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venerdì 25 luglio 2014

NEI MIEI OCCHI


Io voglio piangere, lasciatemi perdere
Nelle mie sconfitte. Voglio piangere
Senza difendere zone più protette
Senza dipendere più da nessun sogno
Voglio piangere
Con le fitte del mio corpo squassato
Come sassate contro il vostro ritegno
Voi che lacrime avete rinnegate
Voi, che non annegate il cuore
Nell'imbarazzo della fragilità
Di un uomo che muore per risorgere
Lasciatemi stare, vi dico
Voglio piangere
Come fosse un gioco, una preghiera
Tutta la commozione mai sfogata
L'inondazione arresa di vecchie isole
Che poco a poco travolge la mia estate
Insincera, riarsa di pensieri
Che si vanno a infrangere come onde
Contro scogli di sole. Io gabbiano
Voglio piangere, non lo fa più nessuno
Dietro gli occhiali scuri tra la gente
Sicuro che poi se ne accorgerà
Voglio piangere come il bambino che ero
Come se tutto fosse un addio infinito
Per tutto quello che non hai capito
Voglio piangere per ogni risata
Per le facce andate e scuole vuote
Della mia gioventù quando ci torno
Come uno sconfitto senza suole
Senza una ragione. Per troppe ragioni
Solide come illusioni di carne
Così, senza pudore. Tutti i pianti
Del mondo nei miei occhi tremanti
E persino di gioia anche se ormai
Non so come si fa. E poi ingoiare
I singhiozzi d'un respiro a pezzi
Le carezze d'un dolore ripido
Ditemi pure, sì, che sono stupido
Io voglio piangere

mercoledì 23 luglio 2014

IL FARO 28/2014

"Sul Faro si trovano articoli, sia di cronaca che personali, che è un peccato non escano "in chiaro" sul blog; però è anche bello che li possa leggere solo chi sceglie di abbonarsi, perché davvero sono qualcosa in più, e danno il senso del tuo stile inconfondibile...".

martedì 22 luglio 2014

QUELLI ERANO TEMPI


ciao max,
preso dal desiderio di calcio romantico, ho letto in mezz'ora "quelli erano tempi", e volevo farti i complimenti l'82 non l'ho vissuto, avevo 1 anno. ho vissuto il 2006, ma sembra più lontano di quella vittoria. il 2006 sembra anche più lontano del 1994 con roberto baggio (quella squadra ingiustamente ricordata come forte, non lo era. erano forti i singoli). amo molto i tuoi ricordi della nazionale di bearzot e il tuo libro mi ha fatto respirare quell'aria avventurosa che solo lo sport non sopraffatto dalla pubblicità può avere. l'82 non l'ho vissuto, dicevo, ma mi ricordo l'italia del 2000 allenata da zoff, e mi ricordo per certo che è stata la migliore nazionale che ho visto io giocare. tutti giovani, tutti uniti e tutti pirati in campo. era quello l'anno del mio diploma al liceo, anno dolceamaro, tra successi scolastici e piccoli amori falliti. un esame superato quasi col massimo dei voti, sostenuto da solo: perché mi ammalai di varicella a giugno ma riuscii comunque a fare scritti e orale in una settimana, quella dopo la fine dell'europeo, le cui partite erano l'unica boccata d'ossigeno. nessun compagno di classe mi chiamò per sapere se fossi vivo o morto, non avendomi visto arrivare il giorno del primo scritto. mi chiamò, solo due giorni dopo, la più carina della classe. magrissima consolazione. come vedi, dal nord al sud le storie di scuola sono tutte simili e a volte sei straniero anche a casa tua.
un caro saluto.
VS

Tanto esaltante quel calcio, tanto squallidi quei banchi di scuola. Ci ho messo 30 anni per ammetterlo, ma è così. Anche per me. 

