martedì 24 marzo 2015

DESOLATA


Quanto mondo t'ha consumato o forse
Forse lo stesso specchio senza uscita
Disperatamente poca vita
A chi sei appartenuta e che è successo
Per averti tradita senza scampo
Senza il rispetto che si deve al tempo
Qui a morire su una riva nemica
Preda inerte di tutti i tramonti
Priva d'eredità, di un argomento
Di un motivo per il tuo dolore
Masticato da urlanti derive 
Oltre la fatica di servire

domenica 22 marzo 2015

UROBORO VIRTUALE


Primavera di bellezza di una spesa porta brezza. Il vecchio computer perde letteralmente i pezzi, i tasti per scrivere saltano come tappi di champagne, sono i prodigi dell'assemblaggio economico cinese, già rattoppato dentro e fuori innumerevoli volte il mio macchinario non ce la fa più, mi è invecchiato sotto gli occhi: via di corsa al centro commerciale più vicino, mi pareva d'aver visto un'offerta. La trovo, infatti. Eccomi qui con un altro aggeggio, ma non è così semplice: a parte rovesciarci dentro tutto l'archivio, c'è da familiarizzare con la nuova versione di Windows (probabilmente già superata mentre la scopro), che, tanto per cambiare, è più macchinosa della precedente; ci sono da reinstallare quei programmi e programmini che utilizzavi in automatico; c'è da togliere e mettere tutte quelle opzioni che avevano reso la macchina precedente una proiezione di te. A mezzanotte sono ancora qui che smanetto, ogni tanto un attacco isterico perché non accetto le stupide inutili complicazioni di un trabiccolo che, se potesse, metterebbe pure te nel “cloud”, e deve intervenire mia moglie a farmi ragionare. La mattina dopo, si replica. Più cose ritrovo, più le devo riadattare al mio modo, probabilmente primitivo, di servirmi della tecnologia. Maledetti, perché non tenete conto che noi uomini siamo abitudinari, perché costringete sempre gli umani a seguire gli automi e mai viceversa? Ma almeno i tasti non saltano più e mi sembra già un sogno poter scrivere da cristiano: prima, uscivano misteriosi refusi con una lettera al posto di un'altra che doveva stare nella regione opposta della tastiera: o l'Alzheimer ce l'avevo io, o ce l'aveva il computer. Adesso non ho più scuse, e vedremo. Nel frattempo, mi segnalano problemi il tablet, lo smartphone, la vita è un circolare girone dantesco, non hai finito di aggiornare un canchero che già quell'altro ti chiama, tra le sue mille opzioni, quasi tutte superflue, alcune persino dannose, ce n'è una che ho trascurato di conoscere, capire, adottare: insiste, non mi dà tregua, debbo adeguarmi. Ma mi perdonerete se non so “condividere” tutto con tutto in modo e moto perpetuo. Siamo scribacchini, non programmatori, facciamo il possibile, conosco gente che batte il mestiere (di scrivere) molto più sprovveduta del barbaro che sono in accidenti tecnologici. Non so, mi pare che più la tecnologia va avanti e più regredisca; non fa rincoglionire solo chi la usa, si annoda proprio lei, diventa più involuta, più complicata e irragionevole, perfino irrazionale. Forse si spiega: se la tecnologia peggiora, gli umani che la applicano e la inventano non possono che peggiorare in parallelo, sono loro genitori ma insieme progenie, conseguenza di una causa di una conseguenza, è il serpente che si morde la coda virtuale. I guai però sono tutti reali e si chiamano ictus, infarto, follia, aggressività, rabbia repressa. Perché i sociologi ultrà non ci fanno un pensierino, invece di ripetere a pappagallo che “la tecnologia è una formidabile occasione di socializzazione anche se bisogna stare un pochino attenti”?

venerdì 20 marzo 2015

martedì 17 marzo 2015

PRIGIONI


Sono giovane, dev'esser fine estate. M'aggiro per la casa di mio padre un deserto dopo l'altro, la polvere in controluce ricopre ogni mancanza. Eppure sua sorella ha cucinato, si sente un forte odore di brodetto. Siamo gli unici fantasmi vivi nella desolazione. Divago cercando, non reggo l'angoscia di mio padre, quel limbo che annuncia la tragedia e l'attesa è vento gelido che ustiona la nudità. La macchina è pronta... Adesso sono in tram, panche tutte per me, arranca inesorabile nell'imbuto di sole, sterpaglie sui binari piantate in un finisterre di periferia. Qui forse ci venivo per mano a mia madre barcollando il futuro, adesso mi ripeto è finita, finita, finita... Sono nell'inchiostro di un dolore di schiena, sento il respiro di mia moglie ma il mio non viene su. C'è il gatto che raspa dietro la porta. Mi alzo, gli do da mangiare. Chiaro è che non potrò dimenticare. È troppo tardi per dimenticare.

sabato 14 marzo 2015

LA FELICITA'


Nella mia immagine più bella ci sono anch'io. Sono seduto per terra, sul palco, dietro a tutti, che strimpello la chitarra che Marco ha lasciato per un attimo, Marino sente un suono ma non capisce, si volta, si fa una risata, mi chiama davanti: e chiudiamo tutti insieme con I fought the law (e no, non le so le parole, Marì). In quel momento ho capito di avere messo in piedi davvero una grande serata. Di quelle che, poi, restano. Mica da solo. Anzi, c'è voluto proprio il cuore di tutti. Di Simone Tardella, che ha sposato subito quella che era un'idea incerta. Di Eddy Cilia, che è sceso da Torino apposta – e lui, notoriamente, non si muove, al punto che ho vinto una cena a Marino, il quale era come minimo scettico. Del pubblico, che ha praticamente riempito il Teatro Leopardi di San Ginesio, arrivando da ogni parte e perfino da Trento. E soprattutto dei i ragazzi delle band. Gang e Cheap Wine non hanno detto “sì però”, “sì ma”. Hanno detto semplicemente: sì. Hanno detto: quello che c'è. Così si comportano i grandi artisti e i galantuomini. I quali non si sono smentiti discorrendo con Eddy e me nel pomeriggio, prima di un bello spuntino consumato tutti insieme, artisti e pubblico, nel foyer del teatro. E non si sono smentiti sul palco. I Cheap Wine hanno tirato fuori un concerto acustico (semiacustico, altro che cazzi) di una finezza, di una classe, con un suono talmente cristallino. Qualcosa di delizioso, ed hanno mietuto applausi a scena aperta. Sono grandi musicisti, e non c'è davvero altro da dire. Anzi sì: Marco Diamantini s'è accartocciato, però non ha mai cantato così bene come adesso. Arrivare nel pieno della maturità dopo 19 anni di storia e 10 album, pazzesco. I Gang, questi bastardi che più gli dai dei vecchiacci e più non s'invecchiano mai, si sono presentati in forma come minimo smagliante, con Marino mattatore irresistibile, Sandro un tutt'uno con la sua chitarra e eroico per un acciacco che, ahimè, posso capire meglio di tutti, e una manciata dei loro inni ai quali non si può restare indifferenti, tanta è la passione, incontaminata, alimentata dalla vita con cui li rivestono: si sente proprio che ogni canzone si porta addosso una storia dal vestito quasi materico. E poi vederli insieme, a fare Knockin' on Heaven's Door... Beh, dite quello che volete, ma sono le gioie che ti allungano la vita, e te la dirottano pure. Io non dimenticherò la felicità di ritrovarsi, le lunghe chiacchierate nel backstage, le risate divertite e fragranti di Sandro, la facilità di raccontarsi di Marino, le confidenze con Marco, che conosco davvero da una vita ormai, gli abbracci con Michele e Alessio (l'amicizia viaggia meglio in teatro che su Facebook, porca zozza). E la complicità con Eddy, quel giocare di sponda durante il lungo, partecipatissimo colloquio del preconcerto. Questi sono ragazzi speciali, conoscono gli abissi e la scia di luce per uscirne, nonostante la strada hanno mantenuto un cuore indifeso e lavorare così è come non lavorare affatto, è inseguire una festa che poi vedi esplodere sul palco, con tutti i musicisti che sorridono perché sono felici. Felici di esserci, di essere lì. Alla faccia di chi ci vuole male.

