giovedì 30 ottobre 2014

NAOMI SHELTON & THE GOSPEL QUEENS - COLD WORLD


C'è qualcosa nel proditorio revival del soul di questi tempi che va oltre la retrologia, asfittica moda di una moda, patetica compulsione al rimpianto. Perché questi dischi di soul non sono neosoul, sono classic soul, variamente declinato ma sempre con la consistenza sapienzale della tradizione. Insomma sono nuovi dischi di un genere vecchio, incisi da interpreti “vecchi”. Gente come Charles Bradley, come Lee Fields, che ha conosciuto il successo solo oltrepassando i loro personali sixties, dopo una vita nel sottoclou del soul più rutilante – e mentre Mick Jagger rispolvera al cinema la leggenda di James Brown. 
Prendi Naomi Shelton, questa gospel singer dalla voce ricca di tutte le stagioni, di ciascuna delle circa 70 primavere trascorse. Naomi Shelton da Midway, Alabama, e dove sennò, canta la musica del Signore, canta di peccatori, canta gli stomp domenicali chiesastici - “Levati in piedi bambino!” - ma i suoi toni sono insofferenti di catene, ma l'intensità non la puoi incamiciare, ma quella voce lambisce la rabbia, s'arrocchisce, arrugginisce, raccoglie il muschio, scende nelle cavità dell'anima, ne scrosta i segreti più umidi, riemerge cambiata, non disdegna l'eresia e la dannazione; quella voce s'inalbera, si pente, riprende vela, si esalta in un coro mistico: l'accompagnano i Gospel Queen, detto tutto, formazione veterana benché messa insieme con Cliff Driver nel non lontano 1999 a New York, capace di sguazzare tra tutti i sottogeneri: gospel, black gospel, funk, deep funk revival, northern soul e chi più ne ha ne inventi, tanto è sempre “quella musica”. 
Quella inarrivabile musica. Sacro e profano così come mistica e terrena è Naomi, che fin da giovane alternava l'incenso della chiesa alla polvere alcoolica dei bordelli di Brooklyn mascherati da locali notturni, e qui diventava Naomi Davis. Cose assurde che solo alle cantanti nere dell'anima riescono perfettamente naturali e plausibili. Perché non basta stabilire, folgorati dalla banalità, che c'è il bene e il male, il bianco e il nero in ciascuno di noi (laddove il nero, nel caso musicale, è il bene), bisogna proprio tatuarseli, incarnarseli e poi dimenticarsene, farne un'appendice esistenziale come quelle fumatrici che non sanno neanche loro di vivere appese a una cicca ma non puoi immaginartele senza. Se la senti cantare, Naomi Shelton/Davis, lo capisci. Il rosario di Cold World, appena uscito, a 5 anni dal debutto di What Have You Done, My Brother?, e dopo inesauste stagioni per i festival del mondo, ma di quelli che ogni sera consacrano, Bonnaroo, The Monterey Jazz Festival, Montreal Pop, e The Ottawa Blues Festival, non concede un bel niente alla modernità: nei suoi cori, nelle sue scansioni, nei suoi fremiti, nei suoi ammonimenti, nei suoi organi, nei suoi orgasmi, nei suoi lamenti (I Don't Know), nei suoi abbandoni, nei suoi languori, nei suoi ottimisimi, nelle sue escandescenze e depressioni e meditazioni – oh, così Sixties. Tu trovaci Curtis Mayfield e Stapel Singers, Sam Cooke e quello che vuoi. 
Niente alla modernità, tranne la perennità di “quella musica” nera che esce dalle viscere della terra e dell'anima, delle lacrime, dei sorrisi scintillanti, dell'ingiustizia, della sofferenza, dell'esodo e del riscatto e della fede, e che proprio perché intrisa di fede non può morire e non può cambiare. Get Up, Child! Naomi canta, e il tempo si ferma: noi, intontiti figli di quei '60, forse perfino suoi nipoti, possiamo allora acchiapparlo facendocene acchiappare, avvolgere, stritolare per consegnarci a un incanto in bianco/nero e domandarci se fosse davvero tutto oro, oro nero quello che la nostalgia fa luccicare. Nostalgia per un periodo in fondo non vissuto, lambito appena, tuttalpiù sospettato. È l'eternità del passato che si fa futuro, che si cristallizza nell'unica esistenza del presente, crocicchio, cortocircuito fra ciò che non è più (forse non è mai stato) e cioè che non è ancora (forse non sarà mai). Non puoi fare questo se non sei nero, e non puoi farlo se non hai già sessanta, settant'anni: devi avere vissuto prima, avere perduto, cercato, trovato altro, e altrove. Devi essere stato nel sottoclou della vita. Devi avere esordito a 60 anni suonati, dopo avere cantato tutta la vita. Devi avere cantato, e cantato, e cantato, oltre la morte, oltre vita. E questo è per l'appunto Cold World, una desolata, esaltata, ieratica, solenne, tenera, feroce invettiva su mondo troppo freddo, troppo ingiusto, troppo sbagliato. 
Poi la signora canta One Day, e noi ci arrendiamo: verrà un giorno, quello che non è stato e mai sarà, verrà quel giorno, il giorno eterno che non cambia, che non abbiamo vissuto ed ogni giorno inseguiamo; eccolo, per un attimo ci passa davanti, in carrozza sulla voce di Naomi Shelton, farfalla ringhiosa, e noi capiamo quel che sant'Agostino diceva del tempo: se non me lo chiedi lo so, se me lo chiedi non lo so più.
(dal Faro speciale estate)

mercoledì 29 ottobre 2014

IL FARO 39/2014


"Vorrei capire perché in Italia non c'è artista degli ultimi 50 anni, perfino Pupo, perfino Povia, perfino Fabio Volo, per tacer di Cristina d'Avena, che di sé abbia rinunciato a dire: ah, io ero scomodo, avevo il mondo contro, ce l'ho fatta contro tutto e contro tutti...".

Il Faro riflette la sua luce sulle pozzanghere, la dirotta fino a lì. Se vi siete riabbonati, grazie. Se non lo avete ancora fatto, grazie in anticipo. Se contagerete del Faro qualche amico, grazie di più. Numero colorato, curioso, irriverente, e... occhio alla pubblicità che non c'è! Il Faro, l'elettorivista di MDP, solo per abbonati, ogni sabato in allegato email.