sabato 19 luglio 2014

MODA E MOTORI D'ALTRI TEMPI 2014


Vi aspettiamo


venerdì 18 luglio 2014

IL MIO SAFARI


Affondo in un mare di musica nuova. Per la prima volta a memoria d'estate rinuncio a tutte quelle canzoni, e sono tante, e sempre quelle, che mi risucchiavano indietro. Il paradosso, che sospetto apparente, insinua: più invecchi tu, più ringiovaniscono i tuoi gusti. Credo che una spiegazione ci sia, ma ci arrivo tra un attimo. Non sto rottamando i miei gusti e i miei sogni, i miei giorni e le mie estati, certe canzoni saranno mie per sempre e io sarò loro per sempre; mi sono appena concesso, di nuovo, i Rolling Stones, quanto di più memorabile ma un concerto è un evento che esplode nell'attimo, i cavalli selvaggi (di battaglia) scalpitano lì, in quel momento e non sono mai stati così contemporanei. Quanto invece a sentire i dischi è un altra storia e in quest'estate dei 50 anni miei m'aggiro in un safari perenne a caccia di sorprese: ne trovo tante da non riuscire a scartarle tutte, nei miei marchingegni elettronici la musica da scoprire s'affastella. Perchè (salvo rarissime eccezioni) quest'anno non mi cullo al suono del rimpianto? Vengo e mi spiego: e un po' perchè qualche mito mi è caduto, l'ipocrisia d'artista va bene ma a tutto c'è un limite e quando capisci che il gioco è truccato scade retrospettivamente la passione come un domino alla rovescia. E un po', anzi molto, perché quegli scrigni li ho saccheggiati fino a incrostare le pareti: oramai so già tutti i colori della nostalgia. Posso mettere su quei brani che sapevano trascinarmi via, ma adesso non vado più da nessuna parte: non sono le percezioni ad essere estenuate, ma le sensazioni che dentro si agitavano; forse hanno solo bisogno di restarsene qualche stagione a riposare, e le ritroverò più rapinose che mai. Adesso però non è cosa, non è momento, non è stagione. Non sono io. Scopro cose nuove, da artisti che non sospettavo, alcuni esordienti totali, altri maturi, senili perfino: ma tutto è inedito, sorprendente, a volte da dimenticare, altrimenti da depositare nella banca delle emozioni. Ricordo ai tempi dei “dischi grossi”, i vinili tutti neri: se potevo comperarmene uno, un paio all'anno, era tutto miracolo. Ricordo l'epoca dei cd: leggevo meraviglie sui giornali, spendevo un capitale (pentendomene spesso), ma quello che mancavo era sempre troppo. Adesso il mondo pare non avere più confini fisici, ma io so dove pescare per soddisfare la mia sete d'acqua musicale. E naufragar m'è dolce in questo amare. 

giovedì 17 luglio 2014

NELLA CAPPELLINA DELLA STAZIONE


Lentamente ho accettato l'incertezza, poi la convinzione della fine; non sono più credente ma eccomi qui, in questa cappellina della stazione ferroviaria di Ancona. Ci vengo sempre quando passo da questo nodo che mi collega al resto del mondo. Ma dal mondo il piccolo silenzio mi separa, mi salva dallo squallore dello scalo, e, in questo caso, dalla rabbia per il solito ritardo di un'ora. Anche, per la prima volta in anni, constato che una assurda filodiffusione di musica classica contemporanea taglia il mio disperdermi. Mi sforzo di non udirla e mi concentro sulle ondate silenziose di questa saletta più che chiesa: la Vergine in una finta roccia, riproduzione della Madonna di Lourdes, una volta l'han perfino rubata, al suo Cuore Immacolato è dedicata la cappella; il minuscolo altare sbarrato da un cordoncino rosso, le seggiole color nocciola, inginocchiatoi tre. Ma non mi ero mai accorto, l'ho scoperto cercando in rete (neanche una foto però, povera cappellina: e che ce l'ho a fare lo smartphone se non l'illumino d'immenso?): padre Oddo Tesei, Cappellano del Dipartimento Ferroviario del Centro Italia, che la fece realizzare, ha avuto una illuminazione: ricostruire una chiesina da una ferrovia: l’acquasantiera è retta da un paio di binari piegati, le sculture sono state realizzate impiegando materiali tipici della costruzione di linee ferroviarie, e la sacrestia è la ricostruzione perfetta di un vagone di seconda classe di una carrozza ferroviaria di qualche decennio fa, con tanto di sedili e luci originali. Persino i servizi igienici a disposizione dei fedeli sono un servizio proveniente da un treno. Tutto è sul marrone qui dentro, in questo santo vagone, quando ci capito d'inverno mi pare faccia meno freddo e se fuori piove non me ne andrei più. Su una parete, il ritratto di don Bosco: faccia di bontà forte, sguardo leale. Sopra l'esiguo pulpito, un sorriso diverso: il ritratto di Papa Francesco che leva il pollice alla folla; l'ultima volta c'era quello di prima, pontefice a scadenza. Mille volte che entro qui a non pregare e mai nessuno; m'immagino le funzioni: un prete sbrigativo, un paio di vecchie, immancabili mamme adottive della cappellina, forse qualche viaggiatore spaesato. Stavolta c'è viavai. Un esemplare credo femminile, secca rifinita, i capelli a scodella, la giacchina di jeans inamidata spenta, la gonna lunga lunga a strapiombo su due ciocie torno a calze trasparenti. Mi guarda diffidente forse mentre la guardo. Probabilmente una suora, di quelle che chiamano “laiche”, comunque una persona schiacciata in una fede sottomarina che s'inoltra nei suoi abissi di dentro. Mi colpiscono quei sandali. Regolamentari, ma di un copale lucido, straziante colpo d'ala d'una sessualità sconfitta e un altrettanto folle sprazzo di banalità m'assale: quanto può essere diversa la donna a partire dalle sue estremità, da come le riveste: provocante da far perdere la testa o respingente fino all'imbarazzo. È fantasia blasfema in questo acconto di chiesa, ma non c'è malizia, appena antropologico stupore, subito spazzato via dalle imprecazioni d'operai dietro la porta, portale non direi, nella vita reale. Penetra la confusione, gli stridori, i richiami del secolo lì a un passo. La quasi femmina accende una candela elettrica un rapido segnarsi e c'è mai stata, risucchiata dal mondo; il posto suo occupato ora da una donna curva, consunta. Una massaia. Prega si guarda intorno. Dov'è finita? Quindi, ma che traffico stamattina, una indiana almeno credo, con figlia. Van via subito. Un uomo compare si segna sbadisce. Qui entra chi vuole, se vuole, quando e quanto vuole, è proprio una chiesa, minuscola e orgogliosa: addobbata, viacrucis, non manca niente, c'è pure, stampato e affisso, il foglietto col calendario delle messe. La tentazione di pregare anch'io è forte, ma ho imparato a scacciarla. In un attimo è fuggita un'ora, mi riscuoto, mi affretto, evaporo anch'io, forse mi sento colpevole. 

