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A Civitanova, dalle mie parti, un balordo di 35 anni ha scippato una vecchia di 83 e il giudice lo ha spedito ai servizi sociali, ad assistere gli anziani. Senza passare dalla galera. Pare uno sketch dei Nuovi Mostri, è la nuda realtà e fa paura perché il grottesco si è mangiato ogni senso della logica e perfino del ridicolo. Siamo nelle mani non di Cristo ma di questi giudici che decidono ad minchiam, ad uterum, ad estro o per dispetto, capriccio, sciatteria mentale. Come quello che, l'unica volta che denunciai una per diffamazione, dopo aver letto tre pagine di insulti commentò: vabbè me ne dicono tante a me, comunque che so io di internet. E rinviò. Con sommo gaudio dell'imputata, incidentalmente la portavoce o strafalcioni della Presidenta della Camera. Stare nelle mani dei giudici vuol dire che un benzinaio che spara per salvare da morte certa una commessa finisce sotto processo lui, nel tripudio delle anime belle della sinistra maniacale che lo odia perché, avendo fatto secco un delinquente balcanico, Salvini è andato a trovarlo. Sono questi gli indignatos cinici, più che civici nel disinteresse per chi non può reagire neanche se gli entrano in casa e gli seviziano moglie e figli. Mi sono imbattuto in truffatori e lestofanti, e non ho potuto regolare le cose a modo mio, non ho potuto neppure chiamarli col nome che meritavano, ladri, perché ne avrei ricevuto garantito nocumento da una magistratura fellona e posticcia. O davvero qualcuno pensa che rischieranno niente le infami risorse che sull'omicidio del loro compagno stanno ostacolando in tutti i modi le indagini? E perché il noexpo che ha cercato d'ammazzare uno sbirro a sprangate viene inquisito per aggressione e non tentato omicidio? La gente si stupisce che pirati e femminicidi escano subito di galera se mai ci vanno, ma stiamo nelle mani dei giudici che si nascondono dietro le astrusità giuridiche e l'obbligatorietà dell'azione penale che tradiscono appena conviene e cioè nel 99% dei casi. Stiamo nelle mani dei giudici, ai quali la recente riforma del governo fa il solletico, come gli alienati della serie tv Wayward Pines: senza uscita, e tu mi reciti novene moraliste, democrazia, legalità, mi reciti i proverbi della nonna (scippata), “male non fare, paura non avere”. Ma che stai dicendo, che cazzaccio stai dicendo.

