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A proposito del dentista bracconiere Walter Palmer del Minnesota che per puro capriccio ha fatto fuori un leone amatissimo in un parco dello Zimbabwe, pregiudicandone tra l'altro l'equilibrio naturale, il giornalista Luca Mastrantonio sul Corriere rileva l'imbarbarimento social: gesto orribile, si capisce, ma attenzione a non scadere nella jungla morale. Certo, i divi di Hollywood che dirigono il coro degli invasati inducono fastidio, come la Mia Farrow che pubblica su Twitter l'indirizzo della clinica del cacciatore. Per non parlare dei fanatici che gli vanno sotto casa travestiti da leone. Io però sono tra quelli che hanno contribuito nel loro piccolo alla gogna e non me ne pento, e sì che di gogne subite ho una cerca esperienza. Come mai non mi pento? Perché in questo caso il dentista bracconiere è colpevole (e impunito) oltre ogni ragionevole dubbio. È uno che in vita sua ha massacrato decine di animali stupendi e liberi, sia pure nelle riserve, uno che si esibisce, con la sua dentatura del cazzo, coi suoi trofei, uno che può corrompere le guardie a botte di cinquanta, centomila dollari per togliersi lo sfizio di una caccia vigliacca. Infine, uno che si dice pentito perché si sente braccato. Mi spiace, non ci sto. Uno così è un criminale, una vita a perdere, che colleziona vite e le rende carcasse: il fatto che si tratti di animali non lo scusa e saremo lombrosiani, saremo non migliori di lui ma le facce parlano e la faccia di questo farabutto racconta proprio una brutta storia, una vita tronfia, vita a perdere. Dopo il leone, ultimo di una serie infinita di massacri, voleva abbattere un elefante, si sentiva onnipotente, lavorava, guadagnava per uccidere. Non è uno che si pente, è uno che aspetta che passi la bufera per ricominciare, uno psicopatico incapace di capire il proprio orrore ed è uno che, c'è da scommetterci, se agisce diversamente nel consorzio sociale è solo perché vi è costretto dalle convenzioni e dall'etica borghese del mercato, insomma uno che riga dritto per mantenere uno status ma appena può ruba, evade, prevarica, magari dietro la facciata del professionista irreprensibile. Dite che non toccano a noi certe valutazioni? Lo dite voi, qui non si condanna ma si giudica, che poi è il grande equivoco della morale cattolica. Io uno che si diverte a torturare un animale per 40 ore poi lo finisce, lo scuoia e se ne fa una pelle da sfoggiare, lo giudico. Non spetta a me la pena, ma ammetto tranquillamente che sarei spietato. E non venitemi a dire che divento a mia volta animalista fanatico, l'animalismo non c'entra e non c'entra il fanatismo, è solo la rabbia che assale di fronte alla banalità dell'impunità: se per una volta questa lurida regola può venire infranta, ci sentiamo autorizzati a fornire il nostro modesto contributo.
La pena di morte ufficiale? No, quella no, siamo, restiamo contro la giustizia divina di Stato. Non siamo Dei, né metafisici né istituzionali, non aspiriamo a diventarlo. Ma la legge degli uomini è notoriamente parziale, cieca con i deboli, con mille occhi di riguardo per chi può pagarsela e allora diciamo che ci sono tanti modi per rovinare la vita a un mascalzone anche risparmiandogliela, dal fisco alle mille vessazioni legali fino al classico incidente. Statene pur certi, uno così non diventa fra Cristoforo, resta un Griso sia pure di animali: ma la ferocia non è minore, non è meno grave. Non dipende da noi amministrare la giustizia, come ammonisce Mastrantonio che è giovane e ancor pieno di ideali ma noi abbiamo forse una esperienza di vita più ingrata, più disperata e sappiamo che gli uomini non cambiano, se cambiano diventano peggiori. Il dentista bracconiere non nutre alcun rimorso, teme semplicemente per sé e per la propria attività e di questo, ci perdonerete, non ci disperiamo affatto. A viso aperto lo abbiamo, per il nulla che contiamo, additato e non esiteremmo a fare quanto in nostro potere per spazzarlo via. La gogna verso un innocente, un diverso, un indifeso, quella è oscena e da stroncare. La gogna verso un farabutto simile, anche se sa di ordalia, per quanto ci riguarda è un felice contraccolpo del web anarcoide che ogni tanto complica la vita a chi è abituato a prendersi quella degli altri, umani o meno, facendola sempre franca. 
Non è un numero vacanziero, distratto, rilassato. Proprio no. Tutto il contrario. Date torto al Faro se vi riesce. Il Faro, tutto dentro. Ma solo per chi si abbona. 


"Ti scrivo dopo aver letto il tuo pezzo su Amici miei
Ed è proprio come scrivi: "constatazioni insopportabili al suono di quel tema maledetto che più lo ascolti e più stai male. Perché ce l'hai dentro, s'è proprio avviluppato all'anima" e una volta che s'è avviluppato non te ne liberi più, diventa la stoffa della tua stessa anima. Qualcosa di pre-verbale, forse per questo passiamo l'intera esistenza a cercare di dare un nome a quella cosa lì? Ma c'è sempre un resto, un fondo d'indicibile, eppure non muto. Ecco, quel tema 'maledetto' è per me il resto, qualcosa che non so dire se oltrepassi o preceda la nostalgia. 
Ti ringrazio, perchè leggerti per me non è mai consolatorio, ma rende la mia solitudine meno alienante e più degna, ci tenevo a dirtelo".