mercoledì 16 luglio 2014

SPRAY



E' che sento la vita evaporare
Nello spray di giorni senza cuore
Nell'assenza di te che non torni
Delirante speranza di prodezze
Quando a pezzi cadono tramonti
Come squame di carta da parati
E' che sento la vita morire
Nell'eterno incanto circolare
Vengono le sere poi le aurore
Poi le sere ancora ed altre aurore
E deluso ascolto quel passare
Di meduse nel mare del Tempo
E ogni luna che spunta io la rubo
Ma poi mi sento in colpa come un ladro
Che ha scampato la giusta punizione
E' che sento la vita spaccarsi
E un coraggio di schegge di vetro
Può specchiarsi infine in questa farsa
Ce l'ho messa tutta, non lo so
Non so cosa volevo dimostrare
Se qualcosa da dimostrare c'era
Ma ora nei ruscelli di rimpianto
Si consuma l'ultimo pensiero
Io so solo che vengono giù uccelli
Con il petto trafitto da frecce
E' una pioggia dentro la follia
Mentre dico addio alla vita mia

IL FARO 27/2014

Tutto sembra non avere più una logica; niente pare conservare un po' di ragione. Il Faro non si arrende, non fosse altro per combattere contro l'assurdità imperante, per metterla nel mirino. Buona settimana a chi sta nel Faro. Il numero 27 in spedizione email agli abbonati da sabato 12 luglio. 

LA VERIFICA DEI FATTI


Capita a volte che qualcuno non si riconosca, cioè si riconosca troppo, in qualche cronaca e allora spedisca commenti inveleniti: niente paura, è l'occasione giusta per mettere in chiaro che il liceo è remoto, i banchi lontani, la crocerossina in pensione e forse è il caso di spezzare le catene di Jacob Marley una volta per tutte. Perché erano catene, quell'età gioiosa per quanto mi riguarda non fu mai. Non sono mai stato felice, non ho mai sfiorato la felicità, neanche in quel cazzo di liceo dove, tutt'al più, mi sforzavo d'illudermi come solo un ragazzo disperato può fare. Zavorrato da un paio di nomignoli che offuscarono ogni giorno di quei cinque anni, il primo era fisiologico e lo accolsi con rassegnazione, la pinna cresciuta al posto del naso non poteva scamparmi il soprannome di “Picchio” col contorno di variazioni sul tema, rifiuti dalle ragazze, caricature volanti. Insicurezza genera insicurezza e non ne uscivo, ma l'altra lettera scarlatta era molto più crudele: “il Terrone” non suonava spregevole tanto verso mio padre, le mie radici e quello che ero, metteva anzitutto in chiaro, una volta per sempre, che io non ero parte di quella koiné di figli della borghesia meneghina che a me sembravano tutti troppo simili: come facevano a non capire che ogni meticciato ha dentro il mondo, e lo libera in migliaia di sfumature? Ma la koiné è sempre protetta da invalicabili mura di pregiudizi e anche di questo dovetti farmi una ragione. E mi sentivo un po' il reietto di “Gente per bene gente per male” di Lucio Battisti, che alla fine fa amicizia con una puttana, l'unica che non lo rifiuta. Però aspettavo la verifica dei fatti. Il destino, poi, si è divertito parecchio con me, per esempio riconsegnandomi presto a quelle stesse radici (dove immediatamente riscontrai l'identico atteggiamento: sono trent'anni che il cretino di turno mi scruta sospettoso, “Tu però non sei di queste parti”, basta, non ne posso più, l'Italia è un mosaico di campanili ottusi). La cosa fu vista come la conferma del karma, il terrone è tornato in terronia, le circostanze poi non interessavano a nessuno anche se furono tragiche. Ero colpevole d'aver lasciato Milano, la terra promessa, come se avessi avuto un'ombra di scelta ma nessuno mi stese un dito per tornarci ed io a nessuno chiesi mai niente; solo d'essere dimenticato mentre cercavo di costruirmi un presente. Invece, a turno, erano i vecchi compagni a farsi vivi, qualcuno mi apostrofò anche: guarda come ti conci, tu non potresti mai lavorare nel mio ufficio. Ancora la vecchia storia, sia pure in chiave sartoriale. Ma adesso affiorava uno sfondo di rimpianto quasi, se non d'invidia per la mia vita senza certezze e senza divise. Ed io sempre ad aspettare la verifica dei fatti. Quella mia città io l'ho rimpianta tanto, e un po' per le occasioni che nel lavoro che mi ero scelto avrebbe forse potuto propormi, e molto perché ci ero nato, anche se quel luogo era sempre meno reale e sempre più della mente. Invece quei compagni, pura razza longobarda, mi mancavano sempre meno col loro compatimento imbecille, e mi mancano ancora meno adesso, da maturi borghesi decaduti aggrappati all'ultimo capriccio, sorta di Zeno Cosini rimosso dai loro studi. Io invece non ho rimosso niente, casomai ho imparato qualcosa: ginnasiale scottato dal razzismo biologico, non ho mai rifiutato nessuno, mai negato la mia presenza a chi me la chiedeva, non c'è uno al mondo che possa venire qui e dirmi in faccia tu non c'eri, tu ti sei nascosto al mio bisogno. Non uno a cominciare da chi obiettava sulle mie magliette e le mie origini. Però ho capito anche che, la maggior parte delle volte, i drammi non sono drammi: sono farse, sono pretesti ed io non ho nessuna voglia di accollarmeli. Non più. Non in nome di vecchi banchi di scuola sui quali non intendo salire come zattere della memoria o far salire come relitti di amicizia. Non ne vale la pena e ne accuso ricevuta quando piccati non mancate di ricordarmi il mio scarso seguito, che preoccupa solo voi, i miei “venticinque lettori”, nascondendovi dietro Manzoni; Guareschi era ancora più umile, ventitré, e per quanto mi riguarda posso perderne ancora un paio, c'è nessunissimo problema. Se poi mi dite che non mi riconoscete più, allora vuol proprio dire che la terronia mi ha fatto bene. Che volete adesso da me, ex compagni impasticcati? Io sono solo un povero Terrone, e non potrò spiegarvi questo strano prodigio per cui ogni tanto salta fuori uno che mi informa, quello che scrivi mi aiuta a tirare avanti, trasformando quello straccio di coraggio in una bandiera.

