete che resta è quella del lampadario: leggero ondeggia, sornione. Anche il telefono chiama, fischio d'uccello meccanico, gioviale importuno volgare messaggio di qualcuno che non sospetterò, questa febbre d'avere migliaia d'amici sconosciuti della quale un giorno rideremo, solo a poterle sopravvivere. Fuori la luce ha ucciso tutto, d'inverno io sogno questo, una distesa di luce torrida, nella quale arrendermi, farne un alibi, adesso m'accorgo ch'è più morta ancora la vita, essiccata anziché ibernata, forse è solo la pioggia, è lei che respira davvero, la pioggia è un velo che oscilla, una bandiera di lacrime, l'avvisaglia di qualcosa che verrà o non verrà ma non questa definizione che sta nell'arso e nel ghiaccio, nel bianco della luce che è uguale al bianco del buio. Di sfondo il mare è una montagna sdraiata, la sua possenza ottusa e compatta mi prescinde, mi spinge a domandarmi cosa ci faccio qui, corpo animale su un giaciglio sfatto.

domenica 10 agosto 2014

ROCKY


Ogni volta che passano Rocky, il primo, io non posso fare a meno di guardarlo. Anche se l'avrò visto mille volte, anche se ce l'ho in tutti i formati, io non resisto e ogni volta mi distrugge. Questione di atmosfere. Luci ed ombre. Quella vita nella vita che è la boxe. Quell'esagerata frenesia americana anni '70, fogna di liquami brillanti, esuberanza angosciosa, ottimismo terrificato. Quella fotografia vivida e livida. Quei dialoghi iperrealisti. L'ingenuità del bestione italiano dall'indomabile cuore, e la tremenda poesia dello squallore. Stallone annaspava nel sottoclou del cinema, un b-porno la settimana. Gli erano rimasti 8 dollari sul conto e lui decise di trasportarsi nel pugilato: scrisse il copione in tre giorni, poi riuscì a farselo finanziare. Dicevano che era scemo. Cercava l'antieroe, il campione nero, l'alter ego di Cassius Clay. Provò coi pugili veri. Joe Frazier, già in declino, non era interessato (ma avrebbe fatto se stesso in un cammeo). Chiamarono Ernie Shaver, che picchiava più duro di Tyson. Stallone aveva scritto maniacalmente tutte le coreografie per le scene del combattimento. “Picchiami sul serio Ernie”. “Sly, è meglio di no”. “Picchiami ti dico, deve essere reale”. “Te lo ripeto Sly, lascia stare”. “Ti ho detto di picchiare, sono io che faccio il film!”. Ernie accompagnò con dolcezza il gancio verso il fegato di Rocky, ma Stallone finì in camerino a vomitare litri di fluidi di tutti i colori. In ospedale videro che aveva tre costole lussate. Due settimane di stop per una carezza. Alla fine presero Carl Weathers, che era scultoreo - ma non un pugile. Apollo è tronfio e furbo, un businessman in calzoncini nella “terra delle opportunità”, ma Rocky pesta i quarti di bue.
