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Il documento più agghiacciante nella notte infinita del venerdì nero, come hanno chiamato il giorno dei tre attentati islamici, non è quello delle teste mozzate o dei turisti rimasti nel loro sangue sulla sabbia. È quello dello stragista di Sousse che balla la breakdance. Da cui la banalità, peggio, l'infantilismo del male, la sua stupidità. Siamo abituati a considerare questi estremisti come gente fanatica sì, estrema sì, spietata sì, ma lucida, per dire accesa da qualcosa che noi non conosciamo più e per la cui mancanza ci vergognamo come ci si vergogna della perdita dell'anima, di un relativismo andato troppo oltre. Non c'è dubbio che a forza di despiritualizzarci, di rinnegare la parte metafisica siamo finiti nelle cronache di Dagospia, tutta una esaltazione di orgette e depravazioni a buon mercato ed  è vero che il mondo occidentale pare anestetizzato, non più capace di preoccuparsi delle stragi che lo bersagliano, una fiaccolata di circostanza e subito dopo un selfie, anzi il selfie prima e durante la fiaccolata, l'esibizionismo a oltranza si tratti di orgette, di urgenze secondarie o di eccidi a macchia di leopardo. Ma detto dell'impoverimento, dell'appiattimento occidentale sul piacere disperato, resta l'altra faccia della medaglia. L'Islam fanatico, che tra gli intellettuali d'occidente va di moda ammirare sia da destra che da sinistra, la prima in reazione allo scadimento metafisico, la seconda in chiave tardorivoluzionaria, questo Islam fiammeggiante non deve essere messo tanto meglio se teme il contagio occidentale in modo tanto isterico. Giorni fa al centro commerciale una visione surreale: una giovane sposa musulmana, il volto negato dal velo nero ma un corpo da modella, i jeans attillati sul sedere magnifico, la maglia sottile a velare un seno conturbante. E davanti l'uomo, il padre padrone che guardava con occhio fiammeggiante chi sbirciava tanta grazia di Allah ma non aveva più coraggio o forza di opporsi alla transizione in atto sul corpo della sposa.
C'è qualcosa di grottesco nella danza occidentale del terrorista da spiaggia, un ventitreenne che passa dai feticci dell'occidente corrotto al suo odio in poche settimane di addestramento. Come un ponte tra un fanatismo e quello opposto. Possiamo immaginarli, quelli come lui, come ossessi motivati da idealità forti, dal fuoco che noi abbiamo perduto, oppure vederli, capirli per quelli che sono, figli di una ignoranza diversa, non cinica relativista ma fanatica delirante. Permeabili al delirio, all'indottrinamento ma la fanatizzazione attecchisce dove non c'è altro, dove non si sospetta altro, nessuno scetticismo, nessun distacco che sale dalla cultura, dalla vita, dall'esperienza del peccato, delle sue ricadute. Su questo il cristianesimo cattolico, che ha impostato la sua cattedrale spirituale sul perdono a oltranza, la sapeva più lunga e difatti ha potuto resistere evolvendosi, adattandosi ai tempi. Non stiamo proponendo il vizio, si capisce, il mercimonio delle passioni come terapia contro l'assolutismo criminale; stiamo dicendo che il fanatismo è terrore, avvertito e quindi inflitto, che questo Allah, nelle menti di chi lo esalta, non deve essere così saldo, così inattaccabile se c'è bisogno di continue stragi per difenderlo. “Morte ai fornicatori” urlava il terrorista ballerino mentre scaricava le sue raffiche, ma lui stesso era un ponte tra l'occidente che aveva sognato e il risucchio nell'oscurità del bigottismo estremo. Non è diversa l'infatuazione di ritorno per chi nell'occidente ci è nato e un giorno, per motivi sentimentali, abiura, cambia miraggio e poi va in televisione a spiegare la nuova fede con argomenti infantili, sentimentali come la Fatima che bivaccava ai programmi del pomeriggio, il velo in testa. “L'Islam è pace”, salmodiava: le hanno arrestato tutti i parenti, erano una jihad familiare e lei su Skype diceva: vedessi i mujaheddin quanto sono sexy, sono bellissimi". 
Giovani, ignoranti, suggestionabili, infiltrabili dal delirio totalizzante al punto da vedere nel grande Satana occidentale gente di nessuna rilevanza, turisti da formula fissa, fidanzati in fuga dalla metropoli, famiglie che festeggiano un anniversario, un compleanno. Le vittime hanno facce qualunque, non sono i demoni che stanno dentro il terrorista ballerino e quelli come lui. Ma bastano a ricordare a quelli come lui cosa ieri amavano diventare, cosa oggi temono di diventare.

Nell'immobilità dei calendari è cambiato il mio rapporto con voi, che non so mai se ci siete ma mi piace crederlo, pensarlo. Giorno dopo giorno, anno dopo anno il mio egoismo si è dilatato, sempre più nella bottiglia che lancio sto io stesso con le ammissioni, le disperazioni e mi accorgo che è questo che aspettate per sentirvi meno soli. Io non sono un vincente e non ho un pubblico di vincenti; se ce l'ho, la mia piccola platea è fatta di sconfitti che si ammettono, gente che ogni giorno ricomincia da capo e va a dormire senza essersi conquistata. La vita è così, la vita è anche questo, a certi perdona tutto, ad altri non fa sconti. Voi sapete che capisco, io so bene che capite. Nell'immobilità dei calendari abbiamo imparato a mettere da parte le questioni secondarie, la politica, perché il mondo non è politica, non è lo spettacolo dei potenti ma un mare che abbiamo dentro, è il brivido del freddo della solitudine, è l'ammissione di un'altra estate inutile. No, io non sono vincente in un circo di vincenti ma non conosco nessuno che abbia lo stesso rapporto con voi, la parte esterna di me. E i segnali che vi mando, che più violenti mi tornano, li ho tutti dentro me anche se non sempre posso raccontarli: sarebbe darvi in pasto ma voi per me non siete cibo, io non sono il vostro cannibale. Sono uno che raccontandosi vi racconta, racconta voi, uno che non illude e non nasconde e sa di dover fare questo, sa che questo ci si aspetta da lui. Non ho badato a spese per tenere in piedi questo gioco, scrivendo, con gli incontri, con gli spettacoli finché ho potuto. Quelle notti fragili e devastanti! Quante volte mi avete visto piangere, sfasciarmi senza ritegno ed era per voi, era il mio piccolo mare che si sublimava, si esaltava affidandosi. Mi accorsi allora che i momenti più attesi erano sempre gli stessi, i più sanguinosi, quelli senza uscita. Nell'immobilità dei calendari siamo cresciuti, ci siamo persi quando rischiavamo di volerci troppo bene e questo brucia sempre a qualcuno, più d'uno, c'è sempre la nullità che alimenta le fiamme dell'invidia. Rischiavamo di diventare troppo forti, troppo pericolosi, e si sono dati da fare. Ma piano piano vi ho ritrovati e nel frattempo eravamo cambiati. Le parole erano cambiate. Ancora più sincere, ancora più pietose nella loro spietatezza. Così che altri sono inciampati in quelle parole sempre meno diplomatiche e hanno deciso che potevano fermarsi, almeno un po'. Non lo so se ci siete, se c'è un “voi” per la mia fatica, ma non mi rassegno ancora perché non so fare altro: esserci, è ancora tutto ciò che voglio. Oggi è più facile e più gravoso, nell'immobilità dei calendari io porto con me ogni conato di felicità e ogni vortice di angoscia perché è tutto quello che mi rimane, che mi tiene insieme, mi fa guardare fuori dalla finestra. Sì, ogni incontro io porto con me, ogni volto solcato di attesa perché di quelli sono fatto e nell'immobilità dei calendari ho imparato a custodirli, a meritarli. 



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"Libro bellissimo. Penso proprio fosse quasi un obbligo scriverlo da parte tua ed acquistarlo e leggerlo in quanti più possibile noi".
Alessandro

Così va il mondo; e il Faro cerca di capire. Ogni sabato nel tuo pc tablet o smarthpone o kindle... Il Faro, quello che su Babysnakes non ci va. Il Faro. Tutto dentro

