sabato 24 gennaio 2015

IL MAESTRO


Questa sera mettiti elegante
Che ti affido un cuore di perdente
Tu vedrai cos'è non esser niente
Da difendere, da conservare
Un perdente vero, fino in fondo
Ma stasera sai che cambia il vento
Sarò il re di un gioco da buttare
Sarò quello che non sai d'avere
Il perdente si riprende tutto
Col coraggio che non ha domani
Ha soltanto un raggio tra le mani
Ruggine di luce di sconfitta
Tutti lì! Tutti in piedi adesso
Nella sala già si sente il passo
Del Maestro di sconfitte e guai
Del perdente che non vince mai
Arabeschi gli tatuano gli occhi
Sono i boschi nei distrutti specchi
Dell'età felice che non fu
Di quel sole che restò lassù
Ma il perdente sa che cosa dice
Come figli ha solo i fallimenti
Li difende: se li è guadagnati
Quei tatuaggi di miraggi infetti
Dirottati voli d'ali d'ambizioni
E la vita pare una prigione
La prigione di una libertà
Che non ha valore né onestà
Ecco qua: cento facce in piedi
Non lo sanno quanto costa il prezzo
D'un perdente che sicuro avanza
Nel disprezzo dietro la pietà
Ma che importa? Vetro è la realtà
Del Maestro d'insana esperienza 
Lui li guarda e parla il gran silenzio
D'un dolore color madreperla
Mettiti elegante questa sera
Hai un appuntamento col perdente

venerdì 23 gennaio 2015

IL FARO 02/2015

Poteva sottrarsi il Faro? Inoltre, tanta attualità assurda, bizzarra, contorta. Inoltre, la cronaca trattata come al solito senza badare a spese. Inoltre, due proposte musicali diversissime, ma diversamente interessanti: Teardrop Factory e Benjamin Clementine. Il Faro, più che mai tutto dentro (e domani arriva il numero nuovo...)

martedì 20 gennaio 2015

TREDICI BAMBINI


Il polso della situazione lo dà Twitter, lo scorri e le prodezze della galassia, della nebulosa Isis non le conti più. Ogni giorno esecuzioni, torture, minacce, stragi. Quella sui 13 ragazzini colpevoli, nella loro povertà, di avere guardato alla televisione la partita della nazionale dell'Iraq, e giustiziati in pubblico, va al di là delle parole. Chissà cosa avranno pensato, quando i custodi della follia sono piombati su di loro interrompendo una felicità di vetro. I genitori neanche hanno potuto recuperare i corpi, temevano di venire massacrati anche loro. Qualcosa che va oltre le stragi, oltre l'eccidio di Charlie Hebro a Parigi che ha tormentato il mondo. Tredici bambini nati per morire, nati per niente, impermeabili ad ogni provvidenza. Tredici bambini a perdere. Ogni discorso si fa inutile, ogni discorso diventa privo di senso. Ho pensato che, se scopro il macello di tredici animali, ci resto offeso tutto il giorno e sofferente e arrabbiato, e rivendico questi sentimenti. I tredici bambini irakeni invece li patisco in modo filtrato, con angoscia lontana. E non è una questione geografica, ma perché è un'ingiustizia troppo grande, troppo assurda e troppo spaventosa. E certo non sarà l'ultima. Bambini giustiziati, bambini giustizieri. Speri solo che siano bugie, ma poi vedi il resto, gli omosessuali gettati dai tetti, le punizioni più crudeli per le motivazioni più spietate. Tredici bambini a perdere spalancano l'abisso di un mondo che non capisco e dove non vorrei vivere. E il cervello si difende, la mente mi porta via, a scrivere righe impotenti e poi nell'oblio dei miei giorni di nulla.

domenica 18 gennaio 2015

NEGRO!


L'anno passato (tocca già dire così) avevo ammesso con i miei lettori che mai mi sarei piegato a pagare il pizzo della formazione dei giornalisti. Ho mantenuto, però non volendo peccare di presunzione, anche mi sono sottoposto a un paio di corsi: on line, senza spese. Entrambi avevano a che fare con la deontologia, e, nel mare di Carte che ci stritolano, spiccava la Carta di Roma sugli stranieri. La Carta di Roma è, a dirla come va detta, frutto di una meschina pastetta fra l'Ordine, l'articolazione burocratica delle Nazioni Unite che sforna le Boldrini, e, soprattutto, la Comunità di Capodarco, che l'ha di fatto apparecchiata. Tale Carta è la polluzione del più demenziale politicamente corretto, si sofferma sulle sfumature linguistiche, che intinge in una intolleranza fanatica, da talebani paranoidi: non si può dire clandestino, e praticamente neppure immigrato, bensì migrante, meglio ancora migrantes, in latino della decadenza, in tutti i sensi. Idiozie da gente che non fa di meglio per guadagnarsi la pagnotta. E subiamole pure; ma, tra queste idiozie, ce n'è una che non mi va giù e che proprio non posso accettare: è dove mi s'impone di evitare per la gente di colore la parola “negro”. Che io invece adopero con voluttà, alla faccia della Carta e di chi la scrisse. Perché per me, e solo per me, questa parola contiene solo fiori. “Negro”, per me, è l'uomo nero che suona il jazz, è il bluesman, è Cassius Clay; è quel modo dinoccolato e saggio di muoversi e di parlare; negro è lo slang, è l'Africa, è Congo Square, è la solitudine persa in una metropoli, è la blaxploitation, la rabbia e la gioia, la sofferenza e l'orgoglio e una eleganza che io bianco non posso avere; negro è l'agilità, la danza, il dolore; è Robert Crumb anche se è bianco; negro sono tutti i colori dentro un sorriso di denti; negro è la saggezza del fatalismo, la grandezza della sopportazione, e una immensa dignità; è il vizio che si fa virtù e il contrario; è la rivolta che rinasce sempre, ora feroce ora gentile; è il sangue di un pugile che ha appena vinto e perso; è un vecchio con la coppola in testa, seduto in un viale, e tu sai già la vita che ha sulle spalle e che ti racconterà se solo gliela chiedi e sai che ti piacerà ascoltarla anche senza una parola, guardandogli appena gli occhi, studiando le espressioni; negro è la negritudine, qualcosa che io posso ammirare, non pretendere. Ma per ammirarla, devo almeno dirla. Debbo pronunciarla. Debbo farla mia. E allora negro sia, e se mi costasse anche la galera, non smetterò di dirla: in caso, vorrebbe dire che sarei un po' più negro anche io. Negro a metà. 

