sabato 2 giugno 2012

CHI AMMORBA IL PO



CHI AMMORBA IL PO
Non è neppure razzismo, e non è spettacolo, sia pure di infimo livello. È qualcosa di peggio, e che definire non si può, forse, senza lasciarsene contaminare. A Udine c'è un capogruppo della Lega o di quel che ne rimane, e tante cose si spiegano, il quale, a proposito della giovane indiana uccisa dal marito e gettata nel Po a Fiorenzuola d'Arda, sostiene che avrebbe “inquinato il nostro sacro fiume”. Ora, la dignità di un Paese starebbe nel prendere questo soggetto, questo Luca Dordolo, e metterlo in condizioni di non fare più danni, almeno pubblicamente: di problemi ne abbiamo già tanti. Invece lo si invita alle trasmissioni, sia pure con la scusa di sputtanarlo, secondo l'aurea regola “tutto quanto fa spettacolo”. Ma non è un bello spettacolo, è semplicemente qualcosa di evitabile. A che serve interpellare uno che esprime certe convinzioni? Dobbiamo mettterla sul piano della logica? No, non si può cadere nel tranello di affrontare qualcosa di demenziale con la ragione, basterà annotare come sia facile ottenere i 5 minuti di squallida notorietà: è sufficiente mettere qualche grugnito su un social network (perché questo è avvenuto) e il mondo, o se non altro qualcuno, parlerà con te e soprattutto di te, non importa se in bene o in male come insegnava Oscar Wilde, che non val la pena di spiegare a un Dordolo chi fosse.

venerdì 1 giugno 2012

MEDUSA


Una penosa follia contagiosa

MEDUSA
Dissiperò
Il mio capitale
Al vento le do queste parole
Fragile e perduta eredità
D'uno spento appassire
Che scioglie al sole come una medusa
Mi sbaglierò
Ma qui non c'è più niente da salvare
Scusa sorte, io ai capricci tuoi
Non ci sto più
Casomai
Mi evaporo così
Chiuso in un sorriso senza viso
Via da qui, via dallo spazio mio
Che non ho mai. Via
Da tutti i miei guai
Via! Se dev'essere, sia
Un'uscita dal retro, senza addio
Senza tragedie, senza temporali
Che non è proprio il caso. E niente squali
Ai funerali. Se ne va un bambino
Uno che non è stato mai nessuno
Non esisto. Non sono il tuo Cristo
Anche se ho pregato, bestemmiato
E provato a tingere di rosa
Una penosa follia contagiosa
I portafortuna, i talismani
Non risparmiano mai dalla rovina
Ma non avrei scambiato, e tu lo sai
Le mie poesie con le loro pose.
Se soltanto Tu m'avessi arato
Coltivando questo tempo vuoto
Scommetterei ancora su me stesso
Ma non così. Non inchiodato qui.
Adesso basta. Non lo reggo il mondo
Come pesa e non mi son piegato
Per secoli di giornate infinite
Via mi mando. Quel che avevo da dire
L'ho spremuto dal cuore. Non c'è altro
Ora posso sparire
Orgoglioso delle mie ferite
Delle notti stentate, del mio niente
Fatto di coraggio disperato
E disatteso. Tace la medusa.
Basta parole. Basta tamponare
E' tempo di andare