C'è un gatto sotto casa mia. Un gatto bianco e grigio che sembra una lince. Lo ricordo da almeno quattro anni, e infatti la veterinaria mi ha confermato che suppergiù quella è l'età, lo ricordo nel buio d'estate, su un muretto, un cornicione, che ascoltava la notte. Si vede che poi gli è successo qualcosa perché d'improvviso me lo ritrovo sotto casa ridotto un ecce gatto, pieno di ferite, di segni dappertutto. All'inizio soffiava, ma stava lì. Aspettava qualcosa. Abbiamo cominciato a dargli da mangiare e lui, il gatto coraggioso e sfortunato, tutte le volte una sfiga: oggi arriva il nubifragio e lo diamo per disperso, ma lui invece ritorna, più conciato di prima, domani il solleone precoce, e poi altre piogge e allora lui si stabilisce davanti al portone a vetri, perché nel giardino di terra, sotto la pianta, non ci può più stare. Ma ecco, una mattina arrivano gli operai e demoliscono tutto e lui non sa dove andare. Eppure spunta, ogni volta che ci sente, perché reclama disperato la sua razione. Da tre mesi va avanti questa storia e lui non soffia più, adesso quando mi vede mi porge la testolina, si lascia accarezzare, socchiude gli occhi; smette perfino di mangiare, prima vuole una attenzione, la testimonianza di non essere derelitto al mondo. Ma è difficile sorprenderlo, è un selvatico, appena sbaglio mossa scappa e ricomincia a soffiare. Alla fine ce l'ho fatta a ingabbiarlo: le lotte con gli altri gatti lo hanno massacrato, è tutto mangiato e ha uno squarcio al collo che suppura. L'ho rinchiuso nel trasportino e non ho mai sentito un odore simile, l'odore della decomposizione, della morte. Non è capace di difendersi, coraggioso ma mite, e gli altri lo attaccano, lo scacciano. Deve soffrire il calvario, con la ghiaia e gli sterpi che gli si conficcano nella carne scoperta, nelle ferite che non riesci a contargli. Eppure lungo la strada per le mie amiche veterinarie mai si è lamentato. L'abbiamo fatto curare, sterilizzato, rimesso in libertà: lui ha guardato per un attimo incredulo, poi è fuggito. Ma tanto ormai l'ho capito: difatti, la sera eccolo qui al suo posto, davanti al cancelletto di ferro, che ci aspetta. Una soffiatina di circostanza poi subito la complicità della testolina: era affamato, ma prima ha voluto la sua carezza. Io questo gatto me lo prendo, i soldi li troverò, gli altri tre dovranno accettarlo. Ma se non ha malattie infettive, lo prendo. Questo gatto è il mio coraggio e la mia sconfitta, il mio amore e la solitudine e la speranza incredibile, umile e rassegnata. Io non lo abbandono questo gatto. Earth Hotel di Paolo Benvegnù è il disco che più sto ascoltando, riascoltando, consumando negli ultimi due mesi. All'inizio mi era parso bello, si capisce, ma non così immediato, fin troppo complesso, stratificato. Ma ora ci sono caduto dentro e lo scopro opera di eleganza sopraffina, clamorosa. Canzoni memorabili contiene, atmosfere cangianti, ora torride, ora raggelanti, suggestioni artistiche a raggiera. Dentro c'è Goethe, c'è il Werther: “Cosa è la vita, se non amare...”. Tutta quella intensità, tutta quella poesia. Tutta la musica. Vorrei dire che ascoltando in particolare “Orlando” io rivedo il gatto che mi aspetta, il suo coraggio, la sua attesa nel dolore silente, la gioia scoperta ed egoista appena mi vede, l'odore di morte e di vita che si porta addosso, tutto quello che non potrà mai dirmi ma non c'è bisogno perché io lo conosco già.

Al di là delle analisi, le vuote parole che nessuno rinuncia a spremere (ci proverò anche io, sul Faro), per spiegare l'incomprensibile restano i dettagli, gli aspetti insignificanti in apparenza, decisivi nella sostanza di cui è fatta la follia. Sulla spiaggia di Sousse, nel golfo di Hammamet ancora umida del sangue caldo delle vittime, i vacanzieri senz'anima mitragliano selfie “col bastone”, che sarebbe la prolunga dei visionari spietati: ecco mondo, siamo qui, dove è calda la strage. Dalla Francia, spunta un selfie dell'ingegnere fanatico che ha decapitato il suo principale, anzi i selfie sono due: il primo è appunto con la testa mozzata (e subito qualcuno delle forze di sicurezza lo ritrasmette via whatsapp); l'altro non è coi suoi tre figli, ma in mezzo ai suoi due mitra: sorridente, felice, la luce pazza, cattiva ed estatica negli occhi di chi ha ucciso l'anima. La follia dello scontro di civiltà, di religioni ricomposta nella follia dei selfie che hanno un senso solo se si possono “condividere”, ossia proporre e imporre al mondo della rete senza bandiere né barriere. Gli stessi autoscatti se li fanno i superstiti e i giustizieri dopo una mattanza o prima di annientare le loro vittime nella tuta arancione. Senza selfie, senza testimonianza della morte e della vita, non c'è morte e non c'è vita, niente ha senso, neppure le moderne crociate e controcrociate, neppure il proposito maledetto di una soluzione definitiva questa volta di matrice islamica.
Sarebbe da riflettere, tutti, chi nutre odio e chi paura, chi slancio fanatico e chi indifferenza amorfa: non vedete che ci siamo dentro al completo, non lo capite che uccidere e resistere sono battaglie già perse, che la tecnologia, bella, comoda e demenziale ha vinto lei, che gli uomini dietro le loro foglie di fico più o meno grandi, più o meno pesanti sono gli stessi, davvero gli stessi con le loro vanità e debolezze anche ciniche, anche feroci senza distinzione di tratti, etnie, linguaggi, cucine, dèi, libri sacri, latitudini? Gli estremisti islamici vogliono chiudere fuori dalla porta un futuro che già li invade, che per primi assumono mentre pretendono di rigettarlo; gli occidentali futurofagi sono così stupidi da concentrarsi più su un orologino digitale di perfetta inutilità che su un'ondata di morte che può ghermirli in qualsiasi momento e che comunque travolge a macchia di leopardo nel mondo, oggi a loro ma domani forse a noi. La medicina, per tutti, senza eccezioni, è la stessa: facciamoci un selfie, per dire immortaliamoci prima o dopo la morte ma soprattutto attraverso questo presente pieno di morte ma già morto di suo a prescindere da quanto durerà. Ma che volete di più, pecore matte in un mondo insensato, pecore in cornice come nelle antiche diapositive dell'intervallo?

Io non lo so cos'abbia dentro uno che ha tre figli e decapita quello che gli permetteva di mantenerli e vuole fare una strage, annientare i padri e i figli degli altri, e per cosa? Per l'Allah onnipotente che non ha mai visto, che non vedrà mai. E non lo so cosa abbia dentro uno che tiene il mitra nella borsa del mare e lo tira fuori e lo scarica addosso a gente che è lì a prendere il sole e chiazza la sabbia di sangue e al cameriere che gli dice, spara a me ma lascia stare loro, sorride e risponde no, io voglio stranieri, cerco stranieri da offrire al grande Allah, che non ha mai visto e non vedrà mai. Non lo so io se siamo uguali, se è la religione tribale, se è il fanatismo o cos'altro che intossica, so che non mi sento come questi e non voglio capirli, perché capirli è spiegarsi un abominio. Neanche a me piace la loro cultura teocratica, che rende le donne animali domestici, ma non mi sogno di infiltrarla per distruggerli. E non mi piace neanche la mia di cultura, che ci ha resi tutti stupidi giocattoli sessuali, stupidi fatui volatili che si preoccupano di carnevalate, di mascherate truci, orologi digitali, depravazioni e deprivazioni figlie della noia, ma non mi sogno di mettere un mitra nello zaino e uscire. Io so solo che ce ne vuole a immaginare un eccidio e a farlo davvero e sorridere mentre lo fai, mentre ammazzi e ti ammazzano. E non voglio sentire le ragioni degli altri, non voglio sentire chi tra mille contorsioni giustifica, dirotta la colpa, la diluisce nei mille sofismi, si nasconde dietro un dito fatto di parole, parole. Vorrei solo dire che io sono diverso da questi, perché io non sorrido davanti ai figli e ai padri degli altri, morti ammazzati, morti invano, per odio pazzo, per l'abisso di chi ha spento la tenerezza e non rispetta più neppure i suoi bambini, per placare un dio che mai si è visto e mai si vedrà. 

Il critico Aldo Grasso fa il suo mestiere, critica un programma televisivo e a sentire alcune attempate intellettuali dei nostri tempi, che nei programmi attempati portano se stesse come bandiere, si pone una domanda: ma come mai queste amiche del popolo non sposano mai uno del popolo? E passi per la risposta delle interessate, che è roba da scuola media, “allora se sorreggo i diritti dei gay debbo sposare un gay?”. Ma che a dar man forte arrivi il giustiziere Travaglio, con la sua prosa azzimata che sembra l'onorevole dalla “u” stretta di Raimondo Vianello, la dice lunga anche perché la diuretica sinfonia non si discosta da quella delle attempate: il solito elenco ludico di figure, di cose che sarebbe lecito sponsorizzare pur senza esperienza diretta. Un po' come Travaglio che vuol (quasi) tutti in galera senza esserci mai finito. Ora Grasso sa difendersi da solo, se crede, ma il problema ci pare diverso, ci pare squisitamente democratico: certi bulletti fidano nell'occhio di riguardo della maestra, l'abbiamo capito e abbiamo anche capito di averli tollerati troppo a lungo; ma solo il suo circolo celentanesco di blogghettari e cronistini vanitosi avrebbe licenza di forca su tutto, ovvero un critico può, deve criticare in modo chirurgico chiedendo permesso a Travaglio? Perché a dirla tutta, la difesa d'ufficio delle tricoteuses alla Rousseau, che piangono per il popolo ma senza mischiarsene, sa di protezione per non dire di avvertimento, stavolta te la cavi ma attento che volendo ti scateniamo addosso la contraerea, i dossier con lo stato civile e la cartella sanitaria, la frase di quarant'anni fa, la gogna virtuosa. Secondo costume dei populisti diversamente democratici.

Ieri abbiamo parlato dei deliri mistici di Kiko al family day, oggi diciamo di quelli delle cosiddette minoranze omo, trans o gender come preferite. Dicono che non c'è una lobby sessuale, di certo ce n'è una del fanatismo aggressivo e maleducato che ti bracca, che non ti fa parlare. La soubrette Lorella Cuccarini manda un tweet possibilista sulle coppie di fatto, ma non abbastanza per la canea internettiana che la aggredisce con messaggi demenziali: troia, stronza, cagna, è meglio la Carrà, se non era per noi froci eri a fare la sguattera, muori, ammazzati. E non si accorgono di far torto a loro stessi, di suonare puerili se fanno passare la Cuccarini da icona gay a innominabile. Dall'America sta girando la scena della trans che provoca Obama, lo accusa cervelloticamente di deportazioni di immigrati omosessuali al che il presidente dopo aver subito, sopportato a lungo, sbotta: tu sei in casa mia. Ed è chiaro che intende rispetto per il luogo, per l'istituzione che lui rappresenta ma la claque del conformismo anticonformista finge di non capire, si mette ad ululare, invoca surreali dimissioni. Obama avrà pensato di potersi permettere una risposta dura essendo a sua volta minoranza, paladino delle minoranze ma non gli hanno spiegato che una minoranza arrivata al sommo potere non può cimentarsi con le minoranze del Cafarnao che non fanno parlare neanche l'uomo più potente della terra, si prendono la scena e si esibiscono con argomenti pretestuosi e chiaramente inconsistenti. È difficile confrontarsi con i militanti a oltranza che riducono l'universo a misura di loro causa e pretesa, non capisci mai dove finisce il fanatismo e dove comincia il vittimismo rabbioso e strategico, ma una cosa la capisci subito: non conviene litigare con degli esaltati in cerca di pubblicità che sanno distorcere, travolgere ogni ragionamento, ogni confronto, che non lasciano fiatare. Perché non cercano alcun dialogo e alla lunga neppure il totalitarismo militante, la dittatura del politicamente corretto ma solo l'autopromozione violenta, strategica siano gender, ossessivi del family day, rottami ideologici, grillini gomblottisti. Non si capisce a volte se i gender, per dire le minoranze sessuali, tengano di più alla loro diversità o alla assimilazione, alla normalizzazione, ma diremmo che in certa arroganza, in certa maleducazione sono egregiamente integrati, indistinguibili da tutti gli altri.