sabato 17 gennaio 2015

AVALLONE DI NULLA


Che l'Italia attualmente non tema deficit di democrazia, e neppure di aggressioni alla sua libertà di stampa sul modello della Francia, è felicemente confermato dal fatto che una testata come il Corriere, prima per tradizione e diffusione, ospiti interventi elementari come quello di tale Silvia Avallone. Si potrà parlare di democrazia mercantile, nel senso che questa Avallone deve avere spuntato qualche premio letterario al culmine di estenuanti trattative, ma la sostanza non cambia. Cosa dice Avallone? Si scaglia, apoditticamente, contro il tenore maschilista degli attacchi alle due cooperanti brianzole, e così, in modo pochissimo originale, chiude la faccenda: il resto è una sequela di luoghi comuni, appunto, da scuola elementare, da “voglio capire” a “i terroristi partono da qui”, dunque sono figli dell'Occidente. È difficile controbattere al nulla, e Avallone viaggia sotto al nulla. Costantemente. Viaggia sotto l'inconsistenza quando si chiede, retoricamente, “quanto vale una vita di una persona?” (l'ente-persona, negli interventi inconsistenti, non può mancare mai, la tautologia vita-persona qui ammanta il vuoto pneumatico). Intanto, il valore non può essere stabilito una volta per tutte e per tutti: nel computo, ovvero nella mancanza di misura (ogni vita ha valore smisurato, sembrerebbe doversi dedurre dalla retorica avalloniana) mettiamo a pari merito la vita del carnefice e della vittima? Quella della testa tagliata e del tagliatore di teste? Quella di chi sta per (dunque è ancora neutralizzabile, eventualmente con misure drastiche) sacrificare cento vite e le cento vite innocenti? Hitler e il dr. Schweitzer? 
Avallone non chiarisce, a lei, cattolicamente, basta la sacralità, l'intangibilità di una vita “della persona”, e così risolve la faccenda. Che però non si risolve affatto. La vita “della persona” non ha prezzo: ma viene pure quantificata, e l'ammontare va a finanziare nuovi attentati a vite “di persone” senza prezzo. Va bene così? Secondo Avallone, sì.
Non basta. La vita “della persona” vale tutto, anche oltre il limite della propria libertà? Se così, allora, in nome della salvaguardia della vita, io avrei dovuto impedire alle due sventate cooperanti di mettersi nei guai (ma, allora, non sarei stato diversamente maschilista?); oppure ero, sono tenuto a rispettare il valore della libertà come prioritario rispetto a quello della vita in sé? E, in questo ultimo caso, fino a che punto è lecito rimediare agli incidenti derivati da una libertà incontrastata? Anche questo, la limitata visione avalloniana non lo chiarisce. Ne deriva un inno all'immaturità perenne, senza alcun riguardo per l'etica della responsabilità: ciascuno deve seguire le sue pulsioni, senza valutare rischi e conseguenze, tanto poi c'è sempre una realtà sovrumana - il Caso, la Provvidenza, lo Stato - che ripara, che sistema tutto. Ma se questa realtà non scatta, perché non vuole, perché non può, o perché altre variabili si mettono di mezzo? Tutto è possibile, ma non nell'ottica provvidenzialista-irresponsabilista di Avallone. Che non sarà sessista, non sarà maschilista, ma non per questo è decente, sia perché niente affatto rigorosa, sia, soprattutto, perché risolta nella e con la retorica a Matrioska, la retorica della retorica che segue: io, privilegiata, scrittrice (come no), occidentale, voglio capire, voglio imparare: e, per imparare, non ho di meglio che due ventenni le quali, lungi dall'essersela cercata, almeno loro, sono andate a ficcarsi in contesti dei quali ignoravano tutto, e dai quali sono state tratte in salvo grazie a complicate operazioni di diplomazia finanziaria.
Funziona, così? No, non funziona. Funziona solo nella limitata percezione di Avallone. La quale, per informarsi di complesse questioni geopolitiche, strategiche, economiche, religiose, non trova di meglio che la “testimonianza” di due sventatelle drappeggiate, spaventate, ma del tutto risolte nel loro patetico esibizionismo in fuga da se stesse o, almeno, dalla Brianza velenosa e, soprattutto, noiosa (parole loro, delle diverse cooperanti: non nostre). Naturalmente, quella di Avallone è falsa modestia che vela una mediocrissima promozione ammantata nel finto senso di colpa: “Io, scrittrice, privilegiata, non posso capire...”, e, sotto, si coglie il messaggio: comprate i miei libri, il privilegio me lo merito. Ma questa sua facile malizia non ne ridimensiona, tutt'altro, l'inconsistenza.
Chesterton diceva che il folle è malato di realtà, la sua logica funziona perfettamente ma solo all'interno di un circolo ristrettissimo. Avallone invece sembra patire la malattia contraria, quella di una evanescenza logica, etica, razionale senza confini; lei non si muove in un cerchio ristrettissimo, lei spezza il cerchio e parte per la tangente. Non è la malattia dei poeti, ma degli sciocchi. Se volete una prova, eccola: verificate se il discorso, si fa per dire, di Avallone, espunto dal contesto, possa funzionare per qualsiasi altro argomento possibile e immaginabile, da “chi siamo, dove andiamo?” a “quanto vale la vita anche non delle persone?” a “c'è vita oltre il nostro sistema solare?”. Funziona. Ma se una risposta (si fa per dire) funziona per tutto, vuol dire che non serve a niente, è del tutto sconclusionata, è evanescente. È talmente limitata da risultare senza limiti. Come Avallone, appunto. 

venerdì 16 gennaio 2015

IN OCCIDENTE

"Agli eroi di Liwa Shuhada [sigla vicina al fronte al Nusra, braccio di Al Qaeda in Siria] grazie per l'ospitalità e se Dio vuole vediamo la città di Idlib libera quando torniamo"

Pare non sia possibile sentirsi, e manifestarsi, esasperati dalle facce delle ennesime due sconsiderate a caccia di brividi nelle zone meno consigliabili, e poi recuperate con riscatti sanguinosi: sia nel senso di quello che son costati, sia nell'altro, che si tradurranno in nuovi attentati. Perché il pizzo di 12 milioni di dollari (dichiarati) per le due balorde brianzole, è un colossale investimento di morte in favore della pace. Ma non ditelo! I paladini della libertà d'espressione, quelli tutti Charlie Hebro, potrebbero non perdonarvela. Ora, si può capire che esulti un patetico rottame piombato come Erri de Luca, ma quelli che hanno la testa sulle spalle dove sono? Tutti a preoccuparsi di non coincidere con Salvini? Tutti a sposare la causa di chi regolarmente sputa su cosa siamo, dunque anche su loro stessi? Non c'è bisogno di essere patrioti, e personalmente mi sento quanto di più lontano da uno spirito patriottardo: ma questa mania di esaltare ed esultare puntualmente sempre e solo su cosa ci abbruttisce, disprezza, umilia, cancella, non riesco a capirla. Non voglio capirla. Perché non sono uno snob, un hipster, uno sfigato preoccupato solo di “andare controcorrente”.
Qui la situazione è molto semplice, molto chiara. Qui ci sono le chiacchiere, i birignao, le ipocrisie, le contraddizioni di chi è a favore di ogni espressione, purché coincida con la sua. E poi c'è la realtà delle brianzole Greta e Vanessa, come ieri delle due Simone, delle Sgrene che oggi, ringalluzzite, augurano cancri e morte a destra e a manca, gente del tutto incapace di capire, di riflettere, di essere matura, di non mettersi in guai talmente giganteschi che poi non basta uno Stato a risolvere. Sarebbe da frequentarla, da parlarci cinque minuti con questa gente. Che sa niente di religioni, di geopolitica, di elementare cultura generale. Che è inzuppata di luoghi comuni, frasi fatte, ideologie e semplificazioni. E che si butta nei casini più vertiginosi e dopo, quando torna, sana e salva, perché c'è un dio degli sconsiderati che non dorme mai, non perde occasione per balbettare il suo rosario di scemenze: ci hanno trattate benissimo, torneremo subito là, l'occidente deve capire, l'occidente deve convertirsi. Proprio l'occidente che le lascia giocare alle salvatrici del mondo, le riscatta e poi le ripaga con libri, televisione, incarichi giornalistici (vedrete) e, nei casi più interessanti, uno scranno parlamentare. Davvero un occidente porco. Ma dal quale, a questo punto, non se ne vanno più: non risultano casi di feedback islamico, dopo che del capitalismo malato si sono sperimentati i benefici. Dove sta qui il diritto di indignarsi, anzi di incazzarsi di brutto? A parte l'illogicità del tutto, con ipocrisia a corredo, quel che non si regge sta nelle facce di tanti ragazzi che tentano di sopravvivere qui, in occidente, adattandosi ad ogni umiliazione, a qualsiasi lavoro, a tutte le ingiustizie possibili, e per i quali ci saranno solo altre ingiustizie, umiliazioni, vuoti, attese. Sta nella malizia stupida di queste esaltate, nella loro ignoranza, nella supponenza, nella loro fuga dalla realtà di un lavoro umile per cercare fortuna, perché di questo si tratta, dove non ha senso cercarla. Mentre qui, dove tanta gente ha bisogno, ha bisogno davvero, non c'è nessuno che se ne occupi. Qualunquista magari osservarlo. Ma non meno vero, non meno reale e urgente. Sta nel non poterle chiamare certe avventuriere come vanno chiamate, a meno di non coprirsi sotto l'ombrellone della satira (e anche su questa faccenda, le cose andrebbero chiarite, magari con meno superficialità di Bergoglio. Perché sulla solidarietà ai martiri, veri, del giornale francese, non possono esservi riserve; sul senso da dare alla satira, sulla sua estensione, sul gradimento di tanta satira, è lecito interrogarsi e non per piatte questioni di fanatismo mistico, ma proprio di consistenza, di qualità effettiva - mi ci soffermo sul prossimo Faro, in uscita domani. Non è che basta scomodare la satira per avere ragione o per essere un genio. Altrimenti i poveri imbecilli, pavidi oltretutto, che girano da queste parti sarebbero tutti Jacques Tati). 
C'è, per tornare a bomba, qualcosa di insopportabile, di oggettivamente irritante nelle dinamiche di queste sciocche, nelle loro facce imbambolate, negli atteggiamenti falsamente soavi, nei discorsi strampalati, nel difendere il fondamentalismo, nel vaneggiare loro e di chi le prende sul serio, pende dai loro tovaglioli apparecchiati sulle loro testine vuote occidentali. Non è questione di essere o non essere come Salvini, uno che all'occorrenza vaneggia tanto e quanto il papa, al quale però tutto è perdonato. Quello che brucia, è constatare che i cretini, gli estaltati, e anche i paraculi, hanno sempre ragione e se la cavano sempre alla grandissima, magari sulla pelle di chi li salva, o alla faccia di chi è appena esploso. Questi vivono un giorno da “eroi” e una vita da parassiti. Per i banali, i normali, gli ultimi, che magari il mondo, nel loro piccolo, provano a cambiarlo dove il mondo li ha messi, c'è solo irrisione e indifferenza; al massimo, la telefonata sbrigativa di questo curioso papa che ride tanto, pare progressista ma all'occorrenza è tetragono come un pontetice del basso Medioevo. E che comunque si staglia potentemente come figura da poster, ma non da posteri.