All'insegna del politicamente stronzo, si aggiornano e si moltiplicano le domande-tabù che non è lecito fare, le questioni di rigorosamente non affrontare: laddove non affrontare significa peggiorarle. Per mero esempio: perché non mollare finalmente la Grecia al suo destino, atteso che il senso dell'Europa per quel Paese-cicala è unicamente quello di sprecare fondi per pretenderne degli altri, nel più completo e pertinace senso d'irresponsabilità? 
Perché non dire una volta per tutte che non basta farsi crescere la barba su un vestito da sposa farcito da un pisello per fare l'artista (la variante è: non basta riempirsi di droga e poi piangersi addosso, eccetera)? Perché, mentre tutti rompono i santissimi con la qualità nell'informazione, a qualcuno basta il curriculum dell'Isola dei Famosi per passare da un giornale considerato gossipparo di ultradestra ad uno manettaro di sinistra, e nessuno dice niente, tanto meno dopo la verifica di una imbarazzante attitudine, davvero da parrucchiera, con tutto il rispetto per quelle oneste artigiane della qualità? 
Perché, nel tripudio generale del diritto a sposarsi senza distinzioni sessuali in Irlanda (benvenuto, a proposito), nessuno si occupa dell'aspetto economico, ovvero quanto costerà a un singolo Paese questa innovazione? Perché lungi dalle smanie ideologiche pro o contro, il punto che a tutti preme è quest'ultimo: accedere alle agevolazioni fiscali e finanziarie previste per chi contrae matrimonio. Tutto bene, ripetiamo, il liberale libertario pensa che non debbano sussistere veti & divieti, ovvero che lo Stato debba starsene al suo posto quanto più possibile; però il medesimo soggetto si pone pure il problema della conta della spesa: ebbene, in tempi di fine welfare, non provocato dall'egoismo umano ma dall'esatto contrario, irresponsabilità protratta alle estreme e non più rinviabili conseguenze, qualcuno la può, la sa fare questa conta? O ce la caviamo – vedi sotto – vestendoci di bianco e straparlando da una finestra? 
Perché debbono circolare inconfutate per Facebook le fregnacce degli accorati appelli dell'Ocse sulle disparità “mai così evidenti” (e sopra, immancabile, il faccione di Marchionne), cioè un falso problema, anziché considerare che il punto decisivo non è se io debba elevarmi al tenore di vita del sultano del Brunei ma se io posso rendere la mia povertà gradualmente più accessibile, meno estrema? Nell'immediato dopoguerra un miliardo di persone era sotto la soglia di sopravvivenza, nella proporzione di uno su due; oggi c'è ancora (circa) un miliardo sotto quella soglia, e sono certo aumentati i jet executive, ma i miliardi di umani sulla faccia della terra sono 7,2 e sei di essi, in un modo o nell'altro se la cavano: non è il migliore dei mondi possibili, una infinità di cose va corretta, ma vorrà pur dire qualcosa, come minimo che le esecrate dinamiche del mercato, del capitalismo, della globalizzazione hanno portato sì squilibri, ma - facendo i conti con una esplosione demografica incontrollata (e incoraggiata da una Chiesa irresponsabile) - tutto sommato qualche risultato positivo lo hanno sviluppato; o aspettavamo l'altro mondo possibile delle felici rivoluzioni cambogiane o sovietiche che abbattevano sì gli squilibri, ma nella forma “niente a nessuno”, tranne la burocrazia eminente del Partito? Aspettavamo il fancazzismo parassitario, da centro sociale, le inesistenti ricette demenziali  e populiste dei rapper milionari figli di Maria? 
Perché – questione distinta, ma analoga – ci si avvita sulle corruzioni dell'Expo di turno e mai sui benefici effetti, speriamo, per un sistema-Paese? Conoscete voi un solo grande evento nella storia dell'umanità che non abbia sortito sprechi scandali e pastette? Perfino nelle gloriose società comuniste la corruzione ha sempre allignato, con la lieve differenza che scendeva fino ai piani bassi e bassissimi della burocrazia, i quali  nelle società evolute ne sono ragionevolmente immuni: nessuno paga mazzette per denunciare il figlio appena nato all'anagrafe. Questo non porta, certamente, al fatalismo dell'accettazione, ma vuol dire una cosa: che gli uomini sapendo che son fatti come sono fatti, si danno regole per sorvegliarsi (poche, possibilmente, tanto sono inutili). Ma se si avvitano alla loro attitudine, tralasciando gli effetti che comunque possono sortirne, sono spacciati. 
Perché sull'anniversario della strage di Capaci debbono interpellare a ripetizione gente come don Ciotti, unica a ricavare qualcosa dalla mafia in forma di terreni confiscati? 
Perché ai “preti sociali”, qualsiasi cosa voglia dire questa tautologia, nessuno fa mai i conti in tasca e le verifiche fiscali opportune, così magari scoprirebbero che certi fra loro sono preti-palazzinari?
Perché nessuno prende atto che le giovani risorse che stamburano e sfumacchiano “contro la mafia” sono in realtà degli imbelli, dei mafiosi, degli omertosi che coprono la morte violenta di un compagno? Perché non si ammette che dietro il sacro sdegno non tanto dell'ultima, ma di qualsiasi riforma della Scuola degli ultimi 70 anni c'è la pervicace volontà del clientelismo ideologico-sindacale affinché nulla cambi, a partire dalle rendite di posizione, dalla materiale gestione di uno sfascio che poi, grottescamente, si invoca e sempre proprio perché nulla abbia a mutare? Perché non si dice, forte e chiaro, che i volonterosi giovani idioti che scendono in piazza agli ordini dei loro insegnanti sono galoppini nati il cui unico orizzonte è il servilismo e una burocratizzazione deresponsabilizzata a vita? 
Perché sull'ennesimo, orrendo, vomitevole giro di pedofilia su ragazzini rom alla stazione Termini di Roma nessuno stavolta si sdegna, essendo coinvolti, come sempre, preti in attività e pure già sospesi?
Perché si vuol negare che i terroristi sui barconi ci salgono eccome? Perché, si tace d'altra parte, l'impasse della sinistra sulla clandestinità colpevolmente minimizza quanto la destra colpevolmente amplifica, e nel mezzo sta un “che fare” che nessuno risolverà mai? Perché non si dice, una volta per tutte, che il problema non sta nell'etnia (anzi: abbiamo bisogno di entusiasmi freschi, noi asfaltati), ma nella collocazione culturale e sociale? Che senso ha, quando un italiano delinque, andare subito a provocare Salvini, e quando una banda di rom distrugge la sede della Protezione Animali di Torino ci si affretta a dire che non bisogna generalizzare? Parole senza sostanza, atteggiamenti visionari: non è questione di generalizzare, ma di capire, anzi di accettare che certi nuclei la convivenza la rifiutano per cultura e per principio: quella spedizione rom è una rappresaglia perché gli animalisti di Torino, come quelli di altre città, si battono contro le torture sugli animali dai finti invalidi balcanici, e basta scorrere un poco gli appelli su internet per scoprire situazioni insostenibili, traumatiche. Possibile debbano essere proprio gli isterici legalitari a difendere l'ostinata e fiera illegalità di certi soggetti? Di conseguenza, il punto è o non è accogliere certamente, salvare certamente, ma anche verificare se ci sono poi i margini per una integrazione che deve essere anche accettata, non solo offerta, ottusamente, senza il benché minimo riscontro? Domandina semplice semplice: quali altri Paesi si regolano come taluni esaltati pretenderebbero si facesse in Italia, cioè senza neppure la parvenza di un controllo in entrata? Risposta? Zero. Neppure i tanto compatiti Paesi africani, per loro parte tra i più razzisti. In Africa, i bianchi sono spesso considerati meno dei maiali. Ora, se noi doverosamente ci interroghiamo e reagiamo contro le discriminazioni, siamo davvero “peggio” di quel livello?
Perché si debbono sentire sproloqui senza fine su bio, ogm, energie, da gente che non sa pallidamente di cosa parla? Ma bisognerebbe o no perdere qualche sera almeno ad impostarli certi problemi, anziché dar sempre fiato alla bocca modello Alba Parietti? Infine, e a proposito: perché se un papa dice una bestialità somma come “il welfare non è un costo” nessuno si sente in dovere di cristianamente mandarlo a studiare un poco di economia, di quella basilare? Il rispetto che si deve al religioso vegliardo va benissimo, ma dovrebbe sussistere anche il rispetto che si deve alla scienza, alla realtà, alla logica. A meno di non voler vivere di nuvole e novene, cosa che peraltro nessun papa, compreso l'attuale, si è mai sognato di fare. 

Vorrei tanto fosse fatta luce sull'omicidio – si può dire? - di Domenico Maurantonio, lo studente di neanche vent'anni precipitato dall'hotel Leonardo da Vinci di Milano. E non c'è dubbio che prima o poi luce verrà fatta, più tardi che presto, quando, convenientemente, si potrà sgranare il rosario delle formule indecenti, del perdonismo amorale: “è passato tanto tempo”, “non volevano fare niente di male”, “chi è stato è stato”. E chi è stato sono quelli che oggi stanno zitti, avvolti dalla cortina di protezione di tutti gli altri che sanno: compagni, insegnanti, famiglie. Che cosa triste, essere già così corrosi a vent'anni. Vorrei fosse fatta luce, se non giustizia, perché della vittima hanno fatto un colpevole, senza pietà, senza ritegno. Lo hanno fatto passare per beone, per squilibrato, per temerario. Hanno inquinato, hanno mentito, hanno depistato e distorto come professionisti. Il tutto nel segno dell'impunità legittimata dal tempo: più ne passa, e più chi ha dato ha dato. Perfino i genitori della vittima, questa volta sembrano già finiti nel cono d'ombra, si vede, si capisce che la consegna è quella dell'omertà, della tutela delle ragioni superiori, qualcuno arriva a dire che, con la Scuola pubblica già sotto attacco, non è proprio il caso di farsi male da soli. Ma la scuola pubblica, i sindacati, le politiche, qui non c'entrano. Non possono entrarci. Qui c'è la fine, probabilmente stupida, probabilmente carogna, di uno che muore a vent'anni perché lo tengono per le gambe fuori dalla finestra: e poi chissà se sfugge o se qualcuno se lo lascia sfuggire. Qualcuno che, magari, era fuori di sé, lui sì, davvero, non come la vittima. È questo, che non si vuole ammettere. Sono le responsabilità condivise e rispettive, da soffocare nel segno del fatalismo: quello che è successo è successo, chi ha dato ha dato, non si possono rovinare vite, famiglie, carriere per una cazzata, uno scherzo finito male. È la morale del fatto compiuto, che è più forte di tutto, che non passerà mai.