Da Marino a Fedez, dalla Grecia a Domenico Mastrantonio, dalle intercettazioni che non si potrebbero diffondere ma si diffondono ai tabù che non si possono affrontare e infatti si lasciano tali. Questo ed altro, tutto dentro. Il Faro, solo per chi si abbona, ogni sabato in allegato pdf di posta elettronica. Il Faro, quello che su Babysnakes non ci va.


Gli italiani non rinunciano al lieto fine, alla voglia di riscatto. Dopo Corona, vittima delle circostanze, è il turno di Sara Tommasi che si percepisce e viene definita allo stesso modo: “Ho sbagliato tutto, uomini, scelte, situazioni, ma cosa potevo fare?”. La colpa sempre altrove, delle congiunzioni astrali, del destino cinico e baro, delle cattive compagnie, della bipolarità. Cosa poteva fare una come Sara? Ragionare è escluso, lei è una che discutendo la tesi alla Bocconi ha detto alla commissione: “Sapete, io voglio diventare famosa”. E il presidente: “Vada, vada, lei ha tutte le carte in regola”. Sara se le è giocate le sue carte, come poteva, da scriteriata disposta a tutto. Un po' entra e un po' esce dal manicomio e i giornali sempre lì, pronti a giurare sull'ennesimo riscatto perché gli italiani, ma anche gli altri, non ne hanno mai abbastanza di lieto fine, del Pinocchio lagnoso che infine si redime. “Me l'aveva detto la nonna, non fidarti di quelli là, ma io non la ascoltavo, pensavo a farmi pubblicità”. Una pornostar alla buona, con la nonna di scorta. Già, c'è anche il lato sordido e insieme schizoide, non della sola protagonista, che fa tre film osceni, imbarazzanti e i media la esaltano come nuova paladina delle donne libere, poi quando si pente dicono che è stato un passo falso, che non si doveva fare. Come a dire: puttana sì, ma siamo pur sempre brave ragazze cattoliche al fondo. C'è una collega, tale Valentina Nappi, secondo la quale il massimo dell'emancipazione femminile sarebbe “godere come una troia mentre trenta negri ti sfondano il culo” e invece di chiamare l'ambulanza la chiamano filosofa. Anche Moana Pozzi finì in odor di santità essendo morta di Aids, malattia professionale. Sara non si è buttata a sinistra, non finisce a scrivere per gli onanisti consapevoli di MicroMega, deve accontentarsi di soggetti meno accreditati nel panorama culturale come questo Diprè detto “lo Sgarbi dei poveri”. Ma si riscatta, gli italiani, tutti i popoli ma in particolare gli italiani hanno fame di pietismo consolatorio, li appassiona il dannato che si dà una regolata, rientra nei ranghi di Madre Chiesa, il testimonial perfetto per questo popolo di peccatori in grazia d'Iddio l'aveva escogitato Manzoni, è fra Cristoforo che almeno però stava buono e zitto. 
In Inghilterra oscillano tra deprofundis e osanna al calciatore Gascoigne, come per la cantante soul Amy Winehouse che poi non ce l'ha fatta. La differenza, volendo, sarebbe che Sara non butta via un talento, butta via se stessa che è come dire niente. Ma tutti prima o dopo si pentono e vengono perdonati, esaltati: fa parte del gioco, del teatro. Dice pertanto Sara in posa da Maria pentita: vorrei cancellare tutto, voglio una famiglia, dei figli, aiutatemi. Sì, ma perché dovremmo occuparcene noi? E, soprattutto, a chi spetta esattamente il soccorso di Sara Tommasi se non a Sara Tommasi per prima? Saremo cinici, ma, Tommasi o Corona, restiamo convinti di gente irrecuperabile, che in testa ha una sola idea meravigliosa, restare famosa, famigerata, a qualsiasi costo, manipolata e manipolante la stampa complice che ieri ne esaltava il vitalismo penoso, oggi li compatisce come bravi ragazzi vittime delle circostanze, domani tornerà a esaltarli come cattivi ragazzi spiritati, supereroi straccioni oltre le umane miserie.


Mi hanno fatto sapere, con una certa discrezione, che avrei “rotto il cazzo con la storia di Corona”, che ne ho fatto una mania. Avrò fatto una mania, avrò rotto il cazzo ma il senso civico di chi ride e tira via non lo capisco perché come dice Goethe “Vivere a proprio comodo è plebeo”, concetto ribadito con altra forza dal mafioso Abate: “Ma quale democrazia, quale libertà, libertà è fare il cazzo che uno vuole e avere i soldi per farlo”. Ora, fosse per l'ennesimo balordo con claque vip e mamma plastificata farneticante, si potrebbe lasciar perdere ma il fatto è che quella della democrazia garantista è una partita doppia di dare e avere, per lo Stato che la amministra, per la sua giustizia malata i conti in un modo o nell'altro debbono tornare e tornano come segue: che per un Corona spedito a ricrearsi da un riciclatore di vip criminali, altri cento, altri mille debbono pagare il conto, anche il suo conto e lo pagano in soprusi, in abusi, in follia di una giustizia infetta che si fa dura e inesorabile. Fosse per l'ennesimo farabutto da rotocalco difeso dai nessuno che si fanno la fotina a sua immagine e che i giornalisti amici, un po' ammirati e un po' preoccupati s'incaricano di dipingere nell'epica ribalda di chi è sopravvissuto all'inferno, sarebbe niente ma il fatto è che a sprofondare all'inferno sono quelli senza stampa e senza mamma e anche quelli morti ammazzati volando da un albergo perché i conti dello Stato infetto e della giustizia malata debbono tornare. Condannato per due foto, mentono su Corona i giornalisti vip, ma in quelle due foto ci stanno i ricatti, le estorsioni, i riciclaggi, i rapporti mafiosi, i porti d'arma abusivi, i pestaggi a sbirri e passanti e poi le bancarotte fraudolente, le truffe, le evasioni milionarie, le tentate evasioni, la spendita di denaro falso, le recidive fino, incredibilmente, al traffico di droga appena ammesso per uscire a curarsi dal prete vipparolo. Più una polvere d'altri reati, secondari, accessori, che sommati rendono i 13 anni complessivi perfino clementi. Ma Corona ne sconta due o tre e poi va in villeggiatura da don Mazzi, imprenditore del pietismo sciacallesco che dice: un crimine condannare Fabrizio per due foto. E la gente che paga caro, paga tutto anche per due mele gli crede, gli vuol credere al don vippaiolo come ai giornalisti pelosi che partono da presupposti opposti, “Vedete, Berlusconi la fa franca e Corona no” dice uno, “Vedete, lo stesso accanimento che per Berlusconi” dice l'altro, ma la conclusione è identica, è l'elogio cavilloso, impossibile dell'impunità classista anche nel crimine da quanti ostentano superiorità vip per le minima immoralia. Koiné nella notorietà per questi, koiné nell'emulazione per i nessuno delle fotine e i tatuaggi. E sarà anche vero, anzi è senz'altro vero che “Vivere a proprio comodo è plebeo”, percettibilmente la cittadinanza retrocede a plebe, vive a proprio comodo e sprofonda nella babele sociale e burocratica che obbliga alla corruzione elementare e non ci trova niente di strano se un sindaco vuole assoldare il figliol prodigo Corona come esempio per i giovani; ma la plebe ha le sue responsabilità, non può chiamarsi fuori perché i mezzi per ragionare, per distinguere li ha, non può la plebe appellarsi sempre a una distorsione della coscienza e della conoscenza di cui è parte viva, artefice e complice, deve una buona volta riconoscere che le piace il vivere plebeo ma di lusso di chi “coi soldi e l'amicizia la fa in culo alla giustizia”, quanto a dire il gioco di specchi del moralismo decomposto per cui ci si infuria per tutto ma alla fine ci si riscopre possibilisti, morbidi, perdonisti, si consuma l'informazione ipocrita dei giustizieri chirurgici, ci si consola mentendo “c'è di peggio a questo mondo”. C'è sempre un peggio che rende sopportabile il miserabile e la plebe che si crede rossa e nera, di sinistra o di destra ma si coagula nell'ammirazione laida, nel lieto fine osceno, depone i furori forcaioli, le indignazioni recitate, abbandona una buona volta il moralismo strumentale e sposa la mafiosità smutandata di uno che, appena mandato libero da una giudice creativa, subito ricomincia a fare la sua vita losca al grido “si puede” con la paterna benedizione di un prete. Come a dire: in mezzo a questo merdaio io la faccio franca anche per voi, anche se il conto lo pagate voi.

