lunedì 22 dicembre 2014

IL MIO SOCIALE


Tra gli effetti perversi di MafiaCapitale, la santificazione a feedback del mitico “sociale”: non è tutto così, le cooperative di Buzzi sono poche mele marce, c'è tantissima gente che ci crede e si spende per un mondo migliore. Davvero? La mia, di esperienza, è leggermente diversa, non sarà sovrapponibile al romanzo criminale di Buzzi e compari ma parla comunque di un ambiente improbabile, approssimativo, utilitaristico. Lo conosco, quel mondo, fin dal 1990 quando, fresco di laurea e di convinzioni edificanti, andai a fare servizio civile in una comunità di accoglienza per poi restare comunque legato, anche scaduto l'anno, ad una dimensione nella quale credevo. Fu una esperienza di cui non mi pento, ma anche perché dovetti imparare a difendermene a più livelli, non ultimo quello psicologico. L'insidia del lavaggio del cervello era perenne, sono ambienti fortemente ideologizzati, che sondano di continuo il grado di fedeltà di chi entra, per capire se potranno contarci anche in prospettiva. Molti raggiungono questi che considerano asili, in fuga esistenziale dal loro passato e da loro stessi, ben decisi a trovarsi una chiesa nella quale arrendersi col pretesto della solidarietà, dell'altro mondo possibile (quello loro, in definitiva). 
Così, già in quella Comunità, che poi si chiama Capodarco, ebbi modo di imbattermi in moltitudini, stanziali o di passo, di nullità disposte a tutto pur di non fare niente. Gente che si creava la propria nicchia al di fuori del mondo e qui cresceva in spocchia ed insipienza, mescolando le buone intenzioni di facciata ad altre, dissimulate quanto inconfessabli, col fanatismo sociale a coprire atteggiamenti e finalità discutibili per dire il meno. Le stesse che più avanti riscontrai, tangenzialmente, in altre sedi, istituzioni, enti. Le eccezioni - e parlo a un livello generale, non di uno specifico contesto - poco potevano nobilitare sodalizi fasulli, composti da stratificazioni di inetti che fuori da quei microcosmi sarebbero stati perduti e invece all'interno di queste sette trovano modo di fare famiglia e di prosperare alle spalle della istituzione che li accoglie e dello Stato che la foraggia. Perché il business, come lo chiamano gli stessi cosiddetti operatori nelle intercettazioni, c'è, e c'è per tutti, in una sorta di Stato sociale nello Stato sociale, una Matrioska perversa. Io ho visto intere famiglie di sedicenti operatori che formalmente non possedevano nulla, ma in sostanza disponevano di tenori di vita oltraggiosi tra villette (basta prendere in ricovero un ragazzino sbandato per qualche tempo, e poi sostituirlo, una volta cresciuto, dopo averlo debitamente spremuto come sguattero), automobili, gadget, spese e bollette regolarmente a carico dell'organismo che li racchiudeva, avevano perfino gli schiavi in forma di volontari, obiettori, scout di passaggio (e le gentili signore, qualche volta, non si trattengono dall'esigere prestazioni extra, forse in considerazione del repellente aspetto dei legittimi consorti o compagni, sul modello spelacchiato del contestatore anni '70 fuori tempo massimo). 
Ho visto equivoci “funzionari” umiliare chiunque aveva la disgrazia di capitare a tiro, con preferenza per le volontarie, maltrattate con accenti maschilisti tali che altrove sarebbero valsi un arresto immediato (mentre in quei contesti passavano tranquillamente come normali, perfino virtuosi: visto che duro che è lui?). Ho osservato ambigue figure di santoni, di imbonitori, di morbosi, di stalker. Ho incontrato parassiti di ogni risma. E quando sono passato all'altra illusione, quella dell'antimafia, mi sono imbattuto in soggetti e situazioni perfino peggiori. Per questo non mi ha fatto nessuna impressione apprendere cosa diceva quel militante di SEL al telefono, parlando di “business dei migranti dopo quello dei vecchi e prima ancora dei tossici”. SEL, all'osso, è la vecchia Rifondazione Comunista, che in Sicilia, mi raccontarono, aveva fatto da cavallo di Troia per infiltrazioni mafiose all'interno di Libera del don Ciotti, questo leone della solidarietà, nel senso della parte del felino corrispondente, che si pappa di regola la stragrande quota di risorse erogate dai vari organismi oppure sequestrate a quei carognoni di mafiosi, con odio feroce, di cosca, da parte dei concorrenti. Perché va considerata, si capisce, la potentissima nube venefica di sospetti, maldicenze, invidie, fino alle autentiche maledizioni che regna in quel soffice, all'apparenza, mite e colorato mondo della solidarietà. Come per ogni business che si rispetti. Se volete saperne di più, torno a raccomandarvi il romanzo “I Buoni” di Luca Rastello, che si nasconde dietro un dito ma è palesemente dedicato proprio a san Ciotti e alle sue multinazionali del Bene (anche se poi lui va a presentarlo in altre multinazionali concorrenti). 
Un mondo dove si fabbricano molte chiacchiere, molte Carte ipocrite che vietano parole, no clandestini, no immigrati, solo “migrantes”, e poi si accoglie da Madonna una torturatrice assassina come la BR Brachetti. Dove si producono molti studi insussistenti, molti progetti utili a mungere finanziamenti, ma in concreto si fa poco e quel poco si fa male; e anche questo è perfettamente organico, anzi fisiologico visto che quella del benefattore è una professione recente, cresciuta avvitata su se stessa (più precisamente sui disperati), empirica, e, come per tutte le faccende messe insieme a forza di tentativi, impregnata di approssimazione, di retorica, di improvvisazione (e qui si aprirebbe un ulteriore capitolo sugli effetti, regolarmente soffocati, dei quali manco io posso parlare perché, pasolinianamente, non ho le prove, non le ho più e soprattutto non ho possibilità di far fronte a eventuali conseguenze). Del resto, vi basta far parlare un prete sociale, o di frontiera, o di strada, o di minchia qualsiasi, per riscontrarne tutta la volatilità: sembra di sentire Wanna Marchi. Sotto queste curiose figure mitologiche, e intoccabili persino fiscalmente, cui lo Stato ha delegato ogni imcombenza possibile e immaginabile, disinteressandosi di tutto a partire dalle conseguenze, un esercito di incapaci, ciarlatani, parolai, fino ad autentici ladri e maniaci (non posso che ribadirlo). Davvero uno Stato nello Stato, che continua ancora oggi a nutrirsi come una tenia delle risorse pubbliche, convogliandole nelle proprie comunità ed istituzioni nei casi “virtuosi”, dirottandole nel crimine senza scrupoli altrimenti. 
Poi, la fuffa delle interviste combinate e dei servizi da telegiornale con sotto la musicuzza languorosa, sono un'altra storia, sono la versione edulcorata che ci vuole, sono l'illusionismo dopante, sono i trucchi che alla gente piace vedere. Perché la tranquillizzano, la inducono cattolicamente a credere che, nonostante tutto, il mondo è buono, e gli scandali della cooperazione e della solidarietà sono insignificanti variabili impazzite, che non fanno testo. Nella mia esperienza, è vero il contrario. Una moltitudine di scemi, sfruttatori, sfruttati, tossici più o meno “ex”, alienati, deviati, opportunisti, abusivi, purtroppo anche per mansioni sanitarie, agli ordini del mistico di turno ma soprattutto delle proprie pulsioni, inettitudini, ambizioni. Questo è il mio sociale, così come l'ho attraversato.

