mercoledì 26 novembre 2014

martedì 25 novembre 2014

PERCORSI ESOTERICI


Ho studiato per tutta la vita – e ho cominciato a farlo sul serio una volta uscito dall'università: finalmente potevo dedicarmi ad altro che aride letture di testi specifici. In modo dispersivo, disordinato, ingenuo, ma famelico. Ma mai come oggi ritrovo il piacere di quello studio, ancora più anarchico, ancora più mio: posso passare dalle arti figurative a una storia della musica a dottrine economiche a trattati scientifici a studi sulle religioni, scegliendo le fonti che voglio, gli autori che più mi danno fiducia e simpatia, e senza l'assillo di una verifica. Io, i miei libri (o ebook: quanti lavori altrimenti perduti posso recuperare con questo impareggiabile strumento, quanti, nuovissimi, me ne posso assicurare a prezzi ragionevoli) e i miei gatti che mi dormono intorno (o sopra). Se ho tempo, se sono tranquillo, è così che amo passare il tempo. Chiamatemi intellettuale, se mi disprezzate: io non me ne curo, io sono solo uno consapevole di non sapere niente, di dovere imparar tutto. Con questo spirito ad ogni cosa mi accosto, ed è sempre una scoperta: anche dai volumi più noiosi, posso succhiar via qualcosa: e pazienza se più assimili e più ti accorgi di quanto hai da capire, pazienza se domani sarà ora di rimettere tutto in discussione: finché lo si può fare, è il segno che non si è morti. È un lavoro senza scopo, è fatica fine a se stessa, tempo dedicato, impegno per niente. È un favore a nessuno. E anche un problema, perchè i nuovi supporti obbligano a una conoscenza magari basilare, ma pur sempre in crescita, di programmi e applicazioni informatiche. Ma quello che accade per la musica, accade per i testi e adesso non posso non stupirmi, con un sorriso, di veder scorrere su queste tavolette ineffabili certi fumetti che mi accendevano 40 anni fa. Leggo, studio dovunque, libro, kindle, tablet e attaccare un libro, di carta o di luce che sia, è sempre la stessa eccitazione: ho sempre avuto quella fame, più istintiva che razionale, per una copertina che mi sbarrava il viatico. Qualunque fosse il percorso. Non sono mai cascato nelle sirene della moda culturale, delle sottodiscipline alternative, mi hanno sempre fatto sorridere gli hipster, che prima si chiamavano nerd: così patetici con quel loro trucchetto di parlare solo delle subculture che bene o male padroneggiano. Dio, li fiuti anche senza vederli, da come si esprimono (male). Ma a me piace un altro genere di nicchia, cose che pochi sospettano, percorsi esoterici di cui vado geloso. Tutto, poi, ritorna in quel che scrivo, che produco. Ma è solo una conseguenza, un effetto. Quello che conta, è la passione per uno studio matto ma non più disperatissimo, cullato dalla musica e dalle sere che scendono; spesso da notti insonni, che ho imparato a spendere al meglio. 

lunedì 24 novembre 2014

LA FUCINA


Dopo la buona riuscita del breve corso su informazione, social network e relative insidie, qui nelle Marche, capita l'occasione, tramite una amica insegnante, di “esportarlo” in un istituto lombardo. L'amica ce la mette tutta, propone, spinge, l'idea di spiegare ai suoi giovani e ignari consumatori di internet i retroscena di comportamenti potenzialmente pericolosi, la convince. Ieri mi telefona. Niente. Il progetto non passa, con la seguente motivazione ufficiale: “Perché quello chiede soldi”. Non è proprio così, a richiesta avevo risposto, come facevo sempre: quello che potete, quello che la scuola si sente. La verità è che a questi barboni la cosa non interessava e in lizza c'erano progetti assai più politicamente corretti e pregnanti, ne cito uno solo: corso di transgender, cioè come far diventare tutti i ragazzini sessualmente ubiqui, e mi fermo qui; iniziativa poi bocciata dal preside, due volte don Abbondo, in quanto in contrasto con le ragioni degli islamici (perché c'era anche non so che fascinazione sull'islamismo radicale). Ma alla fine, stupitevi, tutto si è risolto democraticamente in quanto ha trionfato la retrospettiva sui fatidici 70 anni dalla Liberazione, la lotta partigiana, l'antifascismo perenne, l'antimilitarismo pacifista armato, Bella Ciao, Toni Negri, gli anni Settanta come continuazione dell'altra guerra, Berlusconi maiale, ma adesso c'è Salvini il porco colpevole d'avere preso voti alle ultime regionali. Negli anni precedenti, naturalmente, corsi intensivi sul diritto-dovere dell'acqua pubblica, il no al nucleare (che non c'è), l'odio verso il mercato, la riscoperta di Marx, e sarebbero in programma letture collettive del nuovo libro sacro di Picketty. Tutta roba che con la scuola non c'entra, ma c'entra (come diceva Nanni Moretti): basta considerarla, la scuola, per quella che è, cioè non il servizio dell'insegnamento di base ma una fucina di conformismo in batteria, una palestra di indottrinamento, una trasmissione di ideologia. Evidentemente, cosa si rischia a maneggiare male un social network, non è importante. Nemmeno lo è, per dire, una empatica attenzione verso gli animali: a scandagliare la rete, ci si accorge con sgomento di quanta crudeltà, di quanti abbandoni rigurgiti, amici adoranti scaricati da un giorno all'altro perché anziani o ingombranti, e poi le torture, le ferocie gratuite, specie dai ragazzini, specie, ma non solo, nel profondo sud. Niente, non conta. Conta, urge, la guerra partigiana spiegata a degli analfabeti, così poi capiscono almeno che okkupare è la democrazia, le BR (come stava nel mitico Camera-Fabietti di storia) erano compagni che facevano giusto e come, il centro sociale è il nuovo kibbutz, la casa è di chi se la piglia prima. La verità è che le scuole sono sempre la stessa faccenda: allevamenti di fondamentalismi, le private quello cattolico, le pubbliche quello marxista. Poi si spiegano i risultati, si spiega la trasmissione di ignoranza da docenti a discenti (ho incontrato delle autentiche bestie in cattedra, trovando conferma che i concorsi sono delle autentiche farse), e si spiega anche il mistero per nulla gaudioso di vedersi tornare a casa una figlia, 7 anni appena, come mi racconta un amico dell'hinterland milanese, con lo zainetto che scoppia di volantini propagandistici della Fiom-Cigl con l'appello alla sollevazione, anche armata, secondo tradizione di questo glorioso sindacato. Su tutte, una ed una sola rivendicazione: meno tagli, più fondi alla scuola pubblica, che si mangia il 98,8% di risorse nella copertura di personale didattico e paradidattico, vale a dire nella perpetuazione di una ideologia considerata diritto-dovere che sostituisce quello di insegnare. Spiacente, ma aveva ragione quel famoso vecchio pazzo sostenendo, pur se pro domo sua, che i comunisti c'erano, altroché se c'erano, e le pubbliche istituzioni ne erano il regno a partire dalla scuola: una realtà cialtrona, che ti sorveglia sui social (appunto), che discrimina, che rimangia le strette di mano se realizza che di politica attiva non ti occupi, che sei ugualmente critico, che non militi e non appoggi nessuno, che in quelle aule di politica non parlerai. Questa la vera colpa, imperdonabile: non capire che una scuola equivale a un centro sociale okkupato. Posso dire di averne avuto conferma senza eccezioni in giro per istituti scolastici da nord a sud. Poi dice perché uno si butta a destra: perché non ne può più.