Sarò io, ma certe parabole del Vangelo non le ho mai capite neanche da bambino quando ce le spiegava don Domenico, il prete del catechismo che passava con disinvoltura dalle parabole a certi altri discorsi che ugualmente non capivo e una volta che uno di noi fece una battuta sulla vaselina don Domenico pareva impazzito e non ci riusciva di calmarlo, e nemmeno quello lo capivo. Già il “non desiderare la donna d'altri” per me è sempre stato al limite dell'impossibile, come fai a non desiderare una che appena la vedi già ti attira, un conto startene buono al tuo posto, ma non desiderarla proprio no. Ma insomma fino a lì ci arrivavo, a fatica ma mi ci orientavo. Le cose si complicavano con i concetti di giustizia, tipo la parabola del vignaiolo della Cgil che paga lo stesso ai fannulloni che gli hanno lavorato un'ora e agli altri disgraziati che hanno sgobbato tutto il giorno. Non mi ha mai convinto la spiegazione, io do quel che mi pare a chi mi pare, tu avevi pattuito un soldo e hai un soldo, vattene e non insistere. Sospetto che per questa strada si scardini l'economia arrivando tra l'altro alla Grexit. Ma papa Francesco sostiene che l'economia è roba criminale, preciso a Saviano, e quindi rassegnamoci. Allora prendiamo la faccenda del figliol prodigo. C'è uno che va via di casa, passa gli anni intento in ogni genere di nefandezze, scopa, ammazza, ruba, insomma se la spassa e solo quando si ritrova a mal partito, non prima, quando capisce che per lui è finita decide che ne ha abbastanza e torna indietro pensando: mio padre non starà mica lì a farmi delle storie. Difatti torna e appena lo vede il padre si rotola, gli apre la porta, gli mette a disposizione i servitori, gli ammazza il vitello grasso e il prodigo, piagnucolando ma sotto sotto ridendosela, pensa: vedi, ho svoltato un'altra volta. Al che l'altro figlio, che ha sempre rigato dritto, che non s'è mai allontanato da casa, che si spacca la schiena, figlio esemplare ma di una noia mortale, s'azzarda a fare il commento più sensato, il più istintivo davanti a una scena simile: ma scusate, perché tutte queste attenzioni per uno che si è pentito solo quando gli è convenuto? Non l'avesse mai fatto! La risposta del padre è un capolavoro: vergognati, è tuo fratello, a te ti ho sopportato ogni giorno, lui invece l'avevo perso e l'ho ritrovato.
Non c'è niente che fili in questo discorso. Non la giustizia, perché il figliol prodigo non sconta un'ora per i suoi crimini, tutto cancellato, amnistiato, condonato dalla felicità paterna; non equità, perché gli stessi peccati evaporano, “ha già pagato con la sofferenza” cioè per essersi rovinato da solo; non l'amore paterno, scaduto a familismo asociale, tantomeno la logica perché il fratello pirla ci passa pure da meschino, da rancoroso e va bene che la morale celeste non è di questa terra ma santo cielo avremo noi bisogno di punti fermi, di coerenza per capire come accidenti muoverci in questa vita su questa terra: se ogni giorno della nostra grama esistenza è regolato da comandamenti di severità asfissiante, non desiderare, non odiare, non vendicarti, ama chi ti rovina, ricordati di questo e di quell'altro, qualcosa vorrà dire; oppure funzionano solo per i coglioni, per quelli che li temono mentre per chi li considera “cose d'aria, cose di vento” come dicono in Sicilia vale solo il perdono acritico, la riabilitazione che nasce dal calcolo? Sempre in Sicilia i mafiosi hanno un detto: “Coi denari e l'amicizia, si va in culo alla giustizia”. Quella umana o anche l'altra, divina? Sarebbe da chiederlo a Fabrizio Corona, ai suoi sostenitori che ci spiegano come e qualmente la galera non la potesse sostenere uno così, uno spirito libero, fatto per la libertà, un loro amico. Ma lasciamo perdere, che già vengono a dirci che avere scontato due o tre anni su tredici è stata una barbarie, una roba da tortura, da stato totalitario. “Fabri” intanto ha emesso il suo primo tweet che fa così: “Ora si riparte, si puede”. Una minaccia, la versione twittarola della parabola evangelica.

Se adesso scrivo un pezzo dove dico che Corona è un impunito cosa risolvo? Niente perché la gente mi dà dal rosicone, del fissato, ridono e non capiscono che il farla franca di un parassita di lusso è una vergogna che si riverbera anche sulle loro vite da niente. Se scrivo che in galera ci stanno 65mila detenuti in condizioni inumane, poveri cristi di ogni colore, esattamente come quando l'innocente Tortora denunciava lo scandalo trent'anni fa, e che un terzo di questi sono in perenne attesa di giudizio e che statisticamente un altro terzo alla fine sarà assolto, cosa risolvo? Niente perché alla gente i numeri non interessano, interessa il vip che è privilegiato, difeso da altri vip che si riconoscono nella sua condizione e magari ne temono gli archivi, le soffiate. Se scrivo che a sbattersi sconciamente per l'ingiustizia in pro di un simile personaggio sono stati i feticisti della giustizia e della legalità, cosa risolvo? Niente perché la pubblica opinione nulla sa e nulla vuole sapere e questo spettacolo chiede e questo merita. Se ricordo le imputazioni di Corona, le sue recidive, le condanne definitive a 13 anni, nemmeno un sesto dei quali scontati, cosa risolvo? Niente perché la morale è precisamente come la legge che è “come la pelle dei coglioni, va dove la tiri” come mi insegnò un giudice tanti anni fa. Se scrivo che è penosa questa farsa dei forcaioli schiumanti che si scoprono garantisti fantasia, cosa risolvo? Niente, mi insegnano subito che “la sentenza è eccessivamente severa, quelli sono reati lievi”, loro hanno studiato alla Google University, alla Wikipedia University. Se scrivo che mi dà la nausea questo don Mazzi con il suo impero di recupero, questa discarica di farabutti e assassini impuniti ma vip che lui usa per la sua schifosa pubblicità, cosa risolvo? Niente perché in Italia tutti sono cattolici perdonisti a cominciare dagli atei. Se scrivo che vorrei una giustizia diversa, fatale per questo mascalzone che come primo atto di libertà ha twittato che lui in carcere non torna più, per dire che l'ha messa in culo ai deboli, ai giusti, cosa risolvo? Probabilmente un anatema da questo papa incredibile, assurdo, capacissimo di ricevere in udienza privata la pecorella recuperata. Se scriverò che mi vergognerò di un presidente che gli concederà la Grazia cosa risolvo? Niente, mi verrebbe subito in casa la Digos, a me, e quindi non lo scriverò mai. Se scrivo che la palla delle condizioni di salute riporta a tracotanze mafiose, cosa risolvo? Niente, certificherei solo la sua statura di balordo. Se scrivo che la giudice che ha mollato la libertà a questo mercante di carne femminile è come minimo discutibile cosa risolvo? Niente, passo solo da sessista, maschilista e fobico. Se scrivo che il computo relativo allo sconto di pena è calcolato in modo abusivo e riferito in modo bugiardo dai giornali, cosa risolvo? Niente, che rottura di coglioni, ma dove vivi tu, possibile che dopo 25 anni che fai questo mestiere non hai ancora imparato in che mondo annaspi? Se racconto di mio padre, finito fallito a avendo subìto una truffa e una rapina a mano armata, le imprese in cui si aggirava il Corona, perseguitato senza fine dallo Stato, indomito nel consumarsi fino a morire pur di riscattarsi, di ripulire il suo nome ingenuo e leale, cosa risolvo? Niente perché i primi a rinnegarlo, a negargli il saluto furono i suoi fratelli, il suo stesso sangue che tante volte lui aveva tamponato, aveva aiutato. Se scrivo che capolavori come questo, ma detti alla maniera di Sciascia, fanno ammalare, tolgono la voglia di scrivere e di commentare, cosa risolvo? Niente perché a me nessuno mi legge e quasi nessuno mi fa scrivere, io sono come mio padre, imbarazzante e patetico, un perdente per vocazione, morirei per onestà come nella canzone di Battisti e questa è davvero una colpa che non merita nessun perdono, nessuna impunità.
Stefano Caruano, "Angeli Lunatici"

La razionalità umana è sopravvalutata, per dire quasi inesistente. Se cercate conferma, vi attende dove la sua latitanza affiora rigogliosa, per esempio in rete, vedi alla voce “capitan Samantha”, finalmente un cartone spaziale italiano, e in base a che? I divoratori di albi a fumetti scomodano avventurosi retroscena scientifici ma le ragioni sono languidamente sentimentali quando non erotiche, di pura immedesimazione o aspirazione, alla “va' dove ti porta il cuore”. Una volta c'era “Orizzonti della scienza e della tecnica” che già alla sigla tramortiva Fantozzi “come una martellata in nuca”, adesso c'è il faidate internettiano dove ognuno pesca la sua convinzione, fa niente se non portano una prova che sia una, se ti accusano di abbeverarti all'immmediato di Wikipedia e non paghi producono fantasmagorie da Wikipedia, uno si firmava “per aspera ad astra” come negli annunci erotico-sentimentali anni Settanta. Non gliela toccare AstroSamantha, che rappresenta l'Italia come la vorrebbero, loro sono scienziati domenicali e se vai sul sito ufficiale della missione e gli squaderni la fuffa pubblicitaria delle “molte missioni, molti esperimenti”, lasciati nel vago come consiglia l'improbabile ricerca sull'osteoporosi o l'ipertensione a 400 km di altezza, glissano, non la vogliono vedere. Così come non vogliono cogliere le connessioni evidenti tra una missione che promuove stampanti 3D e caffè in capsula, come nei fumetti di Paperino, e le ragioni di Expo di cui Samantha è testimonial galattica. Certo, è così da sempre, sarà così per sempre, la razionalità è “ampiamente esagerata”, preferibile il fanatismo divistico, consumistico, l'oscillazione mitologico-complottarda, l'attrazione degli elementi immaginari da collegare nel disegno incoerente, l'esoterismo spicciolo da cacciatori di simboli, significati misterici in pretesto di scienza, tutta roba risaputa ma non consolante ritrovarsela luminescente sulla luce piatta dello schermo. Dall'insidioso “io so ma non ho le prove” pasoliniano al suo ribaltamento, “io ho le prove ma non lo so”, però sono certo. Ci sono di quegli ossessivi che ti inondano di messaggi, dieci, venti, cinquanta come se non ci fosse un domani, anzi come se il tuo domani fosse lì apposta per assorbire le loro manie e non si accorgono, ma anche sì, di gratificarti d'imbecille, bugiardo, pazzo e da ultimo impotente, destabilizzato dalla donna-aliena che come tale temi e detesti. Se al trecentesimo commento vaneggiante gli rispondi “Datti una calmata” ti scrivono in privato, offesi, delusi, ti tolgono l'amicizia, al che tu rifiati. Ecco perché gli piace tanto Samantha, loro che amano le donne. Perché è andata a sfiorare il loro sogno da lunatici ed è tornata indietro sul suo bastimento carico di suggestioni. Quello che si è capito, comunque, è che ha avuto ragione AstroSamantha nel proporsi non da scienziata, che avrebbe stancato tutti, ma da cartone spaziale alimentando fantasie più o meno infantili; l'intendenza, napoleonicamente, seguirà. Fortuna Umberto Eco, al quale danno tutti ragione perché imbecilli sono sempre gli altri.