sabato 20 dicembre 2014

venerdì 19 dicembre 2014

MI PIACCIA O NON MI PIACCIA


Corse e rincorse storiche. Più d'una volta ho raccontato di una passione giovane, un fumetto, quel Daniel che ha segnato la mia adolescenza e non smette di riportarmela, ne custodisco ogni albo in un apposito spazio che mi segue casa dopo casa, parte di me fin dal 1975, fanno 40 anni. Bene, ho appena scoperto la versione digitale, che ovviamente mi sono subito scaricato per dirottarla sul Kindle: che spettacolo, e vado ad immergermi per l'ennesima volta con la colonna sonora di sempre, “Paris”, il live dei Supertramp del 1981 (se non sbaglio). Per non sbagliare, pure questa in versione digitale, formato MP3. 
Me ne sto qui sdraiato,  sprofondato nel passato ma proditoriamente una melanconia mi sfregia: sì, sono 40 stagioni che rispolvero questo fumetto, ho fatto in tempo a crescere, maturare (fino a un certo punto), imbiancare, perdere gente lungo la strada, perdermi io stesso, chiedermi chi sono stato, cosa sono ormai, ne ho vissute di cose e Daniel sempre qui, cambiano i formati, i supporti ma l'anima è la stessa, lui non tradisce mai, lui c'è. Fino a quando? O meglio: fino a quando io ci sarò per lui? Altri 40 calendari, mi pare improbabile. Mi piaccia o non mi piaccia, sono partiti i miei conti alla rovescia, tutto ciò che faccio ha il sapore della consunzione, di una dimensione che si sfilaccia, posso fingere, rimuovere, pretendere di scordare ma non mi servirà, ogni riscoperta è una volta in meno che rimane, un rituale che si assottiglia, una replica in meno dello spettacolo: e nessuno sa quando si chiude, io non conosco il giorno dell'ultimo sipario ma adesso è più probabile, più vicino di prima. Lo sento. Dischi, libri, fumetti, i mosaici della mia vita non invecchiano ma mi guardano appassire, inesorabilmente, la tecnologia li ringiovanisce, li rende più leggeri, li insuffla quasi nel mio corpo, pezzi di me, ma io perdo i miei pezzi. Forse, sono pensieri questi che avvolgono chi ha troppo tempo, e così si permette il trauma di vederlo scorrere, di sentirlo mancare il tempo. Ma questi pensieri spettrali pure celano una realtà spietata: di colpo il disco che mi ha fatto sognare ha il suono dell'angoscia, le tavole che mi portavano via si staccano da me, consumati miraggi, vicine, così lontane. 

mercoledì 17 dicembre 2014

NON NE VALE LA PENA


So già che mi attende una sacra demonizzazione, ma non me ne importa. Accetto tutto ma non la cassazione della logica: se esco fuori, costruisco un ordigno, cerco di ammazzare qualche sbirro, devasto, pesto e brucio, cosa sono? Per la Corte d'Assise di Torino non un terrorista ma un benemerito, a patto di farlo per squisite ragioni “No”: Notav, Nonukes, nocazzo. Cioè cascami di un'ideologia che coincide con quella della magistratura: fascista fino a tutto il dopoguerra, comunista, senza se e senza ma, dagli anni '60 in poi (e se vi pare eccessivo, andatevi a rileggere le teorizzazioni d'antan in seno a Magistratura Democratica e altrove). Vien voglia non dico di scappare da questo Paese, ma anche solo di rinunciare a criticarlo, di cercare di spiegarlo. Che ti spieghi più, se dopo una sentenza del genere subito i notav, drogatissimi, occupano un'autostrada col pieno consenso delle istituzioni? E che altro ci deve scappare per far scattare una accusa di eversione? La morte, giustamente, di qualche brigadiere? No, neppure quella basterebbe. Adesso dico una cosa che toglierà le residue speranze in chi mi crede ancora recuperabile: anzi, ne dico due, tra loro collegate: una; se scalfiscono uno di questi dementi armati, partono sparate le contorsioni, le vesti stracciate al grido di fascismo, Guantanamo, regime di polizia, Pinelli, Calabresi boia, Genova per noi, mentre i pulciosi fannulloni vanno sostenuti e incoraggiati ad attentare e devastare; la seconda cosa è che per l'appunto non voglio più sentir parlare di Genova, di Giuliani e del resto della paccottiglia strumental-ideologica, talmente sfruttata, usurata, inflazionata da suonare falsa come una moneta da tre euro. Ci cascai pur io, mi pentii, mi sono rotto, non ha più senso, non la sopporto più questa ipocrisia. E concludo alla maniera di uno che ha imparato a vivere e anche a malvivere: Stato e Antistato, istituzioni e eversione, legalità e mafia, vittime e criminali, fate quel cazzo che vi pare, basta che state lontani. Tanto questo buco infernale di Paese, che sta finendo esattamente come merita di finire, è tutta una banda e non voglio più sentire nessuno, non mi interessa di chi vive e chi muore, non me ne può fregare di meno se cade un giudice, uno in passamontagna o uno di passaggio purché succeda distante dalle mie stentate occupazioni di suddito idiota che per mezzo secolo ha creduto ci fosse un confine tra giusto e sbagliato, democrazia e impunità, onesto e farabutto. E che oramai non crede più né alla giustizia umana né a quella divina, ma solo alla sua. Vale anche per chi ha la bontà e la pazienza di continuare a seguirmi: non aspettatevi più commenti sulla fogna di giornata, non ne vale proprio la pena. Siamo intesi?

martedì 16 dicembre 2014

lunedì 15 dicembre 2014

UN FOTTUTO BISOGNO


Stavo mangiando, son capitato sul Sat 2000 dove mandavano il “Cuore” con Johnny Dorelli che fa il maestro. C'era la scena di Franti che piglia in giro Precossi perché suo padre è un alcolizzato che lo picchia. La scena è strappalacrime, che te lo dico a fare, ma io ho avuto un moto di fastidio più ripensando all'elogio snob che del teppista faceva Umberto Eco. Non l'ho mai capito. Oggi ancora meno, che son vecchio, la mando giù quella classista esaltazione del bullismo con tutti i birignao del caso, le manfrine pseudocolte, i paradossi arroganti, le strizzatine d'occhio al brigatismo ruggente. La solita rivoluzione da salotto dei baroni, dei mandarini che si schieravano sempre coi violenti che coincidevano coi loro figli, l'elogio dell'impunità che da decenni ci sta addosso come un'ombra mefitica e indisperdibile che, a forza di elogiare il Franti di turno, ci ha portati all'irreversibilità dell'infamia. Io il Franti che fa soffrire un compagno pieno di lividi e di vergogna, che lo umilia a quel modo, l'avrei preso a bacchettate nei coglioni. E mi dava sollievo, un banalissimo, patetico sollievo il grosso e lento Garrone che si alzava a proteggere il compagno inerme dalla carogna strafottente. Non contento, ancora un par d'anni fa sull'Espresso sdottoreggiava usque ad minchiam il vecchio trombone (uso un dissacrante linguaggio iconoclasta umbertino alla Franti, Eco non potrà che apprezzare), citandosi e ricitandosi come fanno i vecchi: “Franti ora è fuori dalla scuola. Non è morto, studia sui fogli della controinformazione. Sinché l'ultimo capitolo di "Cuore" non sarà scritto, il nemico sarà sempre Enrico, che studia sui libri di testo bugiardi ciò che non ha capito Carlo Marx”. Sai che c'è? Se ne andassero affanculo Franti, Umberto Eco, don Milani, la controinformazione, la sinistra progressista e pacifista che stravede puntualmente per i delinquenti, il pensiero cattolico fondato sul perdonismo ignobile, l'esigenza di salvarne uno (che non si fa salvare) condannando le cento sue vittime. Dopo tanta ingiustizia (e affarismo) spacciata per misericordia, accoglienza, recupero, solidarietà, sento un fottuto bisogno di normalità, magari anche di ingenuità, comunque di quell'umanità che, se necessario, passa per le pedate nel culo del prepotente.