Adriana, che cambia la vita a Rocky, è Talia Shire, pare che a Stallone l'avesse imposta la mafia. La mafia ci vide giusto, nessuna più di lei poteva impersonare la perdente del negozio di animali, e la scena in cui arranca su una pista di pattinaggio deserta è un sogno di schegge di ghiaccio dove Chaplin e Fellini s'incontrano. Tutto un presepe di perdenti la Filadelfia di Rocky. Perfino il boss Tony Gazzo è uno sfigato, uno che non fa paura a nessuno. Gazzo è un fallito, Adriana una nullità, Paulie suo fratello un disperato, l'allenatore Mickey un rottame, il barista un rassegnato, e i bambini nascono, crescono condannati. Orrenda, deformata gente, senza niente da vincere e da perdere. Talmente piegati e piagati che gli altri li trattano come subnormali, ci si trattano anche fra loro e va a finire che ci credono, si comportano, si muovono in quel modo sconnesso, dissociato. Invece è solo mancanza di speranza. Il regista Avildsen non mette in scena una commedia umana e tantomeno il compiacimento della deriva della beat generation, e men che meno la grandiosità tragica di Hugo. Nei suoi vuoti, nei silenzi, nelle dilatazioni degli sguardi, delle smorfie c'è la tenerezza della disperazione di Simenon, neanche di Céline, che alla fine il brutto lo corteggia per possederlo, di Simenon, che lo accetta per quello che è.
Rocky è un fallimento totale, come pugile è ormai insensibile, come esattore per Gazzo si intenerisce. Io vidi questo film che avevo undici anni e rimasi sconvolto come uno che capisce allora il suo destino; il giorno dopo guadagnai una libreria, a undici anni, a cercare il libro con la sceneggiatura e lo sapevo a memoria e poi l'ho perso e ancora non mi do pace. Su internet non si trova mica. E adesso che ho 50 anni parlo ogni volta che posso della dolcezza che sta in una sconfitta, scrivo di pizzerie con tovagliette di carta dove nessuno siede, scrivo di chi mi scrive ed è quasi sempre gente piegata e piagata e amo Simenon e conosco a memoria ogni battuta di Rocky, il primo, e quando all'ultima scena, al termine del cruento incontro, durante il quale Rocky è uscito definitivamente dall'infanzia, vale a dire, con Malraux, ha compiuto il suo atto di eroismo, lui coperto di sangue chiama la sua Adriana con lo sgomento rabbioso di un bambino, io provo esattamente la commozione infrenabile della prima volta. È una scena puttanesca, prevedibile, ruffiana ma mi piglia sempre a tradimento, perché prima ci sono due ore di gente che cercava solo di vivere. 