Sempre più ci incontriamo, per abbandonarci. Siamo noi, siamo i cattivi pensieri, quelli nati male per vivere male, quelli che si cercano a vicenda, si trovano, si affidano. E poi si perdono. Siamo noi, ci disperiamo l'un l'altro senza guarirci, abbiamo paura di quelli che siamo e che non siamo stati, siamo quelli che guardano gli altri passare e non capiscono come possano reggere al gioco della vita, come possano godersela e per un attimo li invidiano ma dopo inorridiscono perché ad essere come loro non saremmo noi, con tutti i nostri scompensi che ci tengono insieme: vedere le vibrazioni del dolore, ascoltare un filo d'erba crescere. Siamo noi, alcuni stanno male davvero, altri si sentono in dovere di ferirsi, ma nessuna terapia, nessuna psicanalisi, nessuna medicina può fare granché perché noi siamo avvolti da una camicia di forza che ci avvolge, quella dei nostri sensi, i nostri sensi di bambini sbagliati, ce la portiamo addosso, ci soffoca, ci stritola e lo fa da dentro, una patina sulla mente, sulle ossa, sui nostri movimenti. Siamo noi, siamo i cattivi pensieri, ci confidiamo il nostro essere di vetro, il nostro rifugiarci in un passato che ci pare meraviglioso, o almeno più sopportabile, solo perché è lontano, perché è passato e perché il presente non c'è e il futuro promette d'essere ancora più aguzzo. E sappiamo che l'inculata del Tempo è proprio questa, dipingere coi bei colori quello che era nero, o grigio, o bianco, e se per caso è stato bello davvero lo vorresti indietro, e se invece è stato orrendo lo vorresti indietro per riviverlo tutto diverso e in ogni caso non puoi farci un cazzo, solo constatare che non ci sei più e rimpiangere quello che eri o avresti potuto essere. E così vai a cercare i fantasmi di te nelle vecchie strade, i tuoi sospiri, i saluti, i baci che non hai dato e non hai avuto, adesso che sei invecchiato invano vai lì a cercarli rimbalzare negli angoli, ma non li trovi, non ci sono più. Siamo noi, che scocchiamo frecce fuori bersaglio, che abbiamo questo ruolo, di prato basso per i vincenti. Sempre di più ci incontriamo, ci perdiamo per strada, anche senza vederci, senza conoscerci, ci basta uno schermo, una bacheca virtuale, una lettera accesa che non si accartoccia e non si cestina, resta lì a brillare come un semaforo della coscienza. Come un rimorso. Siamo noi, ci disperdiamo l'un l'altro senza esserci salvati, siamo i cattivi pensieri, quelli che non si rilassano, che dormono male, più che altro svengono e non sanno ridere e ridono troppo e troppo rumorosamente e sono pieni di cose non dette, pieni di conati e di sogni stuprati, di crepe che non si riempiono, di cicatrici inutili, se vedono un tramonto davanti agli occhi pensano, ecco, adesso arriva qualcosa, qualcuno e me lo porta via.
Con o senza mostarda, con o senza il sole, ma sempre col Faro. Il Faro, ogni sabato in allegato di posta elettronica solo per chi si abbona. Il Faro, quello che su Babysnakes non ci va. Il Faro, tutto dentro


“Dai che se te la giochi fai i bei soldi” diceva tra un bianchino ben ghiacciato e uno schiocco di dita al cameriere il parassita di Dagospia al telefono alla Selvaggia, la Lucarelli coinvolta in uno scandaletto di fotografie gossippare. Ma le cose non stanno proprio così, sono un po' più complicate, la Selvaggia farà forse i bei soldi dal processo che finirà in gossip ma a dirla tutta pare in caduta libera, un “epic fail”, come dice lei, dopo l'altro, ieri pare avesse messo la foto di una sodomia a commento di un fatto di cronaca attribuendola a Repubblica ma non era vero, era una notizia del diavolo, di quelle che terrorizzano Travaglio che la Selvaggia l'ha redenta strappandola a Libero. Con ottimi risultati: nel giro di un mese, un processo con accuse infamanti, una canea per avere attaccato l'AstroSamantha nascente e uno sfondone pornografico. Di colpo tutti si accorgono di cosa sia questa Lucarelli, una gossippara, una bloggettara con forti limiti di prosa e di analisi, e di cosa non sia, una giornalista, una Irene Brin dei nostri tempi. La sua disgrazia non comincia con lo scandalo, col processo che le farà fare i bei soldi ma con l'attacco all'astronauta circense che appassiona gli italiani fumettari. Forse invidiosa del gossip altrui, Selvaggia molla un commento acido, scomoda gratuitamente il sale della terra, i dannati della terra a paragone dell'astronauta cartoon, che però c'entra niente e, non avendo forza intellettuale per difendere, per articolare il suo assunto viene seppellita di gattini in fotomontaggio, di commenti osceni da quelli che fino a ieri si eccitavano alle sue poppe blogger. Sic transit gloria mundi! Ma le colpe vanno divise equamente. Certo la Lucarelli non è simpatica, la sua ironia è grossolana, la sua visione del reale non sa evadere da un format di qualunquismo, di risaputo, sarà la scuola Visverbi, l'agenzia di promozione che l'ha resuscitata da fenomeno reality a miraggio del giornalismo di costume. Ma allora perché tanto successo sia pure di paglia, internettiano, per cui, osserva il mio patafisico amico Fulvio Abbate, “Se un post di Selvaggia su Belen fa trentamila like allora non c'è speranza”? 
Ok il prezzo è giusto, si potrebbe dire per restare nell'alveo del commerciale, per dire che questo sottogiornalismo piatto, stracotto e mangiato è il pane e il companatico di tutti, anche quelli che sbandierano il Fatto come fosse la fiaccola della consapevolezza e della legalità. Gente, del resto, che crede in Grillo, che manda in parlamento i lunatici che temono le scie chimiche. Una faccia tosta pari ai polmoni la Selvaggia, la fatale presunzione di chi non si ferma a pensare, a valutare le forze, crede coi suoi trenta o trecentomila like su Facebook di poter cogliere ogni attimo, ogni occasione. E qui subentra Travaglio, questo astuto mercante di gossip mascherato da fatti, infallibile nel bruciare le fanciulle di troppa ambizione, come la Sabina, come la Selvaggia. Finché restava a Libero danni la Lucarelli non ne faceva, non perché fosse diverso o peggio dal Fatto ma perchè ha una collocazione adatta nel panorama italiano, qualche buon giornalista, qualche buon servizio in una colata di trash, di gossip, tipo il Sun inglese. Invece le sinergie, come chiamano le manovre pubblicitarie, hanno consigliato il Travaglio, neodirettore di una testata forsennata in caduta forsennata, a conquistare la blogger di grandi ambizioni e polmoni imbarcando con lei tutta l'insostenibile leggerezza di un mondo di schiuma, il mondo dei fotomontati che si scannano su Twitter, si vantano “dei nostri giochi sadomaso”, il mondo fuffa colonizzato dalla “lista Visverbi”, che ha come punta di diamante l'ex fidanzato selvaggino Scanzi, altro epifenomeno d'argilla. Le vendite del giornale non se ne sono giovate e adesso tutti dicono che Selvaggia è insopportabile, illeggibile, non è una vera giornalista. Non lo sapevano prima? Sì ma gli andava bene perché “il successo rende simpatici”, come diceva Chaplin e evidentemente rende pure giornalisti. Ma appena cambia il vento, il velo vola via. Che ci volete fare, viviamo nell'ingratitudine dei lettori, oggi tra le stelle, domani a mordere la polvere delle medesime. Epic fail che si potrebbe anche tradurre come segue: social pieni edicole vuote, il consenso internettiano non è una roba solida, magari spara in alto ma non ti ci mantiene e i compulsatori di scandalismo giudiziario o sessuale bivaccano su Dagospia ma i giornali li pigliano col contagocce. E se non gli dai ogni giorno qualche pezzo di carne fresco, vanno a cercarselo altrove. Basta che non sia il tuo. Il popolo sovrano, anche quello civile, che si ritiene informato, ha sempre bisogno di nuovi miti e nuove ossessioni, questo almeno, una blogger che vive di pettegolezzo, di ossessioni, doveva saperlo.