Carmine, da Milano 



Il negozio di dischi dove andavo a comperare i dischi e che aveva una insegna pleonastica: DISCHI. Quello di modellistica, stessa piazza Bottini della stazione dei treni, del metrò e dei tram, dove mi procuravo le mie dosi di squadre del Subbuteo e una volta ci arrivai nel pieno di una nebbia ghiacciata, densa come un budino di vapore e non lo vedevo, non riuscivo a distinguere la porta. La trafila di botteghe di via Porpora dove col mio buon amico Tony passavamo il pomeriggio a prendere in giro il lattaio, che assomigliava al jazzista Lino Patruno, l'ortolano che pareva Nanni Svampa, la di lui moglie che per me era Lucio Battisti, il cartolaio misogino con l'ictus che sbavava, il Carlino, e via via tutti gli altri, la tabaccaia che biascicava perennemente e sbagliava la marca di sigarette, “Lei ha detto... Muratti??”, il ferramenta che aveva un figlio fatto di chiodi, la rosticceria calda, piena di colori, dei due fratelli scapoli conosciuti come “le sorelle Bandiera” e la mamma, totemica, immobile sulla seggiolona montata sul banchetto che prendeva le ordinazioni con una calligrafia gigantesca, un cliente un bloc notes, il droghiere dove c'era un buon profumo di caffè. L'altro profumo di caffè, del bar Franco d'angolo a piazza Gobetti, profumo di caffè, di flipper di cui ero un maestro e di vecchie puttane materne che ascoltavano in ciabatte gli sfoghi dei falliti, i pensionati, e poi a una cert'ora si levavano su, lente e pesanti come camion, e andavano “a lavorare” alla pensione Cremona che era proprio lì di fronte. Il barbiere Tonino, l'unico napoletano che tifava Milan, aveva comprato il completino “da Gianni Rivera” al figlio e una volta che quello s'era messo a giocare con un pallone nerazzurro, lui l'aveva picchiato in mezzo a piazza Gobetti dalle panchine scrostate e le piante brulle e l'odore di bacche marce, il nostro San Siro dalle partitelle epiche. La moltitudine della domenica sera, rotolata fuori dallo stadio, sparpagliata sui tram, per i bar, per le strade, per migliaia di vite ingrate, gli occhi ancora pieni della partita e già in gola il soffocamento del lunedì che sale dall'imbrunire atroce, suburbano, disperato. Un castello rosso sangue a guisa di cinema, d'angolo in via Porpora dove mio padre mi portava per mano, che non mi perdessi nell'inverno, a vedere certi film che piacevano a lui e che ora non ricordo. La pizzeria in fondo in fondo in fondo a via Teodosio, dove la domenica, che festa!, andavamo lui ed io a prendere la pizza, la facevano alta, spessa quattro dita e dentro c'era un arredamento anni Sessanta tutto spigoli ed angoli e modernariato, una roba da film, e ci son passato di recente, apposta per vedere, ed era tutto uguale ancora dopo 45 anni. I viali di città studi che mi stordivano di alberi e di tram, per mano a mia madre contraevo il virus della melanconia, incurabile, cronico. E i negozi, sempre in via Teodosio, i bar, i panettieri, il fioraio sempre acceso, il benzinaio con la faccia da Domenico Modugno che era amico di mio padre, gli prestò la macchina per un viaggio lontano e naturalmente finimmo fuori strada, io incastrato sotto un sedile e da allora sono malato di claustrofobia, la casa dove sono nato, con una vecchia portinaia che mi terrorizzava va' a ricordare perché, la lunghissima strada ombreggiata da meravigliose piante, scandita da templi di moda che non avrei varcato ma le sentivo mie lo stesso, coreografia, quinta e platea del mio vivere nel quartiere. Altre boutiques, quella in via Vallazze, dove mi tenevano ostaggio per interi sabato pomeriggio, ma poi perché?, santo cielo, io preferivo il negozio dei tamarri “International Shop” dove prendevo i jeans rossi e gialli, e così ogni tanto evadevo da quel metroquadro di “confezioni uomo donna” stipato di chiacchiere e m'incollavo al negozio di giocattoli “Cenerentola” due vetrine più in là, quella di mezzo era un'erboristeria che liberava un odore penetrante, fortissimo, proustiano che non mi ha mai abbandonato e lei, la signora Cenerentola finì in manicomio alcolizzata e un giorno morì e il negozio restò lì, i giocattoli urlavano irraggiungibili dietro la vetrina a coprirsi di polvere. L'altra boutique ancora, da un'amica di famiglia in via Lanzone, altri sabati maledetti di pettegolezzi, di noia atroce, di fumo di sigarette e vestiti provati dai miei ed io li maledivo. I grandi viali radiali che dal centro s'allungavano alle periferie, traiettorie dritte, solcate dagli autobus, che solo per un attimo feci in tempo a girare al volante. Le strade d'intorno a casa mia, così eccitanti di notte quando si partiva per il mare, così più vuote di qualsiasi deserto, nemmeno un'ombra per terra, nei pomeriggi delle domeniche d'agosto riarse di sole e d'attesa, appena tornati dal mare. La tangenziale che avevo imparato a conoscere uscita per uscita. A quella di Linate, l'aeroporto dove andavamo a vedere gli aerei (mai a prenderli) e una sera che accompagnai mio padre a prendere “dei giapponesi” rimasi esterrefatto perché con tutte quelle lucette e quella frenesia di traffici e d'affari mi pareva d'esser finito in un film americano. La Stazione Centrale dove andavo a girare le cabine del telefono e a forza di pugni, di scrolloni ci facevamo il gruzzoletto di gettoni da convertire in giornaletti o cazzate del genere. Bisognava solo stare attenti ai barboni che a volte erano pericolosi, sentivano invaso il loro territorio. I ladri invece ci lasciavano in pace, poi sapevamo riconoscerli e si girava al largo. E tante stazioncine di paese, notturne, derelitte, lugubri come canzoni di Tom Waits, biciclette guareschiane dimenticate addosso a un muro e gerani sui davanzali di finestre ad arco, dove non sarei mai sceso ma a forza di passarci in treno le conoscevo come la mia anima. Sempre dal treno, la grande raffineria di Ancona, quel meraviglioso inferno industriale, grovigli immani di tubi colossali, e depositi e cisterne, fiamme che salivano in cielo, odore di benzine, ogni volta che ci passo davanti faccio in modo di avere nelle orecchie del buon post rock per dannarmi meglio. Il sapor di fresco delle estati sudate a Miramare, piena di gelaterie, di negozietti estroflessi come ernie, la camminata scandita da bancarelle che emanavano stordente odor di gomma, di pinne, di salvagenti, di jeans, di juke box, di gelaterie, di piadine, di pizze, di edicole dal forte sapor di buste “sorpresa” con dentro vecchi fumetti, di sale giochi dai disegni trucidi come quelli dei luna park ed era per quello che ci andavo, ci stavo le ore senza giocare a niente, mi piaceva sentirmi a disagio, in vago pericolo ed era per le stesse vibrazioni squallide che passavo e ripassavo davanti al cinema a luci rosse, del quale non m'interessava l'interno ma la cornice, i manifesti violenti, dai titoli impossibili, la maniglia d'ingresso dal design che ricordava, pensa un po', quello della stanza da dormire dei miei. E l'anno scorso son tornato a Miramare e il cinema porno è ancora lì, uguale a se stesso, forse l'ultimo rimasto, un sogno sospeso nel tempo. E poi Fermo, vecchia coi muri dei vicoli che trasudano zaffate di muffa, le sue salite e i suoi vicoli, torpidi e cupi, i gatti eterni che si nascondono, il concerto sommesso del bubbolar di piccioni, le desolatitudini e gl'incanti dei lampioni notturni, lo scampanare piovoso che dal Duomo si spande per la valle e odora di sante messe, di neri golfini di vecchie a sussurrar litanie sui banchi sagomati dal fiammeggiare gotica d'un grappolo di candele. Porto San Giorgio dai vezzosi villini liberty, come li chiamava il mio poeta Lugano Bazzani, ed era impagabile scorrerli in bicicletta nelle notti d'estate, finché passavo proprio davanti casa di Lugano che come niente fosse era in veranda e come niente fosse mi diceva vieni, parliamo un po' e si faceva l'alba e dopo che mi aveva asciugato ogni pensiero mi diceva vai, adesso, torna a casa a riposare, e di fronte casa di mia moglie la vecchia mescita cadente, dall'insegna cancellata, che mi risuonava sempre dentro una canzone dei Pearl Jam e adesso l'hanno tirata giù, che franava, e al suo posto c'è un buco da riempire. Il profumo di una ragazza che un giorno che non ricordo ho sfiorato e mai conosciuto, ma ce l'ho dentro e non mi lascerà. Questo io posso darvi, Lugano m'ha insegnato il trucco, questo io posso darvi, cose che non ci sono eppure voi le vedrete; forse le vedrete, coi miei occhi lontani.