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martedì 28 ottobre 2014

SMILE TO ME


Magari mi sbaglio, ma ho visto un indizio che secondo me non mente (Lie to Me), un baleno rivelatore, una sensazione lieve ma densa come una profezia. Non stava nelle anime della sinistra intente a contarsi, l'impalpabile pesantezza del Jurassic Park sindacale contro l'insostenibile leggerezza del luna park Leopolda. No, io l'ho visto in un sorriso. Un sorriso non da Gioconda, ma da Venere botticelliana del PD due o tre punto zero, insomma la Boschi. Non la Madonna lacrimante tra i clientes leopoldini e neppure quella condiscente da quel ciambellano di Fabiofazio. No, l'apparizione è stata in un servizio di telegiornale, qualche sera fa. Sorrideva, naturalmente, ma era un sorriso diverso. Cambiato. All'inizio, quando andò a giurare in tailleur blu elettrico, era il sorriso un po' imbambolato di Heidi, tra eccitazione ed ansia, ma chi l'avrebbe detto a 30 anni appena. Era il sorriso dagli occhioni blu come il tailleur, sgranati, quasi in cerca di comprensione. No, quello dell'altra sera, una manciata di mesi e di premesse dopo, era tutt'altro sorriso. Gli occhi sempre sgranati, ma questa volta in modo plateale, una luce di tracotanza, di incredulità, ma che vogliono questi qui, ma lo sanno con chi hanno a che fare, il sorriso irridente, sfottente, del nuovo potente che sta perdendo verginità, freschezza e soprattutto contatto con la realtà, che si sente arrivato, intoccabile, indiscutibile e alle critiche reagisce col compatimento gentile ma chiaro, inequivocabile: io sono io e voi... 
Voilà. Fossi in Renzi, comincerei a preoccuparmi di quella crepa del sorriso. Perché di solito le frane cominciano da lì. Da uno scricchiolio che nessuno avverte, che non si vuol vedere, che si scambia per sicurezza ed è invece sicumera. La banda Renzi, partita nel segno di una vicinanza informale, jovanottesca con la ggente, è cambiata molto presto, troppo presto: hanno capito, come ha ammesso il caposcout, che l'Italia era scalabile, per dire che tutte le resistenze ormai erano marce, erano corrose, dal paleosindacato alla nomenklatura interna, che Berlusconi era cotto, che una destra non esisteva: bastava non guardare in faccia nessuno, mettersi in marcia e le casematte si squagliavano senza neanche resistere, erano scatole di cartone sotto l'acquazzone. Intendiamoci: avere svecchiato, aver confinato le varie Bindi al museo, resta un merito. Ma se resta l'unico merito, è troppo poco e non autorizza certi sorrisi trasformati da Heidi a marchesine del Grillo. Dovrebbe ricordare, chi sorride con l'espressione finta incredula per amplificare il disprezzo, che tutto passa sotto questo cielo, a maggior ragione il potere, a maggior ragione in Italia. Basta un passo falso, uno solo, e magicamente tutto si ricoagula e tu non ci sei più. Questo, certi mandarini scaduti lo sanno perfettamente bene: campano su una retorica vecchia, imbolsita, calcarea, ma proprio per questo inscalfibile. Occhio, ministra sorridente, che le Camusso passano, ma le Boschi passano pure più in fretta. Se voi ragazzi pensate di avercela fatta, e di cavarvela con i tappeti rossi delle Leopolde, avete chiuso prima di rendervene conto. 

sabato 25 ottobre 2014

venerdì 24 ottobre 2014

mercoledì 22 ottobre 2014

sabato 18 ottobre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

giovedì 16 ottobre 2014

CHI DIVORA UN GIGLIO


Ora chi ammazza un fiore? Chi gli spezza il cuore, lo strizza fra le mani finchè l'anima è polvere per cani? Ora chi sfascia un fiore, cancella il colore, lascia povere ombre in occhi ormai lontani? Chi macella dolcezza, debella ogni carezza? Chi senza tremare compera innocenza o quello che ne resta, chi dall'altra parte torce la testa e dorme nonostante? Chi distorce in rabbia la speranza, chi scatena l'ultima empietà nella gabbia oscena d'una stanza? Chi dell'umanità fa una catena, passa il segno da cui non si torna? Chi condanna e si danna nell'eterno affanno dell'inferno che ha dentro, tutt'intorno, è lui stesso? Chi divora un giglio, spegne il sogno puro, chi l'orgoglio più bello scaglia contro il muro dallo stagno d'un pugno? Chi aggiunge dolore al dolore, spreme sempre più male, orrore dopo orrore, punge il cuore, unge il mare, tinge di nero il sole e non s'accorge quanto è vero che non risorge un fiore?

SENZA FORTUNA


Non ne parla già più nessuno, ne parlo io su un blog da nulla, una pagina nell'ombra. Il fatto è che a Caivano, in uno di quei termitai assurdi straripanti disperazione, una bambina di sei anni lo scorso 24 giugno è volata giù da un balcone, e adesso si è scoperto che aveva subito violenza. Scoperto per modo di dire, perché tutti lo sapevano e lo mormoravano nel termitaio, così come sapevano e mormoravano dell'altro bimbo, ancora più piccolo, tre anni appena, aveva fatto la stessa fine dopo lo stesso supplizio. Fortuna, bella e scarmigliata come una zingarella, scaraventata giù come una cosa vecchia, Fortuna, il cui nome adesso strazia di ironia, era andata a giocare dalla sorellina del piccino morto l'anno prima, nella stessa casa. Tutti dicevano, tutti sapevano ma il terrore regna nei termitai di Caivano. Il parroco don Patriciello se la cava come sempre fanno i preti, rinviando alla giustizia di Dio, ma intanto tutti dicono che tutti debbono parlare, ma nessuno parla. Mentre altri bambini vengono mangiati vivi nel termitaio di Caivano. Fortuna era bella come una zingarella e l'hanno spiaccicata sulla strada e chi è stato è difeso, nascosto, forse se n'è già fuggito, un giorno lo prenderanno e allora dirà che non l'ha fatto apposta, che non voleva far male e tutti diranno che sì, era un bravo guaglione, è stato un gioco, uno scherzo, una disgrazia senza padri. Ai giornali queste lacrime non servono, perché i giornali sono oggettivi, sono asciutti i giornali, i fatti, dicono, i fatti, e le cifre, anche i retroscena ma non i sentimenti, quelli non informano, quelli sono inutili. Io ne scrivo su un blog. Fortuna Loffredo è un fantasma, Tonino Giglio è un fantasma, il loro sorriso dal nulla toglie ogni voglia di vivere, di sperare, di chiedere spiegazioni a un Dio.