venerdì 21 novembre 2014

giovedì 20 novembre 2014

IL MIO BULLISMO


M'imbatto nel libro di Mario Giordano “5 in condotta”, una inchiesta tragicomica, ma più tragica, sul mondo della scuola. La comincio quasi divertendomi, poi passo all'insofferenza, quindi mi ritrovo nella rabbia e nell'angoscia: siamo al capitolo sul bullismo, sui troppi studenti torturati dai compagni, qualcuno non ce la fa e si lascia cadere, nella totale indifferenza, omertà, a volte perfino complicità dei professori che non vedono, non intervengono oltre il lecito e pure l'illecito. Ragazzi crocifissi perché gay (veri o presunti), perché ebrei o semplicemente non alla moda, sfigati, brutti. Ragazzi che, se non si uccidono, subiscono danni psicologi irreversibili. Uno, scopro, si è cancellato perché, sangue misto, non sopportava più di essere chiamato “il cinese”: e non riesco a non ricordarmi del mio bullismo. A 14 anni, in quarta ginnasio, ero un ragazzino buono e diligente, spaventato, che dimostrava meno della sua età: inevitabile che i più grandi mi terrorizzassero un po'. Ma a bruciare non erano tanto le pressioni fisiche, i colpi, le minacce se non baciavo in ginocchio l'immagine di santa Rita (risolsi chiamando un amico più grande con la faccia giusta). Erano le ossessioni sul fisico. Per tutta la prima parte del liceo, fui “picchio”, quello col nasone deforme.  Battiato, Pippo Franco, ma soprattutto “Picchio”: millecinquecento voci si passavano quel soprannome, ma che dico, di più perché ci si impegnava anche qualche professoressa (più che democratica, comunista, sensibile alle foglie e alle “ragioni delle Brigate Rosse”: ero di famiglia intollerabilmente piccoloborghese). Poi venne il turno del “terrone”, in omaggio alle mie radici marchigiane. Terrone con l'Alfaterron, terrone con la giacca di pelle dell'ATM (l'azienda tranviaria milanese, i cui controllori sfoggiavano quel capo), terrone di merda, terrone e basta. Qualsiasi cosa facessi era marchiata da quell'epiteto, in sé non così grave ma capivo che non era tanto per ridere, c'era dell'odio e del disprezzo sotto. Si estendeva a mio padre, a quello che eravamo. Tre anni di liceo, ogni giorno per cento volte, compresa la maturità, da tutta la classe, da tutta la scuola, senza eccezioni. Anche dalle ragazze. Anche dopo. Quando sono venuto via da Milano, mi mandavano a chiedere: che fine ha fatto il terrone? E ho aspettato una vita, ma ho ricacciato in gola a quasi tutti quegli insulti. Uno, in particolare, rachitico e deforme, frustrato e quindi maligno, che non ricordava una sua caricatura nella quale mi impiccavano per il naso (ero contro la pena di morte). Gliel'ho ricordata io, più di 30 anni dopo, benedetta internet, e non si è più ripreso. Altri hanno avuto la loro paga di recente. Non ho mai dimenticato, perché è vero che certe ferite, nell'anima, nella mente, sono inguaribili se ti squarciano da bambino. Ti renderanno un uomo peggiore, spietato. 
Ma se qualche ragazzino per caso legge queste parole, vorrei dirgli di non cascarci. Sembra retorica, ma sul serio i più stronzi sono i più deboli: tutto quello che devi fare è resistere, e non giustificarti mai di quello che sei. Mai. Adesso ti senti soffocare, ma è quello che vogliono. Un giorno poi, verrà il tuo giorno, e non sarà un bel giorno per tutti loro. Credimi.

mercoledì 19 novembre 2014

IL PASSERO SOLITARIO 2.0


Una gentile lettrice
Rituitta tutti i miei tuitti
Oh bella: chi era costei?
Candida fiera signora
Candido il crine a caschetto
Un manifesto perfetto
Supercattocomunista
Israelopalestinese
Iperpaceambientalista
Ultrà di papa Francesco
Convinta basti trovarsi
D'una parrocchia al bel fresco
O nell'aula comunale
Per debellare ogni male.
E' bastata una battuta
Forse un po' buttata là
“Ah, sei di Tsipras: si spiega
La fuga dalla realtà”
- Io sono mia! M'ha risposto
Piccata per storia e sesso
E di seguirmi ha già smesso
Non ricinguetterà più
Tutti i miei solinghi tuitti
Addio gentile signora
Addio flirt da socialnetwork
Non sarai più la mia Mindi
Ed io non sarò il tuo Mork