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"Il libro è molto bello, avvincente, sono contento di averlo letto però io sono arrivato in fondo a quello ma a una vita così non ce l'avrei fatta. Non potrei vivere una vita come la tua".
Roberto, Roma

Questa, signori, è Grottammare Alta. Ci si respira indolenza, magia, raffinatissima muffa di muri antichi, sospiri di gatti (c'è una deliziosa colonia felina) e, potendo, ci si siede a mangiare, prendendo posto in cartolina. Lo dico con orgoglio, perché questi sono i posti dove vivo, dove più o meno quietamente invecchio e ogni volta che li riscopro mi sale l'incanto e mi sale la rabbia: sono incanti penalizzati, misteri insospettati, un po' troppo difesi, non ci si capita, bisogna stanarli, sapere che ci sono ma se li sai vuol dire che li hai già scoperti, un maledetto circolo vizioso. Queste misconosciute enclaves andrebbero prima o dopo espugnate, qui si miscelano l'indolenza mediterranea, il lascito contadino, la solennità medievale. Qui le chiese romaniche, gotiche strizzano l'occhio alla distesa marinara, un'Abbazia può guardare l'antro della Sibilla da conquistare attraverso una trama di borghi dimenticati e superbi. Qui si può trascorrere un periodo gentile e ieri sera, al momento di rubare questa istantanea, mi divertivo appunto con mia moglie a immaginare un piccolo tour per qualche amico che avesse voluto visitarci: primo giorno, una visita tra i viali e i vezzosi villini liberty di Porto San Giorgio e la fiaba sospesa di Torre di Palme. Martedì, alla scoperta di Grottammare alta, che pare un frammento di costiera amalfitana incastonato nelle basse Marche, e poi anche di quella bassa, con la sua dimensione turistica elegante e ovattata; volendo, ci si allunga fino a San Benedetto, trionfo delle Palme, fino a quel curioso fremito di riviera romagnola che sta a Porto d'Ascoli. Mercoledì, saliamo di quota? Possiamo scegliere fra l'ascesa fino a Montemonaco e satelliti, e poi, volendo, guadagnare l'altra parte, la balconata che si protende da San Ginesio, dal Maceratese. Giovedì, cosa di meglio che il Mercatino per i vicoli e le piazze e piazzette di Fermo per coinvolgere amabilmente i nostri ospiti? È già venerdì, e non vuoi concedertela una serata di pesce, magari con quel brodetto che solo qui si trova? Sabato, che ne dite della Recanati dell'Infinito, e poi magari osare fino a Numana, Sirolo, per uno scatto di turismo snob? Domenica, ci sarebbe proprio da non mancare Ascoli, la sua piazza in bollore, come la definì Luca Goldoni, le sue atmosfere rarefatte. E si potrebbe continuare per giorni e giorni, ma la settimana è finita. E bada che mi sono limitato a sfruttare le sere, ti lascio tutto il mattino per poltrire al mare. Non lo so, non mi pare che ancora nessuno abbia pensato ad una iniziativa simile, un tour delle Marche, da calibrare, modulare, le cose da vedere sono mille, gli itinerari potenzialmente infiniti. Invece ogni località va (o sta) per suo conto, è un turismo che si nega, si ripiega, s'infarcisce di sagre, s'impolvera di musei, ma non c'è la vocazione, lo sforzo a far vivere una regione intera nelle sue incredibili possibilità. Io, fosse per me, ci farei una microtournée con qualche amico artista, ogni sera spettacolo di strada in una piazza diversa. Cari amici lettori, questa è Grottammare Alta: più che regalarvi qualche cartolina non posso fare, ma se passate a trovarmi m'impegno a farvici entrare, con tutti i sentimenti.

Par di capire che l'Italia è alla mercé di se stessa. Mocciosi che si ammazzano con l'extasy, regolamenti di conti tra adolescenti crocifissi e sgozzati come in una puntata di True Detective, duelli rusticani, preti che schivano coltellate in un turbinar di tonaca da corrida, ragazzini che finiscono misteriosamente in un crepaccio, volano da un treno in corsa, si accoppano nei modi più fantasiosi e televisivi. A Bolzano, ultras del Bologna e del La Spezia scelgono come terreno della disfida un parco giochi e si tirano addosso le attrazioni infantili. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma certo tutto ancora peggiore, ancora più estremo nella stupidità. Tanto che riesce difficile anche provare un moto di solidarietà. Prendiamo la faccenda della giovane fiorentina stuprata da un branco che naturalmente finisce assolto: sentenza pazzesca, non c'è bisogno di ribadirlo, ma di discutibile c'è pure il modo di difendersi della vittima che rivende la sua naivéte bovaristica ai media, che enfatizza la sua confusione sessuale e esistenziale come se bastasse ad esentarla dal buon senso. Che non ha niente a che vedere, sia chiaro, con le pressioni voyeuristiche dei poliziotti o con i cavillismi della corte, non giustifica il bieco “se l'è cercata”, e non legittima una sentenza scandalosa: sono semplicemente piani di realtà diversi, che non andrebbero confusi, la tragedia essendo a doppia lama, un gioco negativo dove tutti perdono: da una parte l'incapacità delle istituzioni a difendere i cittadini, dall'altra la totale sconsideratezza di questi ultimi che prima si ficcano in situazioni senza sbocchi e poi piangono, si lamentano: ma con chi te vuoi prendere se tuo figlio salta da un vagone all'altro di un treno lanciato a tutta velocità? A completare la nave dei folli, gli articoli dei giornali, i ragionamenti a pera di chi analizza i fenomeni: il ragazzino scannato dai due albanesi era uno “dedito solamente alla marijuana e alla techno e su facebook attaccava incessantemente la polizia”, insomma uno che non si poneva problemi su chi frequentava, su cosa faceva preferendo spostare il livello di responsabilità sulla nebulosa dello stato, del regime fantastico; adesso la mamma chiede giustizia, in quanto “è troppo presto per parlare di perdono”, come a dire: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente; ma le cronache assicurano che il ventenne macellaio “si è completamente pentito” e don Mazzi è pronto ad accoglierlo per affidarlo al pedagogo Corona. Si può vivere secondo virtute e canoscenza in una condizione di follia condivisa? E già ci sono quelli che teorizzano, ma sì, liberiamolo, a che serve rovinare una giovane risorsa per uno scatto di rabbia, tanto lo lascerebbero comunque libero entro un anno, tanto vale liberarlo subito, cosa è tutto questo razzismo? In rete non manca chi trova nel proibizionismo la causa delle morti da discoteca ed è convinto che semplicemente legalizzando l'extasy, mettendola sul bancone della farmacia la si renderebbe meno pericolosa, anzi curativa come la cannabis. Dopo la guerra al parco giochi ha detto il presidente del Bologna, Joe Tacopina: “No a questa follia, la città e la comunità ci aiutino”. E già rivolgersi alle istituzioni è sembrato un capolavoro di nonsenso, completato da commenti in puro stile fantozziano: “Il calcio è lo sport più bello del mondo”. Trovano due esaltati islamici a Brescia che vogliono far saltare per aria chissà chi e in televisione il solito “moderato” con barba da profeta sorride olimpico: ma erano solo due, casi isolati. Sì, ma non bastano a fare una strage come in Tunisia o a Parigi? Non meno assurdità mostra il governatore Crocetta che per trarsi d'impaccio su una situazione, politica e sociale, quantomeno discutibile insiste in un patetico vittimismo omosessuale anziché ammettere, tanto per cominciare, che uno dei guai grossi di quella fabbrica del nulla chiamata “Antimafia della società civile” consiste nel nepotismo cimiteriale, nell'infarcirla di figli di cognomi, inetti che rivendicano carriere e prebende in ragione del parente illustre trucidato. Niente ha senso, ma a chiedere “ma cosa c'entra?” si passa subito da intolleranti, da provocatori e allora l'unica è tacere, adeguarsi a questa nave dei folli.