venerdì 8 agosto 2014

(ASPETTANDO) DANIEL


Qualcuno ha riconosciuto il personaggio da cui traggo le immagini della mia pagina Facebook: mi fa piacere, quello è un piccolo tesoro custodito nel cuore e mi dà l'occasione di rievocare una piccola epopea a fumetti. Daniel uscì nel remoto 1975 (se ci penso ho un brivido), venne riproposto nel 1992, in entrambe le occasioni non ebbe la fortuna che meritava. Troppo avanti, si consolò il suo creatore Max Bunker. Sì, troppo avanti davvero. Arrivava in distorsione l'onda lunga dei fumetti neri, tutti dalla parte del Male (Kriminal, sempre di Secchi/Bunker, insieme a Magnus, aveva appena chiuso, e farà una comparsata proprio in questa miniserie), e per le storie “dalla parte della legge”, quel periodo che preparava la sovversione di massa del Movimento, proprio non era pronto. Si aggiunga che Daniel è la trasposizione a fumetti di Callaghan, impossibile non ritrovarci la fisionomia di “occhi di ghiaccio” Clint Eastwood, nel carattere e nella violenza. Ecco, se amate Callaghan, recuperate subito questa serie (su ebay non sarà difficile, ma anche in certi mercatini estivi), di appena 30 episodi, e tuffatevici, ovviamente con colonna sonora ad hoc. Ritroverete gli stessi sapori di avventura per un uomo sradicato, insofferente, solitario e irrimediabilmente solo. Daniel in realtà non nasce sbirro, e neppure con quel nome. Sotto la sua faccia ci sono i resti di Bill Hicock, uno spostato, reduce dal Vietnam, che va alla deriva finché finisce in una clinica clandestina dove si cambiano i connotati. Qui, per una serie di circostanze, viene salvato dal vero ispettore Daniel, che ci lascia la pelle e gli lascia volto e ruolo, dato che i lineamenti sono prodigiosamente gli stessi.
Solo che il nuovo Daniel è l'esatto contrario dell'altro. Tanto duro ed essenziale, quanto il primo era verboso e inzuppato di belle teorie progressiste sul recupero della società e l'altro mondo possibile. Daniel-Hicock invece è diventato un realista. Sa che un altro mondo non c'è, il mondo è tutta una fetenzia e bisogna nuotarci dentro con durezza e umanità. Perseguitato dagli incubi e dai sensi di colpa, non può fare a meno di continuare la sua guerra personale, non più contro i vietcong ma contro il crimine e le istituzioni corrotte, colluse con quel crimine fino al collo. In questo realismo che mai sconfina nel cinismo, il fumetto è felice. Daniel non ha nessuno a guardagli le spalle, deve farsi più violento dei violenti e ci riesce perché sotto il suo bel volto c'è un uomo che non ha più niente da perdere né da vincere. L'approfondimento psicologico del personaggio è costante, in evoluzione episodio dopo episodio, e affiorano sempre nuovi comprimari a corroborare le storie, sceneggiate fra azione e vita privata. Dialoghi secchi ma centrati (maestria di Bunker) e un disegno molto curato, del perfezionista Frank Verola, confezionano così una serie che colpisce al cuore, anche per i frequenti momenti di abbandono e di tormento del protagonista.
Ricordo che quando questo 12enne che adesso vi scrive lo scoprì, ne rimase scioccato: mi ci identificavo così tanto, che ne avevo fatto una malattia. Volevo disperatamente essere Daniel (senza riuscirci, mi pare chiaro) e non potevo più leggere altro. Poi la serie, penalizzata da un pubblico ingrato, si sfilacciò e finì male: gli ultimi numeri sono davvero da serie B. Ma la fascinazione è rimasta ed io quella serie la conservo completa, religiosamente custodita; parlo della ristampa, quella in formato più grande e con le magnifiche copertine di “Paolo Renzi”; ogni tanto ancora sfoglio quegli albi e sogno come il ragazzo che fui, e che, a sprazzi, non riesco a non essere. Vorrei donarvelo, questo piccolo tesoro emozionale. Vorrei che lo scopriste questo sfortunato ispettore, questo borderline del bene condannato ad essere inimitabile. Vorrei ancora un albo, trasportato a questi nostri giorni che rigurgitano di nuove serie televisive poliziesche diffuse dalla rete. Sono certissimo che Daniel sarebbe una (ri)scoperta felice, che piacerebbe a tanti questa volta. Una e una sola storia, magari dipinta proprio da quell'artista delle tavole che è Pino Rinaldi, alias Paolo Renzi.

giovedì 7 agosto 2014

IL FARO 30/2014

Ci siamo immunizzati contro la dignità e niente più ha senso. Allora proviamo a far luce, a ficcanasare, a lanciare una proposta (apparentemente) folle: tassare Wikipedia! Inoltre, una serie tv da non perdere (Amber), e tanti inchini, naufragi e derive da non mancare. Il Faro, anche nell'estate più piovosa degli ultimi 12000 anni, non smette di girare e di brillare...