lunedì 17 novembre 2014

A TAVOLA


Ieri per noi è stata una domenica diversa, siamo stati ospiti del sodalizio di auto d'epoca per il quale in estate presento una rassegna: lo dirige mio suocero, gli danno una mano, due o tre volte la settimana, un omone buono come il pane, mia moglie, mio fratello e altri due o tre ragazzi tra cui una cara amica che ho personalmente segnalato: e questo è tutto. Ieri siamo partiti in furgone, eravamo sei o sette. La visita ad un paesino incantevole quanto spopolato, non dai gatti, a ridosso degli Appennini, Montefalcone (comitato di ricevimento del Comune con offerta di dolcetti sfornati dal panificio di fronte al Municipio), quindi di nuovo in furgone alla conquista di un agriturismo non distante, ma neanche tanto vicino, ricavato da un'antica stalla. Qualcosa di strepitoso, quelle rare occasioni in cui anche il vegetarianismo di princìpio va a farsi friggere e contenersi è impossibile. La cucina povera, ma superba, dell'Italia contadina dei secoli bui, che tanto bui adesso non mi parevano affatto. Io di solito rifiuto questi inviti, ma stavolta con mia moglie ci siamo detti: che cazzo, siamo sempre in casa, l'ultima uscita sarà stata un anno fa, la domenica non si fa mai niente. Poi a me in piena conviviale piglia la depressione, perché quando vedo tutti che fanno baldoria scacciapensieri, a me inesorabilmente i pensieri invece salgono: mi pare di non avere diritto a niente, di usurpare tutto, l'euforia altrui ha il suono della condanna. Eppure ero circondato da brava gente che faceva niente di male, gente in fama di destroide, perché le auto d'epoca vengono identificate con quel periodo là, e si pensa sempre che abbiano soldi da buttare. Ma quell'allegra brigata tuttavia non s'immischiava di politica, non brindava a Mussolini, non si accorava per il patto del Nazareno, era solo felice di farsi una sacrosanta mangiata spettegolando, com'è umano, sui club concorrenti. “Non è bello passare la domenica così?”. Alla fine ci siamo alzati, con qualche difficoltà, siamo usciti a prendere una boccata d'aria e abbiamo proprio trovato le mucche nella stalla, con quel lontano odore caldo, e due micini appena nati se la godevano sulla paglia; dopo, uno si è alzato ed è caracollato fin dalle vacche, per farsi sleccazzare tutto. Dal piazzale si sentiva il rombare dei motori delle auto che ripartivano tra i saluti, ci troviamo al pranzo sociale fra tre settimane.
Io a tavola tacevo, buttando giù bicchieri di vino rosso paradisiaco mentre guardavo questa brava gente disimpegnata, la stessa che i tribuni del popolo definiscono qualunquista; tacevo e tracannavo, però senza scordarmi che i soldi li avevo annusati, in effetti, molto più copiosi nelle cene dell'antimafia dove giudici, giornalisti, artisti e martiri si fiondavano sulle portate con uguale trasporto. Solo che questi sostenevano di farlo per la democrazia e contro il regime, avevano sempre una faccia indignata anche a bocca piena, e condivano le spanciate con brindisi più o meno sotterranei (“A quegli anni formidabili! Ai bei tempi del piombo!”) e con tresche e trame su come fottere il dittatore di giornata. Tutta roba che poi mi sarei ritrovato magicamente spiattellata sui giornali nelle settimane seguenti. Cercavano anche, ricordo, di studiare come fare a coinvolgere un giovane pelato, vagamente ciospo, sempre col dito sulle nari, in odore di Nobel per la Letteratura, la Pace, la Fica e ora non ricordo cos'altro.
A conti fatti, mi son sentito meno rifiutato, meno fuori posto ieri anche se qualche mascalzone fascista alla fine aveva sostituito un mistrà spettacolare, dal profumo d'anice divino, con l'acqua liscia. 

venerdì 14 novembre 2014

giovedì 13 novembre 2014

QUO VADIS?


Le parole hanno un peso specifico che coincide con la loro fortuna o maledizione, perché l'egemonismo gramsciano ha funzionato alla grande. Prendiamo “destra” per esempio: suona come crimine, egoismo, avidità, malaffare, la destra è quella che mette le bombe sui treni e scopa le bambine; la sinistra invece anche quando ammazza qualcuno lo fa per il bene nostro, tutti bersagli giusti e i danni collaterali, anche nello stupro, si giustificano contestualizzandoli, il contesto avvolge e anestetizza tutto. Si poteva benissimo capire per tempo che i vari Saviano e Luxuria erano cialtroni, ma la Maginot dei trinariciuti era: sono compagni, sono di sinistra. E da questa dissonanza cognitiva, diciamo meglio, da questo rincoglionimento ideologico, non usciranno mai, anche quando fingono di sottrarsi, come faceva Gaber. Gli artisti di destra sono infami e infimi, quelli di sinistra sono colti e profondi. A destra solo guitti, a sinistra tutti martiri. Le pornostar a sinistra sono greche, a destra sono troie. Capitalismo poi, non me lo nominate: investire, innovare e creare lavoro è roba da stragisti. Di conseguenza, paradossalmente l'autoproduzione sarebbe di destra, il crowfunding di sinistra. Anche il dibattito politico si regola di conseguenza: di una proposta, di una misura, non ci si chiede se sia buona, vantaggiosa per il Paese ma se è abbastanza di sinistra: l'utilitarismo ideologico non prevede eccezioni, emendamenti, discussioni, il patto del Nazareno è peggio del patto d'acciaio, in politica, secondo quei fini intellettuali dei grillini e i pacifisti da terza internazionale, non ci sono interlocutori ma nemici da abbattere, Renzi è stato maledetto fin da bambino non per cosa ha fatto o non ha fatto (non ha fatto nulla), ma in quanto non veracemente di sinistra, figlio di Berlusconi eccetera. Il risultato è che lui si è rimangiato una dopo l'altra tutte le promesse di cambiamento. E così, a furia di annunci e pannicelli caldi, finisce per restare di sinistra, nel senso dell'immobilismo: sì, avrà strattonato la minoranza PD (che lo incrimina di non essere comunista), sì, avrà stanato quei fannulloni privilegiati dei sindacati (idem), ma sono scosse d'assestamento, i Renzi passano, i conformismi restano. Articolo 18, mercato del lavoro, riforme istituzionali, elettorali, sociali: quanto sono di sinistra? Perché se non sono di sinistra, non passano. Lo sciopero generale che si lega al ponte, insomma, è il futuro, mentre il cambiamento è il passato: su questo, tutti d'accordo, progressisti, reazionari e la vergogna scenda su chi osa paragonare quel re tentenna di Berlusconi a rulli compressori come Reagan e la Thatcher. Cosa poi si intenda per “di sinistra”, e soprattutto la misura del “quanto”, non la specifica nessuno, naturalmente. Il quanto finisce per stemperarsi nella relativa teoria della fisica. Ma l'importante è mantenere la barra, ovvero il “contrordine, compagni!” di guareschiana memoria. E ricordarsi, sempre, che destra non è un altro modo di vedere le cose, di promuovere un progresso partendo dall'individuo, no, destra è l'uomo che sfrutta l'uomo, il ladro, il borghese avido, cinico e Landrù e Barbablù. Sinistra invece è la giustizia sociale come contesto, pretesto, premessa, obbligo e fine ultimo. E se qualsiasi concetto, valore, idea non è abbastanza di sinistra, allora non può essere; e non è. Ma fatemi ridere.