mercoledì 15 ottobre 2014

E NON CERCARE


Il segreto è forse spogliarsi di tutto. Senza esserne felici, perché la ricetta di tutte le sette, religioni, credenze, non funziona: rinunciare alle passioni non si può, senza ambizione un uomo è morto, persino una pianta si protende al sole. Bella scoperta, accontentarsi del nulla. Non è accontentarsi, è adeguarsi: ogni pretesa in più è autoinganno. Pure, non resta che questo a volte. Lasciarsi cadere di dosso, come foglie gialle, come tappezzerie sfinite ogni tensione, ogni possibile domani. Accettare di subire la rinuncia, qualsiasi essa sia, e quindi un'altra e un'altra ancora. Abituarsi al dolore, la cosa più sbagliata e necessaria. Alzare le braccia e sorridere, arrivando al punto di non chiedere più niente, neppure una ragione, una spiegazione, niente. Questo è spogliarsi di tutto. Questo è il segreto. Non la noluntas, il nirvana, lo zen. È andare oltre la rassegnazione, che di per sé implica una sconfitta. Non c'è gioia in questo abisso, non c'è colore nell'imbuto. Non c'è alcun premio in nessun cielo. La semplice constatazione di un capolinea fino all'estremo di non farsi più tenerezza, di non compatirsi oltre. Non contare su ritorni, vendette, rinascite. Strappare dalla mente l'ineluttabilità di ogni riscatto, accettando una squalifica che spetta di diritto. E non cercare un Dio da ringraziare. Io non ho mai trovato felicità nella felicità e neppure nell'infelicità. È solo diverso, è rinunciare ai momenti, fare quello che ti è dato, ti è richiesto di fare altrimenti sottovivere come un animale, che non si domanda, non leva gli occhi in cielo, si percepisce ma non si presume. Non si pretende più.

lunedì 13 ottobre 2014

CRISTINA DONA', PUNTO E A CAPO


Quanta Cristina Donà c'è nel nuovo Così vicini? Tutta e un po' di più, sorta di realtà aumentata del tempo che verrà. Come una pienezza nel momento che non dura, ma è fatto per restare. Della Donà il disco, veniam subito al sodo, più bello, perché più completo, perché più preciso, perché più inafferrabile di una carriera che continuerà ma a questo punto subisce, se non un salto di qualità, comunque un punto e a capo. Disco dalla concezione, ci sembra, discretamente capovolta rispetto al precedente Torno a casa a piedi, dov'erano accordi complessi, estesi, su linee armoniche più orizzontali mentre adesso le strutture sono più a sbalzi, a saliscendi ma cucite da accordi relativamente più pieni, rotondi. C'è questo Saverio Lanza, la cui formazione da Conservatorio pesa e si sente, che funziona da alter ego sonoro di Cristina, in grado non di stravolgere quanto di valorizzare, di tirar fuori tutta l'essenza dell'artista con cui lavora; parafrasando la storia della grande donna dietro ogni grand'uomo, potremmo dire che dietro ogni grande artista c'è un grande complice, bravo nel vedere ciò che di noi stessi non sempre mettiamo a fuoco. 
E Cristina Donà si consacra grande artista. Nel superare le radici per recuperarle d'improvviso. Nel riempire i pieni di vuoto, i vuoti di pieno, giocando con le pause e gli spazi. Nell'essere passata da un indie-rock valido, ma che risentiva di un ambiente, di una tradizione, una scuola, come volete, a una cifra tutta personale, che tien conto degli influssi ma li supera, mescolandoli. Ha fatto un disco pulito, aspro, soffuso e umile, introverso e timido e sfrontato sfruttando tutta una teoria di trasporti, rivolti, modulazioni, progressioni spiazzanti, atipiche e il rischio in questi casi è di cucinare un pentolone immangiabile, che non va da nessuna parte, che finisce nell'imbuto della presunzione, mentre invece si ascolta qualcosa che all'inizio magari non capisci bene ma intuendo che ha sempre una direzione, una ragione, un'idea ben precisa delle cose.
Non un disco facile, va preso e dato atto. Ma un disco che facile diventa una volta assimilato – e, per una volta, il caso specifico non è una formula: qui non è questione di forzarsi all'ascolto finché, modello tortura, te lo fai piacere, qui occorre proprio sentire e risentire per cogliere l'idea, come in una sorta di educazione musicale che è un valore aggiunto. Anche per quel confondere i meccanismi classici della composizione con idee sorprendenti, non scontate. Si chiama "buona musica", punto (e a capo).
Tanta roba. Dal battisteggiare pallido e assorto del brano eponimo alla successiva Il senso delle Cose, accreditata all'artista medesima e al suo complice, ma che suona più gazzeiano (quasi gazzosiano) del Gazzè meglio ispirato, alla seguente Il tuo nome che ha una introduzione vocale alla Juliana Hatfield prima di tornare sui binari della riconoscibilità di Cristina. Quindi gli arabeschi inafferrabili di Corri da me, la sfuriata di Siamo Vivi, la insidiosa remissività di Perpendicolare dove si avverte un tocco da primo Novecento di Lanza, una L'imprevedibile che è sapore di Mina (ma con un tocco in più d'oscurità), per disperdersi nella psichedelia dalle aperture progressive de L'infinito nella Testa, ambiziosa, ancora un po' battistiana, forse discretamente presuntuosa, dunque, a sorpresa, una La Fame di Te che recupera gli spigoli sinuosi, le asprezze serali di Tregua, e il cerchio si compie Senza Parole, che è programmatica: s'apre cameristica, tutt'archi, quindi s'allarga, si dilata all'epica, ritorna a spegnersi negli echi dissonanti, quasi desolati, che si legano al principio. Avremmo amato, perché no, anche il recupero della stupenda Se vedo te, già regalata ad Arisa: ci sarebbe stata proprio bene in un disco come questo. Ma sono rimpianti d'ascoltatore; e questo è tutto per l'in sè e per sè, in ostinata sintesi: le recensioni, questa non la è, son fatte per orientare e per stancare, uno deve scavarsi da sè le sue scoperte e naturalmente c'è tanto di più, ma se vogliamo trovare una morale in tutto questo, allora una domanda sorge inevitabile: perché è importante un disco come Così Vicini? Perché arriva a un certo punto della vita di una musicista, perché riveste, una tantum, di concretezza la retorica, così abusata, della "donna, madre, artista", le conferisce un senso pieno; perché, ancora, fa uscire, quasi trascinandolo, l'indie tricolore da certo atavico vittimismo, dalla patologia ombelicale, quasi schiaffeggiandolo: qui, adesso, si fa sul serio, basta trastulli e maledettismi da frustrati. Non è mai stato il caso della Donà, ma un disco così porta una certa "scena", da lei comunque attraversata, frequentata, verso direzioni più carismatiche, più coraggiose, più individuali. Più artistiche. 