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Perché l'hai fatto, perché l'hai scritto così. Perché andava fatto così. Qui ci sono tre parti e tre modi diversi di raccontare. Cronistica la prima, polemica la seconda, convulsa l'ultima. E qui ho lasciato uno stile volutamente immediato, a tratti grezzo, con le ripetizione, i refusi, non ho toccato niente perché volevo rendere lo sprofondamento. Questo libro si legge così, tenendo presenti queste poche ma decisive indicazioni. L'ho scritto anche perché chi lo legge si senta meno solo. Se io vado fino in fondo nel mio scavarmi, allora nessuno dovrà vergognarsi di cosa, di dove è. Perché chi vive come noi si vergogna, si sente in colpa, anche se di colpe non ne ha. Le vittime si sentono sempre colpevoli. Qui ci sono tanti momenti, ma l'accusa più grande è verso me stesso. Non finisce questo libro, non ha un lieto fine, però indica un modo per fare fruttare tanta fatica, tanti errori e tanta solitudine. Ipotizza un valore da dare alle sconfitte, forse l'unico; e una direzione possibile per una età che incede. Un'altra libertà, diversa, inedita. Insospettata. Ho sempre diffidato di chi si millanta, mi è sempre parso patetico, più che ammettersi. E poi non è mai vero, molti dicono io sono, io faccio, ma mica è vero. Ho scritto questo libro per tenerti compagnia, ancora una volta, anche se sembra impossibile, anche se ti pare il modo più sbagliato. Ma forse, arrivato in fondo, non ti sembrerà più così assurdo il grido di uno che dice: io ti capisco, perché ho già vissuto il tuo abbandono.



Ma non è vero che di disperazione non si muore più: non lo si dice più, perché non va disturbato il nuovo manovratore. Però i suicidi per lavoro, meglio per mancanza di lavoro, continuano, crescono, nel 2014 sono saliti ancora. Non fanno notizia, adesso, perché la notizia è una merce. Qui dentro ci sono alcune vicende dimenticate, che io non ho voluto lasciare andare via. E ci sono i numeri, che servono a niente, e ci sono le assenze. Ho tratto un reading da questo lavoro, ma pochissimi mi hanno chiamato a leggerlo: di crisi ci si riempie la bocca, poi però tutti cercano di scantonare, di lasciare perdere. Non io. E sarò dolorosamente felice di tornare a raccontare dei dimenticati, degli sconfitti, degli arresi, dovunque me ne sarà data la possibilità. Questa, è l'unica politica che conosco, che riconosco.



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C'è un agriturismo non lontano dalle mie parti, dove vado a mangiare quando posso. Ci lavora una ragazza molto bionda, molto bella, che non fossi stato sposato avrei cercato di conoscere meglio a dispetto dell'età che ci divide. Resto al mio posto, lei va e viene con le portate, che peraltro anche prepara: un paradiso! Certo, una battuta ogni tanto, da cinquantenne scoppiato, me la concedo: e lei ride, serafica come solo le donne possono ridere, poi scompare. Una volta, al colmo del patetismo, debbo avere buttato là qualcosa sullo sposarsi, perché non ti sposi, non sposarti mai, robaccia così. L'ho vista irrigidirsi, non era mai successo, chi era con me discretamente ha fatto in modo di cambiare argomento. Dopo ho saputo, non lo sospettavo, che è dell'Est, romena credo, anche se sta qui da una vita, il suo italiano è perfetto, insospettabile. È da vedere quanto lavora e come lavora questa ragazza. Che non ho mai sentito pretendere, che non ho mai colto rivendicare alcunché. Dentro gli occhi ha una storia che non conosco ma intuisco non facile, eppure lei è felice, sta in campagna, potrebbe, come tutte le donne della sua età, chiedere di più ma ha l'aria di avere deciso la felicità possibile e non si sente affatto sminuita nella sua attività di cuoca-cameriera-manager, sia pure senza divisa: quando ci serve i suoi piatti, è regale. Torniamo spesso a trovarla io e mia moglie, siamo diventati amici e, con la grazia d'Iddio che ci prepara, non poteva essere diversamente. Quando ci chiacchiero, è inevitabile riandare alle parole di tanti che mi scrivono: parole così piene di vuoto, tronfie, di lagnosa aggressività. Parole rivendicative, da burocrati sindacali di vent'anni (o trenta). Odiose in quel classismo democratico, io ho studiato, io merito di più. Tutti di sinistra, e tutti arroganti, snob, politicamente corretti nello sprezzo degli umili veri. Dimentichi della fine che facevano quelli come loro sotto gli adorati regimi che per grazia d'Iddio non hanno mai conosciuto, e che proprio per questo sospirano. Quando parlo con N., preferisco scacciare gli impulsi che escono dal vaso di Pandora della mia mente, perché poi va a finire che mi salgono pensieri che non condivido.
(riveduto e corretto dal Faro n. 17)

"E' mio figlio, non è un mostro, lasciatelo stare, andate da un'altra parte, andate dai veri delinquenti, non ha fatto niente di male, è un bravo ragazzo, è mio figlio"
Il Faro. Tutto dentro (solo per chi si abbona).

Quando senti l'aria riscaldarsi e dici, vedi che bella giornata che è venuta fuori e ti senti luminoso come da ragazzo, la stessa sensazione, che non può cambiare. Perché non è la giornata, è come torna in te, come sta in te, è come la custodisci da una vita ovvero quello che sei. E alla prima occasione quella giornata radiosa non entra: ma esce. E non c'era davvero bisogno di tremila anni di filosofia per saperlo, ti basta abbandonarti all'aria, al più profondo dei respiri. Io sono arrivato a sospettare che tutta la filosofia di questo mondo sia stata inutile e nefasta. Perché la filosofia, mettila come vuoi, alla fine partorisce la politica, e la politica divide gli uomini. E io ne ho pieni i coglioni di fratture, di artifici, invece della luce dell'aria che mi riporta il ragazzo antico, della felicità del sole che asciuga il dolore non ne ho mai abbastanza e la berrei per sempre, e, nell'improbabile caso che il paradiso esista, mi accontenterei fosse così.