mercoledì 14 gennaio 2015

L'IMPORTANZA DELLE RELIGIONI


Scherzare sulle religioni mi pare salutare come antidoto al fanatismo e al bigottismo (i cui effetti possiamo di nuovo constatare in questi giorni), irriderle mi sembra sciocco come lo è chi si gloria della propria ignoranza: le religioni sono precipitati storici, poderosi sistemi di pensiero da cui discende la filosofia e deriva la politica coi suoi sistemi, per emulazione, per derivazione o addirittura, a contrariis, per distacco, per impostazione polemica. In larghe parti del pianeta le dimensioni mistica e politica restano inscindibili, con gli effetti che tutti sperimentiamo, il che pone una serie di questioni e di problemi sconfinati, sul dialogo plausibile, sulla tolleranza, sulla reciprocità. Si legge molto faidate in queste ore, ma, per limitarci a un sospetto, proprio la reciprocità che molti pretendono dall'Islam, semplicemente non ha senso per un musulmano: non può seguire il cristianesimo su un terreno che gli appare letteralmente irrazionale. Altri equivoci vertono sui concetti di rivelazione, di derivazione dal Libro, di monoteismo e così via. Davvero terreni d'analisi tremendi. Per questo, contrariamente a molti spiriti illuministi, io sarei affatto in favore dello studio delle religioni (non “della religione”) nelle scuole: non certo concentrato nella ridicola ora di religione che usa oggi, e che è un prolungamento del catechismo cattolico. Attenzione. Non sto propalando il valore retorico della cultura secondo il populismo di sinistra, alla “Che tempo che fa”. Sto dicendo l'esatto contrario e cioè che mi parebbe opportuno un serio studio comparato, ancorché sintetico, dei maggiori sistemi religiosi, anche, se non anzitutto, allo scopo di mettere i risalto i punti inconciliabili, le frizioni, le specificità da cui derivare consapevolezze laiche, cioè per quanto possibile equidistanti e distaccate, sui motivi di tensione tra le diverse confessioni, che tutt'oggi ridimensioniamo, sbrigativamente, a volgari proiezioni politiche applicate all'economia-Bignami; quando è se mai vero il contrario e comunque c'è molto, infinitamente più di simili volgarizzazioni. Non ha senso parlare di dialogo, di convivenza, se non si conoscono almeno i nodi dai quali partire. E non ha senso ostentare di prescindere da questo immane retaggio, che peraltro non prescinde da noi, che condiziona, e non potrebbe essere altrimenti, la nostra stessa sostanza sociale. Insomma, ci piaccia o non ci piaccia, con queste cattedrali di cultura siamo costretti a fare i conti: altrimenti, tanto per cominciare, non ha alcun senso recarsi ad apprezzare gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni e sentirsene, in qualche modo, figli. Così come non è possibile capire la follia che nel nome di una entità che nessuno ha mai visto manda bambini a farsi esplodere, a giustiziare altri bambini, altri umani.
Ma tutto questo non si avrà mai, perché l'imperativo era, resta quello di allevare gli studenti fin da piccini nel solco di un multiculturalismo religioso velleitario e insensato, del tutto avulso da ogni realtà. Non può esistere tolleranza (più o meno reciproca) dove manca conoscenza. Si continuerà insomma, a dispetto di ogni accadimento, a privilegiare un sincretismo frigido e deresponsabile, per non dire irresponsabile, rigorosamente senza approfondire niente. Del resto il primo a spingere in questa direzione è l'attuale pontefice, che a me pare sempre più figura clamorosamente inadeguata, un pope pop che, nel bel mezzo di una settimana traumatica per lo scontro fra religioni, non trova di meglio che intrattenersi con Angelina Jolie, salvo subito dopo consigliare alle puerpere di tirar fuori tranquillamente le mammelle in piena funzione liturgica e allattare i pupi, che non possono aver fame per venti minuti. Chi scrive queste prescindibili righe non è credente, anzi è non credente, ed ha particolarmente apprezzato, negli ultimi tempi, uno scritto dello studioso liberale Bruno Leoni sulla incompatibilità del Vangelo con una prospettiva etica-economica matura. Ma continua a ritenersi affascinato dalla potenza del pensiero e angosciato dalla sua inconsistenza, specie quando espressa, paternalisticamente, ai più alti livelli di dignità. 

martedì 13 gennaio 2015

lunedì 12 gennaio 2015

MENO DI NIENTE


Quando, precisamente sei anni fa, Barack Obama si insediò per la prima volta alla Casa Bianca, il mondo venne scosso da un fremito politicamente corretto. In Italia, come sempre esagerata, il fremito divenne un tornado: si giurava sulle proprietà taumaturgiche del nuovo presidente, si diceva che solo lui poteva salvare il mondo, e l'avrebbe salvato, assessori di paese si facevano fotografare mentre telefonavano sotto il suo ritratto, politici nazionali scimmiottavano i suoi slogan, ci fu chi, incautamente, lo definì abbronzato, sollevando uno tsunami di indignazione tale da fare impallidire un ayatollah incazzato (in effetti, si seppe poco dopo, quello sciagurato aveva, come spesso gli accade, rubacchiato la battuta a un giornalista impeccabilmente dalla parte giusta; ma si fece finta di niente pur di continuare a lapidarlo). Nei giornali era una bagarre furibonda a chi sfoderava più superlativi, i commentatori si sfidavano a duelli rusticani su chi era più baracchino, le agiografie si sprecavano, i mancamenti fioccavano, che il giovane e radioso neopresidente andasse a comprare un hamburger, a Disneyland o a giocare a basket. Si ebbero deliri di adorazione degni di una rockstar, di un divo di Hollywood, di un premio Nobel, subito puntualmente piovuto, Saviano, il cranio verde di bile, meditò il suicidio, tutti gli altri 220 leader mondiali, umiliati nell'adorazione planetaria, furono tentati di spedire le rispettive nazioni nei campi di rieducazione, tipo quelli nordcoreani successivamente lodati da politici nostrani di vaglia quali Razzi e Salvini, gli stessi capi religiosi furono uditi sommessamente bestemmiare, ciascuno nel suo idioma e contro il rispettivo editore di riferimento. Niente paura, diceva il mondo, e soprattutto l'Italia: per ogni evenienza, ci pensa Obama, l'uomo più famoso di Gesù: e anche più santo. Se qualcuno steccava malamente nel coro, per esempio intervistando qualche rarissimo critico, partivano subito le campagne sui forum, le raccolte di firme, perfino le spedizioni in redazione per chiederne la radiazione, ma che diciamo, la esecuzione direttamente sul posto. Su Obama non si poteva, per un complesso di ragioni, una più politicamente impeccabile dell'altra. Sono passati per l'appunto sei anni, Obama è stato rieletto ma più che altro per mancanza di contendenti plausibili, il mondo ne è stato deluso, l'America stessa non lo ama a dispetto della ripresa economica, fattasi negli ultimi tempi folgorante; gli si imputano troppe indecisioni in politica estera, ne si teme, a torto o a ragione, l'eccesso di statalismo (secondo il metro di giudizio americano), è continuamente sospettato di comunismo (come sopra), si diffida del suo atteggiamento ambiguo verso gli gnomi della finanza, ai quali aveva promesso di tagliare le unghie che invece hanno continuato a crescere più di prima a dispetto di nuovi colossali disastri, provvidenzialmente spalmati sul resto del mondo. Siamo all'oggi, anzi a ieri. Alla marcia dei 50 potenti (più o meno) uniti contro lo stragismo islamico radicale, Obama non si è scomodato. Il suo messaggio è stato brutalmente chiaro: non interessa all'America, non interessa a lui personalmente, al punto da non curarsi affatto di una simile caduta diplomatica. Anzi, meglio se il mondo ha appreso senza margine di dubbio l'atteggiamento del presidente degli Stati Uniti nei confronti della strage più grande che la Francia ricordi, all'interno di una Europa scioccata e spaventata. Per l'uomo della provvidenza di sei anni fa, il sangue europeo conta niente, la morte di una quindicina di fumettari è una vignetta. Non vale una gitarella sull'Air Force One, non vale la pena di una visita di cortesia. Non vale niente. Sono più importanti le relazioni col mondo islamico, moderato o meno che sia. O forse, era semplicemente più urgente il week end. Magari Michelle non aveva voglia. Magari non l'ha lasciato andare. Magari non l'hanno avvertito. L'Europa per Obama è una espressione geografica utile a ricevere i contraccolpi degli scossoni partiti dall'America o da qualsiasi altra parte del mondo. Figuriamoci poi se la strage fosse avvenuta in Italia, il Paese più follemente entusiasta, più servilmente fanatico del Presidente appena sei anni fa. Meno grave di una partita persa alla consolle, di una gita a Disneyland rovinata dal maltempo, di una slogatura rimediata sul campo da golf. In questa piccola provincia dell'Impero, del resto, Obama c'era già stato alcuni mesi fa, constatando con vivace stupore che un vecchio rudere chiamato Colosseo era “più grande di uno stadio di baseball”. Anche allora, i politici italiani non mancarono di rimarcare la profonda sensibilità culturale dell'uomo più potente del mondo, ma soprattutto buono. 