Non c’è rumore al cimitero anche se gli uccelli cantano. Non c’è chiarore al cimitero eppure il sole tutto accende. Ci sono questi volti morti, pietrificati per sempre dietro il marmo delle lapidi e fiori secchi e nomi anonimi. Li scorro mentre passo ed ognuno mi guarda, vuole dirmi qualcosa, un monito una preghiera: “Ricordati di me!”. Ma come posso, come, se non vi ho conosciuti? Come posso, se mi sento morto anch’io, tanto morto da ritrovarmi qui a trovarvi, per sentirmi in compagnia, tra gente come me?
Alle tombe dei nonni giungevo: mi fissano come al solito. Che farete, adesso, dove siete? Vi ricorderete, voi, di me? Avete preso nota delle mie infamie, o siete disposti a passarci sopra, così come siete adesso? Potete sentirmi? Potete sentire la mia disperazione mentre vi visito? Mentre vi cerco.
Malvolentieri soffrivo al camposanto, mi sentivo chiamato da tutti i suoi ospiti, “fai presto a raggiungerci!”, “ti stiamo aspettando!”, coro muto assordante come un volo di notte. Quand'ero fanciullo bastava varcare la soglia, il pesante cancello con quelle due scritte crudeli e beffarde, Il bene che il mondo ci dà, la morte ce lo toglie, Il bene che noi facciamo, la morte ce lo rende, per sentirmi sfinito. I cipressi esalavano quel profumo che a me toglieva l'aria, ci ripasso ogni giorno in Vespa andando a casa e quel profumo immutabile, perfino piacevole, è la carezza della morte. Mi sentivo mancare, un po’ morivo anch’io, la consideravo una violenza alla vita che pulsava nel mio corpo bambino quella via crucis periodica a visitar vecchi morti, malati morti, ectoplasmi, ricordi. Dopo è cambiato: io andavo a cercarli. Non più bambino, più ragazzo, più giovane. Forse nemmeno uomo. Sconfitto, andavo a cercare un altro silenzio, non più quello che avvolge la mia inutilità, non più l’ovattato frastuono dei ricordi ma la desolata vicinanza di chi ha sofferto, deve aver sofferto, tant’è vero che è morto. Loro possono capire cosa si decompone in un uomo ormai arreso, perché non trova più anima viva a farlo sentire vivo. Di nulla mi sento degno, vorrei trovare la forza di ascoltare questi muti richiami, “fai presto!, t’aspettiamo!”. Fuggire via, il più leggero dei vili; e scaccio dalla mente la tentazione di sparirmi. Il sole abbacina ma è così buio al cimitero, nei piccoli gorghi d’ombre tra i fornetti incompleti, bocche da riempire, al loro posto scritte di morti freschi col gesso sul cemento, lumini che brillano assurdi nel fulgore d’un pomeriggio d’estate lattea, fontane che sgocciolano, vasi di fiori morti rovesciati, un gran puzzo d’acqua marcia, ali in costruzione, non terminate, forse la morte ha sorpreso anche loro, voci di vecchie nere arrancano da un corridoio, “Eh no? Eh no?”, parlano animate come fosse al mercato, i vecchi non hanno paura dei morti, ci vengono come me, per stare in compagnia e container di latta verde e gialla arrugginiti, inutili come me e scale di legno, e altri lumini, altri fiori, altri volti e volano discorsi, rimorsi, sollievi ma nessuna voce parla se non quella degli uccelli. Api, insetti disperati puntano la mia faccia, li schivo a malapena, continuo a trascinarmi nei corridoi farciti di tombe, le facce non cessano di sfilarmi davanti, facce di un altro secolo, morti vecchi o bambini, facce da contadini, nasi schiacciati, orecchi deformi, sguardi spenti, stupiti, inespressivi o accesi, stagioni, vite trascorse come acqua di fiume, come pesci nel mare e poi le date, certe date magiche, cabalistiche, terribili, chi è nato nel ’66, morto nel ’99, a 33 anni, chi si chiamava “Trentuno”, nato nel Sessantuno, morto nel Novantuno, quei numeri sono lì a dimostrare che la vita è già decisa, tra i nostri sforzi vani la vita è solo scherzo, scarabocchio annoiato d’un dio sfaccendato e noi quaggiù a dannarci, trentuno sessantuno novantuno, così si diverte il destino, tretre seisei novenove, in mezzo ci sta l’inutilità di sperare, di dannarsi di soffrire, perché nessuna combinazione può essere così macabra, così crudele, nessun caso può giustificare il mistero di una vita così decisa, così programmata nel suo sorgere e sparire, con esattezza matematica, con dentro tutta la fatica, l’infinita fatica, l’inutile fatica che ogni respiro porta con sé. Hanno facce sorridenti gl'ingiuriati dalle date, non sospettavano d’esser beffe viventi, non sapevano che la loro morte non sarà tragedia, solo un piccolo maligno gioco per divertire qualcosa o qualcuno, per annichilire chi resta e un brutto giorno sbatte davanti ai numeri, ai multipli e si chiede se questo mistero che chiamano vita non sia uno specchio deformante, un’illusione prospettica, non siamo mai nati, mai vissuti, abbiamo solo occupato un po’ di spazio, consumato un po’ d’ossigeno, ma non eravamo noi, era il nostro pensiero che fingeva d’esser vivo.
Mi trascinavo fuori provando qualcosa più terribile ancora: la vertigine di quando ne uscivo per mano a mio padre e adesso invece ero solo, nessuna mano forte mi riportava dall'incubo, indietro alla vita viva, immortale e sicura, ai giocattoli e al mare, al mondo così piccolo, popolato da persone amiche, un mondo dove non si moriva e non si soffriva.
Quanto è passato? Secoli, minuti? Non ce l'ho fatta più a tornare dal cimitero, non ci sono tornato più. Non ti ci ho portato neanche a te, la tua cenere fresca riposa in camera di mamma. Ma lo sfioro passando il camposanto. Non cessa di chiamarmi la voce di cipressi. Oggi mi sono fermato nel piazzale, è il 21 di giugno. Crudele che il primo giorno dell'estate sia il più lungo e radioso, poi comincia a spirare. Il camposanto non si è mosso, ha sfidato e ucciso il Tempo ma io sono qui sconfitto, con tutti i morti addosso, con tutti i giorni addosso, cosa è successo, dimmi cosa è successo, dimmelo dal silenzio non lasciarmi così. Non lasciarmi qui.
Barcollando salgo sulla Vespa, l'accendo e scappo via più lentamente di quanto vorrei; mentre fuggo sbando, quasi cado e m'ammazzo, il manubrio va per conto suo.