mercoledì 12 novembre 2014

IL DECALOGO DEI GIORNALISTI


Nel ribadire che di corsi a pagamento non ne farò, non intendendo assecondare la pratica del pizzo da parte dell'Ordine dei Giornalisti, ho d'altra parte scelto di misurarmi con almeno un corso on line, quello curato direttamente dall'Ordine sulla deontologia, considerando doveroso il fastidio di mettermi alla prova nel marasma di carte, leggi e sentenze che, in piena enfasi da mere enunciazioni di princìpi retorici, senza alcuna concretezza, regolano la professione, stravolgendola in una attività da mangiatori di polvere. Al dunque, il corso mi ha portato via mezza giornata solo per giocare a una sorta di lascia o raddoppia da overdose burocratica, con domande capziose o forse semplicemente sciatte, del tutto superfluo, laddove, sulle questioni che concernevano direttamente il mestiere, non c'era niente che, grossomodo, non sapessi già (diverse questioni peraltro non risultano aggiornate). Di fatto, a parte l'ottusità perniciosa di un Ordine che sarebbe da abolire, perché si risolve in un corpaccione burocatico e ricattatorio, sciatto (le lezzioni so' de du minuti, tutti co l'avatar che parla romanesco, e stigazzi), non c'è una sola prescrizione che non venga allegramente travolta nell'esercizio del mestiere, il che è perfettamente logico perché più Carte ci sono, meno c'è la coscienza: quelle surrogano questa e autorizzano qualsiasi bugia (e qualsiasi puttanata). Beninteso, questo on line era un corso con una sua concretezza, per quanto da travet: quelli fisici, a frequentazione, si risolvono nel versamento di un pizzo, dopodiché basta starsene seduti qualche ora a pensare ai fatti tuoi, sbirciare le tette di quella che ti siede vicino, flirtare o a mandare messaggi su WhatsApp, e sei bell'e formato. Comunque, per dare un esempio umoristico, ecco qua il decalogo del giornalista sportivo. Fatevi due risate, e poi capirete perché il giornalismo, alla verifica della pratica contrapposta al mare di carte e di regole (la sola Carta di Firenze, che dovrebbe tutelare i giornalisti precari, è talmente stuprata in ogni suo comma da risultare demenziale), risulta una faccenda dall'ipocrisia al limite del ridicolo.

DECALOGO DI AUTODISCIPLINA DEI GIORNALISTI SPORTIVI

1 – Il giornalista sportivo riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato, le informazioni di cui dispone

2- Il giornalista sportivo non realizza articoli o servizi che possano procurare profitti personali; rifiuta e non sollecita per sé o per altri trattamenti di favore.

3- Il giornalista sportivo rifiuta rimborsi spese, viaggi vacanze o elargizioni varie da enti, società, dirigenti ; non fa pubblicità, nemmeno nel caso in cui i proventi siano devoluti in beneficenza

4- Il giornalista sportivo tiene una condotta irreprensibile durante lo svolgimento di avvenimenti che segue professionalmente.

5- Il giornalista sportivo rispetta la dignità delle persone, dei soggetti e degli enti interessati nei commenti legati ad avvenimenti agonistici.

6- Il giornalista sportivo evita di favorire tutti gli atteggiamenti che possono provocare incidenti, atti di violenza, o violazioni di leggi e regolamenti da parte del pubblico o dei tifosi.

7- Il giornalista sportivo non usa espressioni forti o minacciose, sia orali che scritte, e assicura una corretta informazione su eventuali reati che siano commessi in occasione di avvenimenti agonistici.

8- Il giornalista sportivo rispetta il diritto della persona alla non discriminazione per razza, nazionalità, religione, sesso, opinioni politiche, appartenenza a società sportive e a discipline sportive.

9- Il giornalista sportivo conduttore di programma si dissocia immediatamente, in diretta, da atteggiamenti minacciosi, scorretti, litigiosi che provengano da ospiti, colleghi, protagonisti interessati all’avvenimento, interlocutori telefonici, via internet o sms.

10-Il giornalista sportivo rispetta la Carta di Treviso sulla “tutela dei minori”; per la particolarità del settore pone particolare attenzione all’art.7 di detta Carta (tutela della dignità del minore malato, disabile o ferito).

lunedì 10 novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

mercoledì 5 novembre 2014

HO DECISO CHE NON VOGLIO


Tra i soliti sofismi (“Non giudichiamo la persona ma l'atto”) e le usate crudeltà, il Vaticano si scaglia contro Brittany Maynard, che aveva annunciato, e ha mantenuto, il sucidio assistito nella triste constatazione di un tumore cerebrale inoperabile che la condannava. “Morte senza dignità”, ha scolpito il Vaticano. Invece morire perdendo i pezzi, quello sì che è dignitoso. Questi signori non sanno di cosa parlano, sono esseri privi di anima; il loro primus inter pares, che elargisce ricette noglobal su ogni aspetto della società, tace su questa concretissima tragedia personale. Ma l'eterno scagliarsi della Chiesa contro l'umana disperazione non ha scusanti, è cinismo dei più macabri, ottusi, cattivi. L'accanirsi dei buoni cattolici, poi, è degno del fanatismo vaneggiante di chi, per difendere quell'insulto di esistenza che ti resta, è disposto ad ammazzarti. Io so il morire per cancro, più di una persona mi è spirata in braccio. Ho provato ogni stilla del loro interminabile dolore, ho sentito l'ultimo rantolo, l'ultimo battito del polso nella mia mano, ho visto l'ultima luce spegnersi negli occhi, li ho visti restare lì, come pesci, distrutti dalla sofferenza. Ed erano proprio ridotti a pezzi, a brandelli: non c'erano già più. Ho deciso che non voglio; nessuno deve accettare una simile tortura, una simile umiliazione, o almeno deve poterla rifiutare senza venire lapidato, prima e soprattutto dopo. Già la morte è infame, un'ombra che più tenti di spiegarla con la bontà divina e più non ci riesci: quante alternative avrebbe avuto, il Padreterno. Ma la morte come la vogliono gli uomini della misericordia, semplicemente non è accettabile, è di una crudeltà che supera la stessa logica. Le loro questioni dottrinali, qui, sono medievali e assurde. Il loro miracolismo, offensivo. La loro fermezza è ipocrita, perché anche pontefici e cardinali, quando la sofferenza oltrepassa la fede, chiedono, ottengono, di farla finita. Non nascondiamoci dietro al velo della volontà divina, e non fingiamo di scambiare la spietatezza per misericordia. Se davvero l'uomo è stato fatto da Dio, addirittura a sua immagine, allora merita dignità anche nel suo disfarsi. Altro che giudicare chi non accetta lo scempio che lo divora. 

martedì 4 novembre 2014

IL ROMPICOGLIONI - L'eredità perduta di Sergio Saviane

Il Rompicoglioni 
L'eredità perduta di Sergio Saviane

di Massimo Del Papa

Sinossi: Il ritratto di un campione del giornalismo italiano, colpevolmente dimenticato a una manciata d'anni dalla sua scomparsa. Sergio Saviane va riscoperto, la sua eredità perduta può ancora insegnare molto a chi si accosta al difficile, divertente, disgraziato mestiere del giornalista.