venerdì 13 marzo 2015

lunedì 9 marzo 2015

JIHADI JOHN, COCCO DI MAMMA

Nelle scuse che il ritardato mentale conosciuto come Jihadi John manda a mamma e papà per le sofferenze loro procurate sta tutta la miscela stordente del familismo occidentale quando si mescola all'islamismo radicale per dummies. Che senso ha dolersi con i parenti per qualcosa che la tua nuova religione ti impone, ti presenta come una missione, non eludibile, non trattabile? Jihadi John, un depresso cronico che ha scoperto la via di fuga dal suicidio ammazzando gli altri, se davvero credesse in quello che fa dovrebbe se mai rivolgersi con fierezza ai genitori; di più, dovrebbe maledire anche loro in fama di infedeli se non capiscono cosa lui va facendo e perché. Invece il fanatismo demente trova eccezioni per il familismo, fatemi uccidere il mondo ma non i miei vecchi. Jihadi John non si addolora per le vittime che sgozza narcisisticamente, finendo poi su youtube, ma è molto, molto triste per quello che può pensare la mamma. Fossi nei compagni di militanza, vedrei subito un elemento inaffidabile, sentimentale, dunque pericoloso, e mi sbrigherei a tagliare la testa anche a lui. In diretta. 

venerdì 6 marzo 2015

giovedì 5 marzo 2015

GENETICA


Posso odiarti quanto voglio sai
Quanto voglio amarti se lo vuoi
Attribuirti tutti i fiaschi miei
I miei tratti imperfetti, ma nei tuoi
Mi rispecchio ancora, cosa vuoi
Nei difetti atavici, nei guai
La genetica d'un raggio di sole
Scriteriato, figlio del dolore
Posso detestare ogni tuo errore
E appropriarmene, non c'è altro da fare
Posso rinnegare ogni risata
Ogni parola storta, ogni rivolta
Ma sono chi sei e tu sei chi sono
Nel non compleanno che ora suono
Fino in fondo alla cavità di un tuono
Che mi chiama dal nonluogo in cui sei
E mi aspetti, a ritrovarmi mai


(5-3-1937/4-12-2007)

CON LE PEGGIORI INTENZIONI


Vorrei dire che per l'ormai famosa “bulla di Sestri”, la sedici o diciassettenne che piglia a mazzate i ragazzini più giovani o, più esattamente, fa la gorilla al soldo di una piccola boss anche più acerba, ecco per questa feccia giovanile io non provo alcuna solidarietà, non la considero risorse, non me ne frega niente se la bulla di Sestri non ha un padre, se la madre stava a San Patrignano, se è una sbandata, se se la cuccano gli zii, se ha rabbia repressa da sfogare, se è anaffettiva, se cosa abbiamo fatto noi, se la colpa è di tutti anche mia anche tua, se dobbiamo recuperarli altrimenti è la fine, se un altro mondo è possibile. Sì, è possibile, dovrebbe essere possibile un mondo in cui gli stronzi come lei, come la boss, come il resto del “branco”, altro termine odioso, che filma e ridacchia, vengono presi, portati in caserma e qui sottoposti a terapia di riabilitazione a calci nel culo, dopodiché un avvertimento: la prossima volta non te la cavi così facilmente e sconti un anno di pietraia, dove potrà succederti di tutto, davvero di tutto. Mi dispiace ma vado per i 51 anni ed è mezzo secolo che ascolto cazzate sul dovere della pietas, del perdono, del perdonismo, della irresponsabilità e mi escono dagli occhi e dalle orecchie, anche perché non servono definitivamente a niente, è solo un business come la legalità e l'antimafia, cialtronate animate dalle peggiori intenzioni: se li conosci li eviti, digli di smettere. Ecco, sarò becero, sarò fascista, non sarò di sinistra, non farò mai carriera nel giornale della sera e in tutti gli altri, non andrò a Che tempo che fa e neanche dalla Bignardi, ma io mi sono rotto i coglioni di sentire santificare certe giovani teste di cazzo, mentalmente irrilevanti, e soprattutto irrecuperabili. Perché alla fine ciascuno salva se stesso e io, che di comunità anche giovanili ne ho girate, ho solo visto parassiti violenti a bivaccarci senza nessuna intenzione di emendarsi: avevano trovato il loro salario minimo garantito, chi glielo faceva fare di strapparsi l'anima e cambiare andazzo? Ho aperto gli occhi, li ho strabuzzati e adesso non ci sento più. Sarò qualunquista, sarò inclassificabile, ma che libidine poter prendere la bulla, la boss, il branco e sfondare tutti quei loro culetti a pedate, poi cambiare scarpe e ricominciare. 

martedì 3 marzo 2015

LE DOMANDE


Mi manca la cronaca, lo ammetto. Per esempio, se mi mandassero a Brembate, ne avrei di domande che ancora nessuno ha fatto. E anche di premesse. Ormai non sembrano più sussistere dubbi che quel mascalzone di muratore, il Bossetti, sia l'unico responsabile della morte della giovanissima Yara: non confessava, giocava sporco e allora gli inquirenti hanno giocato più sporco di lui facendo filtrare le sue confessioni estemporanee, ammissioni di un imbecille che non sospetta la cosa più semplice, essere intercettato. Ma, data per scontata la matrice, che ci faceva la ragazzina sul suo furgone? Sembrerebbe da escludersi, e se mi sono perso qualcosa faccio ammenda, che sia stata rapita per non tornare mai più a casa, dunque su quel mezzo lei ci è salita più o meno volontariamente; sono usciti anche elementi di prova che l'avrebbero vista intrattenersi col suo carnefice in un supermercato: come si spiega questo rapporto? Da quanto veniva intessuto? Su quali presupposti? Di quale natura? Era uno stalker il Bossetti, o era riuscito ad accaparrarsi la fiducia della tredicenne, e fino a che punto? Ed è plausibile che nessuno nel villaggio, neppure i genitori, sapesse niente delle attenzioni di quel balordo deviato? Questo già pare improbabile, visto che è spuntata una testimone che li avrebbe visti insieme in furgone. Ma come facevano il padre e la madre a non esserne al corrente, in un borgo dove le cose si risanno prima ancora che succedano? Eppure, a Bossetti sono arrivati solo dopo anni di giri a vuoto. Ecco, queste sono alcune questioni che finora io non ho trovato sviscerate da nessuna parte. Quanto mi sarebbe piaciuto andare a ficcare il naso, in cerca di qualche possibile risposta. 

