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Me lo chiedo spesso: perché le foto di animali maltrattati o abbandonati mi coinvolgono, mi muovono a pietà e su quelle di esseri umani, molti bambini tra loro, deportati (sul serio, non come i nostri sedicenti ineffabili professori), uccisi a ondate, in mare o nel cassone piombato di un camion, glisso, lascio perdere? Forse la risposta è che c'è un limite all'orrore, le torture sugli animali per quanto inaccettabili le spiego, le colloco nella propensione allo stupido male degli uomini, i massacri vanno oltre e non riesco a capacitarmene. Usare quelle foto, quelle riprese no, è fuori discussione, non apparteniamo alla razza degli sciacalli; è sufficiente sapere, per stare male, per guardare un tramonto e trovarlo privo di senso, come il resto della nostra esistenza. C'è un abisso di disperazione nell'abisso della sofferenza causata dall'abisso dell'umanità, che non riesco a raccontare, travolge un po' anche me, uccide un po' anche me. A maggior ragione se vedo che continua, che nessuno davvero fa niente per spezzarlo. Sì, i pannicelli caldi dell'accoglienza, che a un certo punto diventa ineludibile: ma non si può, io almeno non posso cavarmela cavandoci fuori una speculazione politica, frigida, distante, sto con chi dice questo e non quest'altro perché sono di quelli e non di quegli altri. È difficile, e diventa presto sciacallesco sprecare parole per commentare l'incommentabile; io so soltanto, io vedo soltanto che questa Europa che ci impone la misura delle vongole e dei calzini, non muove un dito per impedire questo eterno genocidio, che poi non sappia o non voglia farlo cambia poco. E questo è anzitutto un problema europeo. Io so solo, io vedo solo che se non si spazzano via, manu militari, i trafficanti di anime e carne, quelli che pestano a morte un ragazzino in fuga o rinchiudono in un cassone buio a morire centinaia di esseri umani, tra i quali troppi bambini, allora tutto è inutile e le grandi deportazioni del Novecento davvero non ci hanno insegnato niente. Qui c'è qualcosa che è peggio di una emergenza, è diventata abitudine emergenziale, è degenerata in fatalismo. Io so solo che o si prendono questi trafficanti orrendi e li si annientano, tutti, perché se c'è una guerra da combattere è questa, o non ha senso né contare né soccorrere ondate viventi, morenti che si faranno sempre più alte. E non venitemi a scrivere cavilli, distinguo, non recitatemi la lezioncina, non fatemi la storia coi se e coi ma (non risponderò a nessuno, ma mi riservo il diritto di eliminare immediatamente i commenti pelosi, interessati, ideologici, idioti, indecenti): questo è un Olocausto e un Olocausto non lo combatti a chiacchiere o fingendo di non vederlo o diffondendo spocchia non richiesta. A questo punto chi ci sta ci sta e chi non ci sta è automaticamente complice di questo orrore, con quel che ne consegue. Viene il momento che tocca usare il rasoio di Occam per combattere l'ipocrisia, e in questo genocidio il momento è in ritardo di almeno 20 anni. Un'altra cosa e una sola io so: che non ne posso più di scoprire, ogni maledetto giorno, che uno, due, cento bambini sono morti di percosse, di violenza, affogati, soffocati. Non riesco ad accettarlo, non riesco a spiegarlo, non riesco a capire come chi potrebbe, dovrebbe agire resta fermo, si trincera nell'indifferenza, fa i suoi incontri, i suoi summit, le sue promesse che lasciano l'Olocausto lì dov'è, ogni giorno più feroce, più incredibile. Mentre noi ci nascondiamo nella pornografia etica, morale, sessuale figlia della noia di un basso impero che affonda. Ma come è possibile???

Ho dentro impermeabili che non si usano più, macchie di ghiaccio sporco addosso a facce sghembe, affilate, mal rasate, le facce di chi sta sempre in fuga o all'inseguimento. Potevo sentire vibrazioni malsane attraversare quei mantelli dai baveri assurdi, stretti da cintole colossali, buone per strozzare qualcuno o per impiccarlo.
E ho dentro le corse degli autobus arancio, allegri mentre sbuffano il loro fumo dal comignolo, pieni di umanità frettolosa o annoiata, che mi facevano sentire in un grande villaggio, fatto di villaggi più piccoli ma tutti uniti da uno stemma che indicava qualcosa di comune, non saprei dire cosa, come ma anche io ne facevo parte, insieme ad altri milioni, e senza di me era un po' meno completo, era un po' meno villaggio.
E ho dentro gli autunni che portano dischi e rimpianti d'estate, le docce di foglie di ruggine e l'aria che punge improvvisa e ti dice che hai un anno di meno e un anno di più.
E ho dentro gli sforzi, i sorrisi di chi s'imbarca in una impresa umile, brucia se stesso, resiste e tenta ancora, con amore inguaribile, con malata speranza, finché un giorno gli occhi scendono come due saracinesche e il mondo neanche se ne accorge. Ma loro restano quelli che sono, non ce la fanno a diventare cattivi, sorridono sempre, scoprendo nuove rughe, li senti cantare piano e ti accorgi che se potessero, medicherebbero il mondo che li ha fatti a pezzi.
E ho dentro quelli che non ce la fanno a tirare la vita, non sono attrezzati, non vincono mai, finché si stufano di far finta di niente, di continuare a perdere e allora si costringono a cambiare, violentano la loro anima al punto che un brutto giorno non sanno più chi erano e non sanno più chi sono, vanno farneticando allo specchio e gli tocca ricominciare da capo, cercando sotto strati di dolore la tenerezza che avevano prima, che hanno congelato, perché non era più vita. Ed è una fatica immane, un dolore da non dire, uno sbando spaventoso quel cercare di sapere chi non si è mai stati, quel ricomporre coriandoli di sé, vergognosi delle proprie disfatte, piegati con addosso il peso di ogni sconfitta eppure decidendo di smettere ogni corazza, perché è anche peggio di prima quel fingersi dentro, quel millantarsi addosso.
E ho dentro sabati che non usano più, perché adesso il calendario non ha posto per le soste e ogni giorno è uguale a tutti gli altri. Ma io ho dentro quei sabati del villaggio che di pomeriggio uscivo con mio padre per la processione delle botteghe, una scappata dal suo amico gioielliere che gli raccontava sempre le stesse cose e gli mostrava sempre la stessa pistola e mio padre sempre lo stesso brivido mascherato e poi usciva e entrava dal tabaccaio a fianco per giocarsi la schedina “matta”, così matta che non usciva mai, neanche per sbaglio, e mai uscì. E dopo, la sera, la gioia infantile e confortevole di un universo che mai sarebbe cambiato, a nostra misura di felicità. Che cominciava a incrinarsi già la mattina dopo, un filo sottile d'angoscia che cresceva tutto il giorno per esplodere nel tardo pomeriggio. Uscivo a cercare aria e i viali del quartiere erano così morti, spazzati di gente, qualche sagoma estranea che subito spariva, eco di passi, di autobus vuoti, di macchine che parevano non saper dove andare. La sera calava spietata e c'era vita solo dai pizzaioli sempre infuocati, cuocevano e fumavano, cuocevano e fumavano in zoccoli e camici unti e i vetri s'appannavano e quelli in fila non ne potevano più e appena toccava a loro correvano fuori portando vassoi colossali di pizza con cui uccidere quel che restava di un'altra maledetta domenica, incontro a un'altra settimana di sangue.
Crescendo il sabato cambiava insieme a me, adesso cominciava nel momento esatto dell'ultima campana di lezione, un volo a casa e poi, estate o inverno, via al parco Lambro a giocare a pallone con lo stomaco pieno di un pranzo trangugiato mentre ti vestivi da calciatore, perché da ragazzo sei invulnerabile. Non sono mai stato un granché, ma, retrocedendo in difesa, avevo imparato ad anticipare e colpire, due doti che non ho mai imparato nella vita. Anticipare e colpire.
Più avanti il sabato cambiò ancora, adesso la sera uscivo, ogni sabato una festa, delle quali ricordo poco e quel poco a volte vorrei avermelo sognato. Quando tornavo lucido abbastanza da capire chi ero, salivo in bici, in motorino o sul tram e attraversando la città piena di ombre ritrovavo gli impermeabili, gli zombi vestiti di ghiaccio sporco. E facevano più paura, perché il tempo era andato avanti ma loro erano rimasti gli stessi.