Non avevo voglia di tornare a casa, dura poco questo limbo di sere sconfinate e ho voltato la Vespa e l'ho puntata nel quartiere dove ho ancora uno zio. E infatti eccolo, sotto casa, che discute con un paio di coetanei. Mi ha riconosciuto, mi ha preso il braccio con affetto: “Oh Massimo, mi fa piacere, stavo chiacchierando con questi due vecchi, perché siamo tutti vecchi, che vuoi tiriamo l'ora di cena”. Sorrideva, rideva, con le braghe corte, larghe, un rapper decrepito. Questo mio zio non è del tutto vedovo, era appena tornato dall'ospizio dove è ricoverata la moglie, una donna che lui ha adorato, una donna con cui spesso ho litigato perché sconfinava nella prepotenza. Ma una mattina di pochi anni fa si è svegliata e non c'era più, un'ischemia l'aveva cancellata lasciando il guscio vuoto. Li vedevo in giro, lui a spingerla in carrozzina e non avevo coraggio di fermarmi, ma non poteva seguitare così e allora da tre mesi è finita in ospizio. Mio zio va a trovarla ogni giorno, la porta in giardino, le scarta il gelato. Lei non lo riconosce, non ha coscienza di sé, del gelato, non si rende conto di niente. Finché le medicine fanno effetto, il capo crolla, lui la riporta in camera, torna a casa, aspetta cena coi vicini, “i vecchi”. Al mattino invece porta il nipote al mare, ma il nipote ha 12 anni, dice “Ciao nonno” e sparisce, va a giocare a pallone e lui guarda fisso il mare che gli ha portato via il figlio, guarda la tomba d'acqua. Daniele era uno di quei ragazzi di cui si dice “è buono” per non dire innamorato di una vita che l'ha tradito ogni giorno. E più la vita lo tradiva e più la amava. Non ho mai visto nessuno sorridere con tanta fiducia, tanta forza e tanta disperazione: me li ricordo i suoi sfoghi, quando la madre non c'era, per non amareggiarla. Sempre in punta di piedi, da bambino, da scolaro, se la maestra ordinava “Fate un disegno” lui faceva un minuscolo fiorellino, sperduto in un angolo nel deserto del foglio. Poi da adolescente, una mattina di luglio ero a casa sua e di colpo ha avuto un fremito, come trapassato da un fulmine, ha ruotato su se stesso ed è crollato sotto al tavolo e la bocca era storta da una parte. Non riusciva a parlare, mia zia che urlava. Da quel giorno le crisi si son fatte sempre più acute, frequenti, inarginabili, una vita a cambiare farmaci ma dopo un po', puntuale, l'assuefazione. Non era proprio epilessia, non c'era schiuma, non perdeva conoscenza, la sentiva arrivare e allora andava a nascondersi, come un animale, nessuno ha mai capito, una via crucis di cliniche, di luminari ma nessuno ha mai capito. Una volta vedemmo un documentario sui casi limite, le sindromi che la scienza non riusciva a spiegare, ci parve di veder affiorare per un attimo anche lui. Anni prima erano stati in Africa, mio zio era un tecnico dell'Italsider che aveva impiantato stabilimenti in Zaire, le intraprese fallimentari del neocolonialismo commerciale, fallimentari perché non potevi mettere gente nata povera, ma libera, in fonderia. Uno spreco di miliardi, ma non per la politica ladra e visionaria, ottima ad incassare perfino i frutti dei suoi fallimenti. Nel 1974 stavano a Kinshasa questi miei parenti, li chiamavamo al telefono, con parsimonia, e mi facevo raccontare del match del secolo tra Muhammad Ali e George Foreman e mia zia mi raccontava che il nome del dittatore, Mobutu Sese Seko Kokonwenzo Wazabanga voleva dire “Il gallo che non risparmia nessuna gallina”. Poi altri racconti favolosi, terrificanti, l'Africa era ancora un pianeta selvaggio e misterioso, l'agguato degli indigeni che già avevano sfoderato le lance e tutti loro, inermi bianchi mediterranei, perdevano il controllo dello sfintere, il potente ruggito del leone che pareva nel giardino e invece magari stava a chilometri, ma meglio non rischiare, il micidiale serpente settepassi che se ti morde fai sette passi e muori, le mosche che nidificavano nel bucato steso che poi ti infilavi e un giorno le larve si schiudevano, la pelle si crepava, il corpo secerneva mosche come nei film dell'orrore. Allora qualcuno volle dire che forse Daniele aveva preso qualcosa là, un morbo terribile e sconosciuto. Una sera di luglio di dodici anni fa torna a casa dal lavoro in agenzia immobiliare, manda giù una Coca-Cola e dice vado a farmi una nuotata. Mezz'ora dopo mio zio telefonava con una voce che non gli avevo mai sentito, dura, riarsa, una voce di schegge di vetro, “Daniele è morto”. Non gli hanno fatto neppure l'autopsia, il malore era chiaro. Sul giornale apparve la foto di mia zia che urlava sul cadavere. Da allora ha sempre indossato i vestiti del figlio e per dieci anni, fino all'ischemia, non ha saltato un giorno al camposanto. Vicino a lui avevano messo la tomba di una bambina, i genitori erano impazziti e avevano trasformato il loculo in un giardino atroce, straripante di fiori bianchi e rosa. 
Io non lo so adesso perché vi racconto queste cose, ma non ho nessun altro per sciogliere il rovo di spine che mi sento in gola, punge tutta la mia tenerezza. E quando mi sento così io vado al porto, spengo la Vespa, ascolto una voce che non so, quella dei ricordi, dei fantasmi, non lo so, ascolto la musica dell'acqua contro i pescherecci che oscillano pigri e si sfiorano, ascolto i gatti che passano tra le reti, tra le bitte, i gabbiani che nel sole s'inseguono urlando. Fino a che scoppio. Allora trovo la forza di tornare. Passo davanti alla carcassa della barca decomposta, enorme, di un azzurro rugginoso e scrostato, il costato putrefatto delle assi scoperte, la barca dimenticata dagli uomini e dal mare e dal tempo, relitto di un relitto, inutile perfino da rimuovere. Non so che nome avesse quando fiera solcava il mare, ma so il nome che vorrei darle io adesso. “Vita”.

Sono indignato. Hanno collocato il delitto della puttana decapitata a Lambrate e invece via Amadeo a Lambrate non ci sta neanche col binocolo, sta a spanne in zona città Studi, sul viale Argonne, su via Beato Angelico che sarebbe più o meno dove un mio amico redditiero ha la bellissima casa. Sono davvero indignato, giù le mani da Lambrate anche se manco da 31 anni e nel frattempo s'è imbastardito anche lui. Ma non me lo toccate. Io le puttane di Lambrate le conoscevo tutte, quindicenne passavo quasi tutti i pomeriggi, specie d'estate, al bar Franco a sfidarmi a flipper con gli amici e loro, le puttane, scendevano in ciabatte giù dalla pensione Cremona e facevano il tifo. Arrivavano i falliti, gli sposati con le scarpe da pensionati delle poste, un po' sporchi, si sfogavano e loro, materne puttane, sole o pioggia tutto il tempo lì a dare consigli, a consolarli in mezzo ai sibili e alle raffiche del flipper, “nuova partita vinta”. Poi magari se li portavano di sopra e gli facevano lo sconto. Buone, culone, ogni tanto qualche lampo di ferocia trattenuta, qualche scarto da bonarie leonesse che però non devi stuzzicare, non devi provocarle e loro resterano le più affabili delle donne, con le loro ciabatte, i loro artigli dipinti, “Ehi tì, barman, facci un caffè a sto piscinin ch'el me incanta con 'ste ballett del flipper e pago io”. Le sfruttava, figuratevi, il mio barbiere, il Tonino che era l'unico napoletano che tifava Milan, aveva comperato al bambino il completino di Gianni Rivera con tanto di stella “sheriff” per il decimo scudetto, ma siccome il piccolo in piazza Gobetti correva dietro a un pallone nero e azzurro Tonino gliel'aveva bucato e poi l'aveva picchiato. Tutta una sitcom, gli sbirri che mantenevano la pace sociale e non si immischiavano, il barbiere Tonino, le puttane e il bar Franco che era quello dove i nove brigatisti del covo di via Montenevoso, all'irruzione del commando di Dalla Chiesa, erano corsi a rifugiarsi, pensa te che guerriglieri coglioni erano questi che facevano tremare l'Italia. C'erano gli sbirri che nel portarli via ridevano e noi nel vederli al telegiornale esterrefatti, salvo mia madre che era polemica: te l'avevo detto o no Alberto che quello lì che lo vedevo uscire tutte le mattine aveva la faccia da brigatista? Poi, come cantava Bob Dylan, i tempi sono cambiati e non andavo più al bar Franco, che d'altronde aveva chiuso e presto sarei andato via anche da Milano Lambrate dove ero cresciuto tra sogno e realtà. Fingevo la malavita anch'io, però a flipper ero un campione davvero, eravamo tutti molti bravi e io sapevo tenere una pallina anche venti minuti, mezz'ora, vincevo una partita dopo l'altra, con 200 lire mi facevo il pomeriggio. Poi tornavo a casa e mi davo allo studio matto e disperatissimo perché dovevo difendere il mio status di ginnasiale al glorioso Liceo “Carducci” di via Beroldo, tradizione resistenziale, antifascista.