lunedì 2 marzo 2015

QUEL GIORNO CHE LUCIO


La giornata del 1° marzo 2012 me la ricorderò per forza e per amore. C'era un'alba, fuori dal finestrino, che la potevo toccare, alba magica, sole nato dal mare, da quanto non ne vedevo una così, io che vado a dormire tardi e mi alzo tardi. Dovevo raggiungere un'amica a Roma e dentro quel sole mi perdevo, ero lo stesso di quando andavo a scuola, giuro che mi son tornati in mente “quei” dischi di quel tempo là. A Roma, al terminal di Tiburtina faceva già caldo, c'erano degli zingari allegri nella confusione e mi rapivo a guardarli, è arrivata l'amica, trafelata di traffico e mi ha rapito lei, in macchina, verso casa di Piero Pintucci. Uno che aveva plasmato i miei sogni, quando c'era quel sole, ma non lo avevo mai incontrato. Piero era cupo, “non sono bei giorni, sento brutte vibrazioni” diceva, e poco dopo gli è arrivato un messaggio e lui non voleva leggerlo. E invece abbiamo acceso la televisione ed era proprio vero, se n'era andato Lucio Dalla, così, a tradimento e Piero guardava avanti a sé e non vedeva niente e noi due ci guardavamo e non vedevamo niente e gli spaghetti profumavano d'inutile allegria nei piatti. Nessuno si muoveva.
Al telegiornale hanno mandato uno spezzone di Lucio a Sanremo, nel '71, accompagnato da due chitarristi e uno chi era?
Piero rivedendolo e rivedendosi mormorava “No, Lucio, no” e scuoteva la testa come per un rimprovero dolcissimo ma amaro, l'amico che non può perdonare un tradimento fatto così, davvero a tradimento, senza neanche avvisare. Dopo si è alzato Piero, è andato al piano e improvvisava, e quando ha finito aveva gli occhi come il vetro della macchina quando piove, o forse erano i nostri. L'ultimo saluto in musica. 
Fortuna che c'era il sole e illuminava i ricordi. Quella volta che Lucio gli telefonò, a Pintucci, dopo che era uscito EroZero: “Che disco che avete fatto, Piero, che capolavoro!”. EroZero è più di Pintucci che di chiunque altro. L'altra volta che Lucio alla RCA, giovanissimo, era capace di starsene per ore acquattato in fondo al colossale ascensore che serviva a portare gli strumenti, andava, anzi restava, su e giù tutto il giorno, “Diceva che gli favoriva l'ispirazione”. Anche Dalla era un bello spostato. Ma timido: l'ultimo duetto con Renato, al SeiZero, quando cantano insieme Piazza Grande, l'altro, che nei sentimenti è sempre un po' “ingombrante”, gli sussurra “Bologna non poteva scegliere meglio mandando te” e Lucio, imbarazzato, si fa una risata e risponde solo: “Ciao!”. Ciao, il suo saluto preferito, che rivolgeva a tutti nella sua Piazza Grande. 
A me è squillato il telefonino. Era il giornale con cui collaboro, era la mia amica, Francesca, bolognese, molto triste, mi ha chiesto un pezzo subito. Fra tutti, avevano pensato a me. Che stavo a casa di Pintucci proprio quel giorno che Dalla se n'era andato a tradimento, dopo una vita che li ascoltavo entrambi. Ho chiesto a Piero: “Posso inserire nel pezzo una tua testimonianza?”. “Racconta tutto quello che hai visto oggi”, mi ha risposto. 
E l'assenza di Lucio ci ha fatto compagnia, e quando ci siamo salutati Piero ci ha detto: “Oggi è una giornata strana, triste; ma anche bella però”. 
Sulla corriera del ritorno guardavo la notte fuori dal finestrino e pensavo a quant'è strana la vita, che t'aspetta una vita e poi ti manda fuori strada, e sembra una canzone di Lucio Dalla.
E arrivato a casa l'ho fatto il pezzo, l'ho scritto di notte e l'ho mandato che un nuovo sole spuntava dal mare.
E questa storia non finisce qui, perché poi Lettera43 mi ha chiesto un altro pezzo, sul funerale di Lucio e solo dopo avrei saputo che tutto quel casino era merito di Fausto, col quale avevo condiviso la gavetta, e ora rieccolo vaticanista dell'Ansa: era stato lui ad aver stuzzicato un incauto cardinale sulla faccenda. “Mi hai fatto fare un articolo in più” gli ho detto davanti a due birre. E in quell'articolo io ho scritto che certi artisti, e ci siamo capiti, non hanno bisogno di definirsi, perché definirsi è limitarsi e se chi ascolta le canzoni di Lucio Dalla questo non lo capisce, allora vuol dire che il diverso è lui. 
Da quando Dalla è morto non ho smesso di riascoltare anche i suoi dischi. Anche di quelli io sono fatto, anche in quelli sta la mia primavera. E una sera, passeggiando nella pioggerella e ascoltando Felicità e ascoltando il profumo del glicine, mi son venuti dei pensieri e si scrivevano nella mente proprio con la voce di Dalla, come se fossero i suoi, e li ho imprigionati nel telefonino e li ho chiusi in un saluto e glielo mando, “Ciao!”, caro Lucio,  devi sapere che...
...Sono andato così, con la testa sotto l'acqua, una volta di troppo, una volta di più, domani starò male ma oggi ero felice, son passato così, lungo un viale ciclabile, si sono accesi i lampioni e c'ero solo io, un merlo m'ha guardato poi è volato via, io lì come uno scemo a farmi compagnia ma non mi riusciva bene, c'erano le rondini però non le sentivo, c'erano due uomini ma io non li vedevo, neanche loro mi vedevano, mi sentivo invecchiare come fanno i bambini, mi sentivo sbiadire, cancellare dentro, son risalito in macchina, c'era una canzone, non ho capito se le gocce erano sul vetro o sui miei occhi. E non lo so se è giusto tirarvi in faccia questi pezzi di pensieri, queste schegge di segreti, queste confessioni indiscrete, ma lo faccio, buttatele via, giocateci a pallone, ridete ad alta voce o scuotete la testa ma io ho solo questa mancanza, questa assenza, questo dolore e non posso fare a meno di offrirlo. Lo capite, che non posso? Lo capite?