sabato 10 gennaio 2015

QUANTO COSTA LA PACE


Sì, io sono anche contento di sentire pizzicagnoli, ragazzi di passaggio, brave signore coperte di veli da capo a piedi ripetere, vagamente inorriditi, che “Nuu, Islam e pasce, pasce pasce”. Quasi che certi attentati venissero da tutt'altri che i propri correligionari. Solo che non mi fanno sentire poi così tranquillo, insomma, con tutta la buona volontà non mi basta. Non può bastarmi. Primo, perché tutti mentono, come insegna l'imprescindibile dr House. Secondo, perché, se non mi inganno, il messaggio di “pasce” dell'Islam è rivolto al suo interno e ai suoi adepti: gli altri, se lo prendiamo alla lettera, vanno maciullati e cancellati dalla faccia della terra. O, comunque, se lo fanno le punte avanzate, esaltate dell'Islam militante, pazienza, è andata così, che sarà mai. 
Ora, lasciamo pur perdere la spirale del rispettare tutte le culture, meno la nostra, d'origine, che si ostina a considerare femminicidio, nonostante tutto, il massacro di una moglie anziché una benemerenza agli occhi del Profeta. 
Lasciamo correre la solfa delle colpe dell'Occidente, anche se qui c'entrano niente, nel senso che senza dubbio l'Occidente ha le sue colpe anche gravissime, né più e né meno dei regimi asiatici e africani disseminati per un mondo ambiguo; senonché queste colpe, spesso, rifulgono di riflesso su responsabilità tutte dirette degli stati islamici, vedi la Siria, vedi i vari califfati dove se non si interviene (con tutte le ambiguità del caso) si assiste da imbelli ai genocidi, ma se si interviene si viola il diritto interno (teocratico) che porta agli stessi genocidi; tant'è vero che quelle moltitudini pretendono, e ottengono di venire bene o male accolte qui, dal Satana Occidentale, in fuga dai rispettivi paradisi di Allah: contraddizione che scaturisce dalla mancanza di democrazia storica, punto sul quale tutti glissano sempre, mentre invece è decisivo. 
Lasciamo andare pure l'acqua calda di parole vuote con cui “condannare chi vuol dividere e non unire”, che, decifrate dall'ipocrisia d'antan (si ripetevano pari pari negli anni di piombo, e servivano a non condannare i compagni che sbagliavano, ma fino a un certo punto), sarebbe a dire condannare chi ha paura di nuovi attentati, insomma le vittime, reali o potenziali, a tutta virtù dei carnefici. Insomma lasciamo andare per la loro strada contorta i Vauro, Strada, Boldrini eccetera. 
Lasciamo perdere pure la faccenda dei valori, io sono disposto a concedere che non siano gli stessi per tutti e trovo speciosa la pretesa di amalgamare tutto a partire dalle coscienze, ossia il multiculturalismo che tanto piace ai progressisti occidentali per il semplice fatto che, in quel pentolone, vincono i sapori della cultura dominante, cioè quella ospitante. Preferisco la tolleranza reciproca di valori anche fortemente conflittuali, mi pare più sensata, possibile e rispettosa. Però è vero che ci sono valori ultimi sui quali un accordo andrebbe pur trovato: se il valore di una comunità è, faccio per dire, il cannibalismo, io non sono mica tanto propenso a dargli da mangiare i miei figli, per non offendere chi lo professa. Forzo la mano, lo ammetto, ma è per intenderci. La pace è, appunto, un valore-limite, nel senso che o c'è o non c'è, non ammette mezze misure e, soprattutto, richiede la collaborazione di tutti, impone l'abbandono generale delle ostilità. Ecco, proprio sul messaggio di “pasce”, che in alcuni conviventi musulmani non fatico a considerare pure sincero, bisogna però intendersi: è necessario che i musulmani pacifici, integrati (certo che ce ne sono) non si limitino a farsi, detto in modo analitico, i cazzi loro: sono chiamati ad esporsi, arginare, operare, insomma a rischiare anche in prima persona, se occorre: non basta dissociarsi al mercato o per la strada. Altrimenti resta solo una manfrina. E, a quanto mi consta, niente di tutto questo finora è stato mai neppure cominciato. Di stragi se ne ripetono da decenni, ma fino a ieri io su queste cose ho sentito solo un clamoroso silenzio, nella migliore delle ipotesi. Preciso, l'ambiguità non è esclusiva islamica: è tipicamente e genericamente religiosa, se ascolto un cristiano cattolico ritrovo le stesse maniere, le parole velate, gli atteggiamenti preteschi. Però dal cristiano cattolico mi aspetto ragionevolmente odio sterile, isolamento, diffidenza, magari qualche carognata sul lavoro; e se qualcuno di loro passa all'azione, come i fanatici che in nome della vita ad ogni costo ammazzano il medico abortista, scatta un provvidenziale cordone di indignazione, di sanzioni, insomma non lo si accetta. Da questi altri, d'altra parte, debbo aspettarmi una raffica di mitra, un candelotto di dinamite nel silenzio assenso dei moderati che poi cantilenano, "pasce, pasce". Non mi pare differenza da poco, perché ci corre la comprensione della differenza fra uno stato di perenne convivenza e uno stato di continua emergenza.