Questo bisogno di volare nonostante tutto, volare di carta ma far andare il cuore, e le parole, e le dita che disegnano pensieri sulla tastiera. Una corsa dell'anima. Anche se non ho niente da dire, se non voglio dire niente. Questo bisogno mi ha salvato quando volevo uccidermi. Mi salva sempre quando voglio sparirmi. Scrivevo per me, non sospettavo sarebbe arrivato un incantesimo per “condividermi” col mondo o con un solo lettore. Ancora scrivo per me, queste farfalle malate voleranno chissà fin dove, moriranno senza storia, non importa. Io pensavo questo bisogno durasse un giorno, un anno, il tempo di maturare, invece resta, invece cresce in me; è malattia e questo male contiene in sé la cura, che pure mi avvelena. Quante volte ho maledetto il momento in cui sono cascato in questa trappola: mi succede sempre più spesso, e più mi dispero e più non posso uscirne, non ci provo, non voglio. È quello che ho sempre fatto, è un istinto ormai, chissà se significa essere scrittore o soltanto grafomane, un patetico illuso. Ma sì, forse è solo questo, un incantesimo, una mesta bugia. Ma il bisogno, nonostante tutto, insiste. Mi costringe a ascoltarlo. È una parentesi nell'inferno della vita, è dolore che cerca la sua gioia e meno la trova e più si agita. Di sofferenza si alimenta, e non tollera interferenze. Aveva ragione il mio grande amico, il poeta Bazzani, a dirmi che ero sempre lì che bruciavo. Solo più che mai, non ho altro che questo tenermi compagnia, tutto ciò che resta è assenza e quando scopro che la mia solitudine colma per un attimo quella altrui, io ne resto sconvolto; non è così che doveva andare, non per me che scrivo, non per te che leggi. Questa droga sembra innocua ed è la più cattiva, la più sottile, quella che sconfiggere non puoi. Scava alienazione, manda al manicomio, devasta anche le fibre. Era così vent'anni fa, quando avevo finito il tempo e per colmarlo scrivevo in un sottotetto stretto come un pigiama di cemento, dove le farfalle volavano via subito per il lucernario. Ed è così oggi, che mi sento arrivato in fondo al pozzo, guardo fuori e vedo una valle che chiama ma non la sento più, ascolto il rumore della sera che scende e non la sento più. E mi chiedo cosa sarà di me, ostaggio di farfalle malate che prendono forma, mettono ali, si preparano a fuggire. Questo bisogno mi ha condannato quando volevo vivere.


L'assessora sociale Bettini a Firenze, che è di quelle che vivono ben chiuse nell'alienazione del potere locale e delle correnti, ha manifestato il suo dispetto civile con chi ha effigiato il mutante che cagava per la strada: “Altro che foto, dovevano intervenire”. Intervenire come, assessore? Con la forza è escluso, si finisce in fama di repressivi ma fare un dibattito da talk show, aprire un tavolo sindacale con un essere mostruoso che defeca en plen air equivale a suicidio sicuro, nella migliore delle ipotesi a morte sociale, sentite cosa capita a un parente che si è provato ad imporre un minimo di decoro sociale nella provincia di Pavia. È intento in acquisti al centro commerciale quando vede una banda di rom che rubano allegramente: “Che state facendo?” li apostrofa e chiama la sorveglianza al che quelli mollano la refurtiva e si danno a precipitosa fuga, ma neanche tanto. “Adesso quando esco che succede?”, pensa preoccupato il cittadino modello e già la commessa alla cassa gli insegna a stare al mondo: "Ma guardi, lei è meglio se fa finta di niente, a noi ci hanno ordinato fate finta di niente, non accorgetevi di niente che è meglio farsi rubare ogni giorno qualche telefono, qualche sacco di roba che passare altre rogne, poi la gente non viene più e invece quelli dopo tornano". Insomma scocciata per la cattiva pubblicità del cittadino modello e scocciati anche quelli della sorveglianza che lo guatano con l'aria di chi pensa, “ma farti i cazzi tuoi mai, eh?”. Il cittadino modello esce e naturalmente si trova intorno i cittadini rom che gli picchiano, gli sputano sul vetro: “Stronzo, razzista, vaffanculo Salvini, fatti gli affari tuoi, abbiamo fotografato tua macchina, per te è finita”. Il cittadino modello, terrorizzato, chiuso dentro la macchina come Samantha nella navicella spaziale, telefona al maresciallo del paese mentre gli assalitori gli ridono in faccia, vanno via bofonchiando “ci vediamo presto”. Ovviamente di altri cittadini modello neanche l'ombra, lui se l'è cercata, lui si arrangi. Così che il cittadino modello deve lasciar l'auto in garage, girare a piedi e soprattutto guardarsi sempre le spalle, controllare bene quando esce e rientra, poi sta anche isolato, sta in campagna. E per di più in giro si è sparsa la voce e ci passa da intollerante, anche la commessa lo riconosce e lo guarda di straforo, ma eccolo ancora qui il bel tipo che vuole imporre la legalità, che vuole salvarci lui. Il mio parente modello potrebbe commentare e difatti commenta: ma com'è 'sta storia che se faccio il mio dovere civico passo per amico di Salvini e se invece mi volto dall'altra parte per uno di sinistra?
Cara assessora Bettini, perché il cittadino di un Paese squagliato dovrebbe fare, a suo rischio e periglio, il lavoro che spetta a lei e per il quale viene pagata?

L'assurdo della vita è che passa. Passa più del tempo trascorso. Magari ero sciocco nel mio pretendermi, ma ce la mettevo tutta ed ero felice in quelle parentesi dall'inferno. La libreria di Roberta a Civitanova. Un teatrino diroccato ad Abbadia. Un auditorium curioso a Gaeta, il palco è profondissimo e digradante, se non stiamo attenti ruzzoliamo giù. Quella notte a un certo punto, non so che mi prende, mi metto a leggere la faccia contro il muro e Paolo si scaglia contro l'altra parete suonando come indemoniato. Due matti parevamo ma la gente usciva sconvolta, gli occhi pieni di lacrime di sollievo, di riconoscenza e di gioia. Una formula uscita così, magari sgangherata, mai provato un beato cazzo, ma adesso la rifanno tutti. L'ultima sigaretta, lo sguardo complice prima di partire e non puoi credere siano passate due ore. Un agriturismo che non vuole arrendersi; un festival “culturale” dove, a venti metri da noi, si sta producendo la pornostar Valentina Nappi. Sì, ne son successe di cose, di ricordi da consumare, ero un dilettante, peggio che un dilettante ma il mio coraggio, la mia ingenua incoscienza erano assolute, pari solo alla pazienza di Paolo. Tredici ore di viaggio da qui a Rende e poi tre ore tirate, di più, senza fiato, una improvvisazione via l'altra. La settimana dopo ci sarebbe andato Jon Spencer, “Ma voi” qualcuno mi disse “siete stati più emozionanti, più intensi”. Chissà. Adesso non le farei più così quelle cose, adesso saprei come farle ma l'assurdo della vita è che passa e a volte ti porta via tutto. A Castelfranco, nel centro sociale Buenaventura che sta avviandosi a morire, è una delle primissime volte. Recito il saluto a mio padre che sul suo letto d'agonia non è più vivo ma non è ancora morto e ce ne vuole per arrivare in fondo. Paolo riparte subito, io mi fermo a dormire al piano di sopra, in un sottotetto che è un porto di mare. C'è di tutto, scagliato da risacche lontane, tempeste di vita. C'è un letto anni Settanta, la radio nella testiera. La guardo, riconosco la marca “Europhon”. Quella ditta la forniva mio padre, era esclusivista. Quanto mare, quanto mondo avrà girato quella radio dentro al letto prima di fermarsi qui, sotto il mio corpo esausto dopo uno spettacolo furibondo e ingenuo, dopo il mio estremo saluto a mio padre. Tre ore dopo mi alzo, riprendo la macchina, arrivo giusto in tempo per sentire l'ultimo battito del polso nella mia mano.