domenica 1 marzo 2015

sabato 28 febbraio 2015

SABBIE MOBILI


Quando ero bambino non ci credevo, non sono nato con quell'istinto io e non mi ci hanno allevato due genitori sospettosi, sì, come di regola nella piccola borghesia contadina, ma poi disposti a fidarsi di tutto e di tutti in modo anche scriteriato. Di quelli che chiedono all'oste se il vino e buono e dopo lo bevono, rassicurati. Sono dovuto campare una vita, malamente, per capirle, le sabbie mobili. Sono quelle che non ti mollano mai, ti tirano giù, se possono ti rovinano e quando pensi di esserti salvato, di esserne uscito fuori, di averle lasciate alle spalle, tornano. Prima o dopo tornano. Sempre più vischiose, con la finta umiltà che non perde mai la volgarità dell'essere: tu lo senti, lo capisci che sono lì pronte a inghiottirti ancora. Le ho viste ungere mio padre, e ancora non ho imparato. Le ho viste negli occhi, e non ho capito. Sono dovuto passarci a mia volta, sperimentando la stessa apnea angosciata. Sono dovuto arrivare al limite della rabbia, violentando una natura trasparente. Eccole di nuovo, perché le sabbie mobili non si placano mai, passano da un inganno a un fiasco a un altro imbroglio, subito, senza soluzione, senza ritegno, anzi alimentando la loro propensione. Cercano quelli come me. Eccole ancora. E non sai se riderne o sentirti offeso, perché ad imparare, a riconoscerle infine da lontano, sono state proprio loro. Il bagno nel ribollire di fango. Un fastidio, non lo negherò, vederle riaffiorare, che nessun senso di rivalsa può arginare. Certo, uno potrebbe semplicemente consolarsi, “lo vedi come cambiano le cose”, ma la verità è che non serve a niente. C'è una schiuma che resta a luccicare, ed è quella che vorresti non vedere più. Mai più. Una bava di lusinghe, di promesse, di pretese appena velate dall'esibita disperazione. Mai di scuse, mai di ripensamento, sarebbe svelare il gioco. Quanto mi sarebbe servito imparare presto, nascerci anzi con quell'istinto ferino di difesa. Non ascoltare nessuno, prescindere da tutte le versioni, dai giuramenti, dalle lettere e le telefonate. Ascoltare solo quell'istinto di trapezista che non si fida, che conta solo sul senso del tempo, sulle mani salde sulla sbarra. Questo mi è mancato nella vita, questo ho maturato troppo tardi e adesso c'è chi non ci può credere, mi vede sempre il solito coglione disposto ad aprire la porta, il cuore, le parole, sempre lo stesso coglione alle cui spalle ridere. La minaccia non c'è più ma la polvere di rabbia per quella improntitudine malata, che se solo potesse tornerebbe a inghiottirti, quella non può passare. 

venerdì 27 febbraio 2015

giovedì 26 febbraio 2015

IN VIAGGIO


Quelle giornate che sembrano interminabili viaggi in autostrada, conficcati nella carne d'inverno. Grigio, grigio e ancora grigio, spruzzate di pioggia sui vetri, il calore dell'auto, il jazz che dagli altoparlanti si diffonde, ti raggiunge l'anima. E guardare fuori ogni tanto, e capire che l'aria anche se non la vedi è gonfia di primavera, aspetta solo di esplodere nei suoi colori, nei suoi profumi. E sentirti più vecchio e più giovane mentre vai nella sensazione di star fermo, mentre a due centrimetri il freddo bussa con le sue gocce, con le sue foschie. Tutto è torpore, anche la luce fuori, ma tu lo centellini come qualcosa che finisce. Qualcosa di cui già domani avrai rimpianto, questo freddo pieno di calore, questo star con te stesso nella mestizia di un'attesa, questo aspettare sera che indugia più di ieri, questo inverno che tanto per cambiare hai subito, che non ti sei goduto, un altro segmento inutile di vita, un altro pezzo di strada che non torna più. 

TABU'


Confessare un momento di ripulsa, scrivere che non ce la fai più, e ricevere commenti allarmati: non farlo. Ecco lo spunto per riflettere su una pratica che resta un tabù, il suicidio. Umanamente lo comprendo come lo comprende uno che da tutta la vita si dibatte nella depressione e le sue sirene. Eticamente non riesco a non considerarlo con qualche sospetto, perfino fastidio. Non per l'atto in sé e nemmeno per implicazioni religiose, che non sento appartenermi. Semplicemente, mi pare di vedere affiorare ogni volta lo spettro di un narcisismo definitivo, estremo: sono pochi, mi pare, i casi di fine vita autoindotta per squisita (si fa per dire) disperazione, il più delle volte s'intuisce in controluce la tensione di un messaggio al mondo, una lezione, un lascito moralistico. Almeno nei suicidi di grido, quelli di gente famosa, artisti, intellettuali, che forse ammantano di ragioni rarefatte pulsioni molto più terra terra; è come se questi personaggi, dopo una vita nell'alone della gloria (una gloria spesso controversa), e a volte dell'autodistruzione, non accettassero la legge di gravità di destini da uomini qualunque, destini banali; e decidessero in modo tragico, ma eventualmente fatuo, l'uscita di scena.  Pesco a caso, qualcuno dirà senza rispetto: ma Cesare Pavese derivava il suo male di vivere da una imbarazzante condizione sessuale di semimpotenza, Luigi Tenco, politicamente infatuato, si fa saltare le cervella durante un festival di canzoni, incolpando la giuria, il pubblico, e perfino la povera Orietta Berti pur di non ammettere che la collega-amante Dalida (a sua volta suicida) gli dava il tormento. Gino Paoli, uno dei tanti, ammanta il suo tentativo di ragioni esistenziali, “Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé”, ma l'arroganza celava, tanto per cambiare, ordinari guai sentimentali e finanziari (quam mutatus ab illo...). Lucio Magri si annienta per pene esistenziali, affettive o perché il “suo” comunismo ha fallito? E Monicelli si lascia volar giù da una finestra perché, passati i 90, non accetta, comprensibilmente, gli ultimi incombenti mesi di strazio da malattia, o perché vuol lasciare l'ultima, definitiva provocazione di chi non ha mai subito la vita, le cose, se stesso? Hemingway era un'anima sensibile e tormentata o un invasato dai demoni della letteratura, del sesso, dell'alcool?  
Potrei continuare, ma il senso di quanto cerco di dire, credo sia chiaro: io sono talmente mio, e di nessun altro, e di nessun dio, che vi faccio vedere come muore un uomo riuscito, che non deve rende conto a nessuno né della sua vita né del suo contrario. Insomma, l'ultimo gesto di ybris. Dall'altra parte, i suicidi meno eclatanti ma forse più umani, senza sovrastrutture, di chi semplicemente non sa come fare perché si scopre solo con se stesso, abbandonato alla solitudine e alla vergogna, magari vorrebbe vivere ma proprio non ha i mezzi, magari ha un rimorso che lo tormenta, magari ha perso il suo piccolo mondo a forma di fabbrica, distrutto da tragici calendari di sorrisi forzati, di speranze disperate, di uno Stato spietato nel prosciugarlo anno dopo anno. Qui non c'è ybris, c'è solo desolazione. E questi suicidi li conosco e non maturano nell'orgoglio. Poi ci sono i bluff (per fortuna), che però a volte vanno troppo avanti, oppure intendono solo ammazzare chi ha la disgrazia di intercettarli. Più di 20 anni fa intrecciai una breve storia con una ragazza più grande di me di un anno. Li ricordo ancora quei sei mesi, furono l'incubo più fondo di tutta la mia vita. La andavo a trovare e lei mi accoglieva così: è l'ultima volta che mi vedi, appena te ne vai lo faccio. Non sapevo dove sbattere la testa, chiedevo aiuto a tutti, e mi indignavo nel constatare che tutti minimizzavano. Avevano ragione loro, era una manfrina (che per poco non mi spingeva al suicidio), la signorina viveva profonde frustrazioni di carriera e manie di grandezza, finì pure in Africa, seppi poi, a tormentare, suppongo, già provati figli di povertà. Intendiamoci, la fanciulla era totalmente convinta: più che convinta, compresa in un ruolo, e ragionarci serviva a niente. Lo ricordo come un orrendo capriccio (peggio: una trappola), cattivo, malizioso, che in seguito ho intercettato altre volte, fortunatamente da posizioni più neutrali, più distaccate. Da quanto so, la signora è ancora in circolazione, sempre con quell'aria sofferente, anche se lei stessa non saprebbe dire, o meglio ammettere, perché, visto che poi nella vita non le è andata male, salvo per le faccende accuratamente distorte o rovinate. Io non sono un ottimista di natura, e non mi va di istigare chi mi legge all'idiozia del rosapensiero di stampo jovanottesco. Non ho neppure una fede a sorreggermi. Però ho sempre spinto, e non rinuncio, ad accettare il dolore quando c'è, a guardarlo in faccia, a smascherarlo anche dentro noi stessi. Niente scuse, niente stronzate. Non farcela più è umano, decidere di conseguenza è troppo umano, ma che almeno le ragioni siano chiare, almeno non mentirsi in un momento così irrevocabile (e se non ti menti, vedrai che molte tentazioni escono sconfitte). C'è un verso di una canzone di Renato Zero che mi pare perfetto: "Tentazioni e mai la volontà di finirla qua".
Lo ripeto, il rispetto per chi va via è lo stesso senza distinzioni di sorta, ma la comprensione va maggiormente a chi si lascia andare perché non ha davvero niente da difendere: nemmeno una immagine, neppure un equivoco. Sono pochi, temo, comunque meno di quanto si creda.