Quando sabato sera ho esalato l'ultimo saluto al termine di una maratona di 135 minuti e senza contare le 5 ore precedenti sotto un sole di ghisa insieme a tecnici, ospiti, regia, insomma il periodo allucinante che precede qualsiasi evento di una certa importanza, io sono crollato. Mi sono ritrovato sul prato col cielo che mi veniva addosso. Tutti pensavano ad una boutade, credevano facessi il matto, ma io ero proprio andato: non vedevo quasi più, ero completamente disidratato e anche in iperventilazione e le gambe erano di legno tarlato; quando due mani pietose si sono decise a tirarmi su (ridendo, fanculo a loro), ho tracannato una bottiglia intera da un litro in un sorso solo, senza fermarmi a respirare, perché avevo bisogno più di acqua che di aria. Dopo, mi sono messo a camminare tra quelli che sbaraccavano, portavano via strumentazioni e supporti, rendevano la piazza dell'evento alla sua vocazione originaria, insomma reimpacchettavano il tempo. Ma non riuscivo a calmarmi, camminare mi costava una fatica indicibile eppure sempre meglio che restarmene fermo nella paura di non riuscire a ripartire. Ci ripensavo ore dopo, steso sul divano senza prendere sonno. Ci ripensavo, perché non avrei creduto di potermi sottoporre ad uno sforzo simile: la mia condizione fisica l'ho raccontata nel recente ebook “Fottuto”, roba di appena ieri e adesso la vita mi parlava di lei, delle sue infinite possibilità di ripresa, di riscatto. Sì, mi sentivo come il reduce che torna da un inferno, non da una clinica di riabilitazione perché io ho sempre fatto a meno di porcherie, ma da un buco di spossatezza e rassegnazione, sì. Mi sentivo come uno che aveva appena finito un concerto, o un incontro, e se ne tornava in camerino solo. Solo dentro, completamente staccato dal mondo. Con addosso quel torpore di uno sfinimento felice. Ed è stato un concerto, un incontro, perché posso garantirvi che parlare per due ore e un quarto con quella temperatura e quella umidità è roba da atleti e anche belli in forma. Ma io in forma non ci sono stato mai. Non mi sono mai curato, gestito, preservato, anzi ho regolarmente e deliberatamente accumulato fatica, nervosismo e furore, perché sono il tipo che funziona solo sotto una pressione estrema: la vita comoda mi ammoscia, e, del resto, non ne ho mai avuta una. Tantomeno mi è mai piaciuto sottopormi a cautele, sacrifici salutisti. Se uno s'incazza, s'incazza, per me è inutile fare a meno del bicchiere o del piatto pericoloso, non sono quelle le cose che mi ammazzano. Sono le rinunce obbligate non scelte, il dovermi adeguare a una dimensione sempre più stentata e proprio questo racconto nel “Fottuto”, il vertiginoso abbandono di ogni prudenza sanitaria e, di conseguenza, di ogni residua salute. Per anni ho tirato avanti facendo sempre più a meno, di questo, di quello, di tutto. Fino a che sono arrivato proprio al limite, oltre il limite, e qualcosa mi ha respinto indietro. Prima mi sono fatto sistemare i denti, come Keith Richards a fine anni Settanta, e per la stessa ragione: “Cazzo, non posso durare per sempre, sai!”. Poi ho rimesso insieme entusiasmo, energia psichica e rabbia, e di colpo ero lì, su un palco a sudare e a resistere. A fare spettacolo, che per me coincide col bruciarmi in pubblico. C'è chi dice che sono fatto per questa vita, la mia amica Tania me lo ripete ridendo, e qualcosa di vero deve pur esserci perché lei è una artista e conosce il dietro le quinte della vita. A me, per il momento, bastava assaporare questa spossatezza, arrivata quando credevo che non avrei potuto provarla mai più. 

Ci stavamo preoccupando, la pensavamo e per fortuna eccola. Astrosamantha, l'astrologa del PD, la Susanna Tuttapanna dello spazio ricevuta dal presidente imbalsamato Mattarella che le ha appuntato sul florido petto la patacca di Cavaliera di Gran Croce per meriti non precisati, comunque pubblicitari, e poi dal caro leader Matteo Renzi che le avrà spiegato modi e tempi della sua candidatura ventura, forse dovrà essere lei a spiegare che le tasse sulla casa terrestre contrariamente alle promesse non saranno scese ma salite in orbita perché credere alle promesse di un politico è roba dell'altro mondo, roba spaziale. E va tutto bene, la parata, la divisa di Susanna Tuttapanna, la patacca, il cerimoniale ma insomma i meriti scientifici dove stanno? Lo chiedevamo tre mesi fa e insistiamo, nessuno ce li ha precisati ad onta del suo saccheggiare wikipedia. Dove stanno le clamorose scoperte scientifiche di Susanna-Samantha? Nell'aver cucinato una terrina liofilizzata di riso e piselli, nell'essersi bevuta una capsula di caffè spaziale? O nell'aver fatto da Carosello spaziale all'esposizione milanese dell'Expo? Finora non si sono avuti riscontri di sorta relativi ai “numerosi studi promossi da università aziende private piccole e medie imprese” cioè le sinergie reclamistiche che servono a niente ma permettono alle istituzioni pubbliche, dall'Asi al governo all'Ase europea di essere in prima fila nella spartizione a vario titolo della mangiatoia. Nessuno ha visto i riscontri scientifici e neppure i conti a piè di lista per mandare una nostra connazionale a far giravolte a 400 chilometri di altezza, nuovo record femminile. Dice adesso la Samantha-Susanna: spero di tornare nello spazio. Ma figurati, spera, anzi è certa di andarsene in un'aula sorda e grigia, avvilita dalla gravità terrestre delle politiche fatuità e dell'obbedienza non a una sfida scientifica ma ad un qualsiasi scalzacani di partito. Era questa la missione-Carosello della quale non si saprà più niente, né risultati spaziali né prezzi terrestri. 


Alfaterron, Alfasudore, carro bestione. Quante ne ha dovute passare la mia prima macchina, quasi nuova, appena quinta o sesta mano, gloriosa Alfasud verde smeraldo anche se i miei compagni la mortificavano: verde ramarro. Poi un giorno videro spuntare dal finestrino le gambe lunghissime di una ambita compagna, che finivano in paio di vezzose ballerine, e non parlarono più. Non dico chi è perché è affiorata ancora di recente in tivù e mi son ricordato di quando quindicenne radiosa era venuta in casa a dichiararsi e io, maturato imbecille: no, grazie. E solo perché mi ero appena messo con una che, a 500 chilometri di distanza, mi cornificava allegramente. Quando si seppe non scampai a un pestaggio, tutti gli ex compagni della scuola mi volevano fare a pezzi. Giustamente. Ma fu un bizzarro cortocircuito del fato, io col mio nasone ero più fumo che arrosto, le ragazze le caricavo, come tutti i diciottenni provvisti di una qualsiasi quattroruote nel 1982, ma ero più che altro un tassista. 