Qui non c'è una biografia. Qui c'è un ritratto breve, contenuto, che poi si allarga a una considerazione, triste, sullo stato dell'informazione e dei giornalisti in Italia. Ho preferito un lavoro scorrevole, per trar fuori dall'oblio questo fuoriclasse “appena” scomparso e già rimosso, e contrapporlo alle miserie attuali. Di Saviane parlano i suoi articoli, i suoi libri e qualche concittadino, che lo ha conosciuto oppure sfiorato a debita distanza: perché questo tenerissimo orso non sprecava confidenza, era una fortezza da espugnare per arrivare al cuore di una intimità. Sono stato a spasso per le sue pagine, per i suoi incubi, per le sue strade, e sulla sua lapide. Sono stato in sua compagnia, scoprendolo io per primo prima di proporlo a chi legge. Se non tornano le parole, non può tornare la memoria.

Data di pubblicazione: 4 novembre 2014 

Disponibile in ebook, in tutti i formati (epub mobi pdf rtf lrf pdb txt html) 
su SMASHWORDS ed AMAZON
A breve su tutte le altre maggiori piattaforme digitali. 
Disponibile anche in formato cartaceo.
Per tutte le info potete contattare l'autore QUI.

Il libro verrà presentato a
- Castelfranco Veneto il 28 novembre, presso Teatro Accademico, ore 21.30. ANTEPRIMA.
- Milano il 2 dicembre, presso Sala Consiliare CNA, Via Novara n° 50, ore 18.30. Interverrà il critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grasso.
Altre date a seguire.

lunedì 3 novembre 2014

SOCRATE ALL'ITALIANA


Ammazzano un poveraccio dopo averlo torturato e ipotizzano, ma per finta, l'omicidio colposo (assolti tutti). Un drogato ubriaco falcia un ciclista e lo rimandano a casa: omicidio colposo. Salta fuori la mummia di un paziente perduto in un ospedale tre anni prima e l'ospedale nel suo complesso, trattato da organismo cosciente, è chiamato a rispondere per colpa. Quale non si è capito. Stupri, massacri, stragi, devastazioni, risse, tutto coperto dal grande ombrello della colpa, non in senso biblico ma legalistico tricolore che vuol dire: non l'ha fatto apposta. Quindi merita una pena da poco, una pena virtuale. Ma cosa è tutto questo socratismo da strapazzo che gira nel Paese impunito, dove ad essere punite sono sempre solo le vittime? C'è una evidente forzatura nell'interpretazione della realtà e di conseguenza delle norme, non ha molto senso né logico né neurologico sostenere che uno che si abbandona a comportamenti rischiosi, irrazionali, sapendolo, poi non ha colpa delle conseguenze; lo stesso codice penale, se non l'hanno cambiato da quando mi laureai, considera una aggravante e non il contrario il contegno di chi provoca la propria mancanza di controllo. Ma nei tribunali vige la regola opposta, nessuno fa il male volendolo, se poi proprio l'aveva voluto, basta pentirsi in diretta e si rientra nel buonismo criminale, che poi qualche magistrato esperto come Pignatone ci mette una pezza con la politica del rimando e dei periodi ipotetici dell'irrealtà. Ha detto la sorella di Stefano Cucchi: per farmi smettere dovranno uccidermi. Attenta Ilaria, sanno bene come si fa e non si fanno il minimo scrupolo. 

domenica 2 novembre 2014

L'IMPOSSIBILE VIVERE


Guardo il volto solcato di Ilaria Cucchi, un volto tutto ombre sul quale hanno spento la luce, la guardo mostrare la gigantografia del fratello maciullato e non saprei dire quanto strazio costa quel gesto e non saprei spiegare perchè in questo Paese bisogna sempre umiliarsi, devastarsi per poter affermare il semplice diritto ad essere cittadini. E non ci si riesce. Ilaria credeva nella giustizia, perché doveva crederci, e non smette di crederci adesso, nonostante tutto, perché non può permetterselo. Questo lo capisco. Lei dice che i due pubblici ministeri hanno sbagliato impostazione, ma non le viene il sospetto che l'abbiano fatto apposta, nella peggiore tradizione dell'italico bizantisimo grandguignolesco? Ma sì, certo che lo sospetta, certo che lo sa ma non può ancora dirlo. E piange, e reagisce, e ancora non si dà per vinta, come la madre di Aldrovandi, come tanti altri. Ma lo Stato sordo, spietato. Beffardo. Il Sap, questo osceno, piccolo sindacato di legionari, che leva gestacci senza vergogna, che manda comunicati deliranti, chi razzola male, chi non è come noi lo vogliamo, ha quello che si merita. “Ma cosa c'entra il drogarsi di mio fratello col macello in cui l'hanno ridotto?”, chiede retoricamente Ilaria Cucchi mostrando la gigantografia del macello. Retoricamente, perché è chiaro a tutti che si tratta di una provocazione totalitaria da quelli che vorrebbero edificare l'uomo nuovo alle loro condizioni. Ma il Paese scomposto ormai non si scompone più, ha altro da pensare e piccoli, abissali squallori come questo Sap restano al loro posto, nessuno ipotizza niente a loro carico perché, per piccolo che sia, anche questo è un serbatoio di voti, forse anche in grado di intimidire qualche toga don Abbondio. E così si gioca il destino senza futuro di un cittadino, si chiami Cucchi, si chiami Tortora, che incappa nelle tenaglie di uno Stato Leviatano, Moloc, chiamatelo come vi pare, e deve dannarsi l'anima in imprese disperate, nella missione impossibile di essere cittadino, rispettato come tale, tutelato come tale. E non ci riesce. Vivere qui è una roulette russa, a chi tocca tocca e più ti agiti e più perdi i pezzi, con la gente che ti dice “non mollare” e tu che invece non ne puoi più. Ma perché? Perché santo Dio un giorno ti prendono un parente, lo arrestano fingendo di crederlo un altro, lo massacrano di botte nelle segrete di un Palazzaccio, lo scaricano in una cella, lo isolano dai parenti e dal mondo, lo lasciano lì finché muore d'inedia, come in lager, e tu devi vederti assolti tutti gli aguzzini e in più sentirli che ti mandano affanculo, ti offendono platealmente, ti criminalizzano, disprezzano la loro stessa vittima? 
Il giorno della sentenza non riuscivo a calmarmi, la vedevo come la conferma della mostruosità dell'impossibile vivere da cittadino italiano e ho mandato un messaggio a Ilaria Cucchi, per dirle che soffrivo con lei, che non mi rassegnavo. Non mi aspettavo rispondesse, ma a sera l'apprecchio ha vibrato: “Grazie”.