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"Il tuo libro è un'opera ultima che ha la dirompenza delle prime. Somiglia a una ricapitolazione, in realtà non concede nulla all'indulgenza dell'età matura. Non sei diventato un umorista, resti puntuto, eccessivo, assordante e insopportabile, sottratto e affamato. La tua premessa costituisce l'ossatura di tutta l'opera. Il tuo interesse sono gli inutili, le vite perse, quelle che si perderanno, come le nostre. Dietro di te non ci sarà nessuno, un pasoliniano figlio non nato che ne lascerà molti spirituali, e sono quelli che in realtà contano, perché non li hai scelti tu, ma loro sceglieranno te. Come padre, fratello, amico? Boh. E che importa.
Non hai scelto di vivere sgangherato, e nessuno della gente come noi lo voleva. Lo vogliono i decadenti, i bohémien, insomma i fasulli che non solo irritano: non interessano, così come a me non interessa il compiacimento espressionista, anche quello una posa. Poi nella vita ognuno si difende come può: lo Stato è sì un dinosauro di torpore, più che una macchina kafkiana, però è possibile viverci, o resistere, senza diventare squali o lasciarsene schiacciare. La città, o forse la periferia, attrae da sempre l'artista perché scrigno fantasmagorico: dietro lo squallore pulsano vite inespresse, ma degne, degnissime, non autosufficienti come l'apparente tranquillità della provincia. E la stanchezza non è mai resa bensì un treno che va, irrefrenabile, ma di cui si può morder l'attimo, e se ogni tanto assale un rimpianto, o il magone stringe la gola, siamo certi che, in qualche altrove, qualcuno sa, e non ha spiegazioni per questo dolore, si limita a condividerlo e prosegue, perché una seconda vita non è data. E non è poco: è tutto".
Daniela, Milano
E invece te lo dico, forte e chiaro. Sulla poco epica domenica di Milano, sulla coda di paglia di chi condanna ovvero assolve, su varia disumanità, su un disco che vale la pena conoscere, su tutto il Faro, puntuale ogni sabato. Il Faro, tutto dentro (ma solo per chi si abbona)


Il situazionismo, comme il faut la patafisica, eventualmente se ne fottono della coerenza bottegaia: ballatoia e bigotta, così Fulvio Abbate, il Marchese Fulvio Abbate, può definirsi non più di sinistra, questa sinistra, per eccesso e insieme latitanza di sinistra, frequentare vestigia aristocratiche da marxista impenitente, faccenda che da servi della gleba e merdajoli gli possono rimproverare, allorché scatterà la giusta morale: non mi rompete il cazzo. Fiottato con l'ostinato retrogusto saraceno di uno che ha litigato anche con i bennati palermitani e però, giusta l'intuizione di Carlo Verdone nel prefazio, ti rigira Roma (affare impegnativo, al limite del suicidio) come un romano forse non può fare: perché la scopre, la riscopre ogni volta, ciclicamente, preda d'incanti anche di squallore, della vita che nell'infamia non finisce d'agitarsi. Fulvio Abbate, sia detto una volta per tutte, è nostalgico di spietato, indifeso candore, e nella sua botticella, nel suo tramvetto ti squaderna una Roma che c'è e insieme non esiste se non dai suoi occhi insofferenti, cinici, ma per gioco, sprezzanti o compatenti, comunque sempre partecipi. Sguardi umani sulla disumanità di un nonluogo che, lasciandosi fagocitare dalla storia, ne divora ogni epoca. E Fulvio non esagera, appellandosi scrittore: come pochi conosce quel diabolus in musica che è la punteggiatura, arrotando sensibilmente virgole, interpunzioni, ispirandosi al parlato nel periodare ora frammentario, essiccato ora dilatato, una quinta d'ombre che s'azzannano in un viale, miscelando i registri del triviale, del lirico, poi ancora triviale: abbonda di fica, ma, seppur contromano, giammai la infila a sproposito. Qui, padroneggia doverose doti di competenza artistica, specialmente nelle avanguardie del secolo breve, confermando virtute e canoscenza. Ora, ci sarebbe da dir niente di questa Roma sua, perché a dirne si sciupa il sogno, e invece di una e una sola cosa, qui, va dato atto a Fulvio Abbate, il Marchese: avere composto un libro d'atmosfera, laddove si spiega: un libro lo prendi, lo riponi, lo riapri, ed ogni volta hai un appuntamento non col libro, non con cosa contiene: ma con l'autore, solo con lui. Se l'autore sa tenerti per le palle e per l'anima cinque, seicento pagine, quello è un libro e questo è uno scrittore. Altrimenti, due palle. Fulvio Abbate si cimenta in un viaggio per la città più impossibile del mondo e crea un libro, un'essenza che vive, atmosfera che contiene atmosfere: cangianti e infinite, contraddittorie, patafisiche, surreali, del tempo e nel tempo ovvero fuori da ogni tempo: le sue descrizioni della città neorealista prima, sfondo di commedia feroce all'italiana in bianco/nero quindi, per aprirsi al teatro della crudeltà, ma già sconfitto, rassegnato dell'ultima stagione commediante in technicolor, sono tutt'altra cosa da effimeri selfie, sono riprese già straziate dal ricordo, che tuttavia non se ne vanno. Non se ne andranno. Ed è tutto così, ques'ottovolante in carrozzella per gli scorci della mirabile cloaca, distruzione che resiste a se stessa, eternità di squallore che si specchia e trova modo ancora di compiacersi, resistere, avvilirsi un altro po', eppure esserci. Vivere. La Roma controvento di Fulvio è qualcosa che ci resta, da compulsare prima, da riprendere ogni tanto; spesso. Per commuoversi, per rimpiangerci, anche noi che Roma la scorgiamo come uccelli di passo, ignorandone tutto oltre gli odori di fogna, di guano di spezie, e di peccato. Davvero un compagno di viaggio, anche quello che forse non farai, libro prezioso, documento di coscienza personale che s'allarga a una città che volentieri pare una antifrasi, una anticittà: forse solo lui, Fulvio Abbate, il Marchese Fulvio Abbate, poteva rivelarcela così, alla faccia di chi ci vuole male: e tutto il resto è noia. 

Sento vaneggiar di cose astruse, fantasiose, il reddito di cittadinanza che sarebbe essere pagati per non lavorare, con quali cespiti nessuno lo spiega, Grillo dice “con un grande sogno, proprio così, un grande sogno”, di patrimoniali, di stato sociale da dilatare, si direbbe fino ai confini dell'universo a questo punto, e di obbligatoria lotta al liberismo, pure questo un'Araba Fenice qui da noi, e nondimeno al capitalismo, autentica categoria dello spirito. Non lo so. Stasera c'è una partita importante e ricordo da ragazzino che gli anatemi al capitalismo, al riparo nel mio cortile, li schivavo ma se uscivo era per misurarmi con un capitalismo, chiamalo consumismo, che non faceva male a nessuno, non disturbava nessuno: la gente faceva la fila in pizzeria, in rosticceria e i bottegai si fregavano le mani sul grembiule, ce ne fossero tutte le sere di partite così, e si saliva in casa, la birretta o la Coca imperialista, a tifare, a disperarsi, e dopo magari siccome era ancora giorno si scendeva in strada o almeno ci si affacciava sul balcone digerendo dubbi esistenziali: mah! Io non lo capisco cosa ci sia di male, adesso che ho 50 calendari suonati, quasi 51, non lo capisco dove fossero l'errore, il peccato, la vergogna in quelle feste pagane, mangiare, consumare, tifare e vaffanculo, e continua a sfuggirmi la decrescita felice che sarebbe essere contenti come dei dementi pur di far sacrifici, di non avere un cazzo. Di solito a predicare la decrescita sono stronzoni in villa e yacht, nessuno che io abbia mai conosciuto era un nababbo da suite al Gallia, bastava qualche ragionevole spreco, qualche consumismo compulsivo ma fino a un certo punto, ed ho una immagine più democratica, più allegra di via Porpora intasata di macchine autobus tram, della gente che entra esce dai negozi, delle file alla pizzeria Tre Ceppi di via Porpora, facciam presto che fischiano l'inizio, piuttosto che le teste basse di oggi, endemizzate alla crisi, o peggio le file per il pane dove la democrazia consumista, odiata da Pasolini non c'era.