Il Faro l'elettrorivista di MDP solo per chi si abbona in allegato pdf di posta elettronica ogni sabato il Faro tutto dentro


Stamattina, la più banale delle incombenze, un bollo auto, anzi moto, perché era la Vespa che scadeva. Tutto fatidicamente normale, perfino rilassante, niente coda, impiegata gentile (la conosco da anni), un attimo e ne ero fuori. Un attimo, ma sufficiente a riportarmi in vita mio padre, che adorava quelle faccenduole noiose, “le cosettine” le chiamava ed io lo consideravo rincoglionito a 40 anni. Invece erano parentesi di normalità in una vita convulsa. In mezzo a quei piccoli traffici lui si ossigenava, erano il suo rehab ruspante, tornava a casa con un sorriso stampato che non capivo e un po' mi preoccupava. Ma adesso, anche io lì a sbrigare una cosettina e s'innescavano le suggestioni, il settembre dei ritorni, l'età che forse non ho mai avuto, e mio padre che invece c'era di sicuro con la sua esuberanza invadente. Io adesso ho più anni di lui allora e una vita molto meno ansimante, eppure riscopro la stessa attitudine e capisco che è l'altra parte di me, quella che ama cullarsi di dolce niente da fare, che fugge dalle convulsioni e si rifugia in un viale dove affoga di malinconia, magari si mette a piangere, però ci torna. Ho imparato a conviverci, perché la melanconia di metropoli è un'altra cosa, tu sai che basta un frullo d'ali a desolarla, invece in un paese antico, in un borgo marinaro ti avvolge, si rinnova, non puoi sottrarti. Ho imparato a conviverci e in fondo non ho fatto fatica perché ce l'avevo dentro. L'altra parte di me, tu chiamala se vuoi piccola borghesia, ma non disprezzo una vita in slow motion di piccoli appuntamenti che filano lisci, le botteghe da visitare, le quattro chiacchiere intorpidite che però ti difendono come una corazza d'ovatta. A lungo ho amato il frastuono dei giorni, da cui disintossicarmi di tanto in tanto, adesso è il contrario, l'ideale sarebbe qualche scorribanda nel vortice per subito tornare a imbozzolarmi. Specie in questa folle dissocietà di preclari nessuno sopra le righe. Ora capisco, padre mio. E non per questo mi sento rincoglionito. Tra pochissimo una cara amica, più una sorella, si sposa: tempo fa mi è capitato di confidarle, più o meno, cosa avevo scoperto e cioè che la vita è una inesausta ricerca di tranquillità probabilmente irraggiungibile ma non per questo evitabile, e lungo la strada molte cose si lasciano indietro; qualcuno lo considera invecchiare, io al contrario lo percepisco un alleggerirsi, uno sfrondare l'albero della coscienza, un ringiovanire, perché tornano su le faccende sedimentate da bambini.

Settembre era il tempo del ritorno ed io amavo quelle prime piogge, cariche di ritorno. Inservibile il mare, ampiamente abusato, andavamo, prima di ripartire, a comperare le scarpe, che qui costano meno e ci si faceva l'inverno. Uscivo dallo spaccio coi miei camperos troppo grandi, poi tornava il sole ed era un sole duro ancora, ma non li toglievo. E sapevo che a scuola mi avrebbero preso in giro per quegli stivali troppo da cow boy, troppo clamorosi, troppo di provincia ma io ci viaggiavo dentro come il Gatto della favola. Non è che mi dispiacesse stare in vacanza: ma, visto che ormai stava morendo, non la sopportavo più quell'agonia e mi dicevo facciamola finita, che la città ci aspetta. Ero sempre il primo tra gli amici a rientrare, del resto ero pure il primo a sparire a fine giugno, e un'altra cosa amavo: quella sensazione di straniamento che via via s'impadroniva di me, ancora lungo la strada, ritrovando le vie che portavano a casa, per poi esplodere davanti al condominio. Tutto della mia casa mi respingeva, ci entravo come un intruso. Impressione che non pareva colpire mia madre, la quale come la pazza che è sempre stata si lanciava pretendendo di ripulire in un'ora un mese di polveroso deserto (ci riusciva, sempre). Mio padre disfava i bavagli e poi si rilassava un po'. Io mi aggiravo tentando di riabituarmi insieme a mio fratello. Ma ci volevano tre o quattro giorni, e lo stesso per il quartiere: le saracinesche scese, coi soliti cartelli, “chiuso fino al...”, non aiutavano la familiarità e me ne andavo in giro per i miei percorsi ancora desolati, fino a via Teodosio dove c'era il cinema Porpora, gotico, cupo, viale Lombardia, parallele alberate che portavano fino a città Studi coperta di alberi, dov'era più densa la melanconia. E, se ci penso, tutta la mia vita è stata un viale d'alberi, piuttosto che un mare di scorribande. Mi ci immergevo. Anche qui, a Fermo, c'era tanta malinconia, però diversa, fatta di vecchi palazzi, di odore di piccioni nelle nicchie, di salite al Duomo: non era la mia; e pensavo: Dio, dovunque ma non qui, non potrei mai finire a vivere qui...
Recuperavo lentamente confidenza, uscivo poco; avevo montato due piccole, scassatissime casse di plastica ad un registratorino e ci ascoltavo, come in vecchie conchiglie, le musiche dell'estate archiviata. Mio padre vedendomi steso per ore in camera mia, motteggiava Trilussa: “La felicità è una piccola cosa”. Ma io sentivo, guardando fuori dalla finestra, alla finestra di fronte, di una che mi piaceva tanto, io vibravo e costruivo i miei ricordi. I miei mari di dentro, i miei mondi. L'estate era vacanza, tutto il resto era mia vita. E stava lì. E tornava, avvolto nelle piogge che ridisegnavano la mia città, alternate a sprazzi di sole, l'odore di una stagione dispersa in una gioia sporcata, una stanchezza accesa. Mi sentivo diverso da quando ero partito, più vecchio non di tre mesi ma di un anno e già mi confondevo agli odori della città, d'asfalto misto ad erba dei giardini, erba innaffiata, naturalmente smog, ma anche cartoleria, libri, banchi di scuola, la polvere animata della scuola, quella più malsana dei mezzi pubblici, della gente sudata di fretta. In fretta Milano rinveniva, scuotendosi come dopo un sonno narcotico, tutto riprendeva più convulso di quando l'avevo lasciata. Andavo incontro al freddo, sapevo l'avrei maledetto, sapevo ne sarei impazzito, intorno a febbraio, estenuato già di buio e di libri, ma in quel momento l'attesa mi cullava: e, uno dopo l'altro, riecco le presenze che mi avrebbero accompagnato in quel conto alla rovescia verso una nuova estate.
Tutto risento anche adesso, che i miei gatti, potenza del primo fresco, tornato a sorpresa a corteggiarmi, a stendersi su di me che scrivo e mi regalano concerti di fusa quasi a consolarmi. Tutto risento ancora, anche se non ho più ritorni perché non ho più avuto partenze: ma io mi preparo ogni volta. 
E le cose tornano a stanarmi, tutto ritorna in me. Pioviggina e ci sto attento con la Vespa: sono inzuppato dalle infradito in su, forse avrei dovuto mettermi due camperos, quando mi trovo davanti una macchina vecchia, trent'anni almeno, ma di più, un'Alfa 90 grigio metalizzato e sussulto, ma io la conosco questa macchina, sì, non ho dubbi, ora non saprei dire come, quando, perché la mente si difende da fantasmi troppo pesanti, ma è lei; quando scorro la targa, il cui numero mi ritorna in mente come una canzone di Battisti o un vecchio numero di telefono, ogni incertezza è vinta: e sto per correre appresso al profilo ignoto che la guida, vorrei entrargli con la testa nel finestrino, “Ma io l'ho guidata questa, io l'ho posseduta!”. Ed è assurdo, a pensarci, perché l'unica cosa che ricordo di quell'Alfa è che accompagnò uno dei periodi più tragici per la mia famiglia. Ma adesso, che tutto è finito, che tutto è perduto, non posso non provare una dolcezza contromano. Quali curiose creature siamo noi umani; e anche stupide.