venerdì 10 ottobre 2014

LA GIUSTIZIA ALL'ITALIANA DEL CASO VACCARO


Cose di giustizia all'italiana. All'inizio del 2011 una spedizione punitiva di balordi ammazza a pistolettate il giovane Matteo Vaccaro al Parco Europa di Latina. Vengono condannati in sei a pene pesantissime, uno finisce subito agli arresti domiciliari, dove i carabinieri lo sorprendono stordito di marijuana, quindi evade di corsa e dalla latitanza (verrà successivamente accertato) in Romania, nel settembre dell'anno scorso, scrive a me, poiché mi sono occupato del caso, minacciandomi serenamente come fosse la cosa più naturale del mondo. Segnalo alla struttura di sicurezza specificamente competente che un latitante mi raggiunge via email, e resterà l'ultima volta che ho commesso l'ingenuità di comportarmi da bravo cittadino: se perfino lo Stato ti fa la supercazzora... Con calma, all'inizio del 2014, se lo vanno a prendere: rimpatriato, stava in un casale appena fuori Latina dove aveva festeggiato il santo Natale con la famigliola (anche lei molto frizzante nello scrivermi: conservo tutto l'epistolario). Arriva il processo d'Appello e tutti godono di cospicui sconti di pena: in quattro, tra i quali l'evaso-latitante, escono senza passare dal via. “Sentenza giusta”, dicono naturalmente i giudici: i giornali locali si adeguano (quelli nazionali non si scomodano per così poco, ci sono da riprendere i tweet sessuali della Lucarelli, vuoi mettere?): le sentenze non si commentano. La Corte d'Assise d'Appello è presieduta da Mario Lucio d'Andria, a latere il magistrato-scrittore De Cataldo, oltre, si capisce, ai giudici popolari, cioè praticamente ignari del diritto, giudici di pancia, di suggestione: così funziona, chiamatela democrazia popolare. Adesso, il sostituto procuratore Arcibaldo Miller di persona personalmente ha fatto ricorso in Cassazione per annullare la esemplare sentenza di secondo grado che ha portato in libertà Peruzzi, Toselli, Roma e Ciaravino dopo la condanna in primo grado. Miller vuole un nuovo processo in Corte d'Assise d'Appello per le 4 giovani risorse che si sono viste ridurre la pena di primo grado a 3 anni, 4 mesi e 20 giorni. Come a dire: ah, io non c'entro. Faranno un altro processo, poi un altro e un altro ancora, finché lo stillicidio farà evaporare tutto. La famiglia di Vaccaro è disperata, ma non si dà per vinta: in giudizio hanno tentato di far passare il figlio per un tossico che se l'era cercata, hanno detto che era un semplice regolamento di conti fra balordi. Quando anche, per pura ipotesi, fosse vero, non pare una ragione sufficiente per certe sentenze non diciamo da Far West ma insomma sbrigative, almeno secondo altri giudici, quasi fatte apposta per venire annullate e riproposte ad libitum.

giovedì 9 ottobre 2014

LE SIRENE DI NAPOLI


Abbiamo una naturale fascinazione per Napoli, perché è bellissima, pazzissima, a suo modo integra nel suo essere al di là del bene e del male ma Napoli non può approfittarsi in eterno della sua offesa bellezza e della sua follia. Quello che si legge in queste ore a proposito dei tre balordi che hanno quasi ucciso un quattordicenne in quanto obeso, gonfiandolo con un compressore infilato nel culo, ha dell'osceno: si va dalla teoria dello scherzo, sposata dai genitori dei balordi e dal ceffo dell'autolavaggio teatro dell'impresa, allo sperimentato vittimismo antinordista, al contorto complottismo anti De Magistris, alla immancabile “questione culturale” che al netto dei napoletanismi vuol dire: noi siamo così. Sì, ma non è detto che il mondo debba accettarlo. Intendiamoci, mascalzonate come quella dell'autolavaggio non hanno patria: ma è il modo di giustificarla, per poi romanzarla, per infine epicizzarla, che non si sopporta, non si accetta più. Napoli, il suo anarchismo atavico, il suo far west malavitoso, i 47 clan camorristi che si spartiscono la provincia, la sua colorata invivibilità convivono con un autogiustificazionismo che congiunge Lauro a Saviano passando per Ermanno Rea, per la pletora di attori, artisti, scrittori napoletani impregnati di napoletanismo connivente. Gli stessi che quando Giorgio Bocca scrisse “Napoli siamo noi”, lo liquidarono come razzista. Ma nessuno seppe offrire un rimedio per i mali storici, atavici della città, storici in quanto costantemente ignorati, metabolizzati, derubricati universalmente a scherzo, a questione culturale, a inevitabilità di un destino mitico, omerico. “Mica è morto” ha detto incredibilmente il ceffo dell'autolavaggio, che probabilmente aveva assistito alle sevizie. Incredibilmente, ma appoggiato subito da altri ceffi. Invece il ragazzino sta morendo sul serio, cosa che non turba i parenti dei guappi: “Ma sì, una stupidaggine, come si fa a criminalizzare un gioco?”. Roba che ti vien voglia di metodi non convenzionali, alla guerra come alla guerra.
Napoli è Napoli, ma non può continuare a perdonarsi. E' unica, resta unica grazie e malgrado le sue ferocie e le sue pittoresche assurdità, ma questo ostinato chiudere gli occhi davanti al peggio non si può più sopportare, non si può più subire. Questa faccenda della “questione culturale”, che si traduce con “voi non potete capire, voi siete tutti stronzi”, non si può più avallare. Anni fa, a Firenze, partecipai con Daniele Biacchessi ed altri alla proiezione di un film sulla figura di Giancarlo Siani, il giovane cronista ucciso dalla camorra. Dopo andammo a cena e mi toccò litigare col regista: riusciva a parlar male di Saviano e insieme a difenderlo, liquidava la camorra, manco a dirlo, a “una questione culturale”, ne addossava la colpa agli intrecci democristiani degli anni Sessanta, il fatto che persino Garibaldi fosse stato costretto a chiedere permesso ai signorotti camorristi, che si tramandavano la malavita da tre secoli, il fatto che con la camorra ci convivessero e ci convivano tutti, anche i centri sociali, anche le politiche di sinistra, non gli importava, lo rimuoveva. Di rimozione in rimozione arriviamo all'oggi. Tre balordi gonfiano un povero ragazzino obeso pompandolo su per il culo e il vittimismo partenopeo li glorifica a furor di popolo: urla la madre della vittima, urlano (e minacciano) i genitori dei balordi, urla il ceffo dell'autolavaggio, urla la plebe, urlano i comprimari, urlano quelli che passano più o meno per caso e capisci che non è una “questione culturale” o meglio lo è nella misura in cui serve a non far capire più niente, a disperdere senso, comprensione e responsabilità nell'immenso casino che avvolge, da sempre, questa città più unica che rara. E i giovani non fanno eccezione, non sono meglio, pure loro prede delle sirene revisioniste, autogiustificazioniste. Quando hanno dimesso De Magistris per nefandezze da pubblico ministero, ho scritto che la città non aveva mai avuto tanti problemi. Subito un lettore mi ha invitato a infilarmi “o cazzo in culooo!”. Con tante “o”, urlava pure lui. 

mercoledì 8 ottobre 2014

IL FARO 36/2014


"Il padre di tutti i bioparchi è Our Zoo, serie della BBC appena partita in Inghilterra, basata sulla storia vera di George Mottershead, un reduce della prima guerra mondiale che non riesce a guarire dal suo stress post traumatico...". 
Il resto (e tanto altro) su questo numero del Faro. In spedizione agli abbonati via email da sabato 4 ottobre. Il Faro, l'elettrorivista di MDP.