sabato 1 novembre 2014

LE SENTINELLE


A forza di propaganda, violenta, ricattatoria, ci hanno insegnato che la Magistratura stava sotto scacco, vilipesa, travolta e che travolgendo lei spazzavamo via noi stessi, la nostra democrazia nata dalla guerra civile. Niente di più falso. La Magistratura nata dalla ricostruzione democratica era la stessa del Fascismo, trasfusa nel nuovo regime da cui sarebbe stata poi scalzata, al suo interno, da una corrente più al passo coi venti rivoluzionari. A riprova che la Magistratura è un organismo capace di adeguarsi, di badare a se stessa, di tutelare solo se stessa, fra estemporanee alleanze e scomuniche. Un po' come la Chiesa. Chi è stato ad allevarci al culto della Magistratura nostra amica? Le note sentinelle della morale, ovvero gli amici degli amici quando non i giudici medesimi, sui loro stessi giornali. Niente di più fuorviante. La stessa stagione delle primavere, delle mani pulite fu illusoria, lo capimmo dopo: i giudici inquirenti accusavano, spesso chirurgicamente, i giudici giudicanti assolvevano, spesso chirurgicamente; dopodiché, tutti nel gran gioco della politica. La Magistratura non è neppure, come appare, di particolare sensibilità progressista o reazionaria, semplicemente protegge se stessa per durare: si sente investita di compiti ulteriori, come il De Magistris che da pubblico ministero voleva “usare il codice per fare la rivoluzione civile”, da cui poi un suo amico e collega avrebbe fondato un partito. Non è stato condannato ma graziato, tutelato questo giudice fallito, sindaco fallito, con una interpretazione cavillosa opposta a quella che ha messo fuori gioco il nemico giurato Berlusconi? Ma la Magistratura, nelle sue troppe articolazioni, esibisce volentieri simili manifestazioni di potenza, anche tracotanti, per far capire che lei sente al di sopra della politica, del gioco democratico, della morale che anzi vuole insufflare. Non tollera controlli, verifiche, obblighi al di fuori del suo seno: distrugge e spazza via chiunque si provi a ricondurla a un princìpio di responsabilità, siano presidenti della Repubblica, governi, partiti, istituzioni o privati. Quando c'è da difendere lo Stato oltre ogni decenza lo difende, ma per proteggere se stessa, ritenendosi prima e purissima incarnazione dello Stato. Uno Stato che è ancora Leviatano, che, se vuole, e vuole, divora, disperde chiunque gli sbarri la strada. Per i cittadini che oggi si disperano è un incubo la sentenza che uccide un'altra volta il povero Stefano Cucchi, martoriato da tutori dell'ordine, non curato da medici, lasciato morire da infermieri: tutti assolti. Per i cittadini, ma non per chi i Palazzacci della giustizia li bazzica da un quarto di secolo, e ha visto e sentito cose che non potrebbe mai raccontare, perché chiamerebbero subito un'autoambulanza. Invece sono tutte vere, così come è vero che, se non sei un cialtrone matricolato, se sei uno che riga dritto, da quei tetri Templi del sopruso esci distrutto, quando ne esci. Potrei citare il caso, recentissimo, nella mia regione, di un giovane spacciatore confesso che, al giudice, ha spiegato: sono senza lavoro, dovrò pure mantenere il mio tenore di vita; e il giudice, ritenendo fondate quelle ragioni, lo ha mandato libero, lo ha prosciolto. Oppure il caso, ancor più vicino a me, di un notorio pedofilo, trovato con un archivio allucinante di fotografie orrende, giudicato in nome del popolo, mai scontato un giorno, che proprio ieri sera, Halloween, vedevo circondato da adolescenti che d'altronde non meritano tutela, conoscendolo benissimo per quello che è. Qui il bravo cittadino avverte le istituzioni, che gli ridono in faccia quando non lo invitano pesantemente all'omertà; il cattivo cittadino provvede da solo, attaccando il mostro al muro come carta da parati. Noi, che non siamo cittadini né bravi né cattivi, scuotiamo la testa e tiriamo dritto, assuefatti a una impotenza che è diventata indifferenza. Quando, con un ex collega, denunciammo pubblicamente il vecchio malaffare del giornale che ci aveva sfruttato entrambi, i lettori più sprovveduti ci sfidarono a rivolgerci alla magistratura. Per fare cosa, per andarci di mezzo noi soltanto? Ma cosa potremmo fare, se i giudici, usciti da concorsi di Stato, con metodi di Stato, non sono diversi dal resto del Paese, sono solo più (pre)potenti e più intoccabili? Ai casi di Cucchi, di Aldrovandi, di Uva, di tanti altri, va aggiunto quello di Matteo Vaccaro, ucciso all'inizio del 2011 in un agguato al parco di Latina da una banda di balordi che, in appello, sono stati tutti praticamente graziati, perfino chi era evaso dagli arresti domiciliari. Osceno al punto che la Cassazione ha preteso un nuovo processo di secondo grado. Per la Magistratura, ultima spes del cittadino "a rischio di regime", gli ultimi, i nessuno sono numeri, sono niente e la prima e unica legge è quella che mi insegnò un procuratore capo: caro Del Papa la legge è come la pelle dei coglioni, va dove la tiri. Dove i coglioni sarebbero quelli che restano impigliati, senza tutele di Stato dallo Stato, e dei quali poi un sindacato di polizia più simile a una falange romana, dice: ben gli sta, i tossici hanno quel che si meritano. Il che non è solo vergognoso ma tradisce anche una concezione pedagogica, in chi indossa una divisa, tipica dei regimi totalitari, che non hanno colore. Il dramma del nostro Paese essendo appunto questo, che qualsiasi istituzione vi si sente investita di una missione etica, hegeliana anziché lasciare i cittadini nella piena libertà di agire come meglio credono, intervenendo solo a loro tutela. E infatti, dall'hegelismo poi discende il totalitarismo, naturalmente travestito da democrazia, da sentinella democratica. Ma la verità è che non ha amici questa Dea Giustizia, capricciosa e sensibile alle lusinghe. Non ha amori tranne se stessa. Solo chi ci va a cena e poi a letto una sera sì e l'altra pure, poteva gabellarci la storiella della Giustizia amica del popolo, ma anche loro nutrono un concetto piuttosto aggressivo, intollerante del gioco democratico.  