venerdì 9 gennaio 2015

IO NON SONO CHARLIE


Più m'illudo di capire il mio paese, più mi accorgo di non capirlo. Non capisco, per esempio, come, dopo quello che è successo a Parigi, qui non ci si angosci d'altro che dell'eventuale ascesa della Lega (e mi stupisco che ancora nessuno abbia tirato in ballo il solito Berlusconi). Non capisco come si possa dire, come la Kyenge, che non c'è alcun problema con l'Islam e il vero stragista è Salvini. In queste ore non ho sentito una sola parola che non fosse avvolta dai veli della riserva, dell'ideologia, dell'allusione, della vanità, della meschinità, a volte al limite della demenza. Non mi pare un modo decente di celebrare una quindicina di disgraziati che credevano di essere ostaggi di una convinzione e lo erano invece di un paio di balordi esaltati. Assisto a una continua, martellante rimozione forzata, al dirottamento di ogni senso comune, ad una implacabile dissonanza cognitiva. Una come la Boldrini, dall'alto della sua scorta, spreca fiato di banalità per dire che non bisogna mettere tutto l'Islam in un fascio. Ma io, in questa Italia pur deprimente e detestabile, non assisto a stragi sui musulmani, che del resto qui restano e vogliono restare, mentre in tutto il mondo, dall'America all'Australia alla Danimarca alla Francia, io assisto al contrario. Ultimo episodio, in corso mentre scrivo, l'attentato su alcuni ebrei, sempre a Parigi: non dovremmo tenerne conto? La propaganda politica, spesso odiosa, è un conto, la sostanza dei fatti è un altro: la gente che tira avanti, che campa a stento, ha altro da pensare che a discriminarsi e tende, se mai, a convivere, naturalmente con gli scazzi del caso; e non penso di trovare smentite su questo, fatto salvo che se un musulmano rivendica diritto di culto qui, nel contempo pretendendo di rimuovere i culti originari, questo non può essere accettato. Mentre è proprio quello che sempre più si accetta: via il presepe, via ogni segno di devozione indigena, potrebbero offendersi. Le donne? Sì, vanno difese, se non ora quando, però nel caso dell'intolleranza di islamici sulle mogli-schiave si chiude doverosamente un occhio, meglio ancora tutti e due. Non sono ambiguità insopportabili queste, e intollerabili, almeno alla luce di una esigenza democratica? 
Allo stesso tempo, è impossibile non cogliere che molti islamici maledicono i Paesi che bene o male li ospitano, però rivendicano la permanenza, in fuga da quei meravigliosi regimi che li hanno costretti all'esodo e che tuttavia non osano criticare. Non c'è qualcosa di assurdo, qualcosa che non torna? È quanto dice, in modo come al solito eccessivo, Giuliano Ferrara: una guerra c'è, ma a muoverla è l'Islam cosiddetto radicale, che cioè applica alla lettera i concetti coranici di distruzione di ogni infedele, nella morbida disapprovazione di quello cosiddetto moderato, che, per ipocrisia o per terrore, ha l'aria di dire: andate avanti voi... Però, che diano più fastidio le sparate a salve di Ferrara delle raffiche di chi vuole falciarci, lo trovo leggermente surreale. 
Personalmente non intendo privarmi dell'opportunità di incontrare gente di ogni diversità: io, che non voto in nessuna urna e nessun tempio, voglio difendere questa libertà costata carissima, dal sapor di solitudine; ma chi mi incontra, nutre la stessa disponibilità? Faccio un solo esempio: a me non interessa particolarmente Houllebecq, non è un autore che seguo; però trovo inaccettabile che debba rinunciare a far conoscere il suo libro e gli venga imposto, com'è appena accaduto, di lasciare la sua Parigi. C'è una tradizione di libertà espressiva, magari usata anche in modo sbracato e volgare, che viene continuamente e sempre più strangolata da un integralismo fanatico e, tra l'altro, ospite: serve, insistere sul confronto con chi non accetta di confrontarsi, ma solo di annientare? io trovo smentite (e conferme) ogni giorno. Per questo non intendo - non posso permettermelo - non tener conto della realtà e dei suoi continui segnali. Altro che temere “solo” l'eventuale ascesa di Salvini. 
Qualche provocatore di limitate risorse mi ha stuzzicato sul blog chiedendomi da che parte sto, come la penso, dato che butto giù dalla torre sia Fini (Massimo) che Oriana Fallaci. Avrei potuto rispondergli che i miei pensieri vanno probabilmente oltre la sua comprensione, ma il fatto è che cerco qualcosa di più di un frustrato che “sta con l'Isis” perché deve accontentarsi del Fatto Quotidiano, e di una megalomane, anche nell'ovvietà, che si considerava “lei” in guerra con tutto l'Islam. Io voglio più di qualche idolo da venerare, e, se non lo trovo, non mi consolo giocando coi palloncini (gonfiati). Non mi considero in guerra con nessuno, nutro sfiducia globale e inguaribile verso il genere umano, sono egualitario nello scetticismo ma elitario nella qualità dei singoli. A prescindere dalle loro utopie, che comunque mi lasciano sempre sospettare una mancanza di rigore logico. Ho preconcetti, ma non preclusioni. So di essere in pericolo anche io, come occidentale che non vuole ammazzare nessuno ma dovrebbe, secondo la Parola di uno che nessuno ha mai visto, venire spazzato via. Gradirei che l'Europa, e in essa l'Italia, smettesse di sottovalutare le tonnellate di segnali, di scusarsi per essere occidentale, di ospitare immigrati in fuga da loro stessi. Vorrei sentirmi meno precario, meno insicuro e vivere in un continente che non discrimina ma fa osservare le proprie regole (democratiche, pluraliste) senza sconti, senza birignao, con la durezza che occorre. Vorrei fosse chiaro che anche io mi sono considerato spesso discriminato, sfruttato e perfino truffato dal “mio” Occidente, però non vado a farmi esplodere nel primo paese islamico che capita, portando via con me i primi disgraziati che trovo; neppure lo faccio in patria, del resto. Vorrei che il senso della realtà venisse ristabilito: una guerra c'è, ma finora è unilaterale, decisa da una sola parte, e fingere di non vedere le continue stragi, fingere di non sentire quelli che commentano, beh in fondo se lo meritavano, non ha alcun senso se non quello di un suicidio globale. 
Quello che però, al di là di tutto, mi brucia, è la solidarietà piena di peli. Non basta, non mi basta spezzare una matita e dirmi anche io Charlie. Perché non sono Charlie, io sono vivo, i miei cari sono vivi e illesi. Possiamo dimenticare, sorridere, concentrarci sui nostri drammi quotidiani, piccoli, grandi o di cartone che siano. Ma non smetto di immaginare il modo di morire di tutti quei poveretti che credevano di meritarsi la loro libertà semplicemente restando liberi e irriverenti. E non mi piace lo spettacolo di chi, adesso, li usa per le proprie trascurabili mire o fobie, che poi si risolvono in un deprimente quanto irrilevante tatticismo esistenziale.

mercoledì 7 gennaio 2015

NEL MIRINO

Non siamo tutti francesi e non siamo tutti europei e men che meno siamo tutti Charlie. Invece siamo tutti nel mirino: basta una vignetta. Ora, o continuiamo a cavarcela con le cialtronate vendoliane, oppure tocca rendersi conto una volta per tutte che con questi fanatici la logica è perdente, ogni tentativo è inutile e non c'entrano il capitalismo, l'occidente, il sud del mondo, le disparità, la povertà, le banlieu, la blasfemia e tutto l'insopportabile armamentario del politicamente corretto alla panna, checché ne predichi il papa più piatto e facilone a secolare memoria. Non vale neppure rifugiarsi nella sacra indignazione per gli eccessi leghisti: qui, fa perfino torto all'intelligenza precisarlo, non è questione di ricambiare la barbarie odiando tutti i musulmani quanto di capire che un Paese (o un continente) che chiede scusa per essere stato ferito, che incolpa se stesso per la propria democrazia e laicità, non fa molta strada. Questo è proprio uno di quei casi-limite che azzerano le chiacchiere e le ambiguità, che non consentono fughe dalla ragione a mezzo di spirali più o meno sofistiche, sofisticate, adulterate. Qui c'è, anzi c'era, un giornale di satira che è stato annientato, chi ci lavorava macellato a sangue freddo al grido “Allah è grande”. Uno che nessuno ha mai visto e mai vedrà. Qui non servono le provocazioni dei sedicenti anarchici, certamente bolliti, alla Massimo Fini, uno che dai e dai è riuscito a scendere al livello della mediocre, e sopravvalutatissima, Oriana Fallaci, un'altra che, patologicamente, trasformava in crociata un fatto personale. E qui la sinistra, non solo francese, ha sbagliato, a lungo e pervicacemente. E, a giudicare dalle prime reazioni, pare risoluta a persistere nelle contraddizioni e nelle ipocrisie, non senza un certo disperato cinismo con cui dirottare l'analisi dei fatti, la loro comprensione, la loro rappresentazione. Ma continuare a fissare il dito della ideologia (propria) anziché la luna del fanatismo (altrui) a questo punto è davvero imperdonabile. Continuare a tollerare l'intollerabile, come se quei poveretti fossero altro da noi (altro che “siamo tutti Charlie”), rasenta la complicità. Qui c'è una bestialità che non è possibile motivare né ammettere, magari sperando che passi da sola. E sarà senz'altro vero che noi “occidentali” ragioniamo in base alle nostre categorie morali, culturali, tradizionali (ma perché: gli altri come fanno?...); ma si dà il caso che quelle categorie costituiscono, bene o male, più male che bene, l'epilogo di un percorso che, guerra dopo guerra santa, ci ha immunizzato (non del tutto) contro il diritto teocratico, l'assolutismo, la censura, regalandoci beni inestimabili come l'umorismo, la capacità di sorridere, di sdrammatizzare, il pluralismo, la libertà di stampa e di espressione. La laicità democratica, per l'appunto. Tutta roba che, a forza di tollerare l'intollerabile, stiamo velocemente perdendo: è questo che si vuole? È regredire? Scoprirci ostaggi dove siamo nati? Per la Francia stessa, questa tragedia ha il sapore amarissimo e tragico di un incantesimo: una raffica di mitra riporta l'orologio della storia a prima della Rivoluzione. È questo che si aspetta? È la satira all'italiana, milionaria e addomesticata, partigiana, chirurgica, politicamente ipocrita, che non rischia niente, che se la prende sempre e solo con chi non reagisce, che non si sceglie mai un bersaglio che non sia conveniente (chiamali scemi)? Se per assurdo fossi solidale con quei dementi esaltati di Francia, farei in modo di farli fuggire in Italia. Qui, dove i terroristi e chi li difende diventano parlamentari, alte istituzioni, benefattori. Nell'inchino ossequioso dei satirici riverenti. 