Lavoro, freelance e partita Iva, figli di uno Stato minore - ECONOMIA

LE RELAZIONI PERICOLOSE


Manco a dirlo, Schettino docente non lo voleva nessuno: tutta una corsa per scaricare il barile, per buttare a mare questa scoria. E allora come ci è finito in cattedra, perché lì stava? Ci sono alcune vergogne senza vergogna che continuano in modo omogeneo l'ennesimo squallore di questo soggetto, finito chissà come a governare una nave da crociera (coi risultati che si sono visti). La prima è quella del rettore Frati, barone familiare che oggi trasuda indignazione: peccato che la faccenda risalga ad oltre un mese fa, per cui o il rettore alla Sapienza conta come il due di coppe quando comanda bastoni (cioè nessuno lo avverte di niente), oppure, più semplicemente, è un cialtrone preoccupato soltanto di non pregiudicare il suo discutibilissimo potere dinastico. L'altra vergogna senza rimorso è quella del docente ordinario che ha invitato Schettino “Perché me l'avevano chiesto i suoi avvocati”. Questa sarebbe una spiegazione plausibile, esaustiva? A che titolo i legali di un imputato per reati colossali, tra i quali una strage, interpellano un barone universitario nell'evidente strategia di influenzare i giudici? A quale titolo il barone accetta di coinvolgerlo nel suo corso? Ne esce il solito pantano all'italiana, più stanno in posti di responsabilità e più olezzano di palude, più incarnano le istituzioni della giustizia e della legalità e più ricordano l'esatto contrario; così come c'è un capitalismo di relazione, fondato sulle lobby e le clientele, che divora il Paese, allo stesso modo c'è una burocrazia di relazione che prescinde completamente da qualsiasi rigurgito di decenza. “Me l'hanno chiesto gli amici”, ha detto il docente che ha invitato Schettino a spiegare come gestire il panico, cioè fuggire su una scialuppa mentre la nave affonda e un cameriere indiano, Russel Rebello, resta a bordo, si prodiga per salvare più naufraghi possibili finché scompare inghiottito dal gorgo come in un racconto da libro Cuore. Rebello eroe senza memoria, del quale il mare non ha neppure restituito i resti mentre 'o comandante Schettino fa il guappo alla Sapienza che lo invita. Un paese serio li avrebbe cacciati tutti a pedate, ma questo non è neanche un paese tragico: è tutta una fogna dove gli studenti non fiatano, il ministro Giannini si limita ad una dichiarazione di facciata, Renzi ha altro da twittare, l'imputato riceve tanto di diploma dall'ateneo, il deferimento del professor Mastronardi è il solito pro forma, nessuno risponde di niente, nessuno rischia niente, la faccenda si chiude qua. E ci son già i ragazzi spazzola incaricati di minimizzare, di cavillare, tanto la gente, completamente atrofizzata, incapace di decifrare una manovra losca, ci casca subito, ci crede subito all'ennesimo inchino. 

mercoledì 6 agosto 2014

PAURA


Qualche volta si vorrebbe scrivere di più, buttare tutto in faccia, urlare tutta la paura che brucia la pancia. Paura talmente sconfinata da non vederla più, da non distinguerla oltre. Ma poi ti fermi, ti tieni, pensando che non sarebbe giusto opprimere chi verrà a trovarti. Qualche volta io vorrei dire di più, mettere in fila come sentinelle lugubri tutti i miei rimpianti e raccontare a questi sospetti di facce, di presenze che non so mai se ci saranno, raccontare che vado in pezzi come un bicchiere vuoto, raccontare tutti i miei frantumi, ammettere che avrei voluto imparare a pregare, e le arti marziali. La musica davvero, e l'arte di vivere. Fare il pirata davvero e il delinquente. Fare l'attore e avere il coraggio di volare giù da una famiglia, da un destino apparecchiato, da questa paura cresciuta giorno per giorno fino a perdere ogni ritegno e ogni confine. Vorrei ammettermi qui, in ogni mia deriva ma poi sospetto che sarebbe solo un atto narcisistico, e contagioso. E allora mi censuro, ci giro intorno, parlo della paura, questa amica maligna senza la quale non saprei vivere, accompagna ogni respiro e ho passato la vita a combatterla e inseguirla. Io sono la mia paura: del domani, di oggi, di ieri, di chi sono e chi non sono stato, di cosa non ho fatto e di quel che farò, dei miei momenti peggiori, che non riesco a dimenticare, dei miei momenti più belli, che non riesco a dimenticare, della paura d'invecchiare invano e di aver messo tutte le incoscienze al posto sbagliato e di non avere saputo mai fare sul serio e di avere buttato via ogni cosa, ogni cosa. Come vedi, ci sto ancora girando intorno, mi nascondo tra le mie parole. Non ti dirò che so esattamente cosa avrei potuto e perché non ho voluto. Non ti dirò che conosco il volto della mia paura, non ha segreti per me. Perché è la mia condanna e il mio alibi, il mio fantasma e la realtà, i calendari andati e quelli che mi aspettano. Una paura che è come l'anima, che è l'anima, si accende guardando un tramonto, disperderdomi in mare, cominciando ogni scritto, concludendo ogni scritto, incontrando la mia clausura, sbattendo contro gli occhi di Gabriella Ferri, contro una danza micidiale di Muhammad Ali, alzandomi al mattino, chiudendo gli occhi la notte. Morendo ogni volta per rinascere ogni volta un po' meno vivo. 