martedì 7 ottobre 2014

IL SUO MONDO


Adesso io non vorrei tornarci sopra, perché c'è di più urgente al mondo e perché dopo i sorcini m'assediano col loro pensiero zero. Ma il fatto è che il relativo Zero, il cantante, dopo tanto promettere sfracelli se la cava con una mostra retrospettiva su se stesso medesimo di persona personalmente, neanche tanto a buon mercato perché andargli a render grazie costa una ventina di euro. Che uno a tutta prima pensa, ma li mortacci se è questo il modo di far soldi facili campando di rendita. Poi però ci ritorni sopra e sospetti che forse non sia tutto lì, che ci sia una cifra più sottile sotto questo Zero autoreferenziale, questo perenne amministrarsi, questo caso più unico che raro di passato dissodato a forza di rivangarlo. Perché dunque un simile carnevale di ricordi, di canzoni, di copertine, immagini, costumi, materiale, pare, inedito e fin qui privatissimo? Il profumo del successo, il suo clamore, non può essere: ne ha più di prima, dopo averlo momentaneamente smarrito. Al limite, non è neanche il passato individuale che insegue, gli artisti vivono nel presente e, ragionando da industriali, nel domani. Io credo che quello che manca, che questa mostra dovrebbe colmare, non sia tanto, come accade a tutti, chi si era in quel passato, ma precisamente il passato. Un'epopea minima che lui visse davvero come nessuno in quel gran casino dove tutto si mescolava con tutto canzoni dischi tour vita carriera sogni incubi incontri polemiche avventure d'ogni genere anzi transgenere. Ha detto il fotografo che ne immortalò i migliori anni, Arpad Kertesz: “Tutto quello che facevamo era bello”. A quella magia io ho visto restare abbarbicati molti comprimari di quel periodo: per non dire tutti, senza sconti. Era quell'artista a rendere unico quel tempo, ma era quel tempo a rendere unico quell'artista. Una congiunzione di passaggi, il cortocircuito tra le residue ingenuità/crudeltà consumistiche e l'albore della globalizzazione. Lui s'infilò nella crepa del presente con i suoi zatteroni. Il periodo d'oro di questo artista sta in una manciata di album, lungo l'arco di un quinquennio. Dopo, partì la sua crisi e, sarà un caso, anche la caduta di un tempo liofilizzato, che spalancava futuri sempre più sterili. Lunga e fortunata, ancorché perigliosa, è (stata) la vita di Renato Zero. Ma una e una sola è la stagione migliore. Ed è quella, che ci chiama dentro e non smette. Per tantissimi mettere su quei dischi, che han dentro il sapore della città, delle stagioni, di un sole mai più visto, vuol dire rimpiangere qualcosa d'incredibile, violento e struggente come nella scena madre del film “Ciao, Nì” dove portano una gran torta di panna che finiscono tutti per tirarsi addosso e c'è un ragazzo sfigato con gli occhiali che pazzamente assurdamente se la spalma in testa e lui, l'artista, il festeggiato, il sole immobile, tramonta risucchiato dalla folla. Il suo pubblico, che è sempre stato più di un pubblico. Mi ha ricordato una volta il suo compositore migliore, Piero Pintucci: “Lui ha speso la vita intera ad essere Renato Zero, quando urla "vi amo!” ci crede davvero”. 
Se noi tutti abbiamo una nostalgia di rasoio per quel tempo troppo enorme, figuriamoci lui. 

FIGLI DI UN COGNOME


Ci son di quelle cose che se le dici passi subito per gomblottista, ma se non le dici ti senti omertoso. Allora proviamo a mettere in fila i fatti e solo quelli, anche se già così la malizia è insita. Il fratello della presidente della Camera Boldrini, che è un pittore non ispirato al realismo socialista, bensì metafisico, di colpo espone al Maxxi, gestito dalla compagna, in senso lato, Melandri, e in altri musei capitolini. Bene bravo bis. Ora, l'associazione sorge spontanea: potere uguale opportunità. La Boldrini di turno, a questo punto, potrebbe salvarsi nel solito corner di tutti i potenti: che ha fatto di male mio fratello per essere mio fratello? Ma così è troppo facile, è distogliere l'attenzione, dirottarla nel vittimismo; si potrebbe, per esempio, controdomandarle: cosa hai fatto tu di male (o di bene) per essere sua sorella? Il fatto è che dove c'è potere, c'è casa. L'ex rettore della Sapienza Luigi Frati aveva trasformato l'ateneo più mastodontico d'Europa in una trattoria a gestione familiare; il sindaco di Napoli De Magistris, ora sospeso, aveva imbarcato come vice suo fratello, impresario, e diceva: ma lavora gratis. Solo che i soldi, il Demagistrino, li pigliava, va' a capire perché, dall'Italia dei Valori. Tu chiamalo, se vuoi, nepotismo oppure colleganza o semplice coincidenza esoterica, ma la storia d'Italia coincide con quella dei cognomi: per chi li ha. Longanesi ci aveva fatto su pure una filastrocca: “Su fratelli, su cognati, accorrete in fitta schiera...”. Non si son mai fatti pregare. Certo, predicare è facile, se non sei figlio di un cognome: privilegiare la virtù all'opportunità è un'altra cosa, e qui nessuno è Kant. Da nessuna parte, in Inghilterra la chiamano “connection”, e in certi meravigliosi romanzi di Simenon affiora tutta la colleganza, a Parigi come in provincia, dei nati bene, generazione dopo generazione. E che cosa sarebbero i regimi dittatoriali se non prosecuzioni dei reami dinastici? È il mondo: forse in Italia giusto un filo più esasperato, più disinvolto. Più paraculo. Qui ci son figli di un cognome che fanno carriera anche se il cognome è malfamato, perché chi siamo noi per giudicare quel che è passato in giudicato? Poi si sviluppa qualche casato, che ricorda più i Sopranos del protestantesimo domestico: “La famiglia è fonte di benedizioni e maledizioni per un popolo”. L'invettiva di Gide, “Famiglie io vi odio”, non è che abbia molto corso, tira sempre il familismo amorale di Banfield a Montegrano, anche versione “due punto zero”, e il motto “tengo famiglia” ha sempre giustificato qualsiasi nefandezza: gli altri capiscono. Non serve neppure la app “family aid”, perchè sta nel corredo genetico, nel dna: dalle Alpi al Lilibeo chiunque "prima che marito a te, è fratello a me", ogni scarraffone è bello a mamma sua, e del diritto mammifero, amministrato dalle mamme coraggio, vogliamo parlare? Tutti quei parenti illustri dicono dei loro cari: non perché è mio sangue, ma è proprio bravo. Ci mancherebbe. Quando ero giovanissimo, mio padre, commerciante nella Milano frenetica degli anni Settanta, trafficava un po' con tutti, senza andar troppo per il sottile, e capitava anche, niente paura, qualche camorrista. Una sera, a una cena, stavamo tutti sotto il comando di Zio Pasquale, seduto a capotavola con la pistola dal calcio di madreperla sul tovagliolo, e il suo erede, che sembrava Lando Buzzanca, così disse a mia madre: “Signò, voi avrete pure dei bei figli: ma vedesse i miei...”. Ci credo, rispose mia madre.