L'ALTRA RIVOLUZIONE

Anna Morando, Generosità

L'ALTRA RIVOLUZIONE
ciao max. i ricordi di tuo padre sono splendidi. ho sentito lo sfrecciare delle macchinine nella bisca, ho visto le pistole messe sul tavolo dell'osteria, l'acqua delle tazze ondeggiare tra un sorso e l'altro, mentre gli orientali crollavano uno dopo l'altro. fantastico. mi fai provare nostalgia di una vita mai vissuta. mi costringi a ripensare a dettagli e particolari dei miei genitori che avevo nascosto, messi da parte. non avventurosi come nel caso di tuo padre, ma che li riportano nella dimensione umana che negli ultimi 15 anni avevo ignorato, presi come eravamo dai nostri guai famigliari, tra la poca salute dei miei, il pericolo di sprofondare nella povertà per cause legali decennali, il nostro isolamento all'interno della famiglia, cosa ne sarebbe stato di me dopo la laurea.
ho iniziato la nuova esperienza di volontariato, nell'ospedale san martino. ho accompagnato un volontario esperto, il mio tutor, un signore 50enne dal viso cordiale e dai modi rilassati, nel mio primo giro nel pronto soccorso. è stato bello, ho visto come lui, con la sua delicatezza, i suoi gesti (mani che si posano sulle spalle, sul dorso della mano), le sue parole, ad alcuni di conforto e ad altri scanzonate. gli occhi dei pazienti, per lo più persone anziane, alcuni si riempivano, brillavano, alla possibilità di parlare. c'era un signora di novant'anni. sembrava una ragazzina spigliata, un sorriso sbarazzino, quasi non le importava di essere lì per problemi di salute. o un signore di 80, ne dimostrava venti di meno, appassionato di immersioni, per una vita tecnico sulle piattaforme petrolifere. ci ha detto: "sono qui, ma non l'ho detto ai miei amici, non voglio farli preoccupare". quanto mi hanno fatto sentire piccolo e stupido, a confronto con le mie storture e le mie miserie che non sono ancora capace di raddrizzare! (ancora non ci riesco a mettere su quella rivoluzione di se stessi).
ne parlo con te, non con gli amici, le persone che ho qui, accanto, fisicamente vicine. non perché non li considero degni, ma perché ogni tanto li sento lontani, refrattari alla comunicazione più profonda. due esempi sciocchi. due settimane fa ero a milano: i miei amici mi hanno portato in uno di quei locali orrendi da aperitivo, musica house a volume indicibile, cibo spazzatura, camerieri cingalesi per dimostrare di essere tolleranti (e invece dimostrano quanto siamo meschini e alla ricerca di schiavi), maschi e femmine allo stato brado. a un certo punto esco, per prendere aria. faccio un giro dell'isolato ed entro in una kebbaberia. dentro ci trovo i componenti di un gruppo che ascoltavo con passione al liceo, gli interno 17: comincio a parlare con loro, dicendo quanto mi piacciono le loro canzoni, le ascolto ancora; parliamo del più e del meno, come vecchi amici, mi raccontano delle piccole soddisfazioni e del momento di chiudere l'esperienza musicale, perché il successo non era arrivato. ero molto emozionato. il cantante del gruppo mi chiede l'indirizzo per spedirmi il cd che avevano pubblicato nel 2009, e che avevo perso. dopo 4 giorni arriva a casa: immagina la gioia. ecco, una cosa del genere ho provato a raccontarla. due persone mi hanno ascoltato e hanno condiviso la mia emozione.
due, la mia cancellazione da facebook, e in genere dal mondo social network. visto dagli altri con fastidio, con sospetto. i motivi sono tanti. dalla stupidità dei discorsi, alla autoreferenzialità eccessiva, all'autosputtanamento compiaciuto. ma quello centrale è che io non sono un profilo in cui cerco di apparire agli altri migliore di quello che sono, senza difetti, pieno di amici, di foto di vacanze, di link a video musicali che nessuno vede/ascolta.
io sono anche il mio lato peggiore, e non voglio alienarmi nel tentativo di nasconderlo. voglio ben sapere di quali meschinità sono capace, per poterle superare.
e voglio anche una faccia davanti agli occhi, una voce per le orecchie. pazienza se perdo il contatto quotidiano con qualche caro amico che vive al sud, vuol dire che spenderò qualcosa in più in ricariche telefoniche per sentirlo parlare.
in questo mondo dove dobbiamo essere sorvegliati giorno e notte (giusto per dirne una, ieri sera mi ha fermato una pattuglia di finanzieri mentre facevo una passeggiata solitaria per chiedermi i documenti, che non avevo, e ho dovuto sudare sette camicie per non farmi portare via per identificarmi...), voglio godere di una minima forma di libertà, di sapere che non c'è qualcuno che tiene sott'occhio il mio profilo (e ce n'è di gente che fa così).
e siamo anche così abituati a conformarci gli uni agli altri che addirittura un evento modesto come cancellarsi da un social network desta sorpresa e incredulità. forse l'ho iniziata la mia rivoluzione? so che non è così, ma mi piace pensare che un primo passo in quella direzione l'ho fatto.
grazie di avermi letto, un caro saluto.
vitandrea