L'ultima volta sono tornato: non lo vedrò più. Apposta per farmi deludere, quando sei bambino tutto ti pare enorme perché dentro ci vivi poi la vita, scesa a stagioni sui capelli bianchi, grigi, ristabilisce le proporzioni, la realtà delle dimensioni. E così ho ritrovato in tutta la sua esattezza la definizione di Cesarino per il cortile: “un fazzoletto”. Un quadratino di cemento, quaranta anni dopo impermeabile all'entropia, perfino le stesse fioriere, il solito muro senza calce che separava dalla casa di là e dall'altra parte ci stava Fausto, il ragazzo del Leoncavallo ammazzato dai fascisti. Di qua nel fazzoletto cinque, otto, dodici bambini a crescere e non ricordo un minuto di noia, neanche un minuto di non amore. Io amavo Carla, perché il sentimento era definitivamente quello, ma tutti ci volevamo bene a rete. Troppo piccolo adesso, mi sento soffocare aggirandomi come una bestia in gabbia; Tony m'accompagna, profittavo di una libera uscita di tre minuti concessami dalla nuova custode, perché l'Alfredo se n'è andato da un pezzo. E lei non voleva, giustamente sospettosa allo sconosciuto che appare, fantasma, dal passato ma per tutta la mia latitanza ho incontrato la gente, troppa per non averla imparata e così scatta la franchigia: m'addentro; le siepi che delimitano, il gradino lungo, tutti noi come in piccionaia, mi sdraio a annusare le grate che filtrano, come allora, l'odore di smog su dai garage; quaggiù il golfo mistico della cappellina san Carlo dove scaraventarono il biciclo di Sandrina e si sa che erano stati il Giulio e il Versini, che poi finirà ammazzato dalla sua Laverda 350. Il golfo mistico è il posto col cancello dove leghiamo gli elastici, Roberta è la più brava, tornei fino a sera, alle mani battute dall'Alfredo, “a casa!”, “no Alfredo altri dieci minuti!”, “A casa, domani vedremo” e anche la nuova portiera compare e mi chiama: scaduto il limite dei ricordi, ma io, Cristo santo, ho ancora il tempo di un baleno, Muhammad Ali aveva smantellato la possenza inumana di George Foreman, a fior di pugni e di empie parole - “Fammi vedere qualcosa! Non otterrai niente!” e così scendevo in cortile carico di follia agitando le braccia magre e quel brivido di libertà non m'avrebbe mai sconvolto più di così: libertà eterna, dal tempo, nel tempo. Nessuno di noi era ridicolo nel fazzoletto e ho capito perché, pur così piccolo, non finiva: ma questo era solo la piazza principale del nostro privato rione, fatto poi di regioni, di rifugi, il retro del negozio di Cesare e Eliana, che usiamo per far prima, spesso carichi di ghiaccioli appiccicaticci, il vialetto coi massi e i gatti e le canne che pompano acqua sul prato, fino al muricciolo davanti al portoncino di vetro del mio palazzo (tre lotti in totale quell'enclave), che confina in via Montenevoso del rifugio brigatista, la storia a dieci metri, noi restiamo al di qua, sicuri nel limbo dove una volta piove e sotto una pianta ci rifugiamo io e Carla stretti in un solo bambino, ora non ricordo niente, sarà durato un'ora, ma la tempesta di baci quella sta al sicuro dentro me. Non si è mai asciugata. Nessuno di noi era perdente nel fazzoletto di ferro e cemento, le fioriere sterili ma utili, impossibile girarci in bicicletta ma ce n'erano quattro, dieci, se le madri s'affacciano possono toccarci con la voce, “Ma perché” chiedo delirando a Tony “io non m'arrampicavo su per il balcone per rientrare invece di far le scale?”, unico rammarico di quel nostro universo, ancora da venire la scoperta della musica, ma sì, giusto qualche 45 giri infilato nel mio mangiadischi, “Ramaya”, cazzo ma ve la ricordate Ramaya un pomeriggio intero?
La portiera mi trascina via, è tardi, è finita, ma si ferma a ascoltare, non resiste più. “Torni anche domani”?, no, stellina, domani vado via, io abito così lontano da qui.



... e su tutte le piattaforme on line

"La scrittura di Massimo ha una dote che arriva dopo un po' di tempo che la si legge: ti tiene incollato a quel pezzo finché non ti trascina fino all'ultimo punto. E' un fenomeno particolare perché l'abitudine ai suoi pezzi consente di tagliare via tutte quelle altre scritture che non hanno la stessa efficacia, tutti quei brani, libri o articoli che oltre a non prendere l'attenzione del lettore, gli consentono anche di distrarsi. 
O c'è o non c'è questa capacità e, se manca, non può arrivare quando si è già su uno scaffale. 
Il suo modo di scrivere è agile, un modo di attraversare le parole che sembra così facile e naturale, in cui le parole possono  essere solo quelle che si leggono e dove non si avverte il minimo sforzo nel seguire la costruzione del pensiero e della frase. Si sta lì a vedere dove si arriva, perché si aprono nuove porte e nuovi pensieri ogni volta. 
Si può essere d'accordo o meno con il suo modo di vivere, di ragionare, di interpretare il mondo, si può baccagliare fino alla lite o essere d'accordo fino alla risata. 
Ma è quel modo di essere e di scrivere che è sostenuto dallo spirito critico, dal ragionamento, dall'empatia e dall'esperienza. Smuove cioè il pensiero razionale o l'emozione in chi lo ascolta raccontare storie complesse in maniera così facile e ricca. 
Questa è solo la minima parte del Massimo che scrive. 