martedì 15 luglio 2014

Tour de France: Nibali riaccende il sogno italiano - PERSONE

lunedì 14 luglio 2014

Mondiale 2014, perché la Germania ha vinto - FATTI

RIDATECI UIBEUI' - Il calciatore ben temperato (quindicesima puntata)

In una popolazione di duecento milioni di persone, la più sporca ventina, i più negati nel gioco del pallone, li ha scovati Scolari: compito non facile, impresa irripetibile, se fosse andato a caso, per campetti in cemento, come Oronzo Canà, faceva più bella figura. E adesso, nella considerazione di duecento milioni di connazionali, che lo chiamano affettuosamente “Felipao vecchio stronzo”, è secondo solo alla presidenta (come direbbe la Boldrini) compagna Dilma Roussef, la quale però non demorde: non se ne va e ha annuziato che il prossimo ct sulla panchina verdeoro sarà il suo protetto Cesare Battisti. Così almeno gli avversari ci penseranno non sette ma settanta volte sette prima di fare un gol. Ma comunque non è che sia stato un gran mondiale, anzi diciamolo pure una gran rottura di palle. Partite vere, vibranti, sciolte poche, la solita tattica strozzatutto, campioni senza personalità, come Leo Lessi, o con personalità interessante per il freniatra, come Balotelli col fucile. La Germania, perbacco, ha vinto con merito: la più forte è lei, anche se l'exploit col Brasile di Felipao non fa testo: vincevamo anche noi campioni di piazza Gobetti. In ogni modo, la più solida e organizzata, sotto gli occhi di una Merkel addobbata, per l'occasione, in total Sbirulino look e tragicamente incapace di applaudire: a vederla, c'è da chiamare Piero Angela, che ci spieghi. In Germania, si diceva, hanno investito in scuole di calcio, accademie e giovanissimi; in Italia in chiacchiere e nei soliti Abete, Carraro e in una nullità di nome Prandelli, sublime esempio di tricolore attuale: vuoto, finto, incompetente, curriculum desolante, ma ottimo nel costruirsi sponde mediatiche. In una parola: un fallito, ma senza classe. Il primo a darsela a gambe, verso nuovi paradisi, anche fiscali. Va beh, se lo tenessero i turchi che, in caso, sanno come trattare i pesci lessi. Noi invece dobbiamo ripartire: lo faremo da Abete, Carraro, “Balo” e magari Totti, perché no? E che il calcioscommesse sia con noi, Paese dove il demerito è l'unico merito. Piglia, per non sbagliare, il versante mediatico, piglia le telecronache: su Sky Caressa non fa testo, si sa com'è e poi ha sposato la reginetta del microonde, la Parodi. Ma sul servizio pubblico, il duo Bizzotto-Dossena è uno scandalo continuo, e, nel caso dell'ex regista bolognese, recidivo: potremmo dire tante cose, e ne diremo poche; una, ce la consentirete: sentite un po' che rigoglio creatività linguistica: "Purtroppo Higuain smentendo tutte le qualità di cui possiede..."; "Finti di tirare..."; "Non é in grado, per cattività motoria..."; "La cosa fondamentale nel calcio é diventata il controllo della palla"; "Gli allenatori debbono spingere sull'emotività (sic!), le qualità temperamentali dei giocatori"; "Neuer gestisce il proprio corpo...". Ecco, a parte tutta questa spazzatura orale, a parte l'opportunismo da cialtrone per cui si ripete lungo tutta la partita che “le occasioni più limpide le ha avute tutte l'Argentina”, salvo concludere un attimo dopo il fischio finale che “Ha meritato la Germania che ha avuto tutte le occasioni migliori”; a parte tutto questo, ci sarebbe da interrogarsi sulla inquietante ossessione dei due per le palle inattive: un tormentone, un loop, un eterno ritorno, roba da chiudere il televisore e avventurarsi in strada, di notte, alla ricerca della prima farmacia di turno da svaligiare di una cassa di Viagra. Ma forse basterà rimuovere il duo Bizzotto-Dossena per aggiustare quello che serve, recuperando la piena funzionalità del gesto atletico. È tutto, a voi la corda.  