mercoledì 25 febbraio 2015

IL MIO MALE


Periodo nero, nero, nerissimo, più dei soldi di Gino Paoli. Sarà l'inverno che non passa, sarà che a non passare sono sempre i guai, le spese, i buchi neri del destino, le maledizioni familiari. E così devi aggrapparti a pareti che non ci sono per uscirne fuori. Per esempio, non è la prima volta ma è ancora una sorpresa: ho trovato due lettori che stanno avvicinandosi (non dirò di più) ed io sono tra i loro massimi comuni denominatori: parlano anche di me, “mi discutono”, c'è chi mi vide su un palco anni fa e dopo mi ha “segnalato” a un'amica. Giorni fa, ho cantato la scomparsa di un signore che ricordavo, ed è stato l'innesco per recuperare un contatto di una vita: con chi lo piange, siamo letteralmente cresciuti e adesso riceverne le lacrime, cent'anni e una vita dopo, è un curioso senso di amore. Ho anche ritrovato altre piccole amiche, custode di ricordi sepolti. E se ammetto che non ce la faccio più, arriva il sostegno di chi mi segue, mi aspetta, si fida di me anche se non ci siamo visti mai. Non sono cose di tutti, questo io lo so: è un privilegio, che cerco di meritarmi come posso. Ai tempi del Mucchio, a forza di meschinità mi avevano fatto perdere quasi tutti i lettori, qualcosa che non potrò mai perdonare. Col tempo, e con fatica, li ho riacchiappati quasi tutti, e se ne sono aggiunti di nuovi per altre strade. Eppure non riesco a scrollarmi di dosso questa stanchezza che sa di sconfitta. Cammino senza un'ombra e l'ombra sono io. Non mi sono mai sentito in diritto di esistere, e la felicità non l'ho mai incontrata. Non scomodate vi prego astrusità psicanalitiche, con questa macchia nell'anima sospetto ci si nasce. Per tutta la vita ho cercato di essere e ricevere compagnia, ma il mio male sono io stesso e non posso guarire. Il mio male sono io che ascolto la canzone e piango, sono io che trovo le parole per dire l'indicibile, per medicare tutti tranne che me stesso, sono io che sto qui a scrivere al vento. E l'unico modo in cui so farlo è questo, senza badare a spese, senza compromessi. Senza segreti da serbare. Mi dite che spesso le mie parole sono le vostre. Non lo so. Sono per voi, questi sì, ma se vi rispecchiano, questo come giurarlo? L'unica cosa di cui sono certo, è che non è un gioco questa scommessa. Non ho altro da dare che le mie ammissioni, e non ho più niente da perdere o da vincere. Non so nemmeno perché lo faccio, e se mi faccia più bene o male. Ma da questa bolla trasparente ancora non esco, se scoppiasse non saprei dove andare, cosa fare di me. 

lunedì 23 febbraio 2015

NEL CORTILE


Forse non potranno questi versi
Abbracciare il tempo che contiene
Tracce di memoria che hanno fame
D'una storia. C'è un bagliore, piega 
L'ondulata curva dei misteri
Stretta dentro, turba la mia vita
Al mio sguardo regala una ruga
La fuga è finita, eccoti qui
Dopo il vento, la bambina d'oro
Che baciavo solo col pensiero
Sento il nostro coro a primavera
Che sbocciava amore e non fioriva
Nel cortile, le nostre parole
Per dipingere il futuro di sole
Sai che mi sentivo re del mare
E del cielo e il vento con te accanto
Bimba mia tremenda più del mondo
D'ogni senso, più dello spavento
Che provo se ascolto e mi prometti
“Da qui non mi muovo, ci scommetti?
E saremo sempre noi: perfetti”
Ma la vita è un uovo che si spacca
E ne scappa un fato non deciso
Un vestito che ti resta appeso
E presto sarà inutile scusa
Nel cortile io sono tornato
A cercarci, ma ho trovato il vuoto
Di silenzio, trapassato vetro 
Di nascosta danza dietro al viale
Come allora, sotto il temporale
Dei vergini sensi, noi frementi
Così intensi dentro un giuramento

ANDREA FRANCHI - TANZ!