Il segreto è forse spogliarsi di tutto. Senza esserne felici, perché la ricetta di tutte le sette, religioni, credenze, non funziona: rinunciare alle passioni non si può, senza ambizione un uomo è morto, persino una pianta si protende al sole. Bella scoperta, accontentarsi del nulla. Non è accontentarsi, è adeguarsi: ogni pretesa in più è autoinganno. Pure, non resta che questo a volte. Lasciarsi cadere di dosso, come foglie gialle, come tappezzerie sfinite, ogni tensione, ogni possibile domani. Accettare di subire la rinuncia, qualsiasi essa sia, e quindi un'altra e un'altra ancora. Abituarsi al dolore, la cosa più sbagliata e necessaria. Alzare le braccia e sorridere arrivando al punto di non chiedere più niente, neppure una ragione, una spiegazione, niente. Questo è spogliarsi di tutto. Questo è il segreto. Non la noluntas, il nirvana, lo zen, l'atarassia e tutti gli altri modi per fingere. È andare oltre la rassegnazione, che di per sé implica una sconfitta. Non c'è gioia in questo abisso, non c'è colore nell'imbuto. Non c'è alcun premio in nessun cielo. La semplice constatazione di un capolinea fino all'estremo di non farsi più tenerezza, di non compatirsi oltre. Io ci sono arrivato, sono giunto al fondo e ho continuato a scavare. Finché ho visto la luce del buio. Nel buio. Non contare su ritorni, vendette, rinascite. Strappare dalla mente l'ineluttabilità di ogni riscatto, accettando una squalifica che spetta di diritto. E non cercare un Dio da ringraziare. Io non ho mai trovato felicità nella felicità e neppure nell'infelicità. È solo diverso, è rinunciare ai momenti, fare quello che ti è dato, ti è richiesto di fare altrimenti sottovivere come un animale, che non si domanda, non leva gli occhi in cielo, si percepisce ma non si presume. Non si pretende più.

Cerchiamo di metterla sul ridere, tanto è l'unica cosa che ci resta. Dunque, i Casamonica. Un Clan da 2000 persone e cento milioni di impero, naturalmente criminale. Si definiscono zingari, e fortuna che nessun altro si è permesso: qualcuno avverta la Boldrini, casomai le suonasse irriguardoso, e avverta pure le bellanime allo spritz che difendono i nomadi col repertorio della emarginazione, la miseria, la cultura. Emarginazione? Non pare, sono una comunità che si fa gli affari propri e soprattutto quelli degli altri, arrivano ovunque, fanno cosa vogliono. La miseria? Non val la pena neppure discuterne. La discriminazione? Come no, infatti abbiamo visto un funerale proprio da emarginati, da diseredati. Di sicuro non da tassati, perché è noto che loro, i nomadi, i gitani, non scendono a queste volgari incombenze burocratiche, avete mai sentito di verifiche fiscali a sedicenti clan zingari? Questi (come i preti parassiti del vippismo sociale) sono esenti oltre la Costituzione, italiani se conviene, altrimenti zingari, gitani, sinti, rom, per dire extraterritoriali. La cultura poi è quella che è, giustamente rivendica radici, legami di sangue, rituali, costruisce le deliziose ville trash col ricorso a organizzazioni delittuose ramificate. “Giudica Dio non la legge” dice la cultura dei sedicenti zingari e aggiunge: “Chi non ha precedenti penali?”. Poi ti spiegano che nessuno tra loro è mai stato condannato per omicidio, però dimenticano di aggiungere che quella bassa manovalanza la affidano ad albanesi e kosovari, loro trattano direttamente coi parigrado di Mafia Capitale e della Magliana. “Un eroe lo zio Vittorio, a sedici anni andava già in Ferrari e poi si è messo a venderle”. E, se capita, sibilano in diretta minacce tali che un altro verrebbe portato via seduta stante, loro niente perché la loro cultura è quella e va rispettata, anzi integrata, anzi assimilata. Ma sì, prendiamola a ridere con l'eterno “Siamo in Italia”, consoliamoci col peggio che non manca mai, fingiamo di crederci più furbi del mondo che ci guarda attonito, assolviamoci tutti e divertiamoci a constatare la coreografia delle pompe per il papa Vittorio. Magari aspettiamoci anche una fraterna presa di posizione di Bergoglio, un invito porte aperte da parte di don Mazzi, insomma la qualunque. Tanto Roma è sana, ha garantito il prefetto Gabrielli col ceffo degli ineffabili. Ma sì, sentiamo cosa hanno da dire questi Casamonica discriminati e vittime di razzismo, prendiamocela a ridere, che amareggiarsi fa il sangue cattivo, fa ammalare capire che un Paese gravido di certi spettacoli, di certi eroi ha cessato da tempo di vivere ed è abbondantemente avviato a decomposizione putrida, come si può vivacemente constatare ogni giorno ogni momento solo girando gli occhi. Ma sì, salviamoci col sarcasmo, con la chiamata di correo, con l'autoinvito nel lerciume modello Dagospia, siamo tutti luridi, tutti deviati, allegria che alla fine giudica Dio no la legge o la politica o il sindaco o il prefetto o il parroco, che peraltro non ne hanno nessuna voglia. 




Babysnakes.
Come ti vorrei ?
 
Come sei. E sarai.
Nessuno ha vissuto la tua stessa vita.
E' tutto troppo personale.
 
Alcuni passaggi magari.
Io ad esempio mi ritrovo nei momenti in cui descrivi la malattia e la perdita di un padre (lontana ma sempre vicina).
Mi ritrovo in certi momenti di noia mortale vissuti in gioventù. Il parco o il cortile condominiale che non sono gli stessi tuoi ma me li hai fatti ricordare. I giochi più banali come la raccolta degli anelli delle lattine trovati per strada per poi riempirci barattoli di vetro: lo scopo ? boh.
 
Gli articoli che scrivi sul Faro per me sono molto interessanti e importanti. 
La prospettiva, la spiegazione della tua visione dei fatti chiarisce i concetti che vuoi esprimere in maniera profonda.
Onestamente non mi interessa e non cerco paragoni con altri giornalisti (o come vuoi chiamarli) perché ho trovato nelle tue pagine tutto quello che mi serve.
Come si fa a non condividere anche il piccolo articolo dove ricordavi certi atteggiamenti nella fase di preparazione allo spettacolo ?
Rispetto zero. Sono gli stessi dei piedi sui sedili dei mezzi pubblici o quelli che urlano e sbraitano continuamente durante i concerti disturbando l’ esibizione e non si capisce perché ci vadano...
 
Mi son letto anche “fottuto”…profondo e diretto.
Ah, sappi che per 2 settimane mi sono passato le notti a guardare video sugli incontri di Alì !!

Vincenzo

     


A Ferragosto ci vuole sempre un Faro.
Solo per chi si abbona. 



Sono inchiodato da una febbre che non passa, come mi capita intorno ad ogni ferragosto, al culmine dello stress di un anno che mi fa esaurire le riserve. Sempre la solita storia, anche da bambino, mattinate reiette a guardare il soffitto mentre tutti erano al mare. Sono qui che mi trascino senza uscire e un pensiero mi martella teneramente la mente: vorrei avere abbastanza soldi da potere adottare un bambino; e pure un cane. I gatti li ho, altri cerco di smistarli, di fare il meglio per loro. Un cane forse riuscirò. Un bambino lo vorrei, prima di morire. Ho sempre aspettato questa grazia, convinto com'ero, fin da piccolo, che chi adotta è genitore due volte. Mia moglie è d'accordo con me: non sono i vincoli di sangue a contare – io non li ho mai avvertiti, io che dormo dove capita, in un disordine da zingaro, e sono allergico ad ogni istituzione, e non riesco a tener dietro a qualsiasi obbligo e la burocrazia mi avvilisce, ecco, io ho un'idea diversa della famiglia. Della paternità. Andrei in qualsiasi imbuto dell'orrore a rubare chi posso, senza idee preconcette, senza immagini a prescindere. Senza colori in mente, linguaggi, latitudini a priori. Andrei dove capita, per tornare, a 51 anni mi sento ancora in grado di farlo. Farei di tutto, diventerei disonesto, mi prostituirei per questo. È come se capissi che non ho più tempo, per assecondare la speranza di una vita, sempre accantonata. Io sono per l'adozione, il seme non mi interessa e così invito voi: chi potesse, ci pensi. Non incaponitevi. Non  disperatevi se mai. Ci sono già tanti bambini, troppi bambini che affondano al mondo: perché metterne alla luce di nuovi, quando ci aspettano? Non lo so che sarà di me, quanto mi resta da vivere, se riuscirò a compiere qualcosa di buono nell'ignoto segmento che mi rimane. So che non è uno scherzo, lo so bene che costa, prima ancora di cominciare, costa in corruzioni, in garanzie, nella via crucis burocratica che non può mancare. Per questo so di non poterci ancora arrivare. Ma m'inventerei qualunque cosa per diventare padre del caso, della speranza, un padre ladro di una attesa strappata al buio.