IN CATTEDRA


State leggendo bene: Schettino docente universitario. Alla Sapienza, che, se ci fosse sul serio un governo, per prima cosa dovrebbe cambiarle nome (e subito dopo chiuderla). Insegna gestione del panico, in pratica è andato a vantarsi della sua prodezza stragistica, 32 morti mentre lui inchinava la nave in pieno sollazzo con una che gli si inchinava davanti, tra quei poveretti una bambina, l'ultimo cadavere debbono ancora trovarlo. E un disastro miliardario che costerà un punto di pil rimuovere. Nessuno paga. Schettino, in attesa del suo processo-farsa, perché un processo che consente a un farabutto di diventare un eroe è una farsa, ha coltivato amicizie, relazioni, rischiava di andare al Grande Fratello (1 milione di cachet), è mormorato sempre più insistentemente in politica. Intanto, sale in cattedra, che è già un segnale di potere eloquente, quasi un avvertimento. Avete idea di quanto possa essere difficile entrare in una Università? Il mondo dell'istruzione superiore è uno dei più blindati, baronali, burocratici e corrotti; difficile, se non hai le camorre giuste - ma offensivamente semplice se ce le hai: io stesso potrei fare il nome di gente con una cattedra di cartone, incapace di qualsiasi cosa, imbarazzante se la vedi all'opera: cosa insegni non si capisce, ma è proprio questo il punto: non si deve capire. Basta trovare un'etichetta dal nonsense rutilante, tipo “Scienze delle relazioni nella gestione della comunicazione comparata”, e sei a posto. Il vuoto spaccia il vuoto. Questo è un Paese che i suoi elementi peggiori, siano nell'alone del terrorismo come Piperno o della nefandezza più squallida come Schettino, li manda in cattedra. Non fa pulizia, li spedisce ad allevare altri come loro. Altro che rivoluzioni. Altro che cambiare davvero. Altro che sbattersi per cambiarlo. Non mi venite più a proporre alcun impegno, perché divento pericoloso. Non osate mai più venirmi a predicare di responsabilità in una fogna simile, perché ve ne faccio pentire. Alla Sapienza fanno tutti schifo, veramente schifo: dal rettore al direttore del dipartimento che ha invitato Schettino, all'ultimo fuoricorso. Buffoni, miserabili, sempre pronti a far casino ad ogni venticello che lambisce i loro “diritti acquisiti”, sempre pronti a scendere in piazza per le cause più sballate, per volgari vetrine personali, per conto di qualche partito. Ma zitti, tutti, proni, pecoroni in religioso silenzio se un figuro simile va ad insegnare loro come fuggire dopo avere affondato una nave facendo 32 morti, tra cui una bambina. La guardassero, i laidi che invece di buttar fuori a calci un individuo simile lo sono stati a sentire, e poi gli hanno chiesto gli autografi, i selfie. Quanti morti di fama, in giro. Ficcatevelo bene in testa, questo paese è finito. Non ha senso neanche auguragli una dittatura, perché il dittatore sarebbe un personaggio da operetta pure lui. Quanto alle rivoluzioni, non pigliamoci in giro: chi le fa, i giovani come quelli della Sapienza? O come i rincoglioniti da centro sociale? Stop, chiuso, finito. Chi rompe ancora i coglioni con la storia del cambiamento, se li merita gli Schettino in cattedra. E sono tanti, hanno divorato ogni speranza, o fuggire o subire. Subirete, subiremo, ma giratemi al largo. 