Fa un certo effetto a un cinquantenne ascoltare (e poi scrivere di) Tanz!, il nuovo disco di Andrea Franchi. Perché gli riporta aromi, sapori sintetici di stagioni mai amate, e per di più da un artista che, all'epoca, era ancora un bambino. Ma tant'è: al Franchi il formato canzone da sempre va stretto e in questo disco, che abbiamo avuto il privilegio di vedere nascere nelle sue centinaia di intuizioni, di stralci, di provini qui condensati in 10 episodi per poco più di mezzora di nastro (si sarebbe detto “allora”), lui si è lasciato andare ad ogni passione. Disco di suono più che di canzoni, che non mancano ma sono immerse in momenti sperimentali, fughe soniche, paesaggi di elettronica espressionista. A questo punto, chi legge cerca istintivamente i riferimenti, i nomi da paragone o da giustapposizione: ma Andrea Franchi specifica che tutto è farina del suo sacco, delle fonti, delle ispirazioni se n'è bellamente fregato. Aggiunge poi che “una batteria programmata non fa elettronica: questo è un disco con l'elettronica, non di elettronica. Elettronica, come etichetta, non significa niente per me: io sfrutto tutto quello che ho, tecnologia e strumenti canonici, per esprimere una sensibilità”.
E allora possiamo senz'altro convenire che l'attitudine, e di quella soltanto parliamo, viaggia fra il kraut e il progressive, con escursioni, per l'appunto, negli immediatamente successivi anni '80: citati espressamente, e non può essere un caso, in Occhio Ragazzi, elettrorock ansimante, convulso, che arriva subito dopo nell'intro di Divoratori, incubo vintage con tastiere che riportano dritti ai Kraftwerk.  Guarigioni, il singolo che avevamo già ascoltato diversi mesi fa, qui remixato, accelera ancora i battiti e svolge traiettorie melodiche cantautorali su un tappeto sintetico con la voce che dispiega disillusione sul registro alto. Doppio Delitto, molto bella, torna agli anni Settanta (i primi, addirittura, quelli del pop beat), ad una dimensione schiettamente cantautorale, laddove Kitchen è un altro frammento di elettronica vintage compromessa con arpeggi di chitarra acustica e Rodeo, per il testo e la voce del poeta Guido “Pigmalione” Rinaldi, rimanda al primissimo – e ultimissimo – Battiato. Poi un terno secco di canzoni-canzoni: Conquistata Sconfitta, biglietto da visita ideale nella sua intensità, sarebbe De André se non fosse Andrea Franchi, danza di ombre in chiaroscuro di chitarra arpeggiata; e altrettanto acustica è Immigrazioni, che fa parte della nobile schiatta di L'invasore, Superstiti, ovvero come fare di una semplice idea un grande brano; Zucchero Nero ha dilatazioni assolate, polvere western, aperture anni Sessanta, questa volta. Franchi, musicista sperimentale, è passato, e questo va ricordato, da un album di brani come Lei o Contro di Lei a una colonna sonora sperimentale quale Il Topo. A questo punto ci si attenderebbe ancora un incanto come Uno Come Te, e invece arriva la sintesi elettronica del brano eponimo: Tanz!  È elettrodiscorock, chiama ancora in causa i Kraftwerk con Giorgio Moroder e una spruzzata di Rockets (già dalla copertina, non è vero?), almeno per me: voi trovateci quant'altro volete, ma senza esagerare, perché Andrea tiene, e ha ragione, a sottolineare che l'ispirazione, su tutto Tanz!, è sua e solo sua (e io che l'ho visto all'opera, posso confermarlo). Tanz! è opera di scenari sonori che si affastellano, vogliono vivere così come sono usciti dalla mente del protagonista. Una mente mai statica, spesso agitata, che non riesce a contenere le idee, le immaginazioni. Il suo tratto più importante, viaggia sottotraccia: è lavoro che parte da un uomo e impatta gli altri uomini, li vuole scuotere, li vuole stanare, compromettere nell'impegno di una vita non più contemplata ma espressa. Musica che nasce dall'introspezione ed esplode nella tensione di un contatto non più evitabile, che parla di umanità all'umanità, nelle sue tensioni, negli slanci, negli incubi (affiora anche il Mostro di Firenze in Occhio Ragazzi), nell'apparente felicità che è il topos di un disco non facile, senza ammiccamenti, senza compromessi, ma estremamente denso, stratificato, ribollente di idee. L'apparente felicità. Quella di chi vive e si consuma per creare, assaporando il sollievo di una creazione che dura un attimo e subito un altro grumo nasce; quella di chi trascorre l'esistenza navigando i suoi mari di dentro; che poi questi mari vengano agitati da brezze diverse, di acustiche arpeggiate o di raffiche sintetizzate, è soltanto strumentale nell'economia di una poetica.

domenica 22 febbraio 2015

LO STUPRO


Non lo dicono, ma lo sappiamo, lo sentiamo tutti di essere alla mercé di qualsiasi cosa, di qualunque malintenzionato. Sono arrivati gli hooligans olandesi, ai quali quasi quasi chiedevamo scusa, una faccenda che avrebbe richiesto un rotolare di teste che manco l'Isis: ministro dell'Interno, sindaco, questore, prefetto, eccetera. La sola frase del questore di Roma, “Meglio rovinare una fontana che un morto”, non sarebbe mai stata accettata in nessun altro paese al mondo. Invece non paga nessuno, la politica blinda l'irresponsabilità, ma a questo punto tutto è chiaro: chiunque cali, fa quello che vuole. Si può penetrare nei centri storici più importanti del mondo e saccheggiarli e devastarli, ci si può addentrare in qualsiasi unità metropolitana e credersi un guerrigliero. Provate da soli, avventuratevi nelle stazioni ferroviarie di Roma o di Firenze: verrete aggrediti da bande di rom e di altre etnie, inclusi, volendo, gli italiani, nella totale inattività delle forze dell'ordine, le quali a volte si voltano dall'altra parte, ma anche più spesso sono indotte a farlo: l'ipocrisia si chiama “contenimento passivo”, cioè fate come volete. Provate a scendere in metropolitana, entrare in un ospedale, fare la fila per un luogo pubblico, aggirarvi in un parco con addosso qualche arma: passerete da parte a parte, come un coltello nel burro. Poi, certo, possiamo esorcizzare l'Isisfobia con le battutine del politicamente corretto sulla Salerno-Reggio Calabria, sai che consolazione. Satelliti, telecamere, telefonini tracciati sono tutte cose utilizzate dopo, a danno fatto. Servono, al più, a identificare il responsabile (a patto che non sia olandese, nel qual caso gode di una curiosa immunità totale alla James Bond). Non ci sono solo i barboni fanatici dell'Islam radicale, c'è tutto un mondo intorno, un mondo criminale e folle che può raggiungerci quando vuole. Non succede da nessuna parte che un'orda di vandali sia lasciata libera di arrivare nel cuore della capitale a stuprarlo, per ricevere in cambio patetiche lagne. Del resto, lo stato non difende il paese neppure se una neonata sta morendo soffocata in un'autoambulanza che sbanda alla vana ricerca di un letto. Come potrebbe proteggerci da minacce assai più incombenti?

venerdì 20 febbraio 2015

I BEATI PAOLI


Perché alla notizia della sua presunta evasione fiscale Gino Paoli è stato sommerso di ironie sul web? Perché siamo tutti rosiconi, d'accordo, perché lui è un vecchio compagno moralista, d'accordo, ma anche per la più semplice, immediata ragione della spocchia. Quando sei percettivamente arrogante, quando hai quella faccia un po' così, con quei baffetti un po' così, quella risata un po' così, insomma quando sembri fatto per stare sui coglioni, è naturale che la gente “si vendichi”. Qui c'è uno che la mena contro il capitalismo, ma gli hanno appena hanno rivoltato le numerose case e ville sulla base di riscontri emersi da telefonate col suo commercialista, già arrestato, che gli avrebbe dirottato un paio di milioncini (provento "nero" delle rosse Feste de l'Unità, che ironia) in Svizzera: reato insopportabile per uno spocchioso ottantenne moralista “dalla parte giusta”. Così che non ho scelta nel riproporre un pezzullo che su Facebook ebbe un discreto successo alcuni mesi fa. Appena riveduto e corretto.
Gino Paoli e Ornella Vanoni, gli eterni amanti, compiono 80 anni. Ecco: chi se ne frega. Sono patetici e lo sono fin da quando facevano i fidanzatini perfetti e un po' maledetti in bianco e nero. Lei è dal 1981 che non ha più niente da dire, lui non ce l'ha mai avuto: il cantante comunista ha sempre e solo cantato languorose cazzate sentimentali tardoromantiche, un Lialo del peggior canzonettismo italico, quasi sempre a giro di do. “Gino, Gino”, e lui fa la faccia da incazzato: ma con chi? “Ornella, Ornella”, e lei che fa la milanese arrogante, quella, abbiamo letto, che se le scappa, si mette a pisciare in mezzo alla strada, dove capita, bel modo di arrivarci, a 80 anni. Beati Paoli & Vanoni, avete rotto i coglioni. Non paghi, adesso entrambi scoprono “il jazz”, certo, come no, nell'illusione che basti biascicare un paio di vocalizzi per stordire i gonzi. Ma per favore. Il jazz sarebbe la cacata da osteria fatta con Danilo Rea? Quello, è il jazz? E che lagna, poi, lei e i toy boys, le canzoni della mala, Strehler con l'acca, la scuola milanese, lui e la compagnia di giro della Sandrelli, la figlia, poi quell'altra, la pallottola nel cuore, l'amico Tenco e Sanremo, la scuola genovese. E basta, cazzo. Ma andassero ad amarsi in qualche casa di riposo di Boccadasse, o magari nel caveau di qualche banca svizzera, sai che frisson monetario, poi lì sì che la stanza non ha più pareti, ma cassettine blindate. Fatte apposte per Gino, Gino, che da presidente Siae difende la tassa sugli smartphone con cui rimpinguare i conti suoi e di quelli come lui ed è proprio il proletario perfetto nonché degno presidente della Società Italiana Autori ed Evasori. 