Abbiamo letto che Martina Levato, la “bocconiana”, sfregiatrice paranoica insieme al “fidanzatino” Alexander Boettcher, è stata per così dire condannata dal gip di Milano a detenzione attenuata che sarebbe a dire tre anni in una struttura protetta per puerpere; dopo tre anni, del tutto libera e bella. E mamma. Si capisce, il figlio l'ha fatto apposta, in previsione di cosa le sarebbe successo. E probabilmente glielo lasceranno, magari scaricandolo sui nonni, come fanno quasi tutte le neomamme anche normali, che non vanno in giro a schizzare acido su chi incontrano per delirio d'onnipotenza. Insomma, chi ha avuto ha avuto (la faccia rovinata) e chi ha dato ha dato (l'acido). Funziona così? Secondo il gip di Milano e le belle menti comprensive, sì; anche secondo il don Mazzi di turno, in quando entrambi, ma chi l'avrebbe detto, “si sono pentiti, hanno compreso il male compiuto e vorrebbero sinceramente aiutare le loro vittime”. Lei, poi, è preda di un tormento interiore da fra Cristoforo, al punto da meritare pene ancora più “attenuate”, per esempio sedute bisettimanali di palestra e acquagym per un periodo variabile. Va bene, così sarà progressista, non sarà becero, sarà meglio che reprimere “che non serve a niente”, ma a noi non piace. No: a me non piace, se c'è un caso in cui debbo prendermi la responsabilità esclusiva di cosa vado sostenendo, senza proiettarla su potenziali lettori sintonici, è questo. A me non piace. Non mi piace che una coppia di balordi la faccia franca. Non mi piace che le conseguenze delle loro violenze e torture si riducano non diciamo neppure a zero, ma ad un privilegio, addirittura, perché per crescere il figlio, che naturalmente non ha alcuna colpa, la madre verrà in tutto sostenuta dallo Stato, cioè dalle tasse, cioè dai cittadini, compresi quelli sfregiati con l'acido per puro gusto morboso di crudeltà. Non mi piace questa dittatura della compassione, che di fatto svuota di senso ogni sistema giuridico, non lo capisco il diritto mammifero o ideologico in luogo di quello positivo, non accetto che mi impongano la solita fola del pentimento e della redenzione, non mi piace un Paese dove i responsabili delle atrocità più infami e più gratuite vengano di fatto premiati. E non mi piace quel parassita del dolore e dell'impunità che è don Mazzi e con lui tutti i preti balordi che vengono a flautarmi stronzate insopportabili sul dovere di perdonare. Non arrivo alla pena di morte, si capisce, ma almeno vederli scontare tutto, fino in fondo, senza sconti, per trenta o quarant'anni, questo sì. Chi ha avuto, senza una colpa, senza una ragione, la vita cancellata da un getto d'acido, non sarà mai più felice, e non la riavrà più, una vita; non capisco perché debbano mantenerla a chi si è reso responsabile di tutto questo senza una ragione, con in più l'abisso cinico di mettere in cantiere un bebé per salvarsi. Quel bambino non merita un marchio simile, non deve crescere nel male puro. Andrebbe affidato a chi potrà amarlo, senza neppure sapere da quale abisso sia salita la sua esistenza. Invece trionfa una volta di più l'indifferenza, e a me pare che un Paese cominci a morire proprio quando rinuncia alle ultime istanze morali. Chi l'ha detto che la misericordia (di stato) non si risolve in una crudeltà nella crudeltà, in una ingiustizia che finisce di violentare le vittime?