Leggendo questo libro, mi sono chiesta quando sarebbero arrivate tutte le persone che Massimo ha incrociato e aiutato, scrivendo delle loro storie e di tutto il resto, proprio come è successo a me. Fottuto è forse l'aggettivo più comune per tutti quelli che tentano di respirare con i propri polmoni, quella parte di vita in cui a mala pena si galleggia e che a volte ci rende simili e vicini. Ma non a tutti capita di raggiungere le persone e di raccogliere la loro solitudine, la loro diversità e la loro disperazione come fosse l'unico mestiere possibile. 
E poi un giorno ascoltando tanta musica, ci si guarda indietro e si scopre la fortuna di aver incontrato Massimo, la sua scrittura e la musica che è con lui". 
Antonella, Modena

Fossi a Milano uscirei in Vespa. Un paio d'ore per viaggiare il sabato mattina tra echi di mercati e richiami di sole, quello che resta in ciò che non c'è più, le fitte dei luoghi e il loro conforto, girerei per le assenze dei negozi di dischi, per le vie del mio vecchio quartiere, passerei, fantasma mattutino, nell'eternità del mio liceo, giusto poi per perdermi senza navigatore, allo sbando seguendo le rotaie del tram, di striscio alla stazione, via lontano sempre più distante e indietro ritornare, boomerang di nostalgia, ancora al parco Lambro e di nuovo in città, dentro al sabato quando tutto è uguale eppure appena diverso, quando la fretta si tinge di pretesto, la vigilia di un enigma sparito, l'ostinata suggestione di un rituale, fino a tornare alle bancarelle che vengono messe via, dei mercati resta la polvere, l'odore di verdure miste a asfalto, i rimasugli delle cianfrusaglie e il sabato si conclude qui, tutto il resto del tempo è attesa dell'attesa, è un sempre che non verrà, sera che cala maestosa e copre la città di silenziosi fotogrammi, perché c'è un solo istante, quando il giorno si rompe, che tutto torna eterno, e dentro lo sentiamo.
A seguito di sollecitazioni da anonimi, forse non del tutto disinteressati, ma anche per mio piacere personale, aggiorno e concludo la vicenda dell'agenzia americana in missione per conto di Apple (così almeno sosteneva). Ad una prima mail legale che sollecitava il pagamento di un debito riconosciuto, era seguito, manco a dirlo, il silenzio. Poi questa divertente estrema minaccia dall'ardito Peter Krause, a fine aprile, che sarebbe il fondatore e forse unico attore di questa agenzia "attiva in 26 paesi":

"Massimo,

This is a final deadline. Please send me your contract and invoice by Friday May 1. We will then process your payment.

Even though we have email proof that you refused to follow our editorial guidelines, we are willing to make this payment with a signed agreement.

If we do not have an agreement in place by May 1, then there is no agreement for services and we will discard any work sent to us.

If you decide to bring this matter to court, we will introduce the evidence of slander (posted on Facebook and blog) and the knowing release of confidential material. You will also be held financially responsible for any legal fees incurred by Bridgehead Media, in accordance with Italian law.


Peter"

Seguiva mail definitiva del mio avvocato:

p.e.c.
Spett.le
Bridgehead Media
(omissis)                                                                                 
Fermo, li 29 aprile 2015
                                                                                

Oggetto: Massimo Del Papa / Bridgehead Media - Apple Project


Scrivo la presente in nome e per conto del dr. Massimo Del Papa.

Facendo riferimento alla Vostra ultima email del 28 aprile c.a., inviata al mio assistito nonostante espressa diffida dal contattare ulteriormente lo stesso, si ribadisce che ogni comunicazione deve essere fatta solo ed esclusivamente al sottoscritto legale.
      Se ne contesta, peraltro, integralmente il contenuto. Per quanto riguarda la richiesta d’invio del “bridgehead_apple_invoice_march2015”, infatti, la nota di pagamento delle prime 25 recensioni o “blurb” è già stata inviata per email in data 25 marzo 2015. Si allega anche la nota successiva, specificando però che l’elenco delle ulteriori 22 recensioni è stato inviato a Jadel Andreetto (via email) già in data 23 marzo 2015.  Ma, d’altro canto, voi stessi, nella persona di Peter Krause, avete riconosciuto molteplici volte di dovere la somma di 470 $, per aver, il mio assistito, redatto per vostro conto e su vostra richiesta, relativamente al “Progetto Apple”, numero 47 recensioni o “blurb” che vi siete impegnati a pagare 10 $ ciascuna (come riscontrabile da vostre numerose email, tutte conservate e producibili). Tale conferma scritta rappresenta una promessa di pagamento e/o una ricognizione di debito avente pieno valore legale.
   I 47 blurb o recensioni sono statti tutti redatti e consegnati nel corso del mese di marzo 2015. Nessun contratto è stato mai inviato o sottoposto al mio assistito, né in sede di proposta del “Progetto Apple”, né mai successivamente, nemmeno al momento dell’invio della prima nota di pagamento, tantomeno dopo.
      Ora che si voglia sottoporre e condizionare il pagamento di quanto riconosciuto come dovuto a condizioni o pressioni indebite e chiedere di firmare un presunto contratto retroattivo, contenente indefinite clausole di riservatezza, e recante la data del 21 aprile (allegato alla email del 28 aprile c.a.), è illegittimo e contrario alla legge. Per i profili penali, ci si riporta integralmente alla diffida inviatavi in data 22 aprile 2015.  
     Si evidenzia che un contratto è già in essere ed è stato concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta di partecipare al “Progetto Apple” ha avuto conoscenza dell'accettazione dell'altra parte (art. 1326 C.C.).
In caso di perdurante inadempimento da parte vostra, ogni utilizzo in tutto o in parte delle recensioni realizzate dal dr. Massimo Del Papa, sarà da considerarsi indebito. 
Con riserva di ogni diritto, ragione ed azione e, in particolare, con e con ogni più ampia riserva di agire per il risarcimento di tutti i danni subiti e subendi.
Distinti saluti.
Firmato digitalmente
                                                                              ___________________
                                                                                           Avv. Claudia Benvenuti



Dopodiché, indovindate un po'?: silenzio. Per cui la tocco piano, uso termini tecnici: mister Peter Krause, vero o sedicente, dell'agenzia Bridgehead Media, vera o sedicente per conto di Apple, dopo i suoi patetici ricatti, minacce, menzogne, si conferma insolvente. In-sol-ven-te. Partiranno decreti ingiuntivi, non so di meglio perché se ne sta occupando appunto l'avvocato. Casomai dovessi rintracciare per la rete contenuti miei, si aggiungeranno altre azioni. Sempre che questo signore sia nel frattempo ancora in circolazione, visto che già adesso in rete risulta poco meno che latitante.