giovedì 19 febbraio 2015

PER LEI SORGEVA IL SOLE (IL TEMPO NON ASPETTA NESSUNO)


(nota: prima di leggere, fare partire il video in fondo al pezzo)

Un mondo a forma di giardino, un giardino che era tutto il mondo. Un quadrato di cemento dove crescevamo, protetti nel nostro piccolo mondo fuori dal mondo. Era stata buona l'intuizione del padre del mio amico Lucio, un geometra alto e grifagno che i figli chiamavano “il falco”, tre palazzi, tre “lotti” collegati da un vialetto che separava collinette erbose piene di lampade, vegetazione e gatti e al centro quel fazzoletto definito dalle siepi e da un muro che in estate diventava una poesia di Montale, dove le madri potevano controllare, dove imparavamo l'amicizia e l'infatuazione, dove a sera il portinaio Alfredo veniva a battere le mani: a casa, a casa, ci vediamo domani. Il Lucio faceva disperare l'Alfredo, gli scaricava sul bancone certi mazzi di chiavi da sei chili ed era, diciamolo pure, strafottente. Aveva un fratello più grande, il Giulio, coi capelli sul collo, che non si vedeva mai, anche Lucio scendeva poco e così andavo io da lui, nel sancta sanctorum, aveva una magnifica casa a due piani il Lucio, uno solo per i due fratelli, le pareti rivestite di sughero, un lusso che non ti dico. Tracotanti lo erano, così che quando strinsi amicizia col primo esterno al fazzoletto, Tony, passavamo il tempo a spiarli sul pianerottolo, ad auscultare demenzialmente fuori dalla porta (blindata) per poi rievocare ogni espressione, ogni tic, ogni dinamica familiare trapelata dai Cacciolo. Praticamente una sitcom. Lo facciamo ancora oggi, non ci posso credere. Lucio, che era ciccio, lo torturavamo senza pietà e ho aspettato trent'anni a chiedergli scusa, una notte di novembre che ero risalito a Milano. Lui, che ormai è un cranio da bowling, mi ha guardato con un sorriso pieno di tristezza: “Non eravamo mica cattivi, eh Massimo”. No, non lo eravamo e abbiamo lasciato il meglio della vita nel fazzoletto di cemento, ho condotto un rapido sondaggio, recuperando quei lontani bambini: quando è stato il tuo periodo più bello? “Il cortile”.
Qui scesi un giorno di primavera del Sessantanove, appena arrivato, senza conoscere nessuno. Ai piedi del muro sfilavano processioni di formiche che io sterminavo. Vennero giù due o tre ragazzine della mia età che senza parlare, una scena da Kubrik, mi coprirono di schiaffi, tornavo su con le guance infuocate per il dolore e la mortificazione, non dicevo niente, ma mia madre capiva. Dopo io m'innamoravo di una di loro, Roberta, che aveva una manciata di mesi più di me, se lei era in cortile me ne stavo in sua contemplazione, altrimenti mettevo una sedia sul balcone e aspettavo, come un cucciolo, fino a che la tenda si muoveva e lei appariva! Di fronte avevo la casa di Cesare, ossuto e scompigliato come un personaggio cubista, mi faceva tenerezza e un giorno provai a dirglielo, ma non fui capito. Cesare aveva un padre che pareva Charles Bronson e mi intimidiva un po', ma invece di ammazzare i cattivi vendeva scarpe nel negozio che dal retro, confinava col cortile e, ogni dopopranzo alle due, saliva sulla 500 rossa e andava a giocare alla Bocciofila Caccialanza. E suonava bene la chitarra e cantava con voce suadente e simpatia. Sua sorella aveva la mia età precisa, concupita senza fortuna da Eros che stava in via Pordenone, disegnava benissimo, era sentimentale e milanista quanto me e pesava poco più di Cesare. Poi Eliana è diventata una della televisione, sta dietro le quinte e conosce quanto pesa un sorriso. Di recente lei mi ha confermato che, sepolti sotto tonnellate di tempo, noi siamo ancora in quel cortile, noi siamo i nostri fantasmi. 
Cesare aveva due anni più di me e nel fazzoletto di cemento innaffiammo la nostra amicizia, che dura ancora adesso, tra lunghi periodi di vuoto. Ci si risente, purtroppo, quando perdiamo un pezzo. Ma io ho vissuto di voi, e questo lo dovete sapere. Ho vissuto di ogni memoria, di ogni bene scambiato. Ne succedono di tutti i colori in quel quadratino grande come il mondo: ci inventiamo recite, danze, giochi, altro che smartphone, ci basta un gradino per passare un pomeriggio a “Rialzo”; se ci stanchiamo, ecco “Strega comanda color” e a un certo punto viene fuori la mania dell'elastico, in cui Roberta è bravissima. Sandrina ha una bici coi pedali paralleli e deve fare una fatica comica per correre: un bel giorno, il Giulio insieme a quello del terzo piano, che poi morirà di motocicletta, gliela scaraventano giù nel baratro della chiesa e lei non fa una piega: non ne potevo più di quel catorcio, ride filosofica. In compenso chi rischia l'infarto è il portinaio, l'Alfredo: ci vieta il cortile per tre giorni, che per noi è come la Cayenna. 
Perché  noi quinon solo cresciamo: noi viviamo, dipingendo la felicità. A Cesare piacciono Cocciante, Baglioni e i gatti, a me Cassius Clay, che in Africa ha appena battuto un bestione invincibile, e i gatti mi preoccupano. Anche certe copertine di dischi mi spaventano, specie quelle di uno che ha un nome italiano anche se è americano e ha un gran naso e due baffoni spioventi e un pizzetto. Poi anche quell'altra col dipinto di cinque drogati quasi morti che scendono da una scala regale e intorno vestiti come antichi greci tutti gli rendono omaggio, gli portano fiori, anche i bambini, ma come si fa a concepire una roba così, dicono che il tempo non aspetta nessuno e a me non piace, il mio tempo deve ancora incominciare, ma cosa vogliono questi da me, giuro che non li ascolterò mai e poi mai. Cesare colleziona i giornalini di Diabolik e finisce per contagiarmi, ed è sempre lui che mi sventola davanti il primo pornazzo; una volta cresciuti andremo spesso alla bancarella di piazza Durante a cercare vecchia robaccia e una sera dimentico là la bicicletta. Quando torno a prenderla, il giorno dopo, incredibile: c'è ancora. Mi attaccherà pure la mania dei “bottiglini”, i mignon dei liquori, passiamo inverni interi sotto l'acqua, niente ombrello, a battere i bar e gli spacci a cercare rarità che poi non possiamo permetterci e le lasciamo lì. A casa dell'uno e dell'altro, a perdere pomeriggi col Subbuteo (rendimento scolastico d'improvviso a picco), a litigarci per l'Inter e il Milan (io ho un alleato, è Eros con cui vado alle partite, becchiamo proprio l'anno fatato della stella, anche se quel coglione una volta, per correr dietro a Tosetto, non dico Rivera, dico proprio Tosetto, che sta uscendo dallo stadio, mi pianta lì: ho 12 anni, torno a casa da solo e sul tram piglio un sacco di sberle dai tifosi del Napoli, mi sfasciano pure la radiolina). Ma la cosa più bella, più inevitabile, è avventurarci nei sogni: impossibile non innamorarsi nel fazzoletto, una dozzina tra ragazzini e fanciulle sempre insieme, tutti protagonisti e nessuno comparsa, ogni pomeriggio fino a che il gelo non ci avrebbe separato (curiosamente non ricordo un solo giorno d'inverno, mentre porto con me ogni momento speso lì dentro). 