Un intervento via Facebook sull'arte popolare di Mino Reitano raffrontata alla spocchietta indie degli attuali sedicenti artisti, accende gli animi: chi si dichiara d'accordo senza riserve, chi eccepisce rifugiandosi nel corner del de gustibus. Io non credo sia sempre questione di gusti: ci sono canoni, lineamenti critici dai quali non si scappa: la fuffa è fuffa e la nostra musica che scimmiotta regolarmente gli stilemi angloamericani è fuffa e non serve difendere un ascolto prolungato di dischi per nobilitarla: ascoltare è una cosa, capire in profondità un'altra. Tanto vero, che anche chi esalta, chi dice di ascoltare, poi non compra e i capolavori di fuffa ritornano subito alla dimensione che loro compete. Quella dell'oblio. 
D'altra parte, hanno le loro ragioni anche quanti si affidano alle impressioni personali se è vero che la tecnica non è tutto, che un certo Keith Richards può permettersi di dire che lui ha il terrore di dare interviste a riviste segaiole specializzate in chitarre: “Quella è una Gibson così e cosà? Ma che ne so, so solo che quando suono funziona”. 
Il solito discorso: la tecnica va bene, ma l'anima dov'è? Il blues, per dire la madre di tutte le musiche, è tecnica o anima? Si potrebbe sintetizzare hegelianamente, tecnica al servizio dell'anima, ma il fatto è che lo puoi suonare anche senza tecnica ma senza sentimento no, crolla subito, suona falso e inascoltabile. Tornando a Reitano, era uno che conosceva la musica e i suoi meccanismi, un compositore che da quelle regole sapeva cavare melodie spesso squisite, alate: come mai i genietti di oggi finiscono nel dimenticatoio appena partoriscono? Forse perché non c'è attitudine, c'è solo pretenziosità, un distaccarsi dalla matrice popolare mentre la si corteggia. Eppure, a dispetto dei fallimentari risultati, tutti vogliono suonare raffinati, colti, intellettuali, difficili, “oltre” - e non fidatevi, più lo smentiscono e più l'ambizione è quella. Sostenuti da una critica che nella migliore delle ipotesi è ignorantella, nella peggiore connivente, nella pessima tutte e due. Nessuno che dica più a nessuno “suona come mangi”. Tutt'altro, bisogna farsi piacere in punta di forchetta, facendo anche i rutti ma col dovuto sussiego. Non mi appartiene questo atteggiamento, non ho mai sopportato quello snobismo dei poveri che sceglie un idolo alla settimana e lo prende a sassate quella dopo, e disprezza – siccome la ignora bellamente - tutta una tradizione melodica al punto da fingere di rivalutarla per ironizzarci sopra. Come succedeva proprio col mite, comprensivo Mino Reitano. Io ne ho incontrata di gente, e ho visto molti limiti, tecnici, umani, professionali. Mi ricollego proprio a una recente polemica di Richards, che  alcuni imbecilli hanno recepito in modo parziale per farci su del gossip, tra questi un apprendista giornalista in quel giornale di incapaci che è il Fatto: nessuno tocchi Sg. Pepper's dei Beatles “il disco più geniale della storia”! Ma, allo stesso modo in cui un pugile non si fa impressionare dai muscoli pompati dell'avversario ma ne cerca i punti deboli, altrimenti è finito, altrimenti non è un pugile, così un bluesman ha il diritto di non farsi incantare da una proposta che ritiene sopravvalutata, a patto che ne spieghi le ragioni. Si può discutere il parere di Richards, ma la sua motivazione, che poi ricalca l'eterno dilemma tra avanguardia e tradizione, non può essere omessa: quanta fuffa c'è nell'avanguardia, nello sperimentalismo? Anche qui non è facile rispondere, si parte da canoni etici-estetici e si finisce inevitabilmente nel soggettivismo ed è interessante per questo. Ma anche il parere personale deve tenere conto di risultanze oggettive, altrimenti tutto è uguale a tutto, il che non si dà né in logica, né in natura. Facciamo un esempio solo, tornando a bomba: confrontiamo la voce dei ragazzi del 1950 e dintorni, i Morandi, i Ranieri, i Reitano, le Mina, le Zanicchi, le Berti, le Martini, con quelle di oggi: qui non c'è storia, non c'è discussione, si potrà discutere sul repertorio ma quanto a mezzi (e tecnica) vocali, i vecchi battono i contemporanei cento a zero (e sarebbe da chiedersi come mai, nell'epoca del benessere, non nascono quasi più talenti vocali puri). Io, a dire il vero, qualche gran voce la conosco, per esempio la mia amica Tania Lighea: target sanremese, nazionalpopolare, si vorrà dire, ma una sera, mentre lei provava alcuni brani di inizio Novecento, abbiamo sentito un battimani fuori dalla finestra, erano turisti, stranieri, rimasti di sotto, incantati. “Ankora, preko”, ha detto una bionda teutonica. La sera dopo Tania ha fatto trattenere il fiato a milleduecento persone cantando De Sica, Tenco e Caterina Valente. Lei è una che studia, sempre studia, ma, prima, ha quel dono naturale di capire dove dirigersi, come incarnare un brano, con la voce, col corpo, e di sapere in modo matematico che la gente ci si perderà. Io l'ho vista all'opera e si poteva vedere quasi fisicamente, matericamente quel vento che cattura una platea, la lascia in apnea. Sono rimasto molto impressionato e debbo dire che non mi succede frequentemente a dispetto del gran numero di spettacoli attraversati, di tutti i generi, anche da dentro, da dietro le quinte.
Solo un altro esempio, poi giuro che la smetto. Mi onora della sua amicizia il Maestro Piero Pintucci – vi dicono niente Il Cielo, La tua Idea, Il Carrozzone, Padre Davvero e tanti altri momenti irripetibili della canzone italiana? Suo, più che di ogni altro, è un album dagli arrangiamenti pazzeschi, realmente sperimentali, come EroZero (1979). A vederlo comporre, improvvisando, e a me è capitato, uno capisce subito che la musica cosiddetta alternativa non esiste, è una scatola vuota, per quelli come Piero non è neanche, dico neanche un punto di partenza.
Tutta una ortodossia critica fortemente ideologizzata, dunque conformista, ci ha imposto per anni una scena letteraria sgangherata, più ombelicale che autoreferenziale, al limite del patologico, e ferocemente tediosa, prima di ordinarci il “contrordine compagni”, scoprendo ciò che avevamo capito benissimo da soli e cioè che non si trattava di romanzieri ma di mestieranti, riciclatori di stilemi americani, “cannibali” destinati a ridursi, come è fatalmente avvenuto, zombie precocemente invecchiati, avvizziti per le troppe canne, in caccia perenne di prebende politiche. Quanto tempo si poteva risparmiare ammettendo l'evidenza o perlomeno evitando di uniformarsi ai diktat di gente che sapeva leggere quanto sapeva scrivere, cioè per niente? La fuffa non è volatile come si pensa, è polvere che consuma il nostro tempo, la pazienza, a lungo andare l'intelligenza: perché anche il gusto è questione di sensibilità e una dieta tossica finisce per bruciarla. 
C'è una economista liberal-liberista, docente in diverse università, transessuale (sul serio, non come Luxuria), Deirdre McCLoskey, che afferma senza mezzi termini l'inutilità dell'intera fase postomodernista, avanguardista, considerandola un modo per complicare inutilmente cose che non esistono, insomma il solito trucco per gonzi: se non capisco è incomprensibile, non un capolavoro, se una espressione non permette una comprensione, per quanto non immediata, è solo una perdita di tempo. Vale nell'economia, avverte McCloskey, come nell'arte. Un critico come Philippe Daverio, che ha fatto un delizioso libro sul Secolo delle Avanguardie, non sarebbe d'accordo, e con ottime ragioni, ma quanto di superfluo c'è nel Novecento e nella sua coda lunga che tuttora ci coinvolge?
Le provocazioni Dada servivano appunto come provocazioni, ma poi cosa lasciavano? La pop art è davvero un passaggio rilevante, che sdogana idee e codici espressivi, dagli oggetti ai fumetti, oppure Warhol, Lichtenstein, Wesselmann e gli altri sono prescindibili? Gli spostati sul Monte Verità erano i padri di tutti gli alternativi, gli unici ad aver capito come doveva girare il mondo, o una accozzaglia di poveri debosciati senza arte – è il caso di dirlo – né parte? Duchamp rompeva tabù con la sua Gioconda baffuta che aveva caldo al culo (e più la guardo più mi ricorda Selvaggia Lucarelli). Va bene, ma oltre alla rottura? La fuffa indie, che sprezza i Reitano, è senza dubbio di rottura, spessissimo di gran rottura, ma a parte quella, cosa lascia?
Viva la curiosità, l'apertura mentale, la cautela nel derubricare a irrilevante ciò che cambierà la storia; c'è una cultura nel capire cosa succederà, ma dovrebbe esserci anche nell'intuire quando sotto la confezione c'è il vuoto e non sarebbe male fare la tara a troppi capolavori che non reggono il tempo, pur senza la diffidenza beffarda e forse troppo facile (anche se vivaddio opportuna, in un momento di conformismo demente) di Alberto Sordi alla Biennale. Non può essere tutto da buttare o tutto da esaltare ma il difficile è salvare il salvabile. Andrebbe anche recuperata una matrice, una definizione di arte popolare, a partire dalla musica, che si sta perdendo in ambizioni  che non le competono, che degenerano in astrusità infantili e questa è una malattia non meno grave delle mutazioni del mercato indotte dalle innovazioni tecnologiche. Osando una sintesi, la si potrebbe tentare così: dalla tecnica può prescindere chi, per suoi percorsi, l'ha assimilata e, forte di un talento ribadito nel tempo, può ragionare da professionista per approdare a un giudizio da dilettante: non mi incanti con i tuoi conati, con le tue pose, perché arte è perforare corazze e quel rumore fine a se stesso, di motore d'aereo o da stoviglie nell'acquaio, non porta da nessuna parte. C'è un'arte nell'arte, ed è quella di spogliarsi di tutto per cogliere la vibrazione giusta. Prescinde dalla tecnica, o ci nasci o non l'avrai mai, questo mistero che chiamano carisma lo puoi raffinare ma non inventare e neppure perdere e non ti serve vestirlo di conformismo demenziale, di quella trasandatezza studiata, griffata che ispira istintivamente le pedate nel culo. E quest'arte nell'arte prescinde dalla teoria. Chet Baker non ha mai imparato un solo accordo scritto, non sapeva letteralmente su cosa stava suonando ma “su quell'accordo che fa così” poteva costruire, improvvisando, tessiture di inusitata complessità restando sempre emozionante. Aveva una tecnica sua, suonava “come non si doveva fare”, allo stesso modo, se è lecito, dello stesso Richards. Di questi giganti dilettanti si ricorderà tutto, di molti Wynton Marsalis poco, della fuffa solo le scorie non riciclabili. D'accordo, questi sono genii, si dirà, e di genii ne nascono pochi. Sia pure, non faranno testo, ma mi servono a rimarcare un sospetto antico e cioè che ci stiamo rifugiando in un mondo anodino, pieno di tecnica – vera o più spesso millantata – senza alternative. Pieno di inutili complicazioni, come dice zia Deirdre. Non è un passatismo facile, non me la cavo con la retorica della semplicità che coincide col semplicismo, con la strategica genuinità delle care vecchie emozioni di una volta, non contesto la necessità di superare il presente facendolo invecchiare. So che altrimenti il mondo muore, so anche che l'emotività è fatta di tante suggestioni, dipende da chi la suscita ma anche da chi la riceve e risente del tempo, del luogo, della cultura. A me Mario Merola non dice niente, a un fanatico della sceneggiata tutto. Io non reggo l'opera lirica, un melomane vede in me un celenterato. Lo accetto. Ma qui la faccenda è diversa, il talento di toccare i cuori, di diventare imprescindibile si rinnova nelle forme ma o esiste o non esiste, è impalpabile ma drammaticamente concreto: la differenza si coglie sempre. Spero di avere chiarito, almeno a spanne, perché secondo me da un pezzo molti si stanno sbagliando, perché la cifra della fuffa è la noia, l'incapacità di far breccia, e quando una cosa è noiosa te ne accorgi subito, anche se non vuoi. Soprattutto se non vuoi. 