... e su tutte le piattaforme digitali

"Caro Max,
sono sconvolto. Spaventato. Perso, senza terra, senza anima.
Ho da poco terminato Fottuto. E' spaventoso, ho dovuto lasciar passare qualche giorno prima di scriverti tanto mi ha devastato. Un trauma.
Mi ha fatto male fisicamente, è come se cuore, cervello e stomaco fossero finiti in un frullatore per essere rimestati alla cieca.
Ho fatto la cazzata di leggere l'ultimo capitolo dopo mezzanotte, e quando mi sono ficcato a
letto sono precipitato in un dormiveglia zeppo di incubi e fantasmi.
E' la prima volta che un libro mi entra così nella carne, che dire? Che altro dire?
Eri il mio Max che venne nella morta provincia a sballottarci con un reading grandioso, e sono stato così orgoglioso
di quella serata che organizzai, e così felice della sala piena, fu un incanto. Ma da oggi qualcosa è cambiato.
Sei vivo, sono vivo, siamo vivi.
Tuo
Sandro"
... e ho detto tutto. Il Faro, per chi non si scandalizza. Il Faro, contro il pensiero gregario. Il Faro, ogni sabato tutto dentro solo per chi si abbona.

E bisognava passar per tutto questo, buttare via una vita, farsi fraintendere, compatire, odiare, infine raccontarla sprecata per capirsi e scoprire d'essere ancora vivi. Bisognava radunare tutte le sconfitte, i fallimenti, gli incidenti e farne un libro e farsi male fino a non poterne più per provare la strana sensazione di non avere più niente da dire a nessuno. Inconsueta, insidiosa condizione. Nella conveniente distrazione degli addetti ai lavori, hai visto mai che il primo stronzo si permette il lusso di fare a meno del sistema e di lasciarli tutti sotto. Mi era capitato già, di finire lassù, ma mai con questa forza: qui si parla di me, e di un mondo, quello dell'informazione, che è simile a un manicomio di meschinità; e il mio viaggio per le corsie dello squallore non teme smentite. E allora meglio lasciar perdere, dimenticarsene, meglio che nessuno sospetti di potercela fare da solo. Senza case editrici, editor imbecilli da disfare nella loro opera di disfacimento, markette sui giornali, prostituzioni televisive, badanti e vecchie zie siliconate, inchini a tromboni. Ma io non avevo più voglia di domandare umilmente spazio, udienza, ascolto. Mi ero rotto i coglioni di sentirmi fare proposte indecenti o semplicemente demenziali. Di rassegnarmi all'inconsistenza, di abbozzare con chi neppure scorgeva cosa io vedevo e avevo da raccontare. Io non ne potevo più dell'accondiscendenza di chi vuole mandarmi a perdere tempo in un rosario di cazzate inutili, solo perché la regola dell'informazione, quale informazione?, quale regola?, stabilisce che si fa così. Dovevo prendere atto che nessuno poteva fare meglio di me quello che io potevo fare. Ci sono arrivato a 51 anni, e questo per me è essere antagonista. Non inseguire patetici roghi metropolitani. Non recitare stantie giaculatorie mandate a memoria. Non consegnarmi a un pensiero gregario e servile. Sì, forse adesso qualcuno ha un problema, ma non sono io. E lo sai perché? Perché possono andare a fare i buffoni dove vogliono, su tutti i canali, possono segnalarsi a vicenda, invitarsi l'un l'altro, scoparsi a comando, possono mettersi nelle mani di burattinai con la qualifica di manager, agente, demiurgo, ma tu pensi che chiunque di loro abbia anche solo un millesimo del rapporto che ho io con chi mi legge? Tu pensi che loro ricevano le lettere che io posso leggere? E non ci siamo mai lisciati, non ho mai voluto compiacere nessuno, Dio solo lo sa. Anzi lo sanno anche loro, lo sapete voi che mi seguite. E pure in questo racconto allo specchio, tutto ho fatto meno che essere accondiscendente. Queste sono le mie regole: benvenuti nel mio mondo, domani tutto questo non conterà più niente, non sarà mai successo ma oggi io con la mia vita sprecata sono quassù e non ho dovuto chiedere permesso a nessuno. Oggi, per un giorno solo, sono vivo. Nemmeno me ne accorgo, perché è troppo tardi, perché sono ormai sterilizzato ad ogni sentimento di rivalsa, rivendicazione, esaltazione. E a maggior ragione non se ne accorgerà chi di mestiere dovrebbe scovare le notizie, e se non la è questa dell'intruso che vince sputando su Babilonia..., ma t'immagini la strizza su per il culo di chi nella Babel s'agita. Ma a questo punto non può importarmene di meno, anzi niente sarebbe stato così bello come questa rivincita da buttare, conquistata tutta da solo. Sì, io sono un uomo che vive di sconfitte, ogni tanto di rivincite, ma in questo momento mi viene in mente solo un verso di una certa canzone: “Io senz'ali ho già sconfitto il vento ed io... ho vinto!”.



"Ciao Massimo, libro letto.
E ora cosa ti dico? Che mi è piaciuto?
Molti di noi tuoi lettori spesso ti diciamo cose tipo "come scrivi bene"... "mi dai nuovi spunti di riflessione"... "come sei profondo e intenso"... " che uomo coerente"... "in qualche modo mi hai cambiato la vita" eccetera. Ponendo l'accento su noi stessi: tu hai fatto qualcosa per noi. Ma a quale prezzo? Quella tua integrità ti ha praticamente disintegrato semplicemente perchè si scontrava con la fottuta realtà. Amo quel che sei perchè di quelli come te c'è un disperato bisogno. Io stesso in un'occasione ti ho parlato di problemi della mia vita e tu, con tutto quello che stavi attraversando, sei stato capace di darmi parole di conforto e infondermi coraggio. Col senno di poi, dopo aver letto "Fottuto", mi rendo conto di quanto egoista sia stato. E comunque mi sento un po' stupido perchè in qualche modo ho sempre pensato che, all'occorrenza, avrei potuto contribuire ad alleviare un po' di quel mal di vivere che bene hai descritto.
Non ho molto altro da dirti... questo libro ha svuotato un po' anche me... oltre che turbato.
Mi dispiace per come ti è andata. Con le tue parole mi hai fatto compagnia... le mie non sono altrettanto belle, però sono sincere.
Vorrei che tanto dolore, tanta delusione, tanta disumanità fosse in qualche modo (finalmente) riscattata. Un po' ci spero, sennò un po' "fottuto" mi sentirò anch'io... una volta di più".
Matteo, Milano