domenica 13 luglio 2014

Jon Allen esce con Deep River - CULTURA

venerdì 11 luglio 2014

ORFEO


Siamo noi che non andiamo mai a dormire
Siamo noi coi pantaloni stretti in fondo
Tiriamo tardi senza più niente da dire
Noi fanfaroni buoni solo al girotondo
Per una guerra che nessuno può capire
Ch'è solo nostra di chilometri e bestemmie
Perché di mostri dietro i vetri e di vendemmie
D'urla ed applausi non ne avremo mai abbastanza
Sull'orlo di un abisso a forma di ogni stanza
Che sia d'hotel di lusso o lugubre locanda
Con il silenzio lì seduto che t'aspetta
Nudo ti guarda poi sorride senza fretta
Per questo molti ci si portano le donne
Dai volti strani, serial killer, suore, nonne
E poi magari non fai che contare i sogni
Perché delle mutande sporche ti vergogni
Quanto ci mette, benedetta, ad arrivare
Un'altra aurora che bisogna già partire
Con l'acqua in faccia che schiaffeggia ma non lava
L'odor di ieri e ci vorrebbe mai una doccia
Leva le tende, giramondo, fra seicento
Stazioni d'autostrada un nuovo palco attende
Ed altra gente che ti sa e non ti conosce
Che quando arrivi è già presente e dopo esce
Ti lascia solo un girotondo di fantasmi
E di paura e morte deliranti miasmi
A questo gioco credi a me sempre si perde
E' un fuoco fatuo, tu lo compri e lui ti arde
E non dimenticherai mai una cicatrice
Tu suona Orfeo, ma poi ti volti e addio Euridice
Trofei convulsi, banderuole esposte al vento
Voi così insulsi, grandi già per un momento
Con l'Enpals che v'insegue e che vi dà il tormento
Chissà se è vita questo assurdo girotondo
O un tango infame dove anch'io mi perdo in volo
Da questo esilio d'alghe a volte mi distendo
Refoli d'entusiasmo azzardo, salgo un giro
Poi quando scendo piango e mi protesta il cuore

New Christs in Italia, il punk australiano che incanta - CRONACA

giovedì 10 luglio 2014

QUESTA SPERANZA


Ti dico non finirà questa speranza
Strozzata, rattoppata, inguardabile
Impossibile eppure non redenta
Non può finire, è il respiro dei folli
Più la umiliano e più lei si ribella
Vive con l'arma bianca d'un sorriso
Non se ne dà per inteso. Stanca
Sconta la condanna a esser chi è
Ti dico che fatta a pezzi come l'hanno
Non è avvezza a arrendersi, non sa
Che altro fare tranne che fiorire
Nel deserto d'ogni circostanza
Nell'imbuto di sogni in una stanza
E' speranza: immagina tu un mondo
Che fa senza, che vinto si ferma
Un giocattolo rotto nelle mani
Dell'immenso che non ha domani
Privo di colore, amore, senso
Vuoto del dolore che risorge
Margine di gioia la speranza
Sbaglia sempre, non si compra mai
Non si vende, è assurda come il vento
Come un bimbo fa quel che non deve
Non ascolta il tempo e se lo beve

RIDATECI UIBEUI' - Questione di odio (quindicesima puntata)