La rivoluzione in cui credo è quella dei sentimenti. è la più difficile, è fatta di piccole cose.

BUON COMPLEANNO, MR. RONNIE WOOD



BUON COMPLEANNO, MR. RONNIE WOOD
Le memorie delle rockstar “sono noiose”, direbbe Dr. House. Tutte, anche quella di Keith Richards. Anzitutto perché sono false, ovvero necessariamente incomplete: per quanto spingano sui toni duri e macabri, si capisce che le cose davvero sconvenienti le lasciano perdere, glissano. Poi sono comunque autoindulgenti, perché tutti ci troviamo simpatici e a maggior ragione una rockstar con l'ego ipertrofico. Infine, diventano un who's who, un catalogo di ricchi e famosi coi quali far baldoria (e ai quali sopravvivere). Ma se c'è una storia che fa eccezione, è quella di Ronnie Wood, 65 incredibili anni oggi, seconda chitarra dei Rolling Stones dopo avere suonato nei Faces e prima ancora nel Jeff Beck's group. Woody è una istituzione musicale, ha schitarrato, si è drogato, se l'è spassata con mezzo mondo e ha scopato con l'altra metà. Quello che lo rende diverso è il suo umorismo prorompente, indomito, quella misura di incoscienza che te lo fa amare senza riserve. Certo, non un tipo da predere a modello, e neppure per amico, uno che, invitato da Tony Curtis, gli fa fuori la cantina pregiata e si fa buttare fuori; oppure, invitato da Carlo d'Inghilterra, trova modo di fregargli un prezioso incunabolo fregiato in oro, che poi gli viene richiesto indietro con un aulico bigliettino della Real Casa. Wood degli Stones, un gruppo che carbura da 50 anni a base di follia, è probabilmente il più fuori. Ancora più di un Richards che senza preavviso si mette a sparare addosso a una chitarra, credendola di Jagger (invece è la sua), roba dell'ultimo tour; o che cerca di far fuori a coltellate lo stesso figlio di Ronnie, che gli ha nascosto un petardo in uno spinello, ovviamente esploso. Tutto questo non provoca a Wood altro che divertimento. “La mia giornata di lavoro ideale è: ridere, ridere, ridere... è già finito??”.
Un incosciente, uno che ha sperperato fortune, ma anche uno che, insieme a Stewart, s'incunea nel backstage del tetro, serioso Lou Reed prima di un concerto e insieme gli scordano tutte le chitarre. Un demente, pericoloso, inaffidabile, ma pur sempre come il compagno di scuola che ci faceva divertire, o che avremmo sempre voluto essere. Un demente, non uno scemo. Ronnie Wood resta uno dei grandi protagonisti del rock and roll, e non suoni davvero con tutto il mondo se non hai qualità tecniche (sempre sottovalutate, dato il tipo) e soprattutto umane da spendere. “Io sono meglio di te”, gli dice Eric Clapton invidioso per non essere stato reclutato dagli Stones. “Lo so, amore – gli risponde Ron – ma con questi non ci devi solo suonare, ci devi vivere”. E lui ce la fa, anche se non sa spiegarsi come: “Forse perché sono tanto bello”.
E Ronnie, o chi per lui, sa raccontare. È più essenziale e più vivace di Richards. La parte iniziale della sua autobiografia, in cui rievoca la sua infanzia gitana in una famiglia zingara, è altrettanto interessante, se non di più, delle malefatte con gli Stones. E quando Ronnie parla bene di qualcuno (cioè sempre), si capisce che lo fa con tutta l'onestà, non come Keith che spesso ironizza per demolirlo meglio. E quando racconta di tutte le sue avventure con tutti i suoi amici, non hai mai l'impressione che ti faccia pesare la fama, ma che ti affidi il suo entusiasmo di vivere, di fare amicizia, di rovinarsi. E di suonare. Con un umorismo e un ottimismo da irresponsabile, ma inestinguibile. Certo, le avventure di Ronnie Wood ingenerano anche un vago sentimento di rimpianto, perché è il classico caso di irresponsabile che, per quanto talento abbia, ne spreca la più parte, in una vita perennemente alterata che lascia pochissimo spazio alla lucidità: se si pensa che, a suo dire, Woody deve arrivare a 60 anni per “capire finalmente cosa mi sta dicendo Keith”, c'è da domandarsi cosa di assai più valido avrebbe potuto spremere dalle sue doti, che non erano né piccole né poche. Ma è anche vero che personaggi come lui, e come tutti i Rolling Stones, possono produrre il meglio solo nel peggio, creando dal caos, salvandosi dalla fine proprio quando si gettano nell'arte. Sono le pressioni, le condizioni impossibili a generare la creazione artistica, quasi per disperazione. Ma Keith parte dall'umorismo per arrivare alla morte, Ron dalla morte per arrivare all'umorismo. Inglesi diversi, chitarristi diversi, biografie diverse, farabutti complementari. Eppure, sulla lunga distanza, vince Ronnie. Che è ancora lì a suonare dappertutto, a incidere dischi, a dipingere, a fare show radiofonici, a cambiar fidanzata (sempre più o meno dell'età di una nipote), a sorprenderci con tutta questa carica di vita. Si è patetici quando a 65 ci si sente come a 20. Però poi basta guardarlo, per capire che uno così non crescerà mai, avrà 20 anni per sempre.
Per fortuna.