venerdì 12 dicembre 2014

FIORI DEL MALE


Perché i mostri, amici miei, ci sono
Grumi di squallore e di ferocia
Che non vuoi accettare, ma ti piace
L'idea che siano atroci in vece tua 
Non li guarirai con i tuoi sogni
Perchè i mostri impregnano di sé
Tutta la tua vita che verrà
Spengono ogni sole, ogni domani
Perchè i mostri, amici miei, ci sono
E non è vero che si pentono
Sono fiori carnivori del Male 
Sono fieri di quello che sono
Pura atrocità senza misura
Ignorarlo non ti servirà
Se li lasci ancora in libertà
Loro ci riprovano, ti giuro
Perchè i demoni, amici miei, ci sono
E hanno intorno altri come loro
Non trovano strano quell'orrore
Se ne nutrono. Sentono che è buono
Perchè i mostri, amici miei, ci sono

IL FIUME DI LORIS


Loris era un bambino nato per niente. Figlio di una madre bambina, pazza, che non lo amava, figlio di un padre lontano, che su di lui scaricava sospetti e certezze e frustrazioni. Loris che parlava poco, che non si fidava, lo sapeva lui perché, e aveva chiesto di fare le arti marziali, forse per l'illusione del coraggio e della forza, forse per stare in compagnia in un posto sicuro, dove fingevano soltanto di aggredirlo. E ha passato otto anni senza luce e poi il destino lo ha inghiottito come una voragine piena di denti e lo ha masticato senza pietà. Come nel peggiore degli incubi. Come nel peggiore dei film. E io, che specchio me in quel bambino esitante e forse la mia compiaciuta disperazione, sono qui che mi chiedo a cosa serve nascere, resistere, esistere così. Io non capisco più nessun senso, ma un uomo vestito di bianco o di nero non può venirmi a parlare di premi, di angeli, di pace divina. A cosa ha portato la vita di Loris, quel fiume di dolore che scorreva sempre, quieto e implacabile e adesso evapora nel cielo e lascia polvere di ricordo? A cosa è servito ogni orrendo minuto di speranza se il coraggio si ferma in un canneto pieno di denti? L'uomo è cattivo, la sua pazzia è cattiva, divora umanità e eternità, cattiva è la gente che piange, cattiva è la vita che ti fa chiedere che senso hanno i miliardi di Loris della terra e del tempo e nessun folle vestito da gelataio o da becchino può convincermi che c'è un senso in quell'atroce sperare. 

giovedì 11 dicembre 2014

FARO 45/2014

"In giro solo negozi che chiudono, gente che si arrende. Mi ha detto stasera una: "Siamo qui dal 1955, il prossimo sarà l'ultimo giro: non è solo la crisi, non sono solo le tasse, è la burocrazia che ci mangia di più, che ogni giorno moltiplica adempimenti, obblighi, adesso anche su internet, e sfianca e sfinisce..."
Copertina speciale per numero speciale. Tutta l'attualità, la rabbia, la denuncia, ma anche tante citazioni sottotraccia: le colga chi può! 
Il Faro. Tutto dentro.

martedì 9 dicembre 2014

OGNI IMBARCO


Ad ogni partenza, qualcosa succede. Sempre. Ogni imbarco è un destino, qualcosa accadrà. L'ultima volta, non più tardi di venerdì, sono rimasto colpito dalla inesorabile casualità dei posti prenotati: manco una fanciulla gradevole, io non sono di quelli che attaccano bottone sperando in un boccone, poi non mi nascondo l'età che mi rende più simile a uno zio, è solo la possibilità di una piacevolezza, scambiar due parole, incuriosirsi fino alla discesa, la mia, la tua. Invece solo avanguardie novecentesche, la più interessante era la morte con uno scialle di lana, due occhi cattivi e la piega della bocca di chi si lamenta per missione. Ce l'avevo di fronte, un personaggio di Simenon, mi guardava che la guardavo, affascinato, e dubitava. Ad ogni partenza qualcosa si incontra, si conserva, si butta via. I lunghi minuti da riempire nelle stazioni che conosci a memoria ma ti trattano da estraneo, da numero, nessuna intimità. Ricordo gli edicolanti di mezza Italia io, sempre quelli, ogni viaggio più vecchi, loro che non si spostano, figuriamoci io. Loro non mi ricordano. Nessuno mi ricorda in una stazione. Tranne forse la cappellina di Ancona, dove corro ogni volta che scendo: tanto la coincidenza è regolarmente in ritardo. Venerdì c'era don Bosco sul muro, ho sbattuto contro un arredo, ho trattenuto una Madonna, mi è parso che sorridesse. Incontri, sorrisi di circostanza oppure veri, e sentirsi cambiato, meno incline allo scherzo, alla complicità, ma poi quelli che son venuti per te, e ne hanno fatta di strada, non puoi liquidarli con un grugno e allora torni indietro a chi non sei già più e ti senti troppo vecchio per questo gioco, ma non sai come uscirne. L'ho già detto, quello che mi piace dei miei appuntamenti è che non sono mai frigidi, sono pezzi di vita nati dalla vita che alla vita ritornano. Sono bravo in questo, trasformare un cerimoniale in complicità, e a un certo momento, non saprai mai come, l'occasione è un pretesto: c'è una maestra che ritrova il suo alunno, ci sono amici miei che diventano amici, ci sono distanze azzerate. E a stappare la bottiglia magari è il critico che castiga tutti, l'avresti detto lettore, mentre ti riempie il calice? Chi altri conosci, che ti sappia compromettere così? E il merito è anche tuo, amico lettore, ma trovami una scimmietta ammaestrata da palinsesto che lontanamente si avvicini al più remoto sospetto del rapporto che io ho con te. 
Parole, formule, atteggiamenti e la cosa che deve succedere, succede, un piccolo spettacolo ogni volta, succede da solo, senza cercarlo e dura quello che dura, in un attimo è andato e dopo c'è la cena, c'è l'albergo con una stanza piena di solitudine, i primi tempi mi elettrizzavano le stanze, l'idea di starci dentro da solo, quella specie di riservatezza staccata dalla vita, quel sentirmi padrone di fare il comodo mio, che poi non è diverso da casa, anzi è molto meno confortevole, salvo scoprire che tanto non fai niente di che, ti stendi sul letto, leggiucchi qualcosa e poi spegni e non dormi. Si dorme per dire in albergo, c'è sempre qualcosa che non torna e dopo ti alzi presto e corri verso il treno e ti stupisci che sia già tutto passato, la testa piena di sorrisi, parole, incontri, strette di mano, saluti e qualcosa di più e qualcosa di meno addosso. E un altro ritorno, e ore ritardate d'attesa sulle banchine, e sentirsi più solo di ieri e scendere stranito ritrovare gli angoli dove ti annoi ogni giorno metterci un attimo a ricascarci dentro e una stanchezza impercettibile, da reduce di pace che si racconta com'è andata.