Ho fatto un esperimento, ho messo la foto del bambino ricco viziato con gli occhiali da ricco viziato che piange allo stadio per la disfatta del Brasile. Una esondazione di “mi piace”, qualcuno scomoda Erode, altri invocano – giustamente – il manicomio infantile. Tutti sadici? No, secondo me la ragione è più semplice, più terra terra, più di pancia. Non c'entra il possibile moralismo che possibilmente giustappone le tragiche, queste sul serio, condizioni dei bambini di strada, che in Brasile vengono ammazzati a peso, con questo piccolo privilegiato che si scioglie in lacrime per una partita; improbabile anche la variazione sul tema, il senso di rivalsa verso una nazione considerata un po' fanatica, disposta a chiudere gli occhi sui sui drammi veri, condensata in una smorfia infantile: tutto questo sarebbe sociologismo spicciolo ma anche contorto, e difficilmente giustificherebbe una reazione così impulsiva. La quale secondo me ha appunto motivazioni gastriche, beceramente gastriche: questo piccino ha una faccetta impossibile da digerire. Poi magari sarà il fanciullo più buono del mondo, un bambino modello, il figlio che tutti sognano. Solo che a vederlo così, inconsolabile come un adulto dietro gli occhiali (da ricco, montatura in titanio), si perde il senso di quel sacrosanto privilegio della superficialità di un'età e si ha proprio la sensazione di un dramma da adulti d'elite, recitato, fatuo, dall'insopportabile leggerezza dell'essere fortunati. Pensavo di essere io l'insensibile, io l'infame quando ho postato la sua foto con una scritta beffarda: ma la foresta amazzonica di pollici alzati mi consola, allora qualcosa c'è, impercettibile per me, ma per voi così importante, la sento è presente: quell'invincibile antipatia che spiegare non si può, che non avrà ragioni razionali, che forse è solo figlia della meschinità. Ma che si diffonde come un virus. Ci sono immagini che restano impagabili e suscitano la stessa reazione in tutte le menti. Per tutto il resto, c'è Mastercard. E una finale tra pontefici (speriamo non smoccolino davanti al video, nei rispettivi idiomi) tra la Germania e l'Argentina, quest'ultima sopravvissuta alla mattanza della noia. Eppure l'Olanda aveva fatto quel poco in più che avrebbe legittimato la sfida decisiva. Amen, c'è di peggio al mondo, per esempio Notti Mondiali coi suoi decadenti personaggi da bar sport e, addirittura inviato, Materazzi quell'altro: nessuno ha ancora capito che ci faccia lì, di chi sia amico, insomma chi ce l'abbia mandato. Viva la Rai, che ci dà mezzi mondiali ma quei pochi riesce a rovinarli completamente.

mercoledì 9 luglio 2014

UNA VITA BLUES


Oggi dovevo finire una cosa importante, un libro da consegnare entro il mese per poterlo poi presentare ad ottobre: e sono andato al mare. A lavorare. Adesso con i giocattoli che ci sono lo puoi fare, per il mio mezzo secolo mia moglie mi ha fatto trovare un tablet, che sarebbe un computerino da viaggio, e io l'ho provato in spiaggia. In spiaggia c'era un vento naturale terribile, ma a parte questo c'era il vento della boccaccia di un paio di donnette che vociavano superando le folate. Inarrestabili, implacabili. Mi sono infilato le cuffiette, sparando la musica a tutto volume, e sentivo solo il loro gracchiare. Pazienza, almeno il tablet funzionava benone e ho potuto procedere con la stesura definitiva. Tornando in Vespa, dicevo, anzi urlavo, a mia moglie quanto fossi soddisfatto: il libro è uscito sorprendentemente bene, malgrado certe difficoltà per assemblarlo, e questa faccenda di lavorare senza averne l'aria, in faccia al mare, io l'avevo sempre sognata. Una dimensione caraibica, pubblicitaria. Dicono che la tecnologia è arida, è spersonalizzante, lo ripeto spesso anche io, ma, a saperla sfruttare, regala invece momenti di pienezza: soprattutto perché ti astrae dalle molestie, più o meno inconsapevoli, della gente. Insomma tornavo a casa contento, appagato. Poi ho visto un tipo, giovane, maniche di camicia arrotolate, appoggiato alla sua macchina, che parlava al telefono, parlava di lavoro come uno che ha appena esaurito una giornata canonica, ci penserò domani, adesso mi rilasso un po'. Lo guardavo e non sapevo se invidiarlo o meno: forse, a conoscerci ci saremmo invidiati l'un l'altro, io in lui quella normalità che non ho mai conosciuto, lui in me quella vita completamente sregolata che forse sogna. A volte mi tormento, perché ho sfacchinato tanto in vita mia, però senza mai averne la sensazione. Oggi stavo al mare, disteso sul lettino, a correggere le mie bozze, che vita da pascià. Ma poi il senso del dovere sociale, dell'ufficio, dell'impegno ad ore, sepolto da qualche parte, forse nei geni, forse nelle memorie familiari, è affiorato per colpa di un ragazzo che staccava. Quando tento di spiegare cosa faccio, cosa sia questo mestiere che non è un lavoro, che spesso prevede ritmi ribaltati e orari mai scontati, il mio interlocutore immancabilmente mi risponde: però, che fortuna. Io all'inizio provavo a spiegare che si tratta di una fortuna molto relativa, molto opinabile. Poi ho smesso, tanto non venivo creduto. Ma sono arrivato a 50 anni e, tra ondate furibonde di fatica ed estenuanti vuoti da riempire, non ho mai imparato cosa sia un lavoro-lavoro, la lancetta che raggiunge l'ora X, io che prendo la giacchetta, saluto, esco, ci vediamo domani, e vado incontro ad una meritata sera. Invece ho una vita blues, per me spesso la sera, la notte, è quando comincio davvero, sono le ore più accese, quelle dove tutto di me si decide.  