sabato 2 agosto 2014

ZAPPA EN REGALIA

in piena crisi di astinenza zappiana, ho letto di seguito l'autobiografia e il tuo zappa en regalia. oltre che riascoltare absolutely free, weasels ripped my flesh, chunga's revenge e una playlist creata via via con i brani che citi nel tuo libro.
zappa è magico, hai ragione quando scrivi che una volta ascoltato non torni più indietro, quelle composizioni ti restano in testa e ci restano per sempre. posso riascoltarmi freak out ogni volta che voglio, senza dover accendere lo stereo: ce l'ho tutto in mente.
ho amato il tuo libro (come i tuoi precedenti saggi musicali): è degno di stare accanto alle grandi biografie zappiane di barry miles e neil slaven perché, a differenza di quei bei testi, tu tracci di zappa il ritratto, il profilo, insomma circoscrivi la figura dell'uomo, del genio, attorno alla sua musica e al suo pensiero intellettuale. (proprio come con keith richards, lucio battisti, muhammad ali).
insomma i contorni di zappa li rendi più concreti, tangibili. fai capire che, sì, è come noi, ma è anche diverso da noi. è molto meglio, perché artista integro e fedele alla musica, ed è anche molto peggio, perché la sua arte divora la sua umanità. e penso che sia un bene che sia stato così "mannaro" nelle sue relazioni con gli altri: perché tutto è andato a beneficio della musica, e quindi nostro che lo ascoltiamo.
quando dici che ascoltare zappa è un impegno non da poco, che è una musica che ti arricchisce e che ti sfibra mi hai fatto pensare a quel che roberto bolano fa dire a uno dei suoi personaggi in 2666: che è un peccato leggere solo i capolavori brevi e perfetti dei grandi romanzieri a discapito dei loro romanzi immensi, quelli fatti di migliaia di pagine. E' come limitarsi a vederli tirare di scherma in allenamento invece di assistere ai combattimenti veri e propri, in mezzo al fango, dove il sangue scorre e restano le cicatrici delle feriti.
Ecco, zappa è quello che combatte nel fango e ti lascia le cicatrici, mentre tutti gli altri, per quanto bravi, tirano di scherma.
complimenti per il tuo lavoro.
vitandrea

venerdì 1 agosto 2014

IL FARO 29/2014

"Come il Faro non ce n'è... Anche le cose che magari trovo su altri giornali, qui finiscono sotto una luce diversa. A volte mi mette in crisi, ma preferisco così".