giovedì 31 maggio 2012

UNA FEDE COSI'


Ed eri nato per questo, fare il prete come non usa più

UNA FEDE COSI'
Pare un racconto di Giovannino Guareschi, e non solo perché il suo sfondo è il Grande Fiume che scorre lungo un Mondo Piccolo e s'incrocia, ogni tanto, con altri fiumi, meno imponenti ma ugualmente tetri, carichi di fantasmi. È lo strazio dell'umanità che contiene. Una mattina un prete di campagna, preoccupato per il terremoto che ha già danneggiato la sua chiesa, decide di entrare a prendere la statua della Madonna, prima che altre scosse le facciano del male. E, proprio mentre la sta portando in salvo, il terremoto si scatena e lui ci muore sotto, schiantato da una trave, abbracciato alla sua Madonnina.
Chissà se ha avuto il tempo di pensare, don Ivan, che sorrideva sempre, dicono i suoi compaesani, e aveva la faccia contadina, serena e un po' stravolta da calciatore anni '60, di quelli che venivano su dalla Bassa. Un buono, un mite. Girava per ospedali e carceri, andava a trovare i vecchi, a vedere se gli extracomunitari di Rovereto sul Secchia e dintorni avevano bisogno di qualcosa. Un prete fuori posto, travolto da un tempo come questo. A volte la vita, con la morte che sempre cova dentro, sa essere più assurda di qualsiasi cinismo. Proprio mentre i terremoti scuotono le chiese e soprattutto quella che sta a Roma, devastata da scandali, da retroscena allucinanti, figli dell'ambizione che consuma, della brama di potere, di tutto ciò che sta fuori dal Vangelo, un prete di 65 anni, dalla fede ingenua e sconfinata come quella di un bambino, si presenta all'ultimo appuntamento con puntualità spaventosa. La sua fine ha fatto ridere qualcuno, che si sente molto ateo e invece è solo disperato, perché non l'ha salvato quella sua fede al confine tra sublime e superstizione, troppo da bambino o troppo oltre la percezione degli uomini. In un certo senso, don Ivan è un altro morto sul lavoro, anche se un lavoro particolare, fatto più di speranze che di certezze. Ma non è morto da sfigato, e non è un martire della fede. È solo una storia tragica e dolce come sanno essere certe storie della Bassa, più vere del vero; e se Guareschi adesso fosse qui, la saprebbe raccontare molto meglio di me.
Io però non rido della morte di un prete di campagna. Io, che la fede l'ho persa, e al suo posto c'è un buco, mi sento solo più solo ancora. Più disilluso, più deluso.