sabato 6 dicembre 2014

ROMA OLTRE LA FOLLIA


Puoi averne viste tante, scritte tante, puoi avere ricevuto tante accuse di disfattismo, di catastrofismo ma questo Paese riesce ancora a sorprenderti. Nel peggio. Già è difficile accettare che uno come Carminati, enfant prodige del terrorismo malavitoso, stenda ancora adesso, a 56 anni, le mani sulla città; ma almeno lui fa il suo mestiere, che è sempre stato quello del boss. Quello che d'altra parte colpisce, che non riesci a spiegarti, è come possa uno come Buzzi, un estremista, un boia che aveva ammazzato brutalmente una prostituta, arrivare fino nei gangli della burocrazia centrale, diventare un pezzo pregiato di quelle istituzioni che d'altra parte si premurava di ungere senza scrupoli e senza sconti, quasi fagocitandole: da destra a sinistra, passando per la banca dei grillini, e poi le multinazionali del Bene come quella di don Ciotti, fino ai compagni del Manifesto. Tutti più o meno finanziati o partecipati. Come fa un ultracomunista già condannato per omicidio a diventare quello che materialmente dirige i traffici romani, in combutta con un superboss come il fascista Carminati? “Siamo troie, dobbiamo venderci” si dicevano i due al telefono. E vendevano e soprattutto compravano. “I soldi veri si fanno cogli immigrati non con la droga”. E giù i tariffari per i politici, elenchi che non finiscono più. Passi l'uomo di malavita, passi la sua ramificazione criminale cui attingevano guitti come Mammuccari, neomelodici in odor di camorra come D'Alessio, calciatori famigerati come De Rossi; ma un femminicida notorio come elemento privilegiato di sindaci, assessori, consiglieri, perfino ministri? No, c'è qualcosa che va oltre la comprensione e perfino oltre la stessa alienazione, la follia più scatenata. Hanno voluto la soluzione politica per gli anni di piombo, l'amnistia di fatto, ma non si è andati troppo oltre col garantismo criminale, con la cancellazione totale di qualsiasi ostacolo alle cariche pubbliche o in rapporti con le medesime per assassini, stragisti, gente per la quale il passato insanguinato chissà perché non dovrebbe in alcun modo deporre, neppure in via cautelativa? Tutti col Vangelo-bignami, la gente cambia, si redime, il bene trionfa, chi siamo noi per giudicare. Ma un diritto fideistico per una nazione è devastante perché questa gente non cambia e non si redime; eppure solo per loro, i più feroci, i più spietati, i precedenti non valgono. Che tipo di Stato sia, che tipo di ordinamento sia questo che spedisce individui del genere nel cuore delle istituzioni, che premia la malavita, le affida cariche e prebende, davvero non si riesce a capire. Forse un diritto africano, dittatoriale. Ma lì almeno si sa, è pacifico che il più brutale vince e mantiene il potere con metodi brutali. Noi invece lo chiamiamo democrazia, ci stordiamo di polemiche e tornate elettorali del tutto inutili, mistificatrici. Ci va piano anche il cosiddetto servizio pubblico, dal quale apprendiamo che tutti sapevano più o meno tutto, però non potevano dirlo. Forse per paura, forse per collusione. Pare che uno dei centri strategici del boss Carminati fosse proprio il bar della Rai Radiotelevisione Italiana a Saxa Rubra. 

venerdì 5 dicembre 2014

IL MIO AMICO IL FRANCHI


A beneficio di chi si scandalizza quando parlo dei miei amici artisti sul mio blog del cazzo (lo capisco, bisogna essere professionali e farlo dietro equo compenso), vi parlerò di un amico artista. Andrea Franchi, per chi gli vuol bene “il Franchi”, sta lavorando a un nuovo disco per il quale, come ho accennato in altra sede, tenta la strada del crowdfunding. Anzitutto gli lascio la parola, perché è parola di artista, umile e orgogliosa: “Sto chiedendo a Voi amici più cari una collaborazione, un gesto, per questo nuovo e terzo album. Un piccolo pensiero da parte Vostra per me può essere determinante per raggiungere un bel risultato e promuovere il disco, (bastano pochi euro) ma se proprio non ti va o non puoi, un aiuto importante sarebbe condividere questa iniziativa sui tuoi canali con i tuoi amici (facebook, twitter, mail, mettendo il link http://www.musicraiser.com/projects/3168-nuovo-album) e iscriverti al sito per seguire l’andamento del mio progetto. In questo modo sarà possibile contattare più amici possibile, far girare la voce e trovare tante adesioni per raggiungere il nostro obiettivo!”. 
A questo punto subentro ancora io. La piattaforma, come specificato, è Musicraiser, e, se vi fidate del vostro scribacchino preferito, quali e quanti che siano, saranno soldini spesi bene; sarà un investimento in gioia. Perché il disco, io l'ho sentito nascere. Ho ascoltato i provini in occasione del nostro minitour su Carlo Petrini, lo scorso maggio, constatando (già ve lo raccontai) con quale fantasia e velocità il nostro il Franchi sappia trovare soluzioni spiazzanti, specie quando non gli tornano i conti: allora lui, semplicemente, tranquillamente, fa altro, non si incaponisce, non fa il giro lungo, piglia proprio un'altra strada. E arriva sempre dove deve arrivare. Il disco è stracolmo d'invenzioni, generi, idee, contraddizioni – almeno fino a dove io l'ho ascoltato; poi il lavoro sarà continuato, e non ne ho saputo più altro, fino all'attuale fase di completamento, per la quale il Franchi chiede aiuto al pubblico. Non concede niente a nessuno, cioè lui fa precisamente la musica che sente nella testa: e solo quella, e non una nota di più né una di meno. Uno degli artisti più integri, più devoti alla musica che mi sia stato dato d'incontrare. Anche uno che d'istinto sa suonar tutto, di quelli che sembrano fatti apposta dal Padreterno per tirar fuori qualcosa pure da un fischietto, o un sasso, ed è uno spettacolo vederlo rimbalzare, questo Pinocchietto ora apollineo ora dionisiaco, da un tamburo a una elettrica a una tastiera a un'acustica a uno strumento escogitato lipperlì. In studio è incontenibile, si fatica a stargli dietro, però anche rigoroso al limite della tigna: ed io ne so qualcosa, perché lo sciagurato ha preteso prove estenuanti per il nostro spettacolo, senza riguardo per l'età (mia) e per l'alba che incombeva. Nei tempi morti, mi faceva sentire spezzoni del disco in embrione, ed anche li stravolgeva, ritoccava, definiva: “Ti piace? Che pensi? Funziona?”. E gli s'accendevano gli occhi. 
È sempre un'emozione violenta, praticamente un trauma quando ti nasce un'opera. E questa, garantisco, sarà da scoprire davvero. Il Franchi non è uomo da marchette, avendo idee troppo precise e personali sulla musica per contrabbandarle; per cui sceglie di rivolgersi a quel mare di facce senza volto che è il pubblico. Senza volto, ma con un cuore. Non vi dico altro, se non che io per primo aspetto avvisaglie del 2015 per sentire cosa sarà nato da quell'ecografia che ebbi il privilegio di sbirciare. 

giovedì 4 dicembre 2014

FARO 44/2014

Quello che non trovi sul blog. Che va più giù, fino in fondo. Che non leggerai altrove, mai. Quello che viene su dalla rabbia e dal silenzio. Che solo tu puoi far vivere, leggendo. Quello che ti arriva ogni sabato, puntuale, in posta elettronica, partisse anche da un treno in puntuale ritardo. La tecnologia aiuta, ma il Faro è sempre orgogliosamente scritto dentro, prima. Fuori dal tempo ma dentro al mondo. Il Faro. Tutto dentro.