venerdì 31 ottobre 2014

DUE FOTOGRAFIE


Se c'è un caso in cui dire “io l'avevo detto” è odioso e insieme necessario, è questo. Forse qualcuno ricorderà l'intervista che qualche anno fa mi concesse Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, per un giornale musicale gestito, allora come in passato, da gente che non meritava certi exploit. Era l'inizio di una vicenda processuale disperata, condotta con disperata speranza, ma per la quale arrivai a ipotizzare, anche con l'interessata, l'esito che oggi si è confermato. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ci credeva, aveva l'obbligo di credere in una giustizia comunque. Io però ne avevo già viste troppe, come cronista, e da tempo non avevo più alcuna residua fiducia in questo Stato, in questa Giustizia, in questo Paese. E non avere speranze è l'unica cosa da fare: la verità, unica, vera, brutale, è che lo Stato assolve sempre se stesso, subito o alla lunga che sia. La verità, unica, amara come il fiele, è che per lo Stato un tossico, un perdente, un debole non conta un cazzo, non vale lo sforzo, non esiste. Anche se viene massacrato dai tutori dello Stato nei sotterranei di un Palazzaccio dello Stato. Anche se viene torturato come in un lager nazista o koreano, di quelli che ultimamente tanto piacciono ad alcuni esponenti dello Stato (senza che nulla accada, senza che vengano chiamati a rendere conto delle loro apologie criminali). Stefano Cucchi era un nessuno, e i suoi 37 chili adesso si disperdono al vento: domani il suo nome tornerà un suono vano, tranne che per i suoi familiari. Chi era, in fondo? Un nessuno, che non meritava la tutela di uno Stato e dallo Stato. Ma invece, la sua fine inaccettabile, il modo ignobile con cui lo Stato la liquida, è una tragedia che, egoisticamente, riguarda tutti, nessuno escluso: per l'immane ingiustizia perpetrata, e perché potrebbe toccare anche a noi. A quanti, almeno, non hanno tutele di Stato contro lo Stato. Nulla si può fare, scendere in piazza, magari per sfasciare a caso, serve a niente ed è assurdo; mandare messaggi sui social serve a meno ancora, ed è patetico; ma che almeno si sappia di essere tutti in balia di ciò che ci stritola. Che la si smetta con le esaltazioni legalitarie, burocratiche, moralistiche. Che la si faccia finita di scambiare il cinismo con la democrazia, la vessazione con la tutela. Che si mantenga la consapevolezza che uno Stato, quando si comporta in questo modo, non è altro che una spaventosa trappola senza uscita. Che almeno non si dimentichi. Che non si disperdano i nomi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, e di tutti quelli con due fotografie: quella sorridente da vivi, quella ingiuriata da cadaveri. 

giovedì 30 ottobre 2014

NAOMI SHELTON & THE GOSPEL QUEENS - COLD WORLD


C'è qualcosa nel proditorio revival del soul di questi tempi che va oltre la retrologia, asfittica moda di una moda, patetica compulsione al rimpianto. Perché questi dischi di soul non sono neosoul, sono classic soul, variamente declinato ma sempre con la consistenza sapienzale della tradizione. Insomma sono nuovi dischi di un genere vecchio, incisi da interpreti “vecchi”. Gente come Charles Bradley, come Lee Fields, che ha conosciuto il successo solo oltrepassando i loro personali sixties, dopo una vita nel sottoclou del soul più rutilante – e mentre Mick Jagger rispolvera al cinema la leggenda di James Brown. 
Prendi Naomi Shelton, questa gospel singer dalla voce ricca di tutte le stagioni, di ciascuna delle circa 70 primavere trascorse. Naomi Shelton da Midway, Alabama, e dove sennò, canta la musica del Signore, canta di peccatori, canta gli stomp domenicali chiesastici - “Levati in piedi bambino!” - ma i suoi toni sono insofferenti di catene, ma l'intensità non la puoi incamiciare, ma quella voce lambisce la rabbia, s'arrocchisce, arrugginisce, raccoglie il muschio, scende nelle cavità dell'anima, ne scrosta i segreti più umidi, riemerge cambiata, non disdegna l'eresia e la dannazione; quella voce s'inalbera, si pente, riprende vela, si esalta in un coro mistico: l'accompagnano i Gospel Queen, detto tutto, formazione veterana benché messa insieme con Cliff Driver nel non lontano 1999 a New York, capace di sguazzare tra tutti i sottogeneri: gospel, black gospel, funk, deep funk revival, northern soul e chi più ne ha ne inventi, tanto è sempre “quella musica”. 
Quella inarrivabile musica. Sacro e profano così come mistica e terrena è Naomi, che fin da giovane alternava l'incenso della chiesa alla polvere alcoolica dei bordelli di Brooklyn mascherati da locali notturni, e qui diventava Naomi Davis. Cose assurde che solo alle cantanti nere dell'anima riescono perfettamente naturali e plausibili. Perché non basta stabilire, folgorati dalla banalità, che c'è il bene e il male, il bianco e il nero in ciascuno di noi (laddove il nero, nel caso musicale, è il bene), bisogna proprio tatuarseli, incarnarseli e poi dimenticarsene, farne un'appendice esistenziale come quelle fumatrici che non sanno neanche loro di vivere appese a una cicca ma non puoi immaginartele senza. Se la senti cantare, Naomi Shelton/Davis, lo capisci. Il rosario di Cold World, appena uscito, a 5 anni dal debutto di What Have You Done, My Brother?, e dopo inesauste stagioni per i festival del mondo, ma di quelli che ogni sera consacrano, Bonnaroo, The Monterey Jazz Festival, Montreal Pop, e The Ottawa Blues Festival, non concede un bel niente alla modernità: nei suoi cori, nelle sue scansioni, nei suoi fremiti, nei suoi ammonimenti, nei suoi organi, nei suoi orgasmi, nei suoi lamenti (I Don't Know), nei suoi abbandoni, nei suoi languori, nei suoi ottimisimi, nelle sue escandescenze e depressioni e meditazioni – oh, così Sixties. Tu trovaci Curtis Mayfield e Stapel Singers, Sam Cooke e quello che vuoi. 
Niente alla modernità, tranne la perennità di “quella musica” nera che esce dalle viscere della terra e dell'anima, delle lacrime, dei sorrisi scintillanti, dell'ingiustizia, della sofferenza, dell'esodo e del riscatto e della fede, e che proprio perché intrisa di fede non può morire e non può cambiare. Get Up, Child! Naomi canta, e il tempo si ferma: noi, intontiti figli di quei '60, forse perfino suoi nipoti, possiamo allora acchiapparlo facendocene acchiappare, avvolgere, stritolare per consegnarci a un incanto in bianco/nero e domandarci se fosse davvero tutto oro, oro nero quello che la nostalgia fa luccicare. Nostalgia per un periodo in fondo non vissuto, lambito appena, tuttalpiù sospettato. È l'eternità del passato che si fa futuro, che si cristallizza nell'unica esistenza del presente, crocicchio, cortocircuito fra ciò che non è più (forse non è mai stato) e cioè che non è ancora (forse non sarà mai). Non puoi fare questo se non sei nero, e non puoi farlo se non hai già sessanta, settant'anni: devi avere vissuto prima, avere perduto, cercato, trovato altro, e altrove. Devi essere stato nel sottoclou della vita. Devi avere esordito a 60 anni suonati, dopo avere cantato tutta la vita. Devi avere cantato, e cantato, e cantato, oltre la morte, oltre vita. E questo è per l'appunto Cold World, una desolata, esaltata, ieratica, solenne, tenera, feroce invettiva su mondo troppo freddo, troppo ingiusto, troppo sbagliato. 
Poi la signora canta One Day, e noi ci arrendiamo: verrà un giorno, quello che non è stato e mai sarà, verrà quel giorno, il giorno eterno che non cambia, che non abbiamo vissuto ed ogni giorno inseguiamo; eccolo, per un attimo ci passa davanti, in carrozza sulla voce di Naomi Shelton, farfalla ringhiosa, e noi capiamo quel che sant'Agostino diceva del tempo: se non me lo chiedi lo so, se me lo chiedi non lo so più.
(dal Faro speciale estate)