Certi omaggi dei lettori sono affettuosi, commoventi, inducono a sorriso però fanno anche riflettere: come mi vorresti? Io mi porto addosso, certo è colpa mia, la fama del rompiscatole, del mai contento, sempre pronto a polemizzare; più semplicemente, non mi sono ancora abituato – ci sto provando – ai fraintendimenti di massa, quelle deliziose situazioni in cui uno comincia a dire che il cielo è verde e il sole sta sottoterra, e tutti gli van dietro. Per dire, se chiedere di spiegarmi il diritto all'impunità, in un Paese dove si moltiplicano le leggi, le fattispecie penali, dove l'omicidio non basta più, ci vuole il femminicidio, il piraticidio, e poi si disinnesca tutto con una bella campagna delirante e quattro cavilli in croce, ecco, se tanto basta a passare per eccessivo, terrorista, impossibile, cane rabbioso più che sciolto, ne prendo atto e più non cerco più rogne (anche perché sono stanco di chiudermi tutte le porte). Poi però mi sale il sospetto: se insisto nella mia paranoia, nell'illusione di essere coerente, mi sento dire che non debbo essere sempre così duro, che dovrei diventare più trattabile, che non si può vivere come e con me; se depongo le mie armi, divento conciliante, subito qualcuno chiede dove sia finito il don Chisciotte sventato, svitato, che dà i numeri. Allora come mi vuoi? Eventualmente come mi voglio? Io so una cosa sola, che il giusto mezzo non riesco a capirlo, facendo il mestiere che faccio: come si può vedere quello che non c'è, fingere prospettive concilianti, pretesche, come si può tirar via su certe cose e amminchiarsi su altre? Fino a che punto bisogna essere comprensivi, dove sta il confine tra lealtà e malizia? Chi decide cosa è importante: la coscienza, il pubblico, la convenienza? Per me, ad esempio, l'impunità di un luogo criminale non è una questione goliardica, perché quel luogo criminale diventa il sintomo e il simbolo di un abisso molto più profondo e molto più esteso. 
“Ma lascia perdere, ma sorridi un po' anche tu”, mi dicono. Ma poi se sorrido c'è subito chi mi accusa: ecco, ti sei arreso, ti sei zittito. Io non ho mai voluto essere il faro, il modello e la coscienza e la voce di nessuno (Dio mi è testimone, voi lettori pure). Ho solo cercato di non tradire la mia indole, sarò esagerato, paranoico ma, indegnamente, mi sento in buona compagnia: Leopardi, Cioran, Gombrovitz, Zweig: non riesco a vedercelo tutto questo bene nel respiro degli uomini, che considero, me compreso, si capisce, bugiardi, inclini al male, disperati. Per me un essere che muore conta più di milioni che gioiscono: è una colpa? Trovo che una ingiustizia non si rimargina, la sofferenza la puoi superare ma lascerà sempre tracce: chi ferisce in qualche modo ha vinto, e non tutti possiamo resuscitare come Gesù Cristo. Questo è quanto ho constatato in venticinque anni di incontri: le strade del dolore su ogni faccia, in ogni sguardo. E questo mi distrugge e mi commuove ancora: l'altra faccia del pianto, è la rabbia, l'insofferenza per chi gioca sporco, gioca falso. 
Va bene, accetto i miei limiti: scriteriato, immaturo, sociopatico, borderline (potreste essere gentili e aggiungere: però geniale), ma non so fingere sollievo di fronte a ciò che mi turba e mi avvilisce, mi offende: che dovrei fare, darmi al dagospismo, quella particolare corrente che parla di topi morti nella fica (sono abbastanza modernamente trasgressivo così?) con l'aria di dire, ma sì, noi siamo oltre e siamo altro, siamo il vippaio che non adotta la merdosa morale bottegaia, non siamo forse tutti un po' laidi, un po' pedofili, un po' schifosi noi che possiamo esserlo? Poi, naturalmente, dietro le perversioni da basso impero il dagospismo pratica la piccoloborghese arte dell'affarismo, del compromesso, dei messaggi in codice, D'Agostino è un Pecorelli due punto zero senza averne lo spessore culturale, professionale; non finirà sparato in bocca, quanto temuto e riverito nella sua casa-mausoleo. Ma insomma la cortina fumogena è quella ed è fatta di sconcezza contrabbandata per goliardia, per segno dei tempi. Ecco, sarà colpa mia se non ho mai imparato a risolvermi in certi circuiti, a riverire chiarissimi cialtroni in odor di palude e se ancora m'incazzo per le minima immoralia come un provinciale di 50 anni suonati. Non mi riconosco nel moralismo banalista che fatalmente scade nel “siamo un po' tutti scopatori di nostra figlia”, quanto a dire la koiné del dagospismo; non fino a che sono in grado, come mi ha scritto ieri un'amica, di “dare la voce a chi ha passato tutta l'esistenza a sussurrare”.
In una vita di scrittura alla luna, ho sempre cercato di non badare a spese nella sincerità come nella commozione, e tante e tante lettere sono lì a testimoniare della mia vicinanza a chi, a un certo punto, si era disperso e non aveva altro che l'appuntamento con questo matto per non affondare del tutto. Non rivendico meriti, vuol solo dire che non sono stato irrimediabilmente negativo, che le mie parole non hanno spento speranze (casomai illusioni), che non è una posa questo mio essere come sono. Vuole anche dire che nel mio rapportarmi con voi secondo umore e lealtà, non ho mai cercato di arruffianarmi nessuno, non mi sono preoccupato dell'immagine, del seguito, delle opportunità che ne potevano scaturire. Adesso lettore perdonami se con questo caldo io ti scoccio con i miei trascurabili patetici dubbi narcisistici, ma non posso fare a meno di chiedertelo, probabilmente non ti ascolterò ma è importante il tuo pensiero ed è il solo che sollecito, non quello di improbabili colleghi, addetti ai lavori, “esperti”: come mi vorresti, come dovrei essere se mai? Sarai disposto ad accettarmi comunque, ci sarà ancora un pretesto per me?
Il numero attuale, ancora per poche ore: è in arrivo il numerone di Ferragosto... Il Faro, tutto dentro. Solo per chi si abbona. 

Sempre più ci incontriamo, per non farcela, per disperderci. Siamo noi, siamo i cattivi pensieri, quelli nati male per vivere male, quelli che si cercano a vicenda, si trovano, si affidano. E poi si perdono. Siamo noi, ci disperiamo l'un l'altro senza guarirci, abbiamo paura di quelli che siamo e che non siamo stati, siamo quelli che guardano gli altri passare e non capiscono come possano reggere al gioco della vita, come possano godersela e per un attimo li invidiano ma dopo inorridiscono perché ad essere come loro non saremmo noi, con tutti i nostri scompensi che ci tengono insieme: vedere le vibrazioni del dolore, ascoltare un filo d'erba crescere. Siamo noi, alcuni stanno male davvero, altri si sentono in dovere di ferirsi, ma nessuna terapia, nessuna psicanalisi, nessuna medicina può fare granché perché noi siamo avvolti da una camicia di forza che ci avvolge, quella dei nostri sensi, i nostri sensi di bambini sbagliati, ce la portiamo addosso, ci soffoca, ci stritola e lo fa da dentro, una patina sulla mente, sulle ossa, sui nostri movimenti. Siamo noi, siamo i cattivi pensieri, ci confidiamo il nostro essere di vetro, il nostro rifugiarci in un passato che ci pare meraviglioso, o almeno più sopportabile, solo perché è lontano, perché è passato e perché il presente non c'è e il futuro promette d'essere ancora più aguzzo. E sappiamo che l'inculata del Tempo è proprio questa, dipingere coi bei colori quello che era nero, o grigio, o bianco, e se per caso è stato bello davvero lo vorresti indietro, e se invece è stato orrendo lo vorresti indietro per riviverlo tutto diverso e in ogni caso non puoi farci un cazzo, solo constatare che non ci sei più e rimpiangere quello che eri o avresti potuto essere. E così vai a cercare i fantasmi di te nelle vecchie strade, i tuoi sospiri, i saluti, i baci che non hai dato e non hai avuto, adesso che sei invecchiato invano vai lì a cercarli rimbalzare negli angoli, ma non li trovi, non ci sono più. Siamo noi, che scocchiamo frecce fuori bersaglio, che abbiamo questo ruolo, di prato basso per i vincenti. Sempre di più ci incontriamo, ci perdiamo per strada, anche senza vederci, senza conoscerci, ci basta uno schermo, una bacheca virtuale, una lettera accesa che non si accartoccia e non si cestina, resta lì a brillare come un semaforo della coscienza. Come un rimorso. Siamo noi, ci disperdiamo l'un l'altro senza esserci salvati, siamo i cattivi pensieri, quelli che non si rilassano, che dormono male, più che altro svengono e non sanno ridere e ridono troppo e troppo rumorosamente e sono pieni di cose non dette, pieni di conati e di sogni stuprati, di crepe che non si riempiono, di cicatrici inutili, se vedono un tramonto davanti agli occhi pensano, ecco, adesso arriva qualcosa, qualcuno e me lo porta via. 

Per Maurizio, oggi tornato nel silenzio

Una telefonata mattutina racconta una storia lontana. Un remoto parente mai conosciuto, acquisito, insospettato, suppergiù la mia età. Cugino di mia moglie, che lo ricorda, da piccoli, lunghi pomeriggi a leggere i fumetti, amava Tex e sapeva scaldare il tempo col suo sorriso mite. Condannato a diventare un uomo buono, sempre solo, di quelli che aiutano tutti ma incapaci di trovare fortuna. Si sente male, si ammala, ma non smette mai di faticare, ogni giorno, da solo, in una città estranea. Un lavoro umile, il più umile del mondo. Dopo, sfinito, si cura. Da solo. I genitori neppure lo chiamano, per la sorella non è un fratello, amici veri non ne ha, un amore non ce l'ha. Chi si prenda cura di lui non esiste. Fuori dal mondo, escluso da ogni futuro, continua a lavorare e non sa che potrebbe fermarsi, aiutarsi, che gli spetta il riposo per malattia. Forse, chissà, neppure vuole, meglio la non vita di ogni giorno che un letto in un ospedale dove nessuno viene a trovarti. Da solo fingeva che non fosse niente, ma l'uomo non è fatto per star solo, ha bisogno dell'affetto di qualcuno, fosse anche un cane. E invece lui voleva bene a tutti, sorrideva a quello straccio di vita spesa nell'inutile speranza di un piccolo miracolo, un giorno. Ha finito oggi, a 48 anni, un tumore. Nessuno lo sapeva. Ha lasciato scritto che non voleva stare da solo anche al cimitero, voleva essere cremato e le ceneri sparse sul monte Cavo, silenzio nel silenzio.