domenica 30 novembre 2014

METEORE


Grillo da meteorismo a meteora è un exit micidiale, ma più asfissiante è lo show dei grillini di complimento che si stracciano la casacca (di forza): c'era quello, in Rai, che lottava contro la kasta, Metalli mi pare si chiamasse, e non lasciava prigionieri né scie chimiche: è ancora 5 stelle heavy metall? Quell'altro, l'ex leghista coi braccialetti in quota grilla, pietra di Paragone dell'indipendenza, che fa, andò va? Nella fuga generale, il meglio Fico del Direttorio annuncia alla nazione: “Qui dentro non comanda nessuno”. Di bere in meglio, ma passa perfino la voglia di ridere. Se ne trova più mezzo, davvero, e non si capisce dove siano finiti tutti quei cantanti, attori, scrivani, ggente comune, e spesso fuori dal comune, convinti che l'ex cabarettista fosse l'ultima thule, spiaggia, spes. Qualche biografo, che ci ha campato per anni, si sta penosamente riciclando a spiegare oggi quello che non aveva capito ieri; il suo motto potrebbe essere: “Non ve l'avevo detto” (però ce lo dava lui, il Grillo). Travaglio, grilletto number one, adesso, solo adesso si accorge d'aver sponsorizzato per anni e annorum una setta dall'esito scontato come per ogni setta: il suicidio di massa. Ma questa sarebbe gente intelligente, gente che insegna al mondo a stare al mondo? Questi, sempre sull'orlo di una crisi di nervi, sarebbero i vergatori con le palle, che perfino le biondine da ballatoio televisivo li asfaltano? La parabola di Grillo è grottesca, perfino più di una Valentina Nappi che rende la sua fica (nel senso della metonimia) un luogo comune, perfino più di una Melissa P(ippa) convinta di essere scrittrice, una che a 30 anni vive di ricordi e tarocchi, ma può consolarsi: la sua (proprio tutta sua?) opera prima forse non finirà negli annali ma negli anali ci entra di diritto. Ma il MoVimento 5 Stelle, strampalato già dalla grafica, è peggio, è più straziante: grillini svendesi, occasione, solo per oggi! Non era difficile presagire l'implosione di questi Testimoni di Genova, a patto di avere mente funzionante e magari libera da intenti finalistici. Non ci voleva un genio così come non ci vuole, oggi, un Nobel a constatare il drammatico riciclaggio di grillaggio sporco: si smentisca chi può, grillino io, quando mai, occhio che la querelo, io quello non l'ho mai votato e soprattutto non lo rivoterò. Li vedi, questi antitaliani: sono i più arcitaliani, i figli illegittimi di Petrolini, trasformisti da rivista (nemmeno teatrale), guitti di quella democrazia che volevano riscrivere. Sprezzavano incarichi e prebende: è finita col volare degli stracci e dei codici Iban su Twitter, con la pretesa al narcisismo quale diritto inalienabile dell'uomo e del grillino. Dovevano tagliarlo con un grillino, il Parlamento: ci sono affondati dentro e nessuno vuole lasciarlo. Disprezzavano i politici di professione, la kasta: in pochi mesi si sono infettati e mò si ritrovano peggio degli altri, che almeno non la menavano tanto in durezza & purezza. Dovevano, volevano, potevano e invece, voilà, ecco l'algoritmo: da 1 vale 1 a 1 vale tutti a 1 vale 1 cazzo. Vinciamo noi! Vinciamo poi. Vinciamo mai. Grillo ricordava il Capoccione, non c'è dubbio, ma al negativo: bisogna perdere, e perderemo. È la rotta generale, a un 25 luglio segue sempre un 8 settembre. Tutti a casa, quale poi è da decidere, ma una si trova, basta recitare la parte dell'entrista critico, quello che ci stava ma da scomodo: quante emorroidi, santo cielo, che epidemia. Il grillismo allo squaglio non è niente di nuovo, è la conferma inesorabile del deperimento organico che deprime, che rattrista e questi travet del cazzeggio sono davvero angoscianti. Perché circolari, un eterno ritorno, un eterno riciclo. Perché latravano sfracelli e ora tacciono. Perché pretendevano di dirigere il traffico e non sapevano dov'erano. Perché presidiavano la rete rintuzzando fanaticamente ogni critica, e in quella rete sono inabissati. Perchè temevano le scie chimiche senza sapere di esserlo. Quanto soffrono, poveretti; e adesso, poveri insetti? E, soprattutto, chi incassa dal business? Perché di soldi ne sono corsi e ricorsi, questo è storico, soldi pubblici, e se questi stanno a scannarsi sui rimborsi e sui piè di lista, se i trasparenti si rinfacciano le opacità, forse tutta questa campana di vetro era un po' unta, forse qualcosa da capire resta. Il peggio del peggio è che, alle viste, non si trova una nuova setta da scalare. Anche il farabutto del metodo Stamina è spremuto, è avariato. Coi comici abbiamo già dato. Il sindacalista in odor di lottarmata non tira più. Deejay, creativi, citazionisti compulsivi, hipster, mistici, transgender te li tirano dietro. Gli stalentati crackati a pendolo dai Talent sono inaffidabili. Forse potrà salvarci l'infermiera di Lugo, quella che ne ha ammazzati da sola un centinaio per non dover lavorare. Ma sì. Le basta un buon agente, una buona campagna per la grazia, magari dagli stessi che pompavano il Grillo fino a farlo scoppiare, qualche coglione che la dipinga quale vittima dei tagli alla Sanita, serve giusto il sassolino che formi la valanga della sensualità perversa e poi il gioco può cominciare. Ricominciamo? 

Per averne di più: l'ebook via AMAZON, SMASHWORDS

sabato 29 novembre 2014

venerdì 28 novembre 2014

LA FINE


quello che tu scrivi su la fine a me sembra la normalità che sta arrivando giorno dopo giorno. la sento. ne scriveva anche pansa in uno dei suoi ultimi libri, sotto forma di storiella, ma sempre quello. povertà e violenza, solo questo ci aspetta. vorrei solo scappare in qualche modo, non voglio vivere qui con mia moglie, forse con un bambino che sta cominciando a esistere, dentro di lei. guardo poi i miei cugini di otto, cinque anni, e mi sento morire all'idea del nulla che li sta attendendo. per loro e per me. non pensavo che saremmo finiti così...
vit

Non c'è alternativa ragionevolmente possibile, è appunto la cronaca quotidiana a metterci alle strette: per molti di noi, vivere qui è semplicemente diventato un lusso non concesso. Altro che "non mandare messaggi pericolosi", altro che "Cassandra", come mi ha scritto su Facebook un privilegiato senza misericordia, il quale teneva a farmi sapere che per lui, una tassa in più non è affatto un problema. Quando metto al suo posto cialtroni del genere, non lo faccio solo per me ma per i tanti che mi scrivono e dei quali so, condivido il silenzioso sgomento. E i bugiardi non li sopporto, quelli che dicono "Io non sono in quota a nessuno" non li perdono: perché nessuno - nessuno - in Italia, a proposito di privilegi di pochi pagati da troppi, nessuno può diventare dirigente della pubblica Sanità se non è raccomandato da qualche partito. Il PD, all'80%, come nella Scuola. Ma stia sereno quel nessuno: finirà anche il suo Bengodi del cazzo, oh se finirà.