TUTTI NEL GANGE


Avanti, c'è posto

TUTTI NEL GANGE
Lista “civica” (va di moda) Saviano, benedetta da De Benedetti, dal Fatto quotidiano (ma non erano antagonisti a Repubblica?) e con dentro più o meno tutta la sinistra: l'inoccupato Bersani ha detto “Acco, bravo!”. Domande. È giusto, è decente, è morale che un (presunto, molto presunto) scrittore si presti a tutto questo? È dignitoso o è da malati pretendere a 30 anni e con un solo libercolo di rappresentare il paese, anzi la parte sana del paese? Era già tutto predisposto? Che senso ha? Chi c'è dietro? Va di moda l'antipolitica, i politici di professione fanno schifo, i digiuni di politica sono puliti e laureati, come dice Grillo: ma chi l'ha detto che sono capaci di fare politica? Perché hanno firmato un catalogo di scopiazzature sulla camorra? Perché facevano la pubblicità dello yogurt? Saviano, tra un apostrofo sbagliato e l'altro, confonde capitalismo, democrazia e mafia, Grillo dice, per interposto Casaleggio, questo frittomisto di Branduardi e Toni Negri, che tra due o tre anni moriranno in 6 miliardi e si tornerà alla grande madre Gegia, o Gaia. I politici fanno tutti schifo, vanno all'Ikea usando i badanti con la pistola, ma questa gente è l'alternativa? Dobbiamo metterci in mano a pazzoidi così? Oppure, appunto, dietro ci sono i burattinai? Quali? Che cazzo di gioco è questo tira e molla, questo fare da testimonial, da corvaccio Rockfeller, sulla spalla di chi? Forse del tanto aborrito capitale (finché non versato nelle proprie tasche)? Sarebbe questo, il modo di “non essere schierati”?
E non sarà un alibi colossale, ancora più gigantesco del Berlusconi madre di tutte le nefandezze nazionali, questo lavacro nel Gange della contropolitica, questo pretendere che la società “civile”, o civica, esprima di meglio, sia meglio della politica che bene o male ha sempre espresso? Davvero basta abolire il calcio per cancellare il calcioscandalo, così come abolire la politica per eliminare la corruzione? Non siamo noi il regime, il focolaio, noi paese, noi identità nazionale? Davvero alla tragedia si rimedia sempre con la farsa? Bastano Grillo e Saviano a salvarci? O finiscono di dannarci?
Dopo di loro, chi? Fabrizio Corona? Belen? Il disturbatore Paolini con la collana di profilattici? Uno qualsiasi purché “famoso”, in quanto “famoso”, magari perché ha tanti “followers” su “twitter”?

TERREMOTATI E STRAGISTI


Ma abbiamo proprio bisogno di mantenere 'ste facce da cazzo?