Performer. Ho sempre esitato a cucirmi addosso questa definizione, ritenendomi coraggiosamente inadeguato come può esserlo un naif, uno che a un certo punto si è buttato senza avere letteralmente idea di come nuotare, soltanto deciso ferocemente ad esserci, da solo o al fianco di chiunque. Mai avuto paura, neanche la primissima volta. L'eccitazione sì, quella scarica elettrica nelle gambe che precede il tuffo nel vuoto sì, era troppo importante fondersi con chi c'era, fosse uno solo o migliaia. È ancora così dopo centinaia di occasioni, importanti, improbabili, auliche o disordinate, in un teatro, una sala d'aspetto di una stazione dismessa (il trenino che ogni tanto scorre sulle mie parole), un centro sociale, uno scantinato, una villa sontuosa incastonata dentro a un parco. È ancora così e adesso io non ho più timore di definirmi performer. Perché ho raccolto la mia sfida centinaia di volte. Perchè ho strappato stupore a chi mi ascoltava, gli ho sequestrato l'anima per due ore. E questo o lo sai fare, o non lo sai fare. Io ci riesco e non mi sono mai tirato indietro, non ho mai badato a spese nel darmi in pasto, non ho serbato una sola emozione per me. Qualcosa che logora, felicemente ma logora: forse è questo ciò che chiamano essere artisti, non lo so, non me ne curo, io so farlo solo così. Ho imparato dai miei errori, dalle mie ingenuità e anche se sarò sempre un dilettante con l'entusiasmo di un debuttante, adesso so che posso divertire, commuovere, colpire. L'ho sempre saputo, ma ora ho il controllo. Sono cambiato, sono migliorato. Arrivato a quella fase in cui una parte di me tiene conto di tutto e l'altra si lascia andare, e se mi lascio troppo andare so sempre come rientrare. L'esperienza non soffoca la passione, al contrario la corregge, la sorregge. Le regala certezze. Eccomi ancora qui, tra lunghe pause, rinunce e improvvise occasioni mai cercate, solo capitate. Come sabato sera, quando sono crollato una volta di più. Ma era per la gioia, difficile, straziante gioia di dar voce a un poeta che prima di tutto è stato presenza per me, è stato amico e complice. Tu vivi per dieci anni con qualcuno che sai se ne sta andando, e ti domandi come farai quando questa forza di luce verrà meno, e un giorno ti ritrovi nel momento che hai temuto e atteso, ad essere lui, a sovrapporre la tua voce alla sua voce. Non importa come ti ho interpretato, se sono stato o meno all'altezza, importa esserci stato. Quell'incanto ancora che ti lacera, sei nel vortice di te stesso e di chi diventi e non vedi l'ora che finisca e non vorresti finisse mai. Fino alla prossima occasione. Alla prossima notte.

Il Cocoricò di Riccione, falansterio discotecaro dove si muore allegramente, ha un potente ufficio stampa ma è da escludere che possa corrompere gente di specchiata indipendenza e raziocinio come Oscar Giannino, Chicco Testa ed altri e allora non resta che concludere che anche a chi ragiona ogni tanto possa saltare la brocca: cosa c'entra lo spirito liberale e libertario con un locale che non sa garantire ai suoi avventori di uscire sulle loro gambe, possibilmente in posizione eretta? Il mitico Cocoricò ogni tanto per quanto lo chiudono perché ci è morto qualcuno, poi parte la campagna vittimistica e delirante e sotto la pressione vippaiola e popolare lo riaprono e ci si continua a morire. Vediamoli allora questi Chicchirichì del Cocoricò. Cosa c'entra, per cominciare, lo spirito liberale e libertario con un tempio dello spaccio che non sa e non vuole vigilare, se ne fotte di rispettare uno standard minimo di legalità e di tutela degli avventori? Gli spiriti liberali hanno in sospetto ogni imposizione pubblica, statale, ma libertà e impunità sono cose diverse anzi opposte, non possono stare insieme: o decidiamo che lo Stato non deve esistere neppure nella sua forma più discreta, più leggera e accettiamo di darci in pasto all'anarcoliberismo, oppure concludiamo che sì, una forma di coercizione pubblica deve starci nel limite della tutela degli individui e delle poche regole di comune convivenza, secondo credo liberale. Altrimenti i discorsi dei liberal-libertari finiscono col coincidere con l'antagonismo di paglia degli insurrezionalisti rivoluzionari che pretendono libertà di mascalzonaggine al di fuori di ogni legge. 
Dicono poi i discorsi a pera degli spiriti insofferenti: inutile chiudere un locale così, che tanto poi la gente va a drogarsi altrove. Che sarebbe come dire: ma sì, lasciamolo stare questo benedetto cartello colombiano della droga, che se no vanno a rifornirsi da quello messicano. Tutti colpevoli, nessun colpevole? C'è sempre un altro da additare, sempre un peggio peggiore che salva la nefandezza del giorno, come per il perseguitato Corona che vedi caso al Cocoricò dava il meglio, ma per questa strada benaltrista e peraltrista dove si finisce? Prendersela coi mafiosi no, sarebbe contro le pari opportunità finché non si sgominano anche la camorra e la ndrangheta e siccome sgominarle tutte insieme è ragionevolmente impossibile allora le si lascino in pace, queste forme criminali organizzate. Con il che perde di valore ogni pretesa modernizzazione del Paese incluso uno sbocco liberale, di mercato, di innovazione a beneficio dell'eterno piagnisteo del sud di cui è profeta in patria un propagandista come Saviano, il quale  non si accorge delle proprie bestiali contraddizioni. 
Ancora, per difendere il Cocoricò si scomoda il fatidico indotto e questo è proprio il colmo: anche gli scafisti ne hanno uno, anche i traffici più sporchi a cominciare dalle guerre: sarebbe questa la morale che salva la capra del divertimento coatto con i cavoli di chi lo alimenta delle peggiori intenzioni? C'è chi riesce a difendere l'indotto, i posti di lavoro e contemporaneamente a scaricare la colpa sull'assenza di valori familiari che trasmettano ai figli il vaccino morale contro un posto del genere. Dove sta la coerenza, dove la logica? E come mai un posto del genere andrebbe non vietato ma disertato, che praticamente è lo stesso?
Forse perché tutti questi raffinati discorsi a pera si infrangono su una rimozione semplicissima, addirittura banale: qui non si discute di faccende opinabili, di raffinate alternative teoriche, ma di attività criminose ad ampio raggio tra le quali il traffico sistematico di droga e plurime irregolarità fiscali visto che tra le accuse che hanno portato alla momentanea chiusura di questo tempio intoccabile non manca una colossale evasione fiscale nell'ordine di milioni. Oppure vogliamo legalizzare anche quella, tanto per non toccare l'indotto? O ce la caviamo osservando che c'è tanto chi evade molto di più, come nel gioco del Cocuzzaro?
Il punto non è l'utilitarismo moralistico, non è stabilire se la chiusura serva o non serva ma accettare l'impunità come conseguenza, con tutto il riverbero delle conseguenze ulteriori. Dire che chiudere un Cocoricò è una misura di facciata per organizzarsi consenso ma che non risolve il problema, avrà anche dalla sua il fondamento dietrologico ma autorizza a rivolgere il medesimo sospetto e cioè che chi difende un luogo e una situazione simile cerca sponde per una spendita mediatica, magari politica. Siamo d'accordo che la repressione di per sé non risolve i problemi, ma a questo punto non lamentiamoci se stupratori e assassini vengono subito rimessi in libertà con argomentazioni alla don Mazzi, dal perdonismo alla pretesa impunità dei vip che non sono come gli altri. Proibire è riflesso cattolico, impedisce il senso della responsabilità personale e della dignità della salute che andrebbero insufflati per via culturale? “Romani, siate seri” come diceva Garibaldi: andatelo a dire a celenterati di quindici vent'anni che a Riccione ci calano decisi ad imbottirsi di chimica a qualunque costo e qualunque prezzo. Intanto che promuoviamo le condizioni culturali che nessuno, né scuola di massa né famiglie semianalfabeti né coscienze civili in libera uscita sanno recuperare, che facciamo, ci voltiamo dall'altra parte? Benissimo, ciascuno sceglie di che morte morire ma qui non si discute della libertà di annientarsi dei ragazzini quanto dell'impunità di un luogo deputato allo spaccio e in ogni caso una volta adottata la “soluzione Pilato” non avviliteci col piagnisteo delle giovani risorse che cadono come fiori ingiustamente recisi: giocare contemporaneamente con entrambe le squadre, non si può. Non lo vedete cari libertari liberisti che per questa strada anche voi scadete nel peggiore luogo comune dell'utopismo pilatesco di sinistra? Non capite che scambiate quello che c'è con quello che vorreste, senza alcuna aderenza alla realtà razionale? 
Necessario e sufficiente possono essere dimensioni complementari, ma non fungibili: una misura può non bastare di per sé e lo stesso risultare inevitabile, per ragioni pratiche non meno che legali non meno che morali. Se in questo luogo chissà perché sacro e inviolabile  si fosse saputo di uno stupro in branco, ho qualche dubbio che adesso saremmo qui a difenderne la franchigia, giusta l'indignazione per certe recenti sentenze pilatesche. Evidentemente la morte di qualche stronzo sedicenne non è abbastanza. Allora cosa lo è? Equivocare, più o meno ad arte, sulla pretesa missione di una discoteca in cui allegramente si tirano le cuoia equivale a fingere di credere alle targhette sulla porta delle bische mascherate da club ricreativo e culturale: dal che discende la resa alla piaga dell'azzardo clandestino, dell'usura, dei giri criminali connessi. Chicco Testa su Twitter ha scritto che un abuso come la chiusura del Cocoricò non trova riscontri in nessuna parte del mondo; noi diremmo piuttosto che solo in Italia non si riesce a chiudere un posto a pagamento, non un parco pubblico, in cui si muore impunemente, da anni, senza polemiche e discorsi a pera che a furor di popolo ne reimpongono subito l'apertura. 