DISTESE NEL CUORE


Il rimorso un giorno spegnerà
Nelle spire della dissolvenza
Nell'indifferenza di un addio
Dal silenzio sbronzo d'agonia
Tutto allora non sarà esistito
Dal primo vestito di placenta
Fino all'ultimo dolore di pianta
Tutto: le fitte dell'amore
Il profumo dei prati infiniti
Dove rotolarsi nel colore
Della vita gravida di sole
Tutto, le canzoni, le parole
I tramonti dipinti davanti
Al più tragico degli orizzonti
Le frasi più illogiche e geniali
I peccati luridi o veniali
Tutto. Dal respiro al torpore
Della febbre che non vuol passare
Tutto. Le tue foglie gialle
Sopra gli occhi e dietro un ebbro gioco
Tutto quello che ancora non smette
Di chiamare ed urla mentre scava
Ed è il tarlo di una voce cava
Che risale da colpe lontane
Ma il rimorso infine spegnerà
Senza che sia stata mai cagione
La ragione che lo partorì
Di lacune distese nel cuore
Tutti i mondi che dentro difendo
Da una vita e per la vita tento
Di tenere vivi in mezzo ai rovi
Dove vanno giochi già spezzati
Il clochard l'ultimo sguardo chiude
Nel viavai di genti indifferenti
Dentro e fuori dal ventre dei bar 
Claustrofobie metropolitane
Sopra i trampoli delle puttane
Nelle notti che a tassametro
Gocciolano piano incontro all'alba
Che riaccende la città, i suoi tetti
Le finestre, le chiese e ringhiere
Di balconi che non sogni più
Perché tutto, tutto adesso fu
Tutto si disperde nell'attesa 
Di un'attesa, tutto ti rimorde 
Della vuota fame di una scusa
Ch'è franata insieme ai tuoi bersagli
Vortici disfando di spiragli
Di coscienza che mentre si scopre 
Viva è lì che muore senza pace
Di distanze che coprono il mare 
D'immenso danzar da riva a riva
Mare grande di suoni vermigli
Che fanno ondeggiare al canto i gigli
E se gli occhi miei guardano giù
All'ultimo volo che da solo
Si fa sempre, mi perdonerai
Questo è tutto, sai che non vorrei
Dirti questo, però adesso vai
Che devo tornare in fondo al mai

IL FARO 48/2014

Ultimo e insieme primo Faro dell'anno: il prossimo. di taglia XXL, è già in lavorazione...
Tra le varie minime immoralia e robe da matti, un po' di album da segnalare: 
CAR SEAT HEADREST – HOW TO LEAVE TOWN
RICHARD DAWSON – NOTHING IMPORTANT
LUCINDA WILLIAMS – DOWN WHERE THE SPIRIT MEETS THE BONE
ADRIAN CROWLEY – SOME BLUE MORNING
SEAN ROWE - MADMAN
Il Faro, anche nel 2015 più che mai tutto dentro

martedì 6 gennaio 2015

L'ULTIMA CORSA


Proprio quando ci sarebbe bisogno di domande, ecco le risposte. Il presente che diventa passato, il passato che ritorna presente. L'unico presente. Proprio quando ci vorrebbe forza, l'impotenza. Subire invece di reagire. E una gran voglia di non avere voglia, più di lottare, più di compleanni, o Natali, o estati. Più di niente. Perfino neppure di scrivere. L'assurdo in luogo di qualsiasi ragione. E una domanda nel cervello, un punto interrogativo come l'amo in gola a un pesce. Un perché che non trova direzioni, non trova presupposti, non ne cerca più. Perché tutto. Perché niente. Perché io, con i miei errori, con il mio sperare che mi ha portato fino a qui, a questo capolinea dell'ultima corsa. Credevo di trasportare passeggeri: era vuoto il mio correre. E adesso mi sento come un autobus tutto bianco, deserto, con le gomme a terra. Arranco fino a quando mi fermerò, deciso a conquistare per sempre l'ultimo lembo di sterpaglia. La mia ultima rimessa. Forse nessuno sforzo è mai esistito, non una parola. Le illusioni, come si rivestono di tenerezza straziante adesso. Tutto quello sbandare in buona fede. Lo sbuffare invano. La generosità sprecata. Perfino le imprecazioni. Ascoltare il silenzio è così difficile, trovare una libertà nella rinuncia è così doloroso. Io non voglio più essere niente. Non voglio essere mai stato. Voglio cancellare dall'origine il mio disperato dibattermi, ed ogni stilla di orgoglio, e ogni segnale di me che osai mandare. Voglio rinchiudermi nel tempo e tornare a prima di ogni inizio. Fui solo il sogno di un altro me, l'incubo spasmodico, qualcosa di troppo atroce perché fosse vero. Solo un autobus bianco, che ansimando esce di strada, senza che nessuno lo veda. 

lunedì 5 gennaio 2015

C'E' UNA NAPOLI


C'è una Napoli che ho nelle vene
Dal pianto di strada di un pallone
Da Caruso fino Carosone
'A Livella, è una voglia di pianto
Ridondante, tanto che in un volo 
Giù dal cielo scende e non si arrende
Sa di sole e di triste allegria
Stramba irresistibile follia
Gente che non c'è tra plebe e santi
Cattedrali di lusso, conventi
E malsane trombe delle scale
Tra ferocia, un refolo gentile
E un calore che neanche in Brasile
Alta sartoria, troppo snobismo
Un'Avemaria poi lo strabismo
Vivi o muori, è dannata poesia
Costa cara, 'sta malinconia
Ondeggia come una gonna gitana
Quest'isola che c'è, pesante incanto
Che ti stritola già dentro un clichè
Dove lieve pioggia è 'na tragedia
Che diventerà festa di strada
Qui tutto già fatto, visto, detto
Niente è più impossibile del vero 
Napoli di vicoli e diluvio
Di morte nel porto e di Vesuvio
Di un amore che si fa delirio
Del sorriso triste di Troisi
Che non l'hai se qui non ci sei nato
Qui dove l'aria ribolle di vita
E pregare è uguale al suo contrario
Suona il cuore di Pino Daniele
Sotto un coro di tribolate stelle 
E tutto è impossibile ma vero

giovedì 1 gennaio 2015

mercoledì 31 dicembre 2014

FANTASMI


Noi siamo quelli che non sono
Siamo i cani zoppi nella pioggia
Dei troppi sorrisi arrugginiti
Siamo i passi soli nella notte
Che evaporano in suoni d'ovatta
Siamo quelli che non sono mai nati
I segreti più squallidi e traditi
Gli orgasmi interrotti della vita
Siamo i fantasmi, spugne di dolore
Scemo sul divano, rotto in terra
I fiori appassiti al cimitero
Ignorati dai visitatori
Gli eroismi ignoti, compatiti
Dai profeti dei sani egoismi
Siamo i casi clinici, reclusi
In noi stessi, implosi nel disuso
I dannati vorrei ma non posso
Che stanno antipatici agli dei
Siamo quelli che adesso han sempre torto
I folli riscoperti dopo morti
Noi siamo ciò che non siamo stati
Figli d'uno sbaglio, foglie al vento
Ogni tanto voliamo, ma per finta
Film immaginati solamente 
Il colmo della sfiga che diverte
La gente che si sente migliore
Se ci fruga nelle piaghe aperte
Siamo malinconia senza colore
Vestiti male nei giorni di festa
Il disperato esserci a ogni costo
Per poi pentirci, ritornar nel cesto
Degli addii fatto apposta per noi
Siamo numero. Anime di nebbia
Ammalate di scabbia. Vite minime
Destinate a un cammeo di lacrime