mercoledì 29 ottobre 2014

IL FARO 39/2014


"Vorrei capire perché in Italia non c'è artista degli ultimi 50 anni, perfino Pupo, perfino Povia, perfino Fabio Volo, per tacer di Cristina d'Avena, che di sé abbia rinunciato a dire: ah, io ero scomodo, avevo il mondo contro, ce l'ho fatta contro tutto e contro tutti...".

Il Faro riflette la sua luce sulle pozzanghere, la dirotta fino a lì. Se vi siete riabbonati, grazie. Se non lo avete ancora fatto, grazie in anticipo. Se contagerete del Faro qualche amico, grazie di più. Numero colorato, curioso, irriverente, e... occhio alla pubblicità che non c'è! Il Faro, l'elettorivista di MDP, solo per abbonati, ogni sabato in allegato email.


Il Faro. Tutto dentro.

martedì 28 ottobre 2014

SMILE TO ME


Magari mi sbaglio, ma ho visto un indizio che secondo me non mente (Lie to Me), un baleno rivelatore, una sensazione lieve ma densa come una profezia. Non stava nelle anime della sinistra intente a contarsi, l'impalpabile pesantezza del Jurassic Park sindacale contro l'insostenibile leggerezza del luna park Leopolda. No, io l'ho visto in un sorriso. Un sorriso non da Gioconda, ma da Venere botticelliana del PD due o tre punto zero, insomma la Boschi. Non la Madonna lacrimante tra i clientes leopoldini e neppure quella condiscente da quel ciambellano di Fabiofazio. No, l'apparizione è stata in un servizio di telegiornale, qualche sera fa. Sorrideva, naturalmente, ma era un sorriso diverso. Cambiato. All'inizio, quando andò a giurare in tailleur blu elettrico, era il sorriso un po' imbambolato di Heidi, tra eccitazione ed ansia, ma chi l'avrebbe detto a 30 anni appena. Era il sorriso dagli occhioni blu come il tailleur, sgranati, quasi in cerca di comprensione. No, quello dell'altra sera, una manciata di mesi e di premesse dopo, era tutt'altro sorriso. Gli occhi sempre sgranati, ma questa volta in modo plateale, una luce di tracotanza, di incredulità, ma che vogliono questi qui, ma lo sanno con chi hanno a che fare, il sorriso irridente, sfottente, del nuovo potente che sta perdendo verginità, freschezza e soprattutto contatto con la realtà, che si sente arrivato, intoccabile, indiscutibile e alle critiche reagisce col compatimento gentile ma chiaro, inequivocabile: io sono io e voi... 
Voilà. Fossi in Renzi, comincerei a preoccuparmi di quella crepa del sorriso. Perché di solito le frane cominciano da lì. Da uno scricchiolio che nessuno avverte, che non si vuol vedere, che si scambia per sicurezza ed è invece sicumera. La banda Renzi, partita nel segno di una vicinanza informale, jovanottesca con la ggente, è cambiata molto presto, troppo presto: hanno capito, come ha ammesso il caposcout, che l'Italia era scalabile, per dire che tutte le resistenze ormai erano marce, erano corrose, dal paleosindacato alla nomenklatura interna, che Berlusconi era cotto, che una destra non esisteva: bastava non guardare in faccia nessuno, mettersi in marcia e le casematte si squagliavano senza neanche resistere, erano scatole di cartone sotto l'acquazzone. Intendiamoci: avere svecchiato, aver confinato le varie Bindi al museo, resta un merito. Ma se resta l'unico merito, è troppo poco e non autorizza certi sorrisi trasformati da Heidi a marchesine del Grillo. Dovrebbe ricordare, chi sorride con l'espressione finta incredula per amplificare il disprezzo, che tutto passa sotto questo cielo, a maggior ragione il potere, a maggior ragione in Italia. Basta un passo falso, uno solo, e magicamente tutto si ricoagula e tu non ci sei più. Questo, certi mandarini scaduti lo sanno perfettamente bene: campano su una retorica vecchia, imbolsita, calcarea, ma proprio per questo inscalfibile. Occhio, ministra sorridente, che le Camusso passano, ma le Boschi passano pure più in fretta. Se voi ragazzi pensate di avercela fatta, e di cavarvela con i tappeti rossi delle Leopolde, avete chiuso prima di rendervene conto. 

sabato 25 ottobre 2014

venerdì 24 ottobre 2014

mercoledì 22 ottobre 2014