Non fu solo capriccio quel catorcio: allora vivevo a Carugate, che condenserà in eterno tutto lo squallore della “Brianza velenosa” di Battisti, e per guadagnare piazzale Loreto, Milano, dovevo alzarmi alle sei. Tramite famigerata autolinea pulmann Villa, coi bigliettari maniaci e ubriachi, arrivavo alle otto precise. Al ritorno, mi toccava aspettare alla metro di Cimiano fino alle due, bruciandomi lo stomaco in un pacchetto di sigarette a stomaco vuoto. Rivedevo il lugubre campanile di Carugate alle tre e mezza e mi aspettava un piatto di pasta d'amianto sotto un piatto rovesciato, ormai saldato all'altro, che mia madre aveva cotto due ore prima: il tempo di buttarla giù con l'ausilio di un mezzo fiasco di vino (mentre la mater distratta si fiondava sulle telenovelas), ed era già ora di seppellirmi tra i libri. Alla fine mio padre, impietosito da quella vita da emigrante, scovò chissà dove quel reperto automobilistico e, tutto orgoglioso, me lo mostrò, lucido di autolavaggio (fu la prima ed unica volta), le chiavi infilate nel cruscotto. Cominciò così l'epoca dell'Alfaterron, essendo io notoriamente di radici marchigiane. 
Al volante me la son sempre cavata da dio, perché a Carugate una delle poche cose vive era l'autoscuola; pochi mesi dopo, sciagurato, già facevo le gare per Milano, il che dovrebbe sconsigliarmi da patetiche raccomandazioni ai giovani d'oggi che al confronto facevo impallidire. In primavera, sfinito da due anni di merda nella Brianza velenosa, mio padre ritraslocava di peso la famiglia a Milano a costo d'indebitarsi, ancora in quel quartiere di Lambrate dove avevamo lasciato la vita. Durerà poco, ma intanto io prendevo l'Alfaterron, caricavo mio fratello e dicevo: andiamo a Carugate, a vedere l'inferno che abbiamo lasciato?
Durerà poco, ma in quei mesi intensi io, castellano di un intero piano di casa solo per me e il fratellino, nonché automunito (in via Capranica la lasciavo regolarmente in seconda e terza fila, all'alba venivano a svegliarmi automobilisti imbufaliti), vissi momenti di gloria e della maturità incombente chi se ne fotteva. Sguidazzavo beato, la spia della benzina perennemente in riserva, col mio buon amico Ugo Dell'Orto che motteggiava: finirà per fulminarsi, quella lucetta. Andavo anche a trovare mio padre in ditta, a Vimodrone, scendevo e mi parevo un adulto. 
Era una macchina insidiosa: quando pioveva, si allagava, ma contro le leggi della fisica: compariva una pozzanghera proprio sotto la pedaliera ma infiltrazioni non se ne vedevano e nessuno, né carrozzieri, né meccanici né esorcisti riuscì mai a spiegarsi l'arcano. È chiaro che, allagandosi, si bloccava e all'epoca non c'erano i telefonini, venitemi a raccattare, questa stronza non dà segni di vita. Un'alba tragica più lugubre delle altre, l'antivigilia di Natale del 1983, si rifiutò di accendersi, ma aveva ragione lei: uscivamo da 19 ore filate come comparse nella Premiatissima di quel negriero di Berlusconi, a Cologno Monzese, e dovette venire, non tanto contento, il padre di Dell'Orto a recuperarci. 
Naturalmente la mia Alfasud verde pistacchio la sottoponevo ad ogni operazione di chirurgia acustica, montando casse sempre più terruncielle, ora ai lati delle portiere, ora anche in regione lunotto, superwoofer e bassi rimbombanti. E appena finita la maturità, un paio di mattine dopo, scendemmo nelle Marche, i miei sulla macchina “loro”, io e il fratello sull'Alfasud. Ero così distrutto dopo settimane di studio, poco, e di bagordi, troppi, che feci tutti e 500 i chilometri d'autostrada a pilota automatico: gli occhi a mezza serranda, m'addormivo e mi scuotevo per subito cascare ancora nel Nirvana. Strafatto peggio di Ron Wood nei concerti del 1981. I miei non potevano saperlo, mio fratello non ci badava, io ero un criminale. Avrò bevuto ottanta caffè in quell'Anabasi privata, l'autoradio coi bassi sussultori mandava Sincronicity dei Police ma serviva a niente. Non lo so come riuscimmo ad arrivare e per giunta integri. 
Non sapevo che quello era il mio capolinea. La mia, la nostra vita stava già entrando in un vortice del quale ricordo tutto ma fatico a ricordarlo, per giunta m'innamorai di una sana ragazza di provincia (vedi poco sopra, che m'era costata la più bella figlia di Milano), di quelle che sono zoccole per vocazione ma non lo sai, non lo vuoi sapere finché non ti ci lasci, e un plumbeo 26 ottobre del 1984 mi ritrovavo a vivere per sempre nella casa del mare, che poi era una specie di bungalow. Per sempre no, ma ci restammo sedici anni senza tempo e senza scopo. Arrugginivo insieme alla mia Alfasud, ancora e sempre Alfaterron perché anche nelle Marche il razzismo non mancava, un controrazzismo alla rovescia ma non meno acceso e meschino: “Che vuoi, tu di Milano, vattene via, non ti vogliamo, non sei come noi, noi stiamo bene per conto nostro”. Ma io, come mio fratello, cercavo solo amicizie. Finché ci stufammo di venire trattati come il poveraccio di “Gente per bene gente per male” di Battisti. Mi restava l'Alfa, sempre meno verde, sempre più incrostata di ruggine. Sempre più allagata nei pedali. Ma non mollava, lei come me, accompagnandomi nelle ultime avventure surreali come la volta che trasportai mia madre da un dentista in campagna, crudele campagna novembrina, lungo la Statale si mise a piovere e la macchina  si bloccò all'istante allagata. Il tempo d'incamminarmi alla ricerca di pietoso elettrauto e già piombava lo scemo che, vedendo quella donna seduta in un'auto equivoca, le chiedeva: quanto vuoi? E mia madre gli spalancava gli occhi e la bocca in un sorriso sdentato da strega, al che il puttaniere sgommava via bestemmiando sconvolto. 
Non lo so come la uccisi la mia piccola, devota, squallida, eroica Alfaterron. Probabilmente la abbandonai in autostrada, o forse da uno sfasciacarrozze, ma quando accadde, e dove? Non lo so, io proprio non ricordo, questo l'ho cancellato. E, potete credermi, ne ho ancora rimorso. Come di quella volta che a Milano sotto il temporale ovviamente mi lasciò a piedi dalle parti di via Rizzoli, dove c'è la sede dell'omonimo gruppo editoriale, proprio alla portata di un campo nomadi ed io persi tempo per andarla a recuperare e il giorno dopo la trovai aperta come una scatola, sventrata, due buchi al posto delle casse superbass, e mi guardava come un'amica che avevo lasciato alla mercé dei bruti. 
Ne ho vista passare una proprio ieri, stesso colore, stesso rumore spettacolare della marmitta, chissà se si allagava al posto di guida collassando inesorabilmente. Ho pensato al mio scrigno di splendori e miserie. Ho pensato che con un po' più d'amore saremmo ancora insieme, oggi sarebbe auto d'epoca ed io la esibirei come il trofeo che meritava d'essere, e che quei mostriciattoli meschini dei miei compagni non avevano mai capito.