Cesare era bravo ad inventare giochi, filastrocche, recite, da borderline perfetto era un genio in questo. E con lui non mi annoiavo mai, inseparabili come lo si è a dieci anni, a dodici anni. Di fianco gli abitava Simona, che era una Sfinge, ce l'avevo in classe e parlava niente, respingeva tutti, a volte si nascondeva sotto al banco, a casa invece si apriva, le nostre madri erano grandi amiche e potevo immaginarne i discorsi fatui. Una telenovela ante televisionem. Simona aveva una sorella della precisa età di mio fratello, si chiamava anche come lui, Paoletta, così era divertente immaginare la doppia coppia. Io invece ero puntato da Monica, pure lei un po' più grande, che voleva “insegnarmi a ballare” al suono del mangiadischi, ma ballare su Ramaya non era mica facile. Piacevo anche a Marina, che stava al quarto piano e veniva giù a vegliarmi se avevo la febbre. Ma io ero cascato negli occhi di Carla, sorella della mia primissima fiamma. “Carluccia” e Roberta erano le figlie del chirurgo Stafforini, avevano un fratello, Enrico, ed erano tutti e tre belli da metter soggezione, le femmine erano come svedesi ed io cascai negli occhi di cielo di Carluccia che all'inizio mi stava antipatica, anche perché correva più svelta di me, ma poi, pomeriggio dopo pomeriggio, qualcosa sbocciò ed è ancora lì, da qualche parte: quel senso di pienezza, di assoluto, che provi a dieci anni poi non ritorna più. Come se il sole sorgesse solo per lei, per noi.
Ed è stupidamente vero che il primo amore non ha rivali, è tutta sorpresa, marea che ti avvolge, si ritira, travolge ed io non dimentico un solo momento. Mai il coraggio di dichiararmi, tanto lei sapeva tutto e mi copriva d'una pioggia di bacetti sulle guance. Il mio angioletto biondo. Ed io mi sentivo grande. Grande come non sarei stato più. Ecco, potrei dire che per un paio d'anni eterni, senza nessun approccio, senza le assurde precocità oggi imperanti, noi fummo una coppia, da tutti riconosciuta, senza discussioni, senza bisogno di dircelo, senza tradimenti, e crescemmo nel sole. A lei ho dedicato pagine, poesie, perché quella beatitudine di ogni giorno non può andarsene, specie quando cresce come un albero in mezzo agli alberi: quel fazzoletto era un giardino di piante nuove che salivano con le radici ben salde nel cemento. Ma un giorno, un giorno inevitabile, si dispersero. Loro, le fanciulle belle e bionde e prestigiose andavano via, a Milano 2, la finta città con cui Berlusconi seduceva la borghesia che non aveva alcuna voglia di andarci ma fingeva di credere alla favola del quartiere danese con le villette, i vialetti e niente traffico né delinquenza. Quale delinquenza? Fuori, oltre il cancello c'erano le Brigate Rosse, c'era la mala, c'era pure Vallanzasca, ma mai bambini crebbero più felici e sicuri che in quel fazzoletto, dal quale adesso evadevamo alla conquista di un quartiere difficile ed eccitante. Le partitelle ai giardini di piazza Gobetti, le panchine come porte, ma bisognava tirar dentro i teppisti che dettavano legge, altrimenti erano guai, anche se ci avrebbero ugualmente rapinati, ma così, con un minimo di riguardo, non fare il pirla che è meglio per te. E noi a pensare, ma prima o poi dovrai pur crepare d'overdose. 
Eravamo cambiati, figli dei lampioni, delle strade d'inverno che ci portavano sempre più lontano, dei primi motorini, delle escursioni a Milano 2, del bar delle puttane della pensione Cremona che s'appassionavano ai nostri tornei di flipper da sfaccendati. Un ginnasiale campione di flipper! Che vergogna! Ma io, bambino cresciuto nel fiore di cemento, imparavo a conoscere un po' il mondo e quelle materne puttane erano amiche ormai. Dal cortile eravamo tracimati integrando nuovi amici, il più amico di tutti era Tony, di cui ho detto e col quale ogni tanto a tradimento mi trovo, partiamo verso mezzanotte, destinazione sconosciuta, di solito verso la Svizzera, quindi due o tre giri completi di Milano notturna e poi, a giorno fatto, lui mi scarica in Centrale, sul treno, dove crollo. Ma, come un vecchio pugile sfasciato ha bisogno di ritornare alla palestra, io non posso stare troppo senza ritrovarmi davanti a quel portone, a sbirciare oltre la guardiola, con la portinaia che c'è adesso a guardarmi sospettosa, per vedere se scorgo spigoli di cortile.
Carla non la vedevo più, anche se il padre aveva ancora lo studio lì, nella casa grandiosa dov'erano cresciuti. E poi un giorno dei nostri diciotto anni la incontrai, combinammo di uscire ancora, un pomeriggio, talmente in gran segreto che subito i nostri genitori lo vennero a sapere. Imbranati uno più dell'altra, perché ci eravamo rimasti dentro. Ma irrecuperabili ormai, lei con un braccialetto prezioso che scintillava troppo, io intuii ed ebbi conferma: regalo del fidanzato. Un pomeriggio di delizioso strazio che chiudemmo sotto la metro promettendo di rivederci, ma io sapevo che era l'ultima bugia. E lei non può saperlo, ma io ve lo dico che ogni tanto torno, come un ladro nella notte davanti a quella targa, al 4 di via Carpi, a vedere se dal cortile trovo i fantasmi di noi. Carluccia credo abiti ancora lì, sposata, madre, chissà se dalla finestra ogni tanto butta ancora uno sguardo al fazzoletto. Chissà se racconta a sua figlia. Chissà se sua figlia ha voglia di ascoltare. Due volte l'ho rivista ma non l'ho chiamata, per dirle cosa, poi? Che ho scritto tanto di lei? Che nei reading leggo poesie su temporali di noi, che ero sempre sul punto di dichiararmi ma poi esitavo, lei m'incalzava ed io zitto, un tormento che lei scioglieva con una risata bionda e la pioggia di baci sulle guance, tanto aveva capito, a che serviva parlare? Io adesso ho un sogno, un ultimo sogno, un reading lì, nel fazzoletto di cemento e tutti i lontani bambini lì, seduti sul gradino ad ascoltarmi, coi loro figli, coi compagni, con chi vogliono ma questa sera è per noi, per favore qualcuno porti un mangiadischi. E se il fantasma dell'Alfredo si presenta a battere le mani, non andate via. Fatelo accomodare, ma non obbeditegli stavolta. Non siamo più bambini.





IL FARO 06/2015


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