RIDATECI UIBEUI' - Questione di feeling (quattordicesima puntata)

Era già tutto previsto, quando si gioca male, male veramente, prima o poi si becca, abbondantemente (si notino peraltro, qui in patria, le riflessioni di Mancini, autocandidato alla Nazionale: "Ripartirei da Balo, Buffon e Pirlo". E qui a Uibeuì che dicevamo? E da Abete, Carraro, no?... C'è sempre una disfatta altrui che legittima le proprie). E adesso fan fagotto in due: Felipao e Dilma. Gelosissimo l'ammi-raglio Prandelli, quello del Codice Da Perdi: appena visto il Brasile, ha capito che quella è la squadra per lui, fatta apposta per lui. E sta già pensando di ritirare l'offerta del Galatasaray. Questione di feeling. Così saranno contenti a Notti Mondiali, l'unico, il solo programma all'altezza della Seleçao, dove volano domande agli inviati del tipo: “Come l'ha presa il popolo brasiliano?”. Mah, come l'ha presa, tutti felici, ballano la samba insieme a Loew, che con le sue camicie di Moplen e i capelli da Playmobil pare uscito da un episodio del commissario Rex. A proposito. Ma possibile, con tutto ciò che bene o male accade in un Mondiale, possibile che l'icona di quest'edizione debba restare un odioso bambino brasiliano ricco viziato con occhiali da ricco che piange? Lo passano più di Scolari, non se ne può più. A 'sto punto, ridateci le care vecchie vuvuzelas. 

martedì 8 luglio 2014

RIDATECI UIBEUI' - Codice Prandelli (tredicesima puntata)

Ma se la finale fosse Olanda Germania come 40 anni fa? Cioè le compagini più solide, più calcistiche. Sta scritto nelle tavole della politica ma mica in quelle divine che questo mediocre Brasile debba per forza arrivare in fondo e lo stesso dicasi per un'Argentina poco più degna. E comunque, che Mondiale scarso. Barboso, partite – le poche che questa Rai a mezzo servizio e canone intero concede – che non finiscono mai. La vera novità mi sembrano i giocatori, complessati, fragili, quelli del Brasile li mandano dallo psicologo: chissà Neymar adesso che qualcuno ha messo in pratica i suggerimenti di Oronzo Canà: ti spezzo la terza vertebra. Roba da galera, ma il ragazzino è talmente odioso – un vero campione mondiale d'antipatia da suggerire la tentazione dell'indulgenza verso chi l'ha fracassato. È un torneo specchio dei tempi, liquido, scorre via e lascia poco e niente, poca personalità nei calciatori, poca negli allenatori. Loew della Germania, che pare un personaggio del commissario Rex. Il ciccione olandese, che sembra un turista in gita ma almeno è capace di bizzarrie calcistiche da consegnare alla storia, come buttar dentro il secondo portiere per i rigori (e la lotteria del dischetto gli dà ragione). C'erano anche alcuni pazzoidi sudamericani ma parevano più che altro tappetari, di quelli che si scalmanano in modo imbarazzante e senza cagione. La compagine più grigia di tutte? Che domande, la nostra. Atleti che non stavano in piedi (ma adesso, ai Caraibi, sono già risorti), un allenatore inesistente subito fuggito ad arraffare altri compensi in Turchia. “Dal codice etico al codice Iban”, ha scritto qualcuno. Pare più che altro il codice Da Perdi. 

IL FARO 26/14

Chi fa il lavoro sporco?

lunedì 7 luglio 2014

ANCORA E ANCORA


Macchie di città io troverò
Nei recessi reconditi del cuore
E la sincerità che non mi muore
La userò per cantare di te
Ancora e ancora, perché voglio così
Questa vita è una foglia di tempo
Che il fiume della fretta porta via
Una fetta di dolce troppo spesso
Avanzata per stupido pudore
Macchie d'amore ancora caverò
Dalle mie ferite più profonde
Altrimenti non servono a niente
Ma io ti debbo dire ancora e ancora
Dell'amore che mi ondeggia dentro
Nonostante tutto come un campo
Di fiduciosi girasoli che
Mentre vivono di luce morranno
Io non so guarire la condanna
Di gioire di farfalle e ombrelli
Di vedere stelle dentro il salto
Che nell'aria un gatto spicca e ancora
E un'altra volta ancora il mio peccato
Sarà non imparare la lezione
Del silenzio nella distruzione
Del sorriso bruciato da estati
Senza mai difesa senza scampo
Fermo sulle gambe già in attesa
Di un bacio qualsiasi del vento
Che si posi sulle cicatrici
Che riposi i miei pensieri atroci
Voli di dolore ancora e ancora
Scivolare d'ali sulla sera

Pink Floyd, nuovo disco a ottobre - CULTURA

domenica 6 luglio 2014

PORTAMI


Portami dove non sono mai stato
Dove cresce un sorriso di parole
Scorre l'acqua di giorni silenziosa
E il volo di un abbraccio ha ancora senso
Portami nell'incognita riscossa
Dove seguo la traccia di te
Arrivo ad aiuole che bambini
Possono calpestare come in sogno
Ed è in sogno che spremo un cuore rosso
E ne esce una teoria di fiori
Del color del tempo riscattato
Tutto brilla nella notte stesa
La tua mano tesa che la mia
Prende dolcemente, porta via
Da spirali stupefatte e folli
Mi conduce dove mai non fui
Ma ritrovo il fiume, riconosco
L'inaudito dove sono stato
Ho lasciato spigoli di me
E tra vicoli di vita gocce
Di momenti rivedo, quasi specchio
Nelle trecce di questi frammenti
Ciò che resta di una storia a brandelli
Luccicare tremulo di stelle
Che nasconde più che non si dica
Ma non è importante, m'hai portato
Dove sono già stato e mi aspettavo
Qui c'è pace, più nessuna attesa
Solo voce di una luce accesa

venerdì 4 luglio 2014

IL FARO 25/14


Non piace dirlo, ma la nostra vita è un pic nic tra le mine vaganti. Di tutti i tipi. E senza difese. Non piace scriverlo, ma il Faro lo fa. Sempre in vostra compagnia, ogni fine settimana. Il Faro, l'elettrorivista di MDP.