martedì 30 dicembre 2014

ROULETTE RUSSA


Senza farla tanto lunga, ogni disastro fa emergere facce grandguignolesche ad ogni livello di potere, ammiragli, armatori, ministri, speriamo non anche comandanti. E sarà pure vero che il Norman Atlantic era in perfetto stato, come non si stancano di ripetere i resoconti propagandistici, ma le carenze strutturali erano state rilevate, il traghetto viaggiava oltre il pieno carico e tuttora nessuno sa quanti fossero i passeggeri, inclusi i clandestini, che forse hanno acceso fuochi per scaldarsi, così come nessuno si spiega l'origine del rogo, i soccorsi a bordo che non funzionano, la totale inettitudine, la bagarre per salvarsi senza rispetto dei più deboli come ha raccontato il soprano Dimitra Theodossiu. Da quest'altra sciagura si traggono due lezioni, due conferme. La prima è che l'aumento esponenziale del turismo di massa ha incrementato di pari passo la probabilità dei sinistri combinandosi in modo micidiale con lo scadere dei livelli di sicurezza nel diportismo a basso costo, quanto a dire che una traversata o un volo non sono molto più sicuri di una roulette russa. Come nei film di Fantozzi col pavimento del velivolo o della nave fatto di cartone che si sfonda al primo saltello tirandosi giù a catena mezzo carico umano. L'altra conferma è dell'inutilità della UE che riempie gli Stati membri di direttive, prescrizioni, ordinanze che poi nessuno sa o vuole rispettare. Il risultato è una morte miserabile e odiosa, difficile da accettare. Ma la si accetta senza problemi, con opportuno fatalismo perché la corsa alle illusioni pubblicitarie da poveri, il turismo dei disperati è inarrestabile come il consumismo nella sua fase più automatica e demente. Prendi i due Paesi più scalcinati dell'Unione, collegali con una rotta, e otterrai il disastro del Norman Atlantic. 

sabato 27 dicembre 2014

lunedì 22 dicembre 2014

IL MIO SOCIALE


Tra gli effetti perversi di MafiaCapitale, la santificazione a feedback del mitico “sociale”: non è tutto così, le cooperative di Buzzi sono poche mele marce, c'è tantissima gente che ci crede e si spende per un mondo migliore. Davvero? La mia, di esperienza, è leggermente diversa, non sarà sovrapponibile al romanzo criminale di Buzzi e compari ma parla comunque di un ambiente improbabile, approssimativo, utilitaristico. Lo conosco, quel mondo, fin dal 1990 quando, fresco di laurea e di convinzioni edificanti, andai a fare servizio civile in una comunità di accoglienza per poi restare comunque legato, anche scaduto l'anno, ad una dimensione nella quale credevo. Fu una esperienza di cui non mi pento, ma anche perché dovetti imparare a difendermene a più livelli, non ultimo quello psicologico. L'insidia del lavaggio del cervello era perenne, sono ambienti fortemente ideologizzati, che sondano di continuo il grado di fedeltà di chi entra, per capire se potranno contarci anche in prospettiva. Molti raggiungono questi che considerano asili, in fuga esistenziale dal loro passato e da loro stessi, ben decisi a trovarsi una chiesa nella quale arrendersi col pretesto della solidarietà, dell'altro mondo possibile (quello loro, in definitiva). 
Così, già in quella Comunità, che poi si chiama Capodarco, ebbi modo di imbattermi in moltitudini, stanziali o di passo, di nullità disposte a tutto pur di non fare niente. Gente che si creava la propria nicchia al di fuori del mondo e qui cresceva in spocchia ed insipienza, mescolando le buone intenzioni di facciata ad altre, dissimulate quanto inconfessabli, col fanatismo sociale a coprire atteggiamenti e finalità discutibili per dire il meno. Le stesse che più avanti riscontrai, tangenzialmente, in altre sedi, istituzioni, enti. Le eccezioni - e parlo a un livello generale, non di uno specifico contesto - poco potevano nobilitare sodalizi fasulli, composti da stratificazioni di inetti che fuori da quei microcosmi sarebbero stati perduti e invece all'interno di queste sette trovano modo di fare famiglia e di prosperare alle spalle della istituzione che li accoglie e dello Stato che la foraggia. Perché il business, come lo chiamano gli stessi cosiddetti operatori nelle intercettazioni, c'è, e c'è per tutti, in una sorta di Stato sociale nello Stato sociale, una Matrioska perversa. Io ho visto intere famiglie di sedicenti operatori che formalmente non possedevano nulla, ma in sostanza disponevano di tenori di vita oltraggiosi tra villette (basta prendere in ricovero un ragazzino sbandato per qualche tempo, e poi sostituirlo, una volta cresciuto, dopo averlo debitamente spremuto come sguattero), automobili, gadget, spese e bollette regolarmente a carico dell'organismo che li racchiudeva, avevano perfino gli schiavi in forma di volontari, obiettori, scout di passaggio (e le gentili signore, qualche volta, non si trattengono dall'esigere prestazioni extra, forse in considerazione del repellente aspetto dei legittimi consorti o compagni, sul modello spelacchiato del contestatore anni '70 fuori tempo massimo). 
Ho visto equivoci “funzionari” umiliare chiunque aveva la disgrazia di capitare a tiro, con preferenza per le volontarie, maltrattate con accenti maschilisti tali che altrove sarebbero valsi un arresto immediato (mentre in quei contesti passavano tranquillamente come normali, perfino virtuosi: visto che duro che è lui?). Ho osservato ambigue figure di santoni, di imbonitori, di morbosi, di stalker. Ho incontrato parassiti di ogni risma. E quando sono passato all'altra illusione, quella dell'antimafia, mi sono imbattuto in soggetti e situazioni perfino peggiori. Per questo non mi ha fatto nessuna impressione apprendere cosa diceva quel militante di SEL al telefono, parlando di “business dei migranti dopo quello dei vecchi e prima ancora dei tossici”. SEL, all'osso, è la vecchia Rifondazione Comunista, che in Sicilia, mi raccontarono, aveva fatto da cavallo di Troia per infiltrazioni mafiose all'interno di Libera del don Ciotti, questo leone della solidarietà, nel senso della parte del felino corrispondente, che si pappa di regola la stragrande quota di risorse erogate dai vari organismi oppure sequestrate a quei carognoni di mafiosi, con odio feroce, di cosca, da parte dei concorrenti. Perché va considerata, si capisce, la potentissima nube venefica di sospetti, maldicenze, invidie, fino alle autentiche maledizioni che regna in quel soffice, all'apparenza, mite e colorato mondo della solidarietà. Come per ogni business che si rispetti. Se volete saperne di più, torno a raccomandarvi il romanzo “I Buoni” di Luca Rastello, che si nasconde dietro un dito ma è palesemente dedicato proprio a san Ciotti e alle sue multinazionali del Bene (anche se poi lui va a presentarlo in altre multinazionali concorrenti). 
Un mondo dove si fabbricano molte chiacchiere, molte Carte ipocrite che vietano parole, no clandestini, no immigrati, solo “migrantes”, e poi si accoglie da Madonna una torturatrice assassina come la BR Brachetti. Dove si producono molti studi insussistenti, molti progetti utili a mungere finanziamenti, ma in concreto si fa poco e quel poco si fa male; e anche questo è perfettamente organico, anzi fisiologico visto che quella del benefattore è una professione recente, cresciuta avvitata su se stessa (più precisamente sui disperati), empirica, e, come per tutte le faccende messe insieme a forza di tentativi, impregnata di approssimazione, di retorica, di improvvisazione (e qui si aprirebbe un ulteriore capitolo sugli effetti, regolarmente soffocati, dei quali manco io posso parlare perché, pasolinianamente, non ho le prove, non le ho più e soprattutto non ho possibilità di far fronte a eventuali conseguenze). Del resto, vi basta far parlare un prete sociale, o di frontiera, o di strada, o di minchia qualsiasi, per riscontrarne tutta la volatilità: sembra di sentire Wanna Marchi. Sotto queste curiose figure mitologiche, e intoccabili persino fiscalmente, cui lo Stato ha delegato ogni imcombenza possibile e immaginabile, disinteressandosi di tutto a partire dalle conseguenze, un esercito di incapaci, ciarlatani, parolai, fino ad autentici ladri e maniaci (non posso che ribadirlo). Davvero uno Stato nello Stato, che continua ancora oggi a nutrirsi come una tenia delle risorse pubbliche, convogliandole nelle proprie comunità ed istituzioni nei casi “virtuosi”, dirottandole nel crimine senza scrupoli altrimenti. 
Poi, la fuffa delle interviste combinate e dei servizi da telegiornale con sotto la musicuzza languorosa, sono un'altra storia, sono la versione edulcorata che ci vuole, sono l'illusionismo dopante, sono i trucchi che alla gente piace vedere. Perché la tranquillizzano, la inducono cattolicamente a credere che, nonostante tutto, il mondo è buono, e gli scandali della cooperazione e della solidarietà sono insignificanti variabili impazzite, che non fanno testo. Nella mia esperienza, è vero il contrario. Una moltitudine di scemi, sfruttatori, sfruttati, tossici più o meno “ex”, alienati, deviati, opportunisti, abusivi, purtroppo anche per mansioni sanitarie, agli ordini del mistico di turno ma soprattutto delle proprie pulsioni, inettitudini, ambizioni. Questo è il mio sociale, così come l'ho attraversato.