mercoledì 30 luglio 2014

L'UNITA' E I COMPAGNI CHE SBAGLIANO


Questa pretesa che un giornale di partito non possa morire, non possa sparire, non debba essere sottoposto alle regole del mercato ovvero dei lettori, pretenda una immunità alle dinamiche della vita che si risolve in una sorta di esistenza blindata, di sopravvivenza al di là di ogni concorrenza, merita qualche considerazione. L'Unità, organo della sinistra istituzionale, chiude (temporaneamente, vedrete) i battenti e lo fa con una prima pagina di raro vittimismo: “Hanno ucciso l'Unità!”. Per dire che è stato il partito, o meglio: è stato Renzi, lo spretato, il bastardo, il disorganico, a non volerne protrarre la sussistenza. Quando si dice buttarla in politica, non in informazione. Dentro, un carosello di pagine bianche, ancora più lamentose. Esempio raro, non unico: il Manifesto, tra appelli e sceneggiate da prima pagina, sono decenni che campa (a spese altrui) sull'agonia. Le colpe sono sempre degli altri, cioè, nell'ordine: di Berlusconi (prima perché c'era, adesso perché non è più quello di prima), del capitalismo, della sinistra degli altri, delle faide in famiglia, dei lettori che non capiscono. Mai nessuno che si guardi anche un po' in casa. L'Unità, per dire, era in caduta libera da anni, dall'exploit delle figurine Panini di Veltroni, cosa che avrebbe pur dovuto far suonare qualche campanello d'allarme. Ma il quotidiano fondato da Gramsci contava sul sempiterno appoggio del partito, di quella Casta che fa fine denunciare, specie quella degli altri, e non si preoccupava di un giornale sempre più malgestito, sciatto, noioso, che pretendeva di stare al passo coi tempi mescolando Gramsci e Renzi, il moralismo pauperista di Berlinguer con la nomenklatura da sinistra da bere, imbarcando direttori come Concita de Gregorio a due o tre milioni d'euro l'anno, lasciando la pagina culturale, che è sempre la più importante o almeno sintomatica di una testata, a sottoprodotti come i wu ming o altri imbarazzanti rottami del novantunismo, il settantasettismo, il sessantottismo. La pagina culturale dell'Unità era incredibile, illeggibile e il resto della testata non molto migliore; ma un giornale produce notizie e le notizie, stante la concorrenza, sono anche merce: non solo, ma anche, sì. Per i giornali ideologici e dalla libertà vigilata come l'Unità, la legge non deve valere: loro sono gli unici a dire la verità, gli unici con dignità di giornalismo sciolto, libero, autonomo anche se dipendenti in toto da un partito, che, vedi caso, del suo organo ufficiale non vuole più saperne. Allora l'ex organo che fa? Non prova a camminare con le sue gambe, no, accusa il partito di non volerlo più mantenere. Fedele alla famosa autocritica d'antan: dove avete sbagliato, compagni? E la gente, ipnotizzata dal luogo comune che vuole un funerale della democrazia ad ogni sparizione di giornale, lacrima, solidarizza (con le dovute eccezioni), ma è la stessa che l'Unità non lo sfogliava neanche per sbaglio. Forse perché diversa dagli esaltati che oggi lasciano sul sito commenti di teatrale banalità come “Piango per l'Unità da giornalista, da donna, da lesbica...”, oppure chiama a raccolta le menti migliori della sua generazione con un appello tratto dall'Ordine Nuovo (1919): “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”. E allora, popolo, sotto con le giaculatorie sulla democrazia finita, sul regime conclamato, sulla dittatura incombente perché la gente non legge l'Unità.

martedì 29 luglio 2014

LE REPLICHE DI NOI


Nel mezzo di un'estate che non c'è
Considerando nuvole infinite
E massi fissi proprio in fondo al blu
Anche noi meritiamo di più
Che aspettare ogni giorno che passi
Ripetendoci ti sono vicino
L'uno all'altro da distanze infinite
Ti capisco, a dopo, adesso esco
Anche noi meritiamo di più
Di un'estate che beffarda passa
Senza essere arrivata e arriverà
Solo quando sarà tutta passata
Nella penombra di raggi a intermittenza
Nelle repliche alla televisione
Repliche di noi, le nostre vite
Allo sbando tra ospedali e bande
Di affamati predoni di città
Voragini, pedoni, esondazioni
Le giornate di colpo già accorciate
E i beffardi massi sempre là
Specchi delle vite contro al blu
Che nel blu non si tuffano mai
Ma anche noi meritiamo di più
Di questa vita da crocerossine
Queste assurde gioie di grissini
Che si spezzano anche solo a pensarle
Così stanchi, e stanchi d'esser stanchi
Dai banchi di nebbia della sera
Orfana di rabbia e di speranza
Salgono lamenti delle piante
Ecco che ritorna un'altra pioggia
Arrugginisce amore sulla faccia