lunedì 6 ottobre 2014

SENTINELLE SENZA POESIA


Appreso dell'esistenza di questo movimento delle “Sentinelle in piedi” contro le famiglie omosessuali e più in generale i diritti dei gay, mi aveva preso subito una gran voglia di scialar d'ironia, anzi sarcasmo: invece mi sono sgonfiato come un sufflè, ritrovandomi prigioniero d'una gran tenerezza. Non per questi imbecilli, va da sé, e men che meno per i gay come categoria, perché io non sopporto le categorie, poi tendono ad eccedere. Men che meno ancora per questioni di collocazione politica, perché io non sopporto le militanze: sono sempre categorie. Per le persone. Tante ne conosco, e mi son visto i loro occhi, che vogliono solo una vita libera, la possibilità eventualmente di metter su famiglia, a modo loro, che poi non è diverso dal solito modo. E mi ha preso la tenerezza (non il pietismo: bada bene), perché non capisco proprio questa fobia, questa ossessione, questo volersi considerare avulsi più che diversi: ma che cazzo vorrebbero, queste sentinelle? Cosa temono, la fine della famiglia tradizionale? In caso, dovrebbero presidiare gli sterminii familiari, quattro o cinque al giorno: si vede che qualcosa non funziona anche a sposarsi in chiesa, e tra sessi diversi. E non parliamo delle miserie di chi resiste. O basta la messa della domenica? Non sto esaltando di sponda nessuno, perché non mi piacciono le categorie e gli stronzi, fortunatamente, sono dappertutto, e potrei raccontare casi di discriminazione al contrario, che mi hanno ferito, ma non sono importanti. Trovate come queste, delle sentinelle in piedi, in fondo non contano, non arrivano da nessuna parte, il solito trampolino, per qualcuno, per rimbalzare su uno scranno e poco più. Non scomoderei neanche troppo l'omofobia, perché siamo alla caricatura. No, quello che mi infastidisce (e accende la mia tenerezza), è l'intolleranza per dimensioni tollerabilissime, anche per chi ha un retroterra lacunoso, magari per ragioni culturali o stanziali. E i confini dell'accettabilità, chi li stabilisce? Le sentinelle? O qualche libro sapienziale scritto (e interpretato) da altri uomini una ventina di secoli orsono? 
Questa idea di salvaguardare la cristianità impedendo diritti e felicità personali, mi pare francamente claustrofobica, più che fobica; senza cuore, senza poesia. Il fatto poi che questi ostentino, per il momento, maniere morbide, emollienti, me li rende ancora più antipatici, la spietatezza vestita di seta non l'ho mai sopportata, pestare la gente a colpi di piumino (o convertirla a colpi di crocifisso) non migliora la viltà, casomai il contrario. Il genere umano è sempre più difficile da sopportare nel suo gregge, e da comprendere, ma quando si parla di persone, di occhi, la cosa cambia. Le sentinelle presidiano la "famiglia naturale", ma a me questa trincea pare innaturale, e tanto impegno mi mette addosso una stanchezza profonda, frutto di una rabbia rassegnata: proprio non ci capiamo. Sarò patetico, nel mio ragionare emotivo, rileggendomi sulla pelle altre cicatrici di diffidenza e di disprezzo: ma il cartello “Qui non possiamo entrare” mi ha sempre smontato. Di solito, c'è la fregatura: non puoi entrare perché non sei come dico io. E il mondo è fatto di cartelli di divieto, che qualcuno ha scritto.
Tutte le discriminazioni, che poi sono sempre pregiudiziali, irrazionali, mi deprimono. C'è una bella canzone di Lucio Battisti, “Gente per bene e gente per male”. Ogni volta che l'ascolto piombo in una tenerezza che fa un male cane.

BREVE STORIA DI UN NESSUNO MORTO PER NIENTE


La storia del pakistano Shahzad ucciso a freddo nel quartiere romano di Tor Pignattara un mese fa era orrenda e resta orrenda al limite del grottesco. Pasolinismo senza Pasolini, senza neanche una immagine di questo povero Cristo di 50 chili, con un figlio mai visto in patria, qui da quattro anni, che camminava recitando il Corano dopo un lutto recente, cosa non gradita al ragazzotto Daniel, che almeno il nome evada dall'infero borgataro senza tempo. La plebe, compatta a difesa del diciassettenne assassino, addusse la provocazione, l'ubriachezza molesta, ma i primi riscontri, tra i quali l'autopsia, hanno confermato che il pakistano non beveva, pregava, non infastidiva nessuno e il balordo colpì ripetutamente per uccidere, incitato dal padre. Almeno secondo sporadiche testimonianze raccolte dai carabinieri ma già in odor di pentitismo, perché a Tor Pignattara non si scherza. Adesso l'omicida diventa carne per don Mazzi e il padre è indagato per dolo eventuale, ma perché non anche il resto della plebe torpignattara, per falsa testimonianza collettiva e intralcio alla giustizia? Ma finirà in niente, la borgata difende la sua ferocia e il resto lo disperde, riassorbita dalle sue miserie quotidiane, il pakistano Shahzad è già polvere di ricordo che si disperde nell'aria pesante di una borgata, introvabile persino una foto su internet, nessuno ne parla più, anche la feccia dei centri sociali, fra terzo mondo e plebe, sceglie la plebe. Hanno chiesto a una del rione: perché non c'è memoria per questa vittima? Lei ha tirato dritto. 