sabato 20 dicembre 2014

venerdì 19 dicembre 2014

MI PIACCIA O NON MI PIACCIA


Corse e rincorse storiche. Più d'una volta ho raccontato di una passione giovane, un fumetto, quel Daniel che ha segnato la mia adolescenza e non smette di riportarmela, ne custodisco ogni albo in un apposito spazio che mi segue casa dopo casa, parte di me fin dal 1975, fanno 40 anni. Bene, ho appena scoperto la versione digitale, che ovviamente mi sono subito scaricato per dirottarla sul Kindle: che spettacolo, e vado ad immergermi per l'ennesima volta con la colonna sonora di sempre, “Paris”, il live dei Supertramp del 1981 (se non sbaglio). Per non sbagliare, pure questa in versione digitale, formato MP3. 
Me ne sto qui sdraiato,  sprofondato nel passato ma proditoriamente una melanconia mi sfregia: sì, sono 40 stagioni che rispolvero questo fumetto, ho fatto in tempo a crescere, maturare (fino a un certo punto), imbiancare, perdere gente lungo la strada, perdermi io stesso, chiedermi chi sono stato, cosa sono ormai, ne ho vissute di cose e Daniel sempre qui, cambiano i formati, i supporti ma l'anima è la stessa, lui non tradisce mai, lui c'è. Fino a quando? O meglio: fino a quando io ci sarò per lui? Altri 40 calendari, mi pare improbabile. Mi piaccia o non mi piaccia, sono partiti i miei conti alla rovescia, tutto ciò che faccio ha il sapore della consunzione, di una dimensione che si sfilaccia, posso fingere, rimuovere, pretendere di scordare ma non mi servirà, ogni riscoperta è una volta in meno che rimane, un rituale che si assottiglia, una replica in meno dello spettacolo: e nessuno sa quando si chiude, io non conosco il giorno dell'ultimo sipario ma adesso è più probabile, più vicino di prima. Lo sento. Dischi, libri, fumetti, i mosaici della mia vita non invecchiano ma mi guardano appassire, inesorabilmente, la tecnologia li ringiovanisce, li rende più leggeri, li insuffla quasi nel mio corpo, pezzi di me, ma io perdo i miei pezzi. Forse, sono pensieri questi che avvolgono chi ha troppo tempo, e così si permette il trauma di vederlo scorrere, di sentirlo mancare il tempo. Ma questi pensieri spettrali pure celano una realtà spietata: di colpo il disco che mi ha fatto sognare ha il suono dell'angoscia, le tavole che mi portavano via si staccano da me, consumati miraggi, vicine, così lontane. 

mercoledì 17 dicembre 2014

NON NE VALE LA PENA


So già che mi attende una sacra demonizzazione, ma non me ne importa. Accetto tutto ma non la cassazione della logica: se esco fuori, costruisco un ordigno, cerco di ammazzare qualche sbirro, devasto, pesto e brucio, cosa sono? Per la Corte d'Assise di Torino non un terrorista ma un benemerito, a patto di farlo per squisite ragioni “No”: Notav, Nonukes, nocazzo. Cioè cascami di un'ideologia che coincide con quella della magistratura: fascista fino a tutto il dopoguerra, comunista, senza se e senza ma, dagli anni '60 in poi (e se vi pare eccessivo, andatevi a rileggere le teorizzazioni d'antan in seno a Magistratura Democratica e altrove). Vien voglia non dico di scappare da questo Paese, ma anche solo di rinunciare a criticarlo, di cercare di spiegarlo. Che ti spieghi più, se dopo una sentenza del genere subito i notav, drogatissimi, occupano un'autostrada col pieno consenso delle istituzioni? E che altro ci deve scappare per far scattare una accusa di eversione? La morte, giustamente, di qualche brigadiere? No, neppure quella basterebbe. Adesso dico una cosa che toglierà le residue speranze in chi mi crede ancora recuperabile: anzi, ne dico due, tra loro collegate: una; se scalfiscono uno di questi dementi armati, partono sparate le contorsioni, le vesti stracciate al grido di fascismo, Guantanamo, regime di polizia, Pinelli, Calabresi boia, Genova per noi, mentre i pulciosi fannulloni vanno sostenuti e incoraggiati ad attentare e devastare; la seconda cosa è che per l'appunto non voglio più sentir parlare di Genova, di Giuliani e del resto della paccottiglia strumental-ideologica, talmente sfruttata, usurata, inflazionata da suonare falsa come una moneta da tre euro. Ci cascai pur io, mi pentii, mi sono rotto, non ha più senso, non la sopporto più questa ipocrisia. E concludo alla maniera di uno che ha imparato a vivere e anche a malvivere: Stato e Antistato, istituzioni e eversione, legalità e mafia, vittime e criminali, fate quel cazzo che vi pare, basta che state lontani. Tanto questo buco infernale di Paese, che sta finendo esattamente come merita di finire, è tutta una banda e non voglio più sentire nessuno, non mi interessa di chi vive e chi muore, non me ne può fregare di meno se cade un giudice, uno in passamontagna o uno di passaggio purché succeda distante dalle mie stentate occupazioni di suddito idiota che per mezzo secolo ha creduto ci fosse un confine tra giusto e sbagliato, democrazia e impunità, onesto e farabutto. E che oramai non crede più né alla giustizia umana né a quella divina, ma solo alla sua. Vale anche per chi ha la bontà e la pazienza di continuare a seguirmi: non aspettatevi più commenti sulla fogna di giornata, non ne vale proprio la pena. Siamo intesi?

martedì 16 dicembre 2014

lunedì 15 dicembre 2014

UN FOTTUTO BISOGNO


Stavo mangiando, son capitato sul Sat 2000 dove mandavano il “Cuore” con Johnny Dorelli che fa il maestro. C'era la scena di Franti che piglia in giro Precossi perché suo padre è un alcolizzato che lo picchia. La scena è strappalacrime, che te lo dico a fare, ma io ho avuto un moto di fastidio più ripensando all'elogio snob che del teppista faceva Umberto Eco. Non l'ho mai capito. Oggi ancora meno, che son vecchio, la mando giù quella classista esaltazione del bullismo con tutti i birignao del caso, le manfrine pseudocolte, i paradossi arroganti, le strizzatine d'occhio al brigatismo ruggente. La solita rivoluzione da salotto dei baroni, dei mandarini che si schieravano sempre coi violenti che coincidevano coi loro figli, l'elogio dell'impunità che da decenni ci sta addosso come un'ombra mefitica e indisperdibile che, a forza di elogiare il Franti di turno, ci ha portati all'irreversibilità dell'infamia. Io il Franti che fa soffrire un compagno pieno di lividi e di vergogna, che lo umilia a quel modo, l'avrei preso a bacchettate nei coglioni. E mi dava sollievo, un banalissimo, patetico sollievo il grosso e lento Garrone che si alzava a proteggere il compagno inerme dalla carogna strafottente. Non contento, ancora un par d'anni fa sull'Espresso sdottoreggiava usque ad minchiam il vecchio trombone (uso un dissacrante linguaggio iconoclasta umbertino alla Franti, Eco non potrà che apprezzare), citandosi e ricitandosi come fanno i vecchi: “Franti ora è fuori dalla scuola. Non è morto, studia sui fogli della controinformazione. Sinché l'ultimo capitolo di "Cuore" non sarà scritto, il nemico sarà sempre Enrico, che studia sui libri di testo bugiardi ciò che non ha capito Carlo Marx”. Sai che c'è? Se ne andassero affanculo Franti, Umberto Eco, don Milani, la controinformazione, la sinistra progressista e pacifista che stravede puntualmente per i delinquenti, il pensiero cattolico fondato sul perdonismo ignobile, l'esigenza di salvarne uno (che non si fa salvare) condannando le cento sue vittime. Dopo tanta ingiustizia (e affarismo) spacciata per misericordia, accoglienza, recupero, solidarietà, sento un fottuto bisogno di normalità, magari anche di ingenuità, comunque di quell'umanità che, se necessario, passa per le pedate nel culo del prepotente.