TERREMOTATI E STRAGISTI
A volte cercare d'essere onesti, intellettualmente onesti, è ancor più sgradevole perchè già sai che finirai frainteso, ascritto a furor d'idiozia al soldo di qualcuno che invece detesti e dal quale non hai mai ricevuto neanche un bottone. Berlusconi, fatalmente, che fosse per me non sarebbe mai diventato presidente altro che del Milan, perché mai mi sarei sognato di votarlo, a differenza di molti berlusconiani della prima ora e poi grillini dell'ultima. Però, se l'onestà intellettuale è un impulso del cervello, allora non si può fare a meno di ragionare: come mai per il terremoto a l'Aquila strillarono tutti come aquile, per prima qualche comica scombinata come la Guzzanti, che, per i posteri, è la mente illuminata e schierata contro: il capitalismo, la finanza, la mafia, e si è ritrovata truffata di 400mila euro consegnati a un sodalizio di capitalisti finanziari in odor di mafia cui li aveva affidati perchè ci speculassero, moltiplicandoli. Difesa da quel manico di scopa nel culo di Traraglio, perché quelli come loro, che stanno dalla parte giusta, quella del giudice Ingroia, figurarsi, sono al di sopra del bene, del male, della coerenza e delle scemenza e non debbono giustificarsi con nessuno. Ora, figurine come queste erano arrivate, in soldoni, a dire che il terremoto l'aveva voluto Berlusconi, nella misura in cui lo aveva “permesso”, sapendo che sarebbe arrivato e nulla facendo (di positivo) per impedirlo. Di poi, lo stesso Cavalier troione era stato crocifisso per avere destinato ai terremotati alloggi tutto sommato decenti e in tempi tutto sommato decenti. D'accordo, tutto si può dire e a dir male di Berlusconi quasi sempre ci si azzecca. Ma adesso come mai nessuna aquila o aquilotto o avvoltoio strilla sul Monti? In Emilia ci sono stati due terremoti a distanza di 9 giorni; dopo la prima scossa il premier, andato in forte ritardo sui luoghi del disastro ma senza tradire il benché minimo moto di commozione o di solidarietà, un pesce gelido che riusciva a parlare di spread e di tasse anche tra le macerie, ha mollato i terremotati al loro destino; quindi, il secondo attacco, altri morti, altra rovina. La polemica qui non è sul tornare o meno al lavoro, ma è la seguente: i terremoti sono dunque imprevedibili, o lo sono solo in funzione di chi comanda? E un governo deve “impedirli”, prevenirli, attrezzarsi per lenire le conseguenze (magari allestendo una mappa delle strutture e dei centri a rischio sui quali intervenire, cosa che dopo ogni disastro si promette e poi si lascia cadere), oppure non si può proprio far niente? E se ieri aveva colpa Berlusconi, come mai oggi non ce l'ha Monti? E se oggi Monti è incolpevole, come mai ieri Berlusconi era uno stragista naturale?
(è pur vero che Libero da destra e il Fatto da sinistra ci hanno sciacallato mica male: peraltro, la questione delle autorizzazioni, troppo frettolose, a tornare nei luoghi di lavoro, magari in modo meno strumentale, andava posta: ed è osceno derubricare a "fatalità” il crollo dei capannoni, come incredibilmente ha fatto il neopresidente di Confindustria, Squinzi, che si è presentato con il peggiore biglietto da visita possibile).
Ma, soprattutto: lasciando pur perdere Haarp, fracking ed altri vaneggiamenti per maniaci, lunatici, lettori del Fatto e grillini 5stelle, l'Italia è effettivamente Paese tremolante, costellato di abitazioni di cartone, di monumenti traballanti, di strutture mai verificate, di borghi destinati a venire soffiati via e i governi, politici o tecnici, si trasmettono il testimone di una indifferenza pluridecennale e criminale. Nessuno fa niente. Nessuno sa niente. Anche l'ultimo, è in carica da 6 mesi, non da 6 giorni e li ha spesi solo ad inventarsi nuova tasse ignobili e a prendere ordini dalla Merkel. Ma i terremoti se ne fottono dei continenti uniti da una moneta, delle facce di merda targate UE, delle sacre ragioni delle banche, arrivano e basta. Almeno spazzassero via chi non li vede, chi li ignora.