domenica 5 ottobre 2014

LE VESTALI


Per carità, stancare i tolsciò hanno stancato, formula vacua, usurata, autoreferenziale, però il dato andrebbe, come si dice, contestualizzato, nel senso che tranne un paio d'eccezioni i tolsciò son sempre stati pascolo della sinistra, da quella intestinale del PD a quella parassitaria dei movimenti, che sono la faccia presentabile, ma neanche tanto, della sovversione. Ecco, sono questi ad avere stancato oltre il tolsciò, cioè il contenuto eccede il contenitore, cioè nunsereggonopiù. Questa è tutta gente che ha campato una carriera sul regime, sulla vigilanza democratica, sulla spocchia dei migliori finché a lungo andare qualcuno ha cominciato a chiedersi: ma varrano davvero qualcosa, tutti 'sti milionari a fondo perduto? Ed è partita la valanga. Massimo Giannini sembra Epifanio, Floris è un culobasso, Santoro è riuscito ad andarsi sui coglioni da solo, Fazio è una macchina della saliva, la Gruber adesso va di moda rimpiangerla, prudenzialmente, ma è sempre stata poco più di una megaraccomandata che raccomanda altri raccomandati. E via così. Allo stesso modo in cui, tra due o vent'anni, ci renderemo conto che era demenziale litigare o confidarsi con perfetti sconosciuti su un social, e a maggior ragione con perfetti conoscenti, così la ggente ha finalmente realizzato che è mentalmente insano continuare a pendere da questi mascheroni, le cui performance etiche oltretutto sono imbarazzanti. Santoro, tra una sanatoria e l'altra, fa le trasmissioni per la scuola pubblica e spedisce la prole in quelle private. Spinelli e Maltese, i furbetti dell'euroquartierino, fanno e dicono di quelle cose che disinnescano qualsiasi commento. I mediamagistrati protetti da Travaglio, la triplice Di Pietro-De Magistris-Ingroia, meriterebbero per cominciare un trattato psicosociale. La compagnia di giro di MicroMega non ne ha azzeccata una che è una in 20 anni. Se uno vuole organizzare un fiasco perfetto, non ha che da invitare una qualsiasi vestale della stronzaggine dalla Bignardi alla Dandini eccetera, tutta gente che non ha un cazzo da dire ma lo dice a cazzo. Luxuria, questo patetico ibrido senz'arte né parte, transita da Rifondazione a Berlusconi passando per l'Isola dei Famosi. Saviano è di presunzione direttamente proporzionale all'asineria (scritta e orale). I giornasatiri fanno pena e pietà, affogano nall'autoridicolo. Sabina Guzzanti, pasionaria al silicone, vede dappertutto speculatori mafiosi e mascalzoni poi butta via cinquecentomila euro affidandoli a un faccendiere in odor di mafia. Il suo ultimo pippone amatoriale, manco a dirlo sulla Trattativa, è stato maltrattato da un botteghino di tremila persone, praticamente un condominio e sì che aveva il traino di Venezia, Servizio Pubblico, il Fatto e un po' di scorie antagoniste. Ma niente, nunlareggonopiù manco i lunatici. Il più divertente, suo malgrado, è Daniele Luttazzi, l'edittato bulgaro, il ladro di battutine: ha scassato i cabasisi per due decenni sui megaevasori, uno in particolare, e adesso che gli contestano un'evasione di 160mila euro, manco una sortita (possibilmente originale) per sdrammatizzare. In compenso, l'avvocato mette in scena il festival del clichè: ma come potete pensare, ma vi pare che lui, non c'è uomo più onesto, è tutto un equivoco, gli artisti son così, giuro morissi subito. Che (avan)spettacolo. 

sabato 4 ottobre 2014

GLI INDECENTI


“Profezia che si autoadempie” è qualcosa che deve succedere perché deve succedere, perché lo si è detto, perché qualcuno lo ha deciso. La più gettonata del momento è la grazia a Corona, roba che mette d'accordo vip e giornalisti di diversa estrazione, da Facci a Travaglio passando da Feltri. Tutti concordi nel puntare il dito sdegnato contro la “eccessiva severità” della giustizia, insomma sta pagando troppo, dicono i vip, inorriditi dal saperlo al gabbio anziché sulle barche, nelle saune, le disco, i ristoranti, i posti che tutti loro frequentano abitualmente. Ci sono errori giudiziari? Non si direbbe, Corona ha preso 9 anni per tre diverse sentenze, nessuna delle quali contestata; c'è solo un calciatore che, non in corso di processo ma molto dopo, ha raccontato di avergli sganciato trentamila euro non dietro ricatto ma così, per simpatia umana. Motivo per cui i vip sostengono che nove anni per un rapporto amicale con un calciatore siano uno sproposito. Quelli come Travaglio sono molto distratti quando si tratta dei loro pupilli e così trascurano che Corona è stato condannato in base ai seguenti reati: estorsione continuata e aggravata, bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, diffamazione a mezzo stampa, violazione di domicilio, appropriazione indebita, oltraggio, falsa testimonianza, evasione fiscale, detenzione abusiva d'arma, ricettazione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni ed altro. Nove anni a questa stregua sono sì un errore giudiziario: ma per difetto. 
Ma ai vip tutto questo non importa, non lo sentono, il fotografo dei vip lo percepiscono giustamente come uno dei loro, tradendo una considerazione classista (o gossippara) dell'etica: le leggi, le morali, valgono per i nessuno, mentre noi, che siamo su un pianeta diverso, dobbiamo avere altri diritti, altri trattamenti: “C'è di peggio, i delinquenti veri sono altri” dicono i vip "signora mia" dirottando lo sdegno civile sulla politica, il potere sporco. Col quale Corona notoriamente intrecciava rapporti e non solo se è vero che si vantava di avere entrature nella criminalità organizzata e la DDA di Milano lo attenzionava per questo, oltre che per ritenerlo coinvolto in 73 procedimenti. Insomma un delinquente abituale. Ma Corona era figlio di Vittorio, che faceva il grafico alla Voce di Montanelli dove il giovin Travaglio si formò, lo vide bambino, questa sì che è etica, queste sì che sono motivazioni stringenti. Quanto a Celentano, questo rottame nazionalpopolare che da anni pontifica su tutto con argomentazioni imbarazzanti, senza uno straccio di solidità culturale, ha detto mamma coraggio Corona: ah, Adriano, noi siamo tutti amici, lui e Fabrizio sono così. Così come? Quanto nutrito è l'archivio del “fotografo dei vip”?
Corona non è un perseguitato, è uno che l'ha fatta franca a lungo, uno col quale la magistratura ha portato pazienza oltre il lecito mentre lui la sfidava, sputava addosso a giudici e sbirri, si dava alla latitanza, guidava senza patente, pestava chi gli sbarrava la strada, continuava le sue mascalzonate appena uscito da galera. Ha rimediato una pena cumulativa tutto sommato lieve, che ovviamente non sconterà per intero e anche questo i tifosi vip evitano di farlo presente: ma le leggi sono quelle che sono, e dopo due anni già scontati al massimo gliene restano altrettanti prima di uscire col crisma della vittima, ricominciare, finire a scrivere sul Fatto e darsi alla politica. In Italia ci sono sessantacinquemila detenuti in condizioni indecenti, un terzo senza processo e una buona parte sicuramente innocenti. Ma la grazia viene invocata solo per questo pregiudicato che nessuno considera tale, questo fotografo-ricattatore dei vip, chissà come mai. 

venerdì 3 ottobre 2014

LA CRISI - Cronache dalla fine dell'Italia


E voglio cantare la crisi, la voglio cantare così questa bestia che non si può uccidere e che morde, divora, corrode. La voglio cantare non coi numeri, i dati, le cifre ma coi racconti di quello che è stato, i sorrisi che ho visto piegarsi e spaccarsi, gli sguardi inondati di niente, le fatiche che si sono spente. Voglio riesumare le cronache di un giorno, scritte perché nessuno le ricordasse. Voglio metterci la faccia e la voce, a costo di deludere, di fare stare male. Perché la conosco questa bestia immonda. Perché è quella di tanti di noi. Perché questo, in fondo, è il mio mestiere. Non affogare nelle perversioni, non piacermi così tanto allo specchio, in una bettola televisiva. Ho trovato un teatro, mi basta una luce e qualche goccia di piano. Mi basta che ci siate, perchè viva ciò che è morto.