"Ciao, scusa se ti disturbo, abito a Torino, ho letto il tuo ultimo ebook (Fottuto) che mi tenuto incollato al kindle finchè non lo ho terminato.
E' stato un elettroschock.
Non conoscevo praticamente nulla di tutto quello che hai narrato (tranne parti della famigerata vicenda del Mucchio del quale ero lettore fino a quando divenne settimanale). Sarò sincero, i tuoi articoli sul Mucchio non li leggevo in quanto li trovavo troppo "crudi" ; ora a distanza di circa 10 anni mi rendo conto che mi sbagliavo completamente...
Spero che in futuro la vita ti sia amica.
Marco

ps: ho già acquistato l'ebook su House, poi seguiranno a ruota Zappa, I Rolling Stones poi vedremo..."
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e su tutte le piattaforme digitali

"Caro Max,
sto leggendo "Fottuto", tra i più spaventosi libri che abbia letto. Non l'ho finito, sono arrivato al punto in cui finisce la tua amicizia con Benvegnù. Ecco, poco prima c'era stata la delusione di Luca goldoni, e pensavo fosse stato uno dei colpi al cuore peggiore. Se non il peggiore. Ma un amico che ti abbandona senza dirti perché... è orribile. Lo so perché è capitato anche a me, più di una volta.  Senza spiegazioni, senza il vaffanculo che almeno ha il pregio di segnare una linea netta tra prima e dopo. C'è chi si strugge perché non trova l'amore. Io ho sempre sofferto l'assenza dell'amicizia. Leggevo dell'amicizia fraterna tra te e Benvegnù e vi invidiavo per questo. Scoprire così, inaspettatamente, della fine, quasi immotivata, forse perché sottoposta a uno stress troppo forte, non lo so..., anche se non vi ho mai conosciuto di persona, ma tramite la scrittura e la musica, fa malissimo..
il libro è stupendo, mi sta scuotendo dentro, dal primo capitolo stavo già pensando di scriverti e cosa scriverti. lo farò più avanti quando avrò messo ordine ai pensieri.
a presto,
vitandrea"
Il numero è quello della settimana passata, ma la copertina vale a maggior ragione oggi. Scoprite tutto nel Faro, dall'attualità alla musica, ai commenti, alla cronaca. Solo per chi si abbona. Domani il nuovo numero via email (perdonate lo slittamento di poche ore: è dovuto alla preparazione del nuovo ebook, appena pubblicato).




"Dovevo regolare i conti. Con me stesso anzitutto. Certo è uscito un libro brutale, che non mi aspettavo. Ma mi è servito ad accettare la vita come è stata, senza false consolazioni. Mi servirà a fare punto e a capo, verso un domani senza lineamenti. È tutto vero, eppure a leggere non sembro io. Se, arrivato alla fine, non vorrai più essere amico di chi hai scoperto davvero, lo capirò".

Li riconosci subito. Hanno laghi negli occhi, di dolore, di sgomento, di stupore. Li riconosci quegli sguardi vacui in apparenza, che tradiscono il disagio di sapersi in ritardo, sempre compatiti, sempre tenuti da parte, a volte spinti avanti. Si portano addosso un odore patetico, denso e inconfondibile; nessuno vuole stare con loro. Vivono rinchiusi in una fotografia, c'è un cantante che li abbraccia, e ingiallisce ogni giorno, ad ogni sguardo. Momenti d'ingenua beatitudine custoditi nei diari che nessuno legge, pieni di niente, reliquie patetiche proposte a parenti che non vogliono saperne, ad amici che proprio amici non sono, che non vogliono entrarci in quelle camere atroci dove c'è tutto che manca, c'è tutto che stona, i santuari strazianti della claustrofobia. Ma loro s'illudono, con disperata forza, perché nel loro stare indietro qualcosa capiscono, l'essenziale lo colgono: io non sono come voi, io debbo venire dopo, nessuno sa bene cosa farmi fare, dove sistemarmi, cosa dirmi. Figli di una scintilla disgraziata, di un movimento sbagliato o soltanto di un destino distratto. Figli di una mente un po' vaga, che ne fa degli enigmi alla mercé di se stessi. Cascano nelle grinfie delle notti dolenti, restano nel sudario di lenzuola corrose, consumano gli stessi pensieri, sempre quelli, dal respiro corto, dai disegni infantili. Non pesano le loro lacrime, evaporano, inutili, patetiche. Le loro gioie sono esplosive, i capricci devastanti, le malinconie indicibili e inquietanti. Perché nessuno può capire davvero, ma tutti immaginano benissimo. Sono gli abbonati alla solitudine, sono gli usati, quelli che non conoscono amore e se incontrano il sesso sarà una squallida tragedia. Incapaci di difendersi, di intuire, di ribellarsi, eterni cuccioli sgraziati, che incontrano sempre qualche lupo.
Ma gli ultimi, li riconosci subito. Sono i tuoi specchi, quelli che non vuoi diventare. Quelli che rompi, per non restarne imprigionato. Sono quelli che con gli occhi ti chiamano a sedersi, ti attirano nella loro spinosa compagnia. Perché alla fine, prima o dopo, presto o tardi, una volta o l'altra, tutti si riscoprono cuccioli. Deboli. Ritardati. Perché alla fine ci si specchia in quegli sguardi di lago e si scorge la propria immagine. Ed io non vi ho mai evitati, per non evitare me stesso. Per lasciarmi contagiare del vostro dolore e della vostra tenerezza. Per indagare sotto quella dolcezza o pazzia. Per cadere insieme a voi. Voi, perle difettose, siete le pietre sul cammino, il canto sconveniente, la croce del rimorso, la cicatrice di un sollievo che fa sentire in colpa. Basta un soffio nel buio ad essere voi, che venite dietro, che siete in ritardo, che non riuscite a spiegare quello che dentro avete. Voi, che portate voi stessi come un peso per tutta la vita, e chi passa vi sfiora e non vi vede, anzi vi vede benissimo ma vi rende trasparenti. Non sanno cosa si perdono: l'umanità non sta nei vincenti, sta nella fatica di un ascolto, nella miseria di un disagio, nel candore inguaribile. Sta nella distanza piccola e incolmabile. Nello scarto sinuoso che come la risacca avanza e torna indietro e a volte ti lambisce e quando si ritira lascia una cicatrice. Sta nei perdenti, in quella dignità del soffrire quasi inconsapevole che hanno i gatti e i poeti. Parlo degli sbagliati, coi laghi dentro agli occhi, che ti guardano e ti raggelano, ti fanno venire voglia di scappare via ma tu se sei un uomo rimani, caschi dentro quei laghi, ci vedi il tuo profilo e non hai più paura.