Si può fare il giornalista “contro”, per dire bastian contrario, per calcolo vittimistico come Saviano o per allucinazione come Travaglio del quale l'ex sodale Santoro dice: “Non sono d'accordo con la sua idea di porsi frontalmente al potere a prescindere”. Oppure lo puoi fare senza volere, senza essere contro a un bel niente, solo non omogeneo alla marea delle esaltazioni e dei furori della gente comune che oggi “sta in rete” così come si sta sulla luna. Avendo espresso le mie riserve sul fenomeno Samantha, astronauta, astrologa, non si è capito, sono stato fatalmente raggiunto dai soliti commenti diversamente democratici: ha ragione Eco, rosicone, complottista, ti pare che facevano una missione per lanciare un personaggio politico. Sì, mi pare nel senso che queste missioni scientifiche sono 60 anni che le fanno senza saper dimostrare a che servono, una prova di forza insensata tra americani e russi per tutta la guerra fredda, che ha portato solo alla constatazione definitiva di cui diceva Giorgio Bocca, che l'universo celeste dei poeti e dei lunatici è un universo buio di pietre inerti, di gas mefitici, un universo di morte. Adesso c'è anche l'Europa Unita che giustamente non vuole restar fuori dal colossale gioco degli sprechi e dei ritorni mediatici, “L'America sì, la Cina sì e noi no?”. Queste missioni misteriose sono un po' come la solidarietà di Roma capitale, come le grandi opere, immani mangiatoie che tanto pagano tutti che è come dire nessuno, e sono, naturalmente, operazioni politiche. Quest'ultima cascava precisa tra semestre italiano in Europa ed Expo italiana nel mondo e si doveva dare il contentino all'Italia, così che insieme a due maschi, un russo e un americano come nei film di spionaggio, hanno preso su una italiana, ovviamente gradita al governo in carica e benedicente l'esposizione milanese. Davvero i lunatici fermano la loro indignazione universale alle colonne d'Ercole delle logiche astrali? 
E' davvero grottesco che si venga a chiedere conto al cronista di rilevanze scientifiche che nessuno ha visto, poiché nessuno ne ha parlato. Ma sentite il massimo dell'informazione scientifica ufficiale: “Durante la missione, Samantha sarà impegnata in esperimenti scientifici per ESA e ASI, molti dei quali sono basati sul know how italiano: dovrà svolgere come membro di equipaggio della ISS un’ampia e articolata attività di sperimentazione. L’ASI, unica agenzia spaziale nazionale in Europa ad aver accesso diretto alle risorse di utilizzazione della ISS, ha selezionato e sviluppato per la missione di Samantha Cristoforetti nove progetti di ricerca scientifica e dimostrazione tecnologica italiani, che verranno svolti dalla nostra astronauta nei suoi sei mesi di permanenza a bordo della ISS, insieme a un altro progetto già presente sulla Stazione che sta raccogliendo dati da oltre tre anni: cinque progetti saranno dedicati allo studio di vari aspetti della fisiologia umana in condizioni di assenza di peso, due effettueranno analisi biologiche su campioni cellulari portati in microgravità; verrà inoltre portato e sperimentato a bordo della ISS un dimostratore per un processo di produzione automatizzato per la realizzazione di oggetti 3D in assenza di peso (stampa 3D), e una macchina a capsule multifunzione in grado di servire bevande calde, tra le quali anche il tipico “caffè espresso italiano”, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). I progetti sono stati ideati da Università, centri di ricerca, aziende e PMI italiane, e selezionati dall’ASI con i Bandi nazionali di Volo Umano e la Call per progetti di partenariato pubblico-privato per la utilizzazione della ISS”. 
Non pare la fuffa di Eataly, del Farinetti sponsor dell'attuale potere? Ma questi epocali riscontri scientifici, al netto delle sinergie commerciali e delle capriole spaziali, dove stanno? Forse in quest'altro comunicato riassuntivo della missione: “In particolare, l'astronauta italiana ci ha fatto vedere come preparare una tortilla (molto usata nello spazio perché non crea briciole volanti) con pollo, piselli, funghi e riso. Dopo la preparazione il risultato finale è decisamente soddisfacente: 'Niente male – ha commentato Samantha - considerando anche che siamo in assenza di gravità”. Le cronache marziane di Benedetta Parodi.
Qui si è vista per sei mesi una che giocava col microfono, che cantava “Imagine” e sposava cause umanitarie, che preparano molto bene una carriera futura ma con la dimensione scientifica c'entrano niente e non gliel'ha imposto nessuno di trasformare una missione in un circo, tanto meno i media che è conveniente incolpare di tutte le cose. Sì, i media sono fatui ma se sei una scienziata nessuno ti impone di degradarti a intrattenitrice che si prepara un futuro fuori dall'Aeronautica. Cosa facesse di preciso Astrosamantha nelle sue giornate senza gravità e senza tempo non possiamo dire, ma una cosa la sappiamo con certezza avendone avuta esperienza diretta: non facevo in tempo a mandare un messaggio spiritoso col suo nome che lei, a pianeti di distanza, fulmineamente mi ritwittava come una adolescente in metropolitana, quattrocento chilometri e dieci metri più giù. Ma se la donna-meraviglia “che parla cinque lingue” cinguetta a tutto spiano nella lingua afasica delle ginnasiali e delle commesse, i media sono causa o effetto, forza inesorabile o semplice strumento? Di argomenti scientifici, di riscontri scientifici nella missione di Susanna Pitupitumpà nessuno ha trovato traccia, nessuno li sa indicare ma pretendono sia il cronista rompicoglioni a scovarli. Ma se non ci sono! 
“Sei come la Lucarelli” sibilano quelli che hanno rottamato Selvaggia con Samantha, ma io non ho scomodato ad minchiam i dannati della terra e pongo una questione molto semplice: questi risvolti scientifici dove stanno? “Spiegacelo tu” ringhiano i feticisti delle tettine antigravitazionali di Samantha e ricordano quei preti che ti sfidano, “Dimostraci che Dio non esiste”, ma non ti dimostrano che Dio esiste.
Sarà pure una missione fondamentale per il cammino dell'umanità questa del capitano Cristoforetti che cuoceva la tortilla ma a noi è sembrata più che altro la mediocre trovata del made in Italy liofilizzato che piace al nuovo potere, il caffè a capsule che tutti possiamo bere a bordo del razzo missile, come Goldrake. La campagna giusta affidata al testimonial giusto, la quota rosa spedita sei mesi in un monolocale astrale. Cari adepti di Umberto Eco, non occorre contare tutti i crateri per capire di stare sulla luna. 

Ma perché fermarsi al populismo di una blogger in fama di spiona, perché non vedere, non capire che tutto quanto sta dietro l'operazione Samantha Cristoforetti ha poco e niente di scientifico e molto, tutto di mercantile e di politico? C'è questa ragazzona, vagamente simile alla Susanna Tuttapanna dei formaggini, che viene sparata su, negli spazi infiniti, a 400 chilometri dentro i misteri delle comete e dei nostri dei antropomorfi, chissà se li trova, se può parlarci per fare rinsavire un poco questo pianeta di pecore matte. Siccome è donna e le donne sono considerate discriminate, il valore aggiunto sale, sale, va oltre il limite delle comete e degli dei antropomorfi. Dicono: ma taci ignorante, la sua è una missione scientifica, gli “importanti esperimenti”, le scoperte sul corpo di Susanna Tuttapanna ci consentiranno passi speriamo da gigante nella conoscenza delle comete e dei nostri dei perennemente incazzati come i farneticanti dei talk show. Ma appena salita, Samantha-Susanna per prima cosa compare a una raffica di eventi televisivi qui, sulla terra come un qualsiasi manichino del Fatto Quotidiano, poi si spaventa perché un bagliore riflesso sulla navicella la fa pensare ai mostri spaziali. Dice: “Ma no, ignorante, c'è dell'altro, lei parla cinque o sei lingue”, ma senti che rigurgito da civiltà contadina, da superstizione gutturale dei villaggi refrattari all'inurbazione pasoliniana, dove ancora si latra “Ohè, tì, lasse sta' i pret e i dutur”. Ma le uniche attività di cui siamo stati perennemente informati in questi sei mesi erano la duturessa Samantha-Susanna che faceva le capriole, che giocava forse allusivamente col microfono, si faceva la messa in piega, mangiava, chattava su internet. Insomma precisamente come a casa, che uno pensa: se la missione era questa, tanto valeva lasciarla in tinello. Due presidenti della Repubblica l'hanno salutata come una salvatrice del pianeta e delle galassie, quello del consiglio, detto “il rottamatore”, l'ha subito salutata al rientro, ovviamente via Twitter, comunicazione galattica, le ha detto “ti aspetto”. E qui veniamo al punto. Si sa, si dice con esattezza che per Samantha, appena espletati i prelievi del sangue che dovranno chiarire come il suo codice genetico non sia minimamente mutato nel fare in cielo quel che faceva a casa, è già pronto un seggio col partito del Rottamatore, che la missione scientifica stringi stringi in questo consisteva, 400 chilometri nel cielo delle meteore e degli dei incomprensibili per la più volgare delle gravità terrene, per una sinecura parlamentare con annessi voti ubbidienti e dichiarazioni di conformità. Si sa che è pronta la via crucis delle ospitate televisive, naturalmente scelte con cura, Fazio, Vespa, la De Filippi insieme al moralista inflazionato Saviano, che è pronto il libro sui sei mesi da colf intergalattica, insomma tutto l'apparato pubblicitario che sta dietro una operazione mercantile; di scientifico poco e niente, di politico e mediatico tanto. Il primato consistendo nel fatto che Samantha Tuttapanna è indubitabilmente donna, qualcuno su Facebook restava turbato dalle sue tettine in assenza di gravità. Poi dicono che le donne sono discriminate, ma no, è sempre la solita questione del mercato, la brasiliana che palleggia come Neymar non gode dello stesso trattamento solo perché il calcio femminile non ha ancora sfondato, non perché lo sport sia così misogino, andiamo, andatelo a dire alle nerborute sorelle Williams e alle altre miliardarie in dollari del tennis che ad ogni pallata scoprono le mutadine e urlano di piacere. Fate in modo che il soccer in gonnella trovi gli sponsor, i canali giusti, le mutandine adatte, per dire rendetelo appetibile all'industria dell'osceno che non conosce gender perché li contempla tutti, e anche i palleggi della Marta Vieira saliranno alle stelle. Ma cosa dovremmo concludere di AstroSamantha, che ha puntualmente spaccato l'Italietta, di sinistra chi è con lei, di destra chi non la sopporta, ma che in quanto femmina viene esaltata, dunque pagata e candidata oltre i suoi meriti scientifici? Che il mondo delle galassie e delle meteore è più evoluto, rispetta le quote rosa meglio di questo piccolo pianeta pazzo? Ma no, parte sempre tutto da qui, è una questione di mercato, di pubblicità, di affari. Avendo io ironizzato sul forum di Aldo Grasso a proposito di AstroSusanna, subito uno mi ha rimbeccato con la solita accusa che non ammette replica perché non offre spiegazione, sta nel mistero come una missione spaziale: rosicone, frustrato che si diverte a denigrare il meglio da Benigni a Fabio Volo. Sarò rosicone, ma io le mie perplessità le spiego e così spero di voi, delle vostre esaltazioni un po' lunatiche, un po' nazionaliste, “Sam è il vanto italiano del mondo”, un po' inconsapevolmente razziste, “Ma pensa, una donna, una donna italiana sa fare tutto questo” cioè restare sei mesi in una capsula a 400 km di altezza a farsi uno shampoo, come avrebbe detto Gaber. Io non ci trovo niente di strano né in bene né in male, ma io non sono un progressista pavloviano, costretto a schierarmi, mi ritengo un liberale anarchico se vuoi cinico, che non esalta né demonizza il mercato, si limita a studiarlo e constatarne gli effetti. Tra i quali il seguente: appena AstroSamantha sarà tornata nell'attrazione gravitazionale dei minima moralia, appena sarà formalizzata la militanza terrestre nel partito del Rottamatore, tante esaltazioni dell'ultim'ora si spegneranno come stelle cadenti, molti la troveranno di colpo ambigua, limitata, implausibile come una blogger in odore di spionaggio all'amatriciana, appena passata dalle stelle alle stalle del gossip, alla quale andare contropelo al nuovo astro nascente Samantha non ha portato bene.