mercoledì 26 novembre 2014

martedì 25 novembre 2014

PERCORSI ESOTERICI


Ho studiato per tutta la vita – e ho cominciato a farlo sul serio una volta uscito dall'università: finalmente potevo dedicarmi ad altro che aride letture di testi specifici. In modo dispersivo, disordinato, ingenuo, ma famelico. Ma mai come oggi ritrovo il piacere di quello studio, ancora più anarchico, ancora più mio: posso passare dalle arti figurative a una storia della musica a dottrine economiche a trattati scientifici a studi sulle religioni, scegliendo le fonti che voglio, gli autori che più mi danno fiducia e simpatia, e senza l'assillo di una verifica. Io, i miei libri (o ebook: quanti lavori altrimenti perduti posso recuperare con questo impareggiabile strumento, quanti, nuovissimi, me ne posso assicurare a prezzi ragionevoli) e i miei gatti che mi dormono intorno (o sopra). Se ho tempo, se sono tranquillo, è così che amo passare il tempo. Chiamatemi intellettuale, se mi disprezzate: io non me ne curo, io sono solo uno consapevole di non sapere niente, di dovere imparar tutto. Con questo spirito ad ogni cosa mi accosto, ed è sempre una scoperta: anche dai volumi più noiosi, posso succhiar via qualcosa: e pazienza se più assimili e più ti accorgi di quanto hai da capire, pazienza se domani sarà ora di rimettere tutto in discussione: finché lo si può fare, è il segno che non si è morti. È un lavoro senza scopo, è fatica fine a se stessa, tempo dedicato, impegno per niente. È un favore a nessuno. E anche un problema, perchè i nuovi supporti obbligano a una conoscenza magari basilare, ma pur sempre in crescita, di programmi e applicazioni informatiche. Ma quello che accade per la musica, accade per i testi e adesso non posso non stupirmi, con un sorriso, di veder scorrere su queste tavolette ineffabili certi fumetti che mi accendevano 40 anni fa. Leggo, studio dovunque, libro, kindle, tablet e attaccare un libro, di carta o di luce che sia, è sempre la stessa eccitazione: ho sempre avuto quella fame, più istintiva che razionale, per una copertina che mi sbarrava il viatico. Qualunque fosse il percorso. Non sono mai cascato nelle sirene della moda culturale, delle sottodiscipline alternative, mi hanno sempre fatto sorridere gli hipster, che prima si chiamavano nerd: così patetici con quel loro trucchetto di parlare solo delle subculture che bene o male padroneggiano. Dio, li fiuti anche senza vederli, da come si esprimono (male). Ma a me piace un altro genere di nicchia, cose che pochi sospettano, percorsi esoterici di cui vado geloso. Tutto, poi, ritorna in quel che scrivo, che produco. Ma è solo una conseguenza, un effetto. Quello che conta, è la passione per uno studio matto ma non più disperatissimo, cullato dalla musica e dalle sere che scendono; spesso da notti insonni, che ho imparato a spendere al meglio. 

lunedì 24 novembre 2014

LA FUCINA


Dopo la buona riuscita del breve corso su informazione, social network e relative insidie, qui nelle Marche, capita l'occasione, tramite una amica insegnante, di “esportarlo” in un istituto lombardo. L'amica ce la mette tutta, propone, spinge, l'idea di spiegare ai suoi giovani e ignari consumatori di internet i retroscena di comportamenti potenzialmente pericolosi, la convince. Ieri mi telefona. Niente. Il progetto non passa, con la seguente motivazione ufficiale: “Perché quello chiede soldi”. Non è proprio così, a richiesta avevo risposto, come facevo sempre: quello che potete, quello che la scuola si sente. La verità è che a questi barboni la cosa non interessava e in lizza c'erano progetti assai più politicamente corretti e pregnanti, ne cito uno solo: corso di transgender, cioè come far diventare tutti i ragazzini sessualmente ubiqui, e mi fermo qui; iniziativa poi bocciata dal preside, due volte don Abbondo, in quanto in contrasto con le ragioni degli islamici (perché c'era anche non so che fascinazione sull'islamismo radicale). Ma alla fine, stupitevi, tutto si è risolto democraticamente in quanto ha trionfato la retrospettiva sui fatidici 70 anni dalla Liberazione, la lotta partigiana, l'antifascismo perenne, l'antimilitarismo pacifista armato, Bella Ciao, Toni Negri, gli anni Settanta come continuazione dell'altra guerra, Berlusconi maiale, ma adesso c'è Salvini il porco colpevole d'avere preso voti alle ultime regionali. Negli anni precedenti, naturalmente, corsi intensivi sul diritto-dovere dell'acqua pubblica, il no al nucleare (che non c'è), l'odio verso il mercato, la riscoperta di Marx, e sarebbero in programma letture collettive del nuovo libro sacro di Picketty. Tutta roba che con la scuola non c'entra, ma c'entra (come diceva Nanni Moretti): basta considerarla, la scuola, per quella che è, cioè non il servizio dell'insegnamento di base ma una fucina di conformismo in batteria, una palestra di indottrinamento, una trasmissione di ideologia. Evidentemente, cosa si rischia a maneggiare male un social network, non è importante. Nemmeno lo è, per dire, una empatica attenzione verso gli animali: a scandagliare la rete, ci si accorge con sgomento di quanta crudeltà, di quanti abbandoni rigurgiti, amici adoranti scaricati da un giorno all'altro perché anziani o ingombranti, e poi le torture, le ferocie gratuite, specie dai ragazzini, specie, ma non solo, nel profondo sud. Niente, non conta. Conta, urge, la guerra partigiana spiegata a degli analfabeti, così poi capiscono almeno che okkupare è la democrazia, le BR (come stava nel mitico Camera-Fabietti di storia) erano compagni che facevano giusto e come, il centro sociale è il nuovo kibbutz, la casa è di chi se la piglia prima. La verità è che le scuole sono sempre la stessa faccenda: allevamenti di fondamentalismi, le private quello cattolico, le pubbliche quello marxista. Poi si spiegano i risultati, si spiega la trasmissione di ignoranza da docenti a discenti (ho incontrato delle autentiche bestie in cattedra, trovando conferma che i concorsi sono delle autentiche farse), e si spiega anche il mistero per nulla gaudioso di vedersi tornare a casa una figlia, 7 anni appena, come mi racconta un amico dell'hinterland milanese, con lo zainetto che scoppia di volantini propagandistici della Fiom-Cigl con l'appello alla sollevazione, anche armata, secondo tradizione di questo glorioso sindacato. Su tutte, una ed una sola rivendicazione: meno tagli, più fondi alla scuola pubblica, che si mangia il 98,8% di risorse nella copertura di personale didattico e paradidattico, vale a dire nella perpetuazione di una ideologia considerata diritto-dovere che sostituisce quello di insegnare. Spiacente, ma aveva ragione quel famoso vecchio pazzo sostenendo, pur se pro domo sua, che i comunisti c'erano, altroché se c'erano, e le pubbliche istituzioni ne erano il regno a partire dalla scuola: una realtà cialtrona, che ti sorveglia sui social (appunto), che discrimina, che rimangia le strette di mano se realizza che di politica attiva non ti occupi, che sei ugualmente critico, che non militi e non appoggi nessuno, che in quelle aule di politica non parlerai. Questa la vera colpa, imperdonabile: non capire che una scuola equivale a un centro sociale okkupato. Posso dire di averne avuto conferma senza eccezioni in giro per istituti scolastici da nord a sud. Poi dice perché uno si butta a destra: perché non ne può più.