Sabato 25 ottobre, ore 21,30
Teatro Leopardi di San Ginesio

Voce narrante Massimo Del Papa
Improvvisazioni musicali Paolo Del Papa

giovedì 2 ottobre 2014

CHEAP WINE - BEGGAR TOWN


Forse mi sbaglio, sicuramente sbaglio ma io di questo disco mi sento complice. Perché so esattamente dove e quando ha cominciato a germogliare. Nella mia cucina, una sera di un autunno fa, davanti a un vassoio di pizze. Marco Diamantini ed io ci raccontavamo le rispettive sciagure, né poche né lievi, e alla fine, come a volerle riassumere, me ne sono uscito: quando cominciate a lavorare a un nuovo album? Non lo so, mi ha risposto Marco, non so da dove cominciare, tutto è troppo contorto, ho un grumo enorme che non riesco a sciogliere, ho così tanto dolore da dire ma non posso ancora superarlo. È la tua fortuna, risposi, devi solo lasciare che esploda. Lì il fiore del male cominciò a spuntare, e quasi un calendario dopo ecco qua Beggar Town. E' il primo album di 10 dei Cheap Wine dove le parole sono più importanti della musica, dico meglio, dove la musica, mai così epica, si mette al servizio delle parole, ne diviene ancella. Di lusso, ma ancella. Perché quelle parole non sono più versi e non sono racconti, come nei dischi immediatamente precedenti. Sono diventate confessione, ammissione, resa, sconfitta e fallimento. E i fallimenti, si sa, ce li cresciamo come figli, ce li custodiamo. Sono l'unica ricchezza nostra, conquistati a fatica, col sangue della coerenza, con l'ossigeno dell'isolamento. Eccolo qua Beggar Town: “Non giudicarmi al primo ascolto, vorrei restare a lungo nei tuoi pensieri”, chiede nella sua autopresentazione il disco, confezionato con il solito doloroso commovente amore grazie anche al talento grafico di Serena Riglietti. Vaffanculo a quei loschi trafficanti degli U2 e ai loro frigidi ricatti tecnologici. Qui c'è il calore del sangue. Dodici momenti di sangue. Io continuo a insistere perché Diamantini canti in italiano, lui non vuol saperne ma insomma sono scelte, agli artisti non puoi rompergli più di tanto i coglioni. Comunque ci stanno tutte le traduzioni, così uno non si perde niente. Perché qui davvero ogni parola è spremuta per urlare, per restare, anche per giudicare. Chi siamo noi per perdonare? Chi ci crediamo di essere, e cosa diventiamo se perdiamo la facoltà del discernimento? Questo disco è una lancia spuntata, puntata e acuminata. Rossa sulla punta. 
Il seme del dolore sale dalle radici di un tempo sprecato, che si ribella al suo destino. Che riguadagna dignità, e si mostra con orgoglio in tutte le sue ferite. Lo sappiamo, l'abbiamo capito, nessuna targa per i Cheap Wine, né ieri né mai (del resto, i premi di latta sbaraccano): solo un cazzo di rapporto con un pubblico che non sarà oceanico ma è viscerale. Perché quel pubblico capisce. Perché si rispecchia. Si immerge. Quanti gruppi conosci che possano vantare anche un millesimo dello stesso legame con chi li segue? I ragazzi li conosco tutti, Marco da molto di più facciamo quindici anni almeno. Da ragazzo era un bel ragazzo, biondo, scavato, tipo quegli americani chiari, di ceppo mezzo albino. Poi si è imbruttito, specie negli ultimi due o tre anni l'ho visto accartocciarsi, segnarsi come una foresta; adesso è un uomo di mezza età tutto solcato, lo sguardo è pieno di abissi, sorride poco e le pieghe intorno alla bocca sembrano spaccargliela. Tieniteli cari questi sfregi amico mio, ti serviranno. Ti hanno portato dove altri neppure possono sognarsi, dove non sospetteranno mai. Ti portano in quelle parentesi di due ore dall'inferno che sono i concerti. Ti portano tra le fragili ebbrezze di Utrillo e Modì, fra le infangate speranze e la realtà di vetro, nella luce di chi non c'è più e nella merda di quello che c'è, che manca, che poteva esserci e che non sarà mai. Si diventa vecchi, amico mio: ma non è mica un male, se sai come farlo. Se ogni taglio serve. La tavolozza sonora non è mai stata così impiastricciata, ricca di sfumature, perfino quasi il jazz, i capricci progressive, le evocazioni sinfonico-zappiane (in coda a Your Time Is Right Now), le ballate rarefatte, le slide che allungano cavalcate elettriche, loro marchio di fabbrica, che però non inseguono più la polvere di sogni ma di incubi, sempre quel senso di bruciore anche quando vorrebbe essere dolcezza, quel ronzio di chitarra che innerva il brano eponimo, quelle tastiere che sanno essere altrettanto umbratili (è un disco di ombre lunghe questo, seppur chiede il sole, guarda il video e dimmi se mi sbaglio). Si apre su tenui dissonanze di piano e s'inoltra subito nel blues. Con un suono terso, pulito. E la voce di Marco è ormai rotta come lui; e chi cazzo ha più voglia di scherzare, casomai danzare come pupazzi grotteschi; e a questo punto suonano come professionisti senza mai perdere il meraviglioso dilettantismo che è solo dei migliori. Sbaglierò: ma suonano come se non avessero più niente da perdere. Eppure non si rassegnano, sembrano dire: perderemo, ma vi facciamo vedere come. Da mendicanti di classe, a testa alta. Lungo, più d'un'ora, per non tenersi niente dentro. Meno male che faticava a uscire, 'sto disco. E poi Beggar Town, parliamoci chiaro, mica è Pesaro o un ristorante ucciso, è l'Italia, questo lavoro è la colonna sonora di un viaggio nel Paese annaspante, pescione sull'asfalto.
Un altro album i Cheap Wine, un altro giro, e quel pubblico, poco o tanto che sia, che tiene viva l'ultima fiammella. Noi sappiamo, Marco, che se anche quella dovesse spegnersi nulla c'impedirebbe di prenderne atto e farla finita: la nostra parte qui, bene o male l'abbiamo fatta, qualcosa pure lasceremo, il Padreterno si trovi qualche altro stronzo da torturare.