giovedì 3 luglio 2014

50


Dirò così. Il tempo non ha più tempo, certe atmosfere, certe suggestioni sono troppo distanti, solo a cercarle mettono dolore, inafferrabili lenzuola di luce. Sono i raggi di sole del bambino che adesso conta decadi, e la separazione è vertigine. Passano baleni che subito si bruciano, l'immagine di te la vedi impolverire. Eppure non sei pronto, più senile di tuo padre alla tua età ma continui a sentirti impreparato; l'esperienza è un alibi che crolla, l'incredibile rassegnazione un canto ma io, girasole che piega, archivio serenate antiche, menzogneri eroi. T'aspettavi almeno di vederci più chiaro, ma quello che provi è un gran freddo e lame di stanchezza. Fanciullo dentro, vecchio fuori, e in mezzo l'uomo che hai paura di ammettere. Spaventa per niente questa scadenza, preoccupa al passato. Dirò così. Il tempo non è stato, perfino le ferite ora sembrano vane.

mercoledì 2 luglio 2014

500 Fiat, simbolo della rinascita italiana - ECONOMIA

martedì 1 luglio 2014

Clapton si ritira, la carriera del chitarrista - CULTURA

The Who: l'ultimo tour, poi l'addio - CULTURA

lunedì 30 giugno 2014

A MILANO SI SBROCCA


Una sera d'estate a Castelfranco ho un incontro ravvicinato con un amico di vecchia data, lasciato a Milano subito dopo il liceo (compagni di banco) quando rotolai nelle Marche. Ma siamo sempre rimasti in contatto e stasera eccoci qua. Lui parla, io rabbrividisco. Le faccende che mi racconta, personali e di conoscenze comuni, sono allucinanti. Lui, per esempio. La famiglia gli si sfascia davanti, è scontento del suo lavoro, incerto sul da farsi ma intanto è venuto a trattare lo spiderino di seconda mano. E dove ci andrà, penso, davanti alle scuole? Parla solo di soldi, di rogiti, di macchine, un vortice di affari spiccioli nel quale mi perdo ma sento che tratta male la cameriera, un atteggiamento che ho sempre odiato e che non ricordavo in lui. Gli dico di smetterla e allora passa ad altro. La compagna di classe del banco davanti al nostro, vista la sera prima, la predestinata che all'alba dei 50 anni si fa riconoscere l'asma quale malattia professionale, manco fosse un minatore anziché un notaio: girerà soavemente il mondo per imparare lingue esotiche. La ex della vita, quella rimasta dentro, la quale a 48 anni vive ancora coi genitori e frequenta uno di 70. L'altra ex, quella stagionata, la megera inspiegabile che si credeva una fuoriclasse della medicina (e teorizzava licenza di uccidere per i camici), che passa di toy boy in toy boy e davvero ricordandomela (dieci anni fa) è un mistero, ma non ce l'hanno questi intrepidi una dignità almeno estetica, erotica? L'altro ancora, il gran simpatico, il gran burlone che per festeggiare i 50 anni fa una festa dove invita tutte le ex al solo scopo di sputtanarle sulle attitudini sessuali. Castelfranco è bellissima ma non mi salva da una serata lugubre, non mi pare possibile che la mia generazione si sia ridotta a un simile squallore e alla fine mi rifugio in una consolazione da poco: se questa è Milano, se questo è il suo ceto borghese, ormai più vicino appunto alla pensione che all'espansione, molto meglio averla lasciata dov'era trent'anni fa. Non sarei diventato come loro, questo mai, del resto già all'epoca mi chiamavano simpaticamente “il terrone”, che era un modo per farmi capire l'estraneità alla loro razza. Ma di gente che tira avanti a psicofarmaci e compromessi, non saprei che farmene. Torno in albergo e penso che la vita non mente e alla fine ci aspetta tutti al varco: eravamo proprio inconciliabili. Terrone saltimbanco io, ma le mie avventure, i miei incontri, il mio coraggio erano lì, pronti a esplodere, avrò preso la strada più contorta ma la mia storia è di un altro pianeta. Sono cambiato mille volte, ho maltrattato la mia anima, mi sono sempre rimesso in discussione, loro invece li sento, li vedo grottescamente uguali a quando erano ragazzi, giusto qualche ruga e qualche vizio in più. Vecchi bambini pieni di cicatrici che non insegnano niente. Vale più un giorno mio che una vita vostra, cari.