venerdì 21 novembre 2014

giovedì 20 novembre 2014

IL MIO BULLISMO


M'imbatto nel libro di Mario Giordano “5 in condotta”, una inchiesta tragicomica, ma più tragica, sul mondo della scuola. La comincio quasi divertendomi, poi passo all'insofferenza, quindi mi ritrovo nella rabbia e nell'angoscia: siamo al capitolo sul bullismo, sui troppi studenti torturati dai compagni, qualcuno non ce la fa e si lascia cadere, nella totale indifferenza, omertà, a volte perfino complicità dei professori che non vedono, non intervengono oltre il lecito e pure l'illecito. Ragazzi crocifissi perché gay (veri o presunti), perché ebrei o semplicemente non alla moda, sfigati, brutti. Ragazzi che, se non si uccidono, subiscono danni psicologi irreversibili. Uno, scopro, si è cancellato perché, sangue misto, non sopportava più di essere chiamato “il cinese”: e non riesco a non ricordarmi del mio bullismo. A 14 anni, in quarta ginnasio, ero un ragazzino buono e diligente, spaventato, che dimostrava meno della sua età: inevitabile che i più grandi mi terrorizzassero un po'. Ma a bruciare non erano tanto le pressioni fisiche, i colpi, le minacce se non baciavo in ginocchio l'immagine di santa Rita (risolsi chiamando un amico più grande con la faccia giusta). Erano le ossessioni sul fisico. Per tutta la prima parte del liceo, fui “picchio”, quello col nasone deforme.  Battiato, Pippo Franco, ma soprattutto “Picchio”: millecinquecento voci si passavano quel soprannome, ma che dico, di più perché ci si impegnava anche qualche professoressa (più che democratica, comunista, sensibile alle foglie e alle “ragioni delle Brigate Rosse”: ero di famiglia intollerabilmente piccoloborghese). Poi venne il turno del “terrone”, in omaggio alle mie radici marchigiane. Terrone con l'Alfaterron, terrone con la giacca di pelle dell'ATM (l'azienda tranviaria milanese, i cui controllori sfoggiavano quel capo), terrone di merda, terrone e basta. Qualsiasi cosa facessi era marchiata da quell'epiteto, in sé non così grave ma capivo che non era tanto per ridere, c'era dell'odio e del disprezzo sotto. Si estendeva a mio padre, a quello che eravamo. Tre anni di liceo, ogni giorno per cento volte, compresa la maturità, da tutta la classe, da tutta la scuola, senza eccezioni. Anche dalle ragazze. Anche dopo. Quando sono venuto via da Milano, mi mandavano a chiedere: che fine ha fatto il terrone? E ho aspettato una vita, ma ho ricacciato in gola a quasi tutti quegli insulti. Uno, in particolare, rachitico e deforme, frustrato e quindi maligno, che non ricordava una sua caricatura nella quale mi impiccavano per il naso (ero contro la pena di morte). Gliel'ho ricordata io, più di 30 anni dopo, benedetta internet, e non si è più ripreso. Altri hanno avuto la loro paga di recente. Non ho mai dimenticato, perché è vero che certe ferite, nell'anima, nella mente, sono inguaribili se ti squarciano da bambino. Ti renderanno un uomo peggiore, spietato. 
Ma se qualche ragazzino per caso legge queste parole, vorrei dirgli di non cascarci. Sembra retorica, ma sul serio i più stronzi sono i più deboli: tutto quello che devi fare è resistere, e non giustificarti mai di quello che sei. Mai. Adesso ti senti soffocare, ma è quello che vogliono. Un giorno poi, verrà il tuo giorno, e non sarà un bel giorno per tutti loro. Credimi.

mercoledì 19 novembre 2014

IL PASSERO SOLITARIO 2.0


Una gentile lettrice
Rituitta tutti i miei tuitti
Oh bella: chi era costei?
Candida fiera signora
Candido il crine a caschetto
Un manifesto perfetto
Supercattocomunista
Israelopalestinese
Iperpaceambientalista
Ultrà di papa Francesco
Convinta basti trovarsi
D'una parrocchia al bel fresco
O nell'aula comunale
Per debellare ogni male.
E' bastata una battuta
Forse un po' buttata là
“Ah, sei di Tsipras: si spiega
La fuga dalla realtà”
- Io sono mia! M'ha risposto
Piccata per storia e sesso
E di seguirmi ha già smesso
Non ricinguetterà più
Tutti i miei solinghi tuitti
Addio gentile signora
Addio flirt da socialnetwork
Non sarai più la mia Mindi
Ed io non sarò il tuo Mork

lunedì 17 novembre 2014

A TAVOLA


Ieri per noi è stata una domenica diversa, siamo stati ospiti del sodalizio di auto d'epoca per il quale in estate presento una rassegna: lo dirige mio suocero, gli danno una mano, due o tre volte la settimana, un omone buono come il pane, mia moglie, mio fratello e altri due o tre ragazzi tra cui una cara amica che ho personalmente segnalato: e questo è tutto. Ieri siamo partiti in furgone, eravamo sei o sette. La visita ad un paesino incantevole quanto spopolato, non dai gatti, a ridosso degli Appennini, Montefalcone (comitato di ricevimento del Comune con offerta di dolcetti sfornati dal panificio di fronte al Municipio), quindi di nuovo in furgone alla conquista di un agriturismo non distante, ma neanche tanto vicino, ricavato da un'antica stalla. Qualcosa di strepitoso, quelle rare occasioni in cui anche il vegetarianismo di princìpio va a farsi friggere e contenersi è impossibile. La cucina povera, ma superba, dell'Italia contadina dei secoli bui, che tanto bui adesso non mi parevano affatto. Io di solito rifiuto questi inviti, ma stavolta con mia moglie ci siamo detti: che cazzo, siamo sempre in casa, l'ultima uscita sarà stata un anno fa, la domenica non si fa mai niente. Poi a me in piena conviviale piglia la depressione, perché quando vedo tutti che fanno baldoria scacciapensieri, a me inesorabilmente i pensieri invece salgono: mi pare di non avere diritto a niente, di usurpare tutto, l'euforia altrui ha il suono della condanna. Eppure ero circondato da brava gente che faceva niente di male, gente in fama di destroide, perché le auto d'epoca vengono identificate con quel periodo là, e si pensa sempre che abbiano soldi da buttare. Ma quell'allegra brigata tuttavia non s'immischiava di politica, non brindava a Mussolini, non si accorava per il patto del Nazareno, era solo felice di farsi una sacrosanta mangiata spettegolando, com'è umano, sui club concorrenti. “Non è bello passare la domenica così?”. Alla fine ci siamo alzati, con qualche difficoltà, siamo usciti a prendere una boccata d'aria e abbiamo proprio trovato le mucche nella stalla, con quel lontano odore caldo, e due micini appena nati se la godevano sulla paglia; dopo, uno si è alzato ed è caracollato fin dalle vacche, per farsi sleccazzare tutto. Dal piazzale si sentiva il rombare dei motori delle auto che ripartivano tra i saluti, ci troviamo al pranzo sociale fra tre settimane.
Io a tavola tacevo, buttando giù bicchieri di vino rosso paradisiaco mentre guardavo questa brava gente disimpegnata, la stessa che i tribuni del popolo definiscono qualunquista; tacevo e tracannavo, però senza scordarmi che i soldi li avevo annusati, in effetti, molto più copiosi nelle cene dell'antimafia dove giudici, giornalisti, artisti e martiri si fiondavano sulle portate con uguale trasporto. Solo che questi sostenevano di farlo per la democrazia e contro il regime, avevano sempre una faccia indignata anche a bocca piena, e condivano le spanciate con brindisi più o meno sotterranei (“A quegli anni formidabili! Ai bei tempi del piombo!”) e con tresche e trame su come fottere il dittatore di giornata. Tutta roba che poi mi sarei ritrovato magicamente spiattellata sui giornali nelle settimane seguenti. Cercavano anche, ricordo, di studiare come fare a coinvolgere un giovane pelato, vagamente ciospo, sempre col dito sulle nari, in odore di Nobel per la Letteratura, la Pace, la Fica e ora non ricordo cos'altro.
A conti fatti, mi son sentito meno rifiutato, meno fuori posto ieri anche se qualche mascalzone fascista alla fine aveva sostituito un mistrà spettacolare, dal profumo d'anice divino, con l'acqua liscia. 

venerdì 14 novembre 2014

giovedì 13 novembre 2014

QUO VADIS?