Giubila popolo e rallegrati a una notizia fondamentale: c'è chi vigorosamente lotta contro la tua estinzione. Forse ricorderete gli ottimi e soprattutto ottimisti genitori che, proprio da queste mie parti, alcuni anni fa fabbricarono 5 gemelli avviando nel contempo una impressionante campagna pubblicitaria che, tra sorrisi, canzoni & appelli, fruttò un tour televisivo e un contratto da una nota marca di detersivi, con tutto quel ben di Dio sempre da lavare. Bene, i carissimi hanno messo in cantiere una sesta unità, credo stiano puntando alla squadra di calcio, riserve comprese – sponsorizzata, ça va sans dire, e anche ça ira. Un esempio da seguire, indubbiamente, se vogliamo trasformare l'Italia nell'India. Siccome l'illuminato papa Francesco dice che siamo tutta 'na famiglia, così siete tenuti tutti a farvene carico, nessuno si senta escluso: verrete ripagati dal più grande spettacolo del mondo dopo Jovanotti, cioè lo sbarco sulla spiaggia di Porto San Giorgio con convoglio di carrozzine, generi di conforto, strutture da campeggio, largo, passano le risorse, con la colonna sonora di “15 bambini” di Eugenio Finardi. La tempistica è stata calcolata con esattezza scientifica, mammina aveva già apparecchiato l'attesa con sibillini annunci via Facebook, tipo quando fanno uscire un nuovo album; poi, a ennesimo lieto evento compiuto, sono partite le prime interviste a dimensione locale, giusto un riscaldamento per la ripresa autunnale di “Che tempo che fa” dove si potrà celebrare la ripresa della fiducia proletaria nell'epoca di Renzi; l'intendenza seguirà, per la réclame s'è già fatta avanti una nota marca di profilattici.


A proposito del dentista bracconiere Walter Palmer del Minnesota che per puro capriccio ha fatto fuori un leone amatissimo in un parco dello Zimbabwe, pregiudicandone tra l'altro l'equilibrio naturale, il giornalista Luca Mastrantonio sul Corriere rileva l'imbarbarimento social: gesto orribile, si capisce, ma attenzione a non scadere nella jungla morale. Certo, i divi di Hollywood che dirigono il coro degli invasati inducono fastidio, come la Mia Farrow che pubblica su Twitter l'indirizzo della clinica del cacciatore. Per non parlare dei fanatici che gli vanno sotto casa travestiti da leone. Io però sono tra quelli che hanno contribuito nel loro piccolo alla gogna e non me ne pento, e sì che di gogne subite ho una cerca esperienza. Come mai non mi pento? Perché in questo caso il dentista bracconiere è colpevole (e impunito) oltre ogni ragionevole dubbio. È uno che in vita sua ha massacrato decine di animali stupendi e liberi, sia pure nelle riserve, uno che si esibisce, con la sua dentatura del cazzo, coi suoi trofei, uno che può corrompere le guardie a botte di cinquanta, centomila dollari per togliersi lo sfizio di una caccia vigliacca. Infine, uno che si dice pentito perché si sente braccato. Mi spiace, non ci sto. Uno così è un criminale, una vita a perdere, che colleziona vite e le rende carcasse: il fatto che si tratti di animali non lo scusa e saremo lombrosiani, saremo non migliori di lui ma le facce parlano e la faccia di questo farabutto racconta proprio una brutta storia, una vita tronfia, vita a perdere. Dopo il leone, ultimo di una serie infinita di massacri, voleva abbattere un elefante, si sentiva onnipotente, lavorava, guadagnava per uccidere. Non è uno che si pente, è uno che aspetta che passi la bufera per ricominciare, uno psicopatico incapace di capire il proprio orrore ed è uno che, c'è da scommetterci, se agisce diversamente nel consorzio sociale è solo perché vi è costretto dalle convenzioni e dall'etica borghese del mercato, insomma uno che riga dritto per mantenere uno status ma appena può ruba, evade, prevarica, magari dietro la facciata del professionista irreprensibile. Dite che non toccano a noi certe valutazioni? Lo dite voi, qui non si condanna ma si giudica, che poi è il grande equivoco della morale cattolica. Io uno che si diverte a torturare un animale per 40 ore poi lo finisce, lo scuoia e se ne fa una pelle da sfoggiare, lo giudico. Non spetta a me la pena, ma ammetto tranquillamente che sarei spietato. E non venitemi a dire che divento a mia volta animalista fanatico, l'animalismo non c'entra e non c'entra il fanatismo, è solo la rabbia che assale di fronte alla banalità dell'impunità: se per una volta questa lurida regola può venire infranta, ci sentiamo autorizzati a fornire il nostro modesto contributo.
La pena di morte ufficiale? No, quella no, siamo, restiamo contro la giustizia divina di Stato. Non siamo Dei, né metafisici né istituzionali, non aspiriamo a diventarlo. Ma la legge degli uomini è notoriamente parziale, cieca con i deboli, con mille occhi di riguardo per chi può pagarsela e allora diciamo che ci sono tanti modi per rovinare la vita a un mascalzone anche risparmiandogliela, dal fisco alle mille vessazioni legali fino al classico incidente. Statene pur certi, uno così non diventa fra Cristoforo, resta un Griso sia pure di animali: ma la ferocia non è minore, non è meno grave. Non dipende da noi amministrare la giustizia, come ammonisce Mastrantonio che è giovane e ancor pieno di ideali ma noi abbiamo forse una esperienza di vita più ingrata, più disperata e sappiamo che gli uomini non cambiano, se cambiano diventano peggiori. Il dentista bracconiere non nutre alcun rimorso, teme semplicemente per sé e per la propria attività e di questo, ci perdonerete, non ci disperiamo affatto. A viso aperto lo abbiamo, per il nulla che contiamo, additato e non esiteremmo a fare quanto in nostro potere per spazzarlo via. La gogna verso un innocente, un diverso, un indifeso, quella è oscena e da stroncare. La gogna verso un farabutto simile, anche se sa di ordalia, per quanto ci riguarda è un felice contraccolpo del web anarcoide che ogni tanto complica la vita a chi è abituato a prendersi quella degli altri, umani o meno, facendola sempre franca. 
Non è un numero vacanziero, distratto, rilassato. Proprio no. Tutto il contrario. Date torto al Faro se vi riesce. Il Faro, tutto dentro. Ma solo per chi si abbona. 


"Ti scrivo dopo aver letto il tuo pezzo su Amici miei
Ed è proprio come scrivi: "constatazioni insopportabili al suono di quel tema maledetto che più lo ascolti e più stai male. Perché ce l'hai dentro, s'è proprio avviluppato all'anima" e una volta che s'è avviluppato non te ne liberi più, diventa la stoffa della tua stessa anima. Qualcosa di pre-verbale, forse per questo passiamo l'intera esistenza a cercare di dare un nome a quella cosa lì? Ma c'è sempre un resto, un fondo d'indicibile, eppure non muto. Ecco, quel tema 'maledetto' è per me il resto, qualcosa che non so dire se oltrepassi o preceda la nostalgia. 
Ti ringrazio, perchè leggerti per me non è mai consolatorio, ma rende la mia solitudine meno alienante e più degna, ci tenevo a dirtelo".
Carmine, da Milano