Il Faro non dimentica
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Solo per chi si abbona
Il Faro, tutto dentro


“Cancro, segno d'acqua”. Non ci ho mai creduto a 'ste cazzate, però una cosa era vera e resta vera: l'acqua, mio elemento naturale. Quando sono sciolto nel mare, possente specchio che si rompe al mio passaggio, io sono un altro o meglio sono quello che dovrei essere, che non posso essere gravato sulla terra. Tutto di me scompare. I pensieri evaporano, sono felice di incoscienza mentre nuoto, mi lascio trasportare, mi fermo a fondermi nel cielo sopra di me, elemento depensante tra due elementi che si riflettono. Nuotare, respirare nel mare. Da ragazzo c'era licenza d'acqua, tutto uno starci dentro da mane a sera, si era lì per quello e poi fuori dal mare la doccia, e poi di nuovo nel mare, e poi a casa lunghissime docce irresponsabili che non asciugavo, le lasciavo traspirare. La pelle d'estate risplendeva, lucida come quella di un purosangue, dicevi abbronzatura ed era acqua. Poi cresci e ti accorgi che l'acqua è poca, molti non l'hanno, costa cara, insomma maturi conoscenza e la risparmi. Prendi docce consapevoli e aride, t'innaffi col senso di colpa. E l'estate si rabbuia, l'estate non è più estate. Io con l'acqua addosso ci vivevo, mai un asciugamano, mai un phon. Se pioveva, la ricevevo addosso, mai un ombrello, un cappello e sentivo vita che entrava (anche se adesso la cervicale non perdona). Acqua addosso, acqua dentro me. Bevevo senza tregua, ancora oggi smodate quantità d'acqua “frizzantina”, bibite niente, giusto una Lemonsoda che è la migliore, per il resto il sapore insapore dell'acqua non ha eguali mentre va giù, fontana dell'anima allaga tutto, placa l'arsura eterna. Mesi così, il corpo un tronco rugiadoso e la forza che aumentava. Quell'allegria di lasciar scorrere la doccia e le gocce ti mitragliano di freschezza, di sollievo. Di gioia pura. Non sono mai così vivo come quando divento d'acqua, un uomo-acqua, Namor, il sub-mariner. Niente superpoteri ma qualcosa di più forte, di immenso, la sensazione d'essere un organismo vivente che si riappropria della sua identità dentro un altro elemento. Dentro il mistero, per comprenderlo meglio. Finalmente comprenderlo. Poi il mare m'ha portato via gente e adesso lo temo di più, lo so infido, ma non lo è la terra, non la vita stessa? Non mi piace andar lontano, perdermi nel mare sopra gli abissi, nell'acqua più aperta e remota, non è questo che cerco. Che sia acqua mi basta, che si possa vedere il fondo va bene, che io possa addormentarmici dentro, lasciar libera l'anima, che galleggia su me e si riflette nei pensieri definitivamente lievi, liberi, impastati di mare e di sole e di cielo per attimi d'una eternità. 

Oramai mi manda in frantumi vedere un animale morto sul ciglio della strada. Sconvolge il mare dentro vedere passando in Vespa una piccola trattoria in attesa inutile, tovagliette candide di carta su ogni tavolo, e sono tutti vuoti e il padrone in grembiule ti tramortisce con le sue onde di sconsolata attesa. Ti ammala il sole che cade nel mare di un molo al tramonto, due ragazzini si abbracciano nel riflesso e tu vorresti chiedere ai pescherecci indifferenti e immoti i segreti di una vita bugiarda. Quante volte mi sono arreso alla sconfitta, atleta distrutto che s'accascia sul prato. L'ultima volta che mio padre abbassò la saracinesca di un'azienda che era tutta la sua vita. L'ultimo suo saluto, nel bar d'ospedale più squallido del mondo, dopo la sentenza: “Non ho paura di morire, solo di lasciare la mia bella famiglia”. E non aveva avuto un cazzo dalla vita, e io in silenzio bestemmiavo Iddio. Fuori era maggio e c'era un sole, un sole. Una madre che all'età non cede, che vuol vivere per andare al mare, per andare a sentir l'organo in chiesa e tu sai che è un conto alla rovescia. L'entusiasmo per arredare casa, finalmente sposi, tutto il mobilio non valeva una seggiola decente, ma eravamo pieni di fiducia. La stanchezza orgogliosa, quella domenica di giugno che avevo lavorato tutto il giorno, in trasferta per un delitto tra albanesi e scendendo le scale della redazione, passeggiando a piedi per vicoli serali, mi sentivo d'aver trovato finalmente la mia strada. La fotografia di mia moglie che sorride di bugiarda allegria nell'ombra di un capodanno inutile, dimenticati in casa dei miei, manco li cani così soli, lei che sfoggia il suo piatto forte. L'ho strappata, faceva troppo male e mi sono privato di un tesoro. L'assonnata eccitazione, in piedi alle sei di mattina nel gelo di un binario, per aver conquistato una buona intervista, qualcosa di bello per chi la metterà in pagina, per chi la leggerà. E scoprirsi preso in giro, insultato, odiato su un forum di merda senza sapere perché, e capirlo troppi, troppi anni dopo. Un libro dietro un altro, un'idea appresso a un'altra, un reading via l'altro, una notte dopo l'altra... Quante sconfitte, quanta disperazione ho respirato, incontrato, ereditato, amato. Quanta m'ha infettato. Quante stagioni ho buttato via, quante illusioni ingiallite ha perso il mio albero. Salta fuori ogni tanto chi me le fa pesare, mi compatisce e irride. Non sanno di cosa parlano. Non sospettano che tutto fiorirà in scrittura ed è tutto qui, è solo questa la vita. La mia. Non immaginano cosa succede quando ricevi una lettera che gronda lacrime. Non capiscono che questo cambia tutto, ti responsabilizza, ti fa perdere per strada il resto: io non ho più voglia di litigare, e non perché qualcuno mi abbia spento. Ma perché la vita cambia tutto. La vita, con la morte che contiene, con le fontane di dolore che zampillano fuori e ti raggiungono. Ti compromettono. Sì, io sono l'isola di me stesso, ma quanto amore intercetto. Quante rinunce comprendo. Quanti sorrisi dei vinti, rimproveri senza colpe. Quante volte mi son detto, ma come si può non capire l'immensa tenerezza che sale da un fallimento, l'immane tenerezza della resa? Ma non vedono che al mondo solo questo conta, questo tamponare i fiotti del dolore? Oppure sono io che non ho altro, che mi perdo perfino nella sofferenza di un randagio? 
Ma ci sono davvero queste ondate di sentimento, patetiche, insanguinate croci, sgozzate urla mute che restano a rimbalzare prigioniere dell'indifferenza. Ma c'è davvero la bontà inutile degli umili che è come una coltellata. Ma c'è davvero questa commozione senza ritegno e senza rimedio, che nessuno raccoglie, che langue a lasciarsi sfiorare. Ovunque mi volti, agonia e paura, amarezza e rinuncia, solitudine e angoscia; dovunque io fugga, rintanato come una fiera malata mi scova il male. Il male che non dà scampo negli occhi di un gatto o un omone che aspetta, ha un sussulto se una macchina rallenta, sembra fermarsi ma prosegue e l'omone si lascia morire su una sedia, in mezzo a quel deserto di tovagliette candide su tavolini in plastica. 
