Le parole hanno un peso specifico che coincide con la loro fortuna o maledizione, perché l'egemonismo gramsciano ha funzionato alla grande. Prendiamo “destra” per esempio: suona come crimine, egoismo, avidità, malaffare, la destra è quella che mette le bombe sui treni e scopa le bambine; la sinistra invece anche quando ammazza qualcuno lo fa per il bene nostro, tutti bersagli giusti e i danni collaterali, anche nello stupro, si giustificano contestualizzandoli, il contesto avvolge e anestetizza tutto. Si poteva benissimo capire per tempo che i vari Saviano e Luxuria erano cialtroni, ma la Maginot dei trinariciuti era: sono compagni, sono di sinistra. E da questa dissonanza cognitiva, diciamo meglio, da questo rincoglionimento ideologico, non usciranno mai, anche quando fingono di sottrarsi, come faceva Gaber. Gli artisti di destra sono infami e infimi, quelli di sinistra sono colti e profondi. A destra solo guitti, a sinistra tutti martiri. Le pornostar a sinistra sono greche, a destra sono troie. Capitalismo poi, non me lo nominate: investire, innovare e creare lavoro è roba da stragisti. Di conseguenza, paradossalmente l'autoproduzione sarebbe di destra, il crowfunding di sinistra. Anche il dibattito politico si regola di conseguenza: di una proposta, di una misura, non ci si chiede se sia buona, vantaggiosa per il Paese ma se è abbastanza di sinistra: l'utilitarismo ideologico non prevede eccezioni, emendamenti, discussioni, il patto del Nazareno è peggio del patto d'acciaio, in politica, secondo quei fini intellettuali dei grillini e i pacifisti da terza internazionale, non ci sono interlocutori ma nemici da abbattere, Renzi è stato maledetto fin da bambino non per cosa ha fatto o non ha fatto (non ha fatto nulla), ma in quanto non veracemente di sinistra, figlio di Berlusconi eccetera. Il risultato è che lui si è rimangiato una dopo l'altra tutte le promesse di cambiamento. E così, a furia di annunci e pannicelli caldi, finisce per restare di sinistra, nel senso dell'immobilismo: sì, avrà strattonato la minoranza PD (che lo incrimina di non essere comunista), sì, avrà stanato quei fannulloni privilegiati dei sindacati (idem), ma sono scosse d'assestamento, i Renzi passano, i conformismi restano. Articolo 18, mercato del lavoro, riforme istituzionali, elettorali, sociali: quanto sono di sinistra? Perché se non sono di sinistra, non passano. Lo sciopero generale che si lega al ponte, insomma, è il futuro, mentre il cambiamento è il passato: su questo, tutti d'accordo, progressisti, reazionari e la vergogna scenda su chi osa paragonare quel re tentenna di Berlusconi a rulli compressori come Reagan e la Thatcher. Cosa poi si intenda per “di sinistra”, e soprattutto la misura del “quanto”, non la specifica nessuno, naturalmente. Il quanto finisce per stemperarsi nella relativa teoria della fisica. Ma l'importante è mantenere la barra, ovvero il “contrordine, compagni!” di guareschiana memoria. E ricordarsi, sempre, che destra non è un altro modo di vedere le cose, di promuovere un progresso partendo dall'individuo, no, destra è l'uomo che sfrutta l'uomo, il ladro, il borghese avido, cinico e Landrù e Barbablù. Sinistra invece è la giustizia sociale come contesto, pretesto, premessa, obbligo e fine ultimo. E se qualsiasi concetto, valore, idea non è abbastanza di sinistra, allora non può essere; e non è. Ma fatemi ridere.

mercoledì 12 novembre 2014

IL DECALOGO DEI GIORNALISTI


Nel ribadire che di corsi a pagamento non ne farò, non intendendo assecondare la pratica del pizzo da parte dell'Ordine dei Giornalisti, ho d'altra parte scelto di misurarmi con almeno un corso on line, quello curato direttamente dall'Ordine sulla deontologia, considerando doveroso il fastidio di mettermi alla prova nel marasma di carte, leggi e sentenze che, in piena enfasi da mere enunciazioni di princìpi retorici, senza alcuna concretezza, regolano la professione, stravolgendola in una attività da mangiatori di polvere. Al dunque, il corso mi ha portato via mezza giornata solo per giocare a una sorta di lascia o raddoppia da overdose burocratica, con domande capziose o forse semplicemente sciatte, del tutto superfluo, laddove, sulle questioni che concernevano direttamente il mestiere, non c'era niente che, grossomodo, non sapessi già (diverse questioni peraltro non risultano aggiornate). Di fatto, a parte l'ottusità perniciosa di un Ordine che sarebbe da abolire, perché si risolve in un corpaccione burocatico e ricattatorio, sciatto (le lezzioni so' de du minuti, tutti co l'avatar che parla romanesco, e stigazzi), non c'è una sola prescrizione che non venga allegramente travolta nell'esercizio del mestiere, il che è perfettamente logico perché più Carte ci sono, meno c'è la coscienza: quelle surrogano questa e autorizzano qualsiasi bugia (e qualsiasi puttanata). Beninteso, questo on line era un corso con una sua concretezza, per quanto da travet: quelli fisici, a frequentazione, si risolvono nel versamento di un pizzo, dopodiché basta starsene seduti qualche ora a pensare ai fatti tuoi, sbirciare le tette di quella che ti siede vicino, flirtare o a mandare messaggi su WhatsApp, e sei bell'e formato. Comunque, per dare un esempio umoristico, ecco qua il decalogo del giornalista sportivo. Fatevi due risate, e poi capirete perché il giornalismo, alla verifica della pratica contrapposta al mare di carte e di regole (la sola Carta di Firenze, che dovrebbe tutelare i giornalisti precari, è talmente stuprata in ogni suo comma da risultare demenziale), risulta una faccenda dall'ipocrisia al limite del ridicolo.

DECALOGO DI AUTODISCIPLINA DEI GIORNALISTI SPORTIVI

1 – Il giornalista sportivo riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato, le informazioni di cui dispone

2- Il giornalista sportivo non realizza articoli o servizi che possano procurare profitti personali; rifiuta e non sollecita per sé o per altri trattamenti di favore.

3- Il giornalista sportivo rifiuta rimborsi spese, viaggi vacanze o elargizioni varie da enti, società, dirigenti ; non fa pubblicità, nemmeno nel caso in cui i proventi siano devoluti in beneficenza

4- Il giornalista sportivo tiene una condotta irreprensibile durante lo svolgimento di avvenimenti che segue professionalmente.

5- Il giornalista sportivo rispetta la dignità delle persone, dei soggetti e degli enti interessati nei commenti legati ad avvenimenti agonistici.

6- Il giornalista sportivo evita di favorire tutti gli atteggiamenti che possono provocare incidenti, atti di violenza, o violazioni di leggi e regolamenti da parte del pubblico o dei tifosi.

7- Il giornalista sportivo non usa espressioni forti o minacciose, sia orali che scritte, e assicura una corretta informazione su eventuali reati che siano commessi in occasione di avvenimenti agonistici.

8- Il giornalista sportivo rispetta il diritto della persona alla non discriminazione per razza, nazionalità, religione, sesso, opinioni politiche, appartenenza a società sportive e a discipline sportive.

9- Il giornalista sportivo conduttore di programma si dissocia immediatamente, in diretta, da atteggiamenti minacciosi, scorretti, litigiosi che provengano da ospiti, colleghi, protagonisti interessati all’avvenimento, interlocutori telefonici, via internet o sms.

10-Il giornalista sportivo rispetta la Carta di Treviso sulla “tutela dei minori”; per la particolarità del settore pone particolare attenzione all’art.7 di detta Carta (tutela della dignità del minore malato, disabile o ferito).

lunedì 10 novembre 2014