domenica 27 luglio 2014

ERAZERO


Zerofobia mi piaceva per la velocità, la corsa musicale, per il suono, per le atmosfere davvero decadenti, con due pezzi inusualmente violenti per la musica italiana, l'isteria de L'Ambulanza e Tragico Samba che era spaventosa. Nessuno cantava roba del genere in Italia, nessuno si permetteva il coraggio della crudeltà di Zerofobia e quello resta uno dei pochi, autentici album rock italiani. Ma il più bello, il più completo per me resta EroZero. Ce l'avevo in cassetta, ce l'ho ancora da qualche parte e per sbaglio mio padre pasticciando col microfono aveva registrato su un pezzettino di nastro la mia voce all'alba dell'adolescenza proprio in coda a Nascondimi. Come un segno, qualcosa che si incide per sempre e attraversa la vita. Non riesco più ad ascoltarmi, perché lui è morto e quel ragazzino è morto anche prima di suo padre. Erano tempi di libertà e EroZero resta l'album più incontrollabile, più imprevedibile, quello che segnava uno spartiacque, chiudeva un cerchio: già dal successivo Tregua le cose non sarebbero state più le stesse. Con un suono curatissimo, bilanciato, professionale ma ancora anarchico, arrembante. Assemblato e diretto da Piero Pintucci, che a ragione lo sente anzitutto una sua creazione – una volta a casa sua mi ha mostrato una fantastica gigantografia cartonata che riproduceva la copertina e la busta interna coi testi. Lucio Dalla impazziva per quel disco. Con dentro i due brani più importanti del canzoniere di Zero, Il Carrozzone e La Tua Idea; con episodi di pshyco-pop delirante quali RH Negativo, avanti di anni nelle orchestrazioni, nell'uso degli archi; con una parodia addirittura della Traviata (Baratto); con un episodio morboso come Fermoposta, e peccato fosse stata espunta l'introduzione usata viceversa nei concerti; ma forse era troppo estrema perfino per quel Renato Zero del 1979. Rimasero fuori canzoni di incredibile valore, come Al Mercato dell'Usato, poi passata a Loredana Berté, come Civiltà, con quel verso finale, Io senz'ali ho già sconfitto il vento ed io/Ho vinto, che è pura poesia del Novecento; come l'acida Giornalisti, più avanti recuperata come Carta Straccia, la stravolgente Le Scale, roba che i dEUS si sarebbero sognati quasi 20 anni dopo, e, volendo, come la bellissima Nafta, della quale circolavano provini antecedenti ma la cui coda, affidata a un effetto di tastiera analogo a quello su Periferia, suggerisce possibili contestualità di studio. Ecco, se un giorno arrivasse una ristampa in formato doppio album, con quelle ed altre outtakes, sarei il primo a comprarla, perché dischi così davvero non se ne sono più fatti. 

Droga, se la rockstar aiuta nel rehab - CULTURA

venerdì 25 luglio 2014

NEI MIEI OCCHI


Io voglio piangere, lasciatemi perdere
Nelle mie sconfitte. Voglio piangere
Senza difendere zone più protette
Senza dipendere più da nessun sogno
Voglio piangere
Con le fitte del mio corpo squassato
Come sassate contro il vostro ritegno
Voi che lacrime avete rinnegate
Voi, che non annegate il cuore
Nell'imbarazzo della fragilità
Di un uomo che muore per risorgere
Lasciatemi stare, vi dico
Voglio piangere
Come fosse un gioco, una preghiera
Tutta la commozione mai sfogata
L'inondazione arresa di vecchie isole
Che poco a poco travolge la mia estate
Insincera, riarsa di pensieri
Che si vanno a infrangere come onde
Contro scogli di sole. Io gabbiano
Voglio piangere, non lo fa più nessuno
Dietro gli occhiali scuri tra la gente
Sicuro che poi se ne accorgerà
Voglio piangere come il bambino che ero
Come se tutto fosse un addio infinito
Per tutto quello che non hai capito
Voglio piangere per ogni risata
Per le facce andate e scuole vuote
Della mia gioventù quando ci torno
Come uno sconfitto senza suole
Senza una ragione. Per troppe ragioni
Solide come illusioni di carne
Così, senza pudore. Tutti i pianti
Del mondo nei miei occhi tremanti
E persino di gioia anche se ormai
Non so come si fa. E poi ingoiare
I singhiozzi d'un respiro a pezzi
Le carezze d'un dolore ripido
Ditemi pure, sì, che sono stupido
Io voglio piangere

mercoledì 23 luglio 2014

IL FARO 28/2014

"Sul Faro si trovano articoli, sia di cronaca che personali, che è un peccato non escano "in chiaro" sul blog; però è anche bello che li possa leggere solo chi sceglie di abbonarsi, perché davvero sono qualcosa in più, e danno il senso del tuo stile inconfondibile...".