"Era fine settimana. Non avevo prospettive, dove andare, niente vacanza. Avevo però un Kindle. Mi sono scaricata i tuoi due ultimi libri, Fottuto e Siamo in Italia. Così diversi, ma non troppo: uno personale, spietato, ma ci trovi tanti spaccati di un contesto. L'altro cronachistico, spietato, ma ci trovi anche tanto di personale. Era fine settimana, non mi sono mai sentita sola. E' volato". 

La gente povera è mite, non spacca le vetrine, non si sogna neppure, ma paga per chi lo fa. La gente vera non bara, non pretende o millanta: s’accontenta ed è tutto, altro ruolo non ha. Non è qui per volare, deve stare schiacciata, il sale della terra lo sai non sale mai. Non gioielli ma strass, eppure è (un po’) regina, lasciatela sognare per una sera sola. Comincia la mattina, si fa il mazzo una vita e quando arriva in fondo, che ha fatto non lo sa. Si spende i suoi Natali sognando altri Natali, feste calde e imbiancate che non vengono mai. Si consola con poco, due stille di calore, una cena in famiglia, regali da non dire. La povera gente si sente padrona guardando un prato, poi smette di sperare, non pretende di più. Le basta un giorno solo, un giorno da leone, capita sempre agli altri, non è roba per lei. Se fa qualche cazzata, la pagherà una vita, non ha un’altra occasione, non ce l’ha avuta mai. La povera gente non sa, non conosce, non conta, è di destra e sinistra, in fondo è tutto e niente. La povera gente sente, sente gli altri parlare ma non capisce niente, non la fanno capire. E le rivoluzioni, fatte tutte in suo nome, ma allora come mai non può mai comandare? La povera gente chissà, quanti Van Gogh nasconde: ma è povera gente e basta, non può fiorire mai. Gente onesta che paga, si fa sempre fregare, non tradisce, subisce, lascia (per sempre) stare. Guarda quegli occhi umili, di chi non ha altra scelta, la guerra di chi difende la propria dignità. Le hanno sempre insegnato, per tenerla accucciata, che la giustizia trionfa, la verità trionfa; e invece non è vero, non è mai stato vero e c’è sempre qualcuno che propone un perdono. Che la gente concede, perché è buona e ci crede, e poi non può far altro, è fatta per subire. Sciocca gente stravolta, dall’amore insistente, se vuoi insignificante, piccola e così grande. La povera gente studia, di notte, sul lavoro, ma è figlia di nessuno, e non le servirà. Gente sfinita tu, con i sogni distorti, un'altra lotteria, e la vita va via. Violentata e mostruosa, ora sfili in tv, una bestia da circo nella sua nudità: ti fanno divertire la gente come te, mentre chi non lo è t’inganna, ti seduce e ti stupra, ti lascia vergognare del tuo essere gente. Gente, che riempie le chiese, sospetta serva a niente, allora non ci va più: sciopera con Dio, ma poi si sente in colpa, si sgomenta, si turba, presto ritornerà. Le hanno levato tutto, lasciatele una speranza, quella preghiera almeno non spegnetela ancora. Gente, dagli amori mai nati, dai primati imbattuti, dai rimorsi sfiniti. Fragile, dolce gente, scontenta, disillusa; cerca alibi, appigli, poi si guarda e si arrende. Passa le notti a chiedersi come sarebbe andata, giocando un’altra posta, nuotando un altro mare; ma non si dà risposta, perché fa troppo male. Gente, povera assurda gente, senza posto nel cielo, neppure sotto il cielo, che fa rima con niente.
Però la gente povera nasce con dentro un Dio. Lo bestemmia magari, lo stropiccia anche un po’. Ma se lo porta appresso, dalla culla alla tomba, e quando viene l’ora, volano insieme via.
Tutto quello che su Babysnakes non ci va. Il Faro, ogni sabato in allegato pdf di posta elettronica. Il Faro, l'elettrorivista. Il Faro. 


Stamattina ero in Vespa fermo al semaforo a farmi la permanente a 35° all'ombra sotto al casco e per non pensarci ho tirato fuori l'aggeggio: c'era un nuovo messaggio e dalla faccia ho capito subito cosa avesse da dire. Difatti poco dopo l'ho letto ed era un fatal imbecille che mi dava del ricco merkeliano. L'ho bannato, non senza averlo ringraziato perché dopo due giorni che non cacciavo nessuno cominciavo a sentirmi in astinenza. Ora, il punto non è questo. Non è neanche che io da anni sottovivo con redditi che non arrivano ai seimila euro annui, e se volete capire come ce la faccio non avete che da leggere il mio “Fottuto”. Il punto non è neppure che io sia contro l'Europa e odii la Merkel, cosa nota ai miei 25 lettori tra i quali qualche amico di vecchia data, di liceo, che mi sprezzò a suo tempo dandomi del povero, del fallito, del senzatetto (avrebbe cambiato idea Monti costringendolo a pagare più tasse per i suoi appartamenti e la sua villa al mare). Io resto contro l'Europa (e se volete capirlo, non avete che da leggere il mio “Siamo in Italia”) e sono scettico verso gli esoterismi eurodemenziali (e se volete saperlo, non avete che da leggere il mio “In questo Stato”). Ma tutta la mia contrarietà verso il continente che non c'è (e se vorrete capire meglio cosa penso, non avrete che da ricevere meglio il prossimo “Faro”) non la posso usare in senso politico, come quei cialtroni da Vendola a Salvini, gente che dall'Europa becca fior di quattrini. Voglio dire che un conto sono le colpe del continente che non c'è, tutt'altro quelle del popolo che rischia di scomparire: io non capisco, non ci riesco proprio, come una intera nazione si stringa intorno a quelli che stanno finendo di rovinarla anziché gettarli dalla rocca delle Meteore. La Grecia deve al mondo 300 miliardi, non ne salda mezzo, non ha in animo alcuna riforma né cambio di passo, insiste solo nell'unica politica che conosce, quella della questua, del vittimismo rivoluzionario, del vivere di rimembranze, “noi abbiamo inventato la democrazia”, bravi, ma nel frattempo l'avete pure sputtanata; la Grecia “dignitosa” incolpa le banche, il capitalismo, il Padreterno, nel solito rosario di luoghi comuni che c'entrano niente, come a muso duro ho ricordato ieri a una sconosciuta mocciosa in collegamento radio (“Ti mancano solo gli OGM, le giovani risorse e il riscaldamento globale, poi le fregnacce le hai dette tutte”; “Giusto, il riscaldamento globale è una emergenza per il popolo greco”, è scattata subito la suffregnetta noglobal senza cogliere l'ironia). Le banche, il capitalismo, il liberismo... per questa strada si finisce, da cattocomunisti sociali, ad abbracciare nazionalismi socialfascisti o leghisti (o protocomunisti, in effetti) come l'altro interlocutore disgraziatamente incrociato ieri, un oscuro, confuso e poco alfabetizzato (“greci martorizzati”, insisteva) politico locale convinto che “l'impresa deve fare solidarietà”. Ma proprio per niente, e rimando ai testi di Ricossa, Von Hayek, Solov, Smith, Leoni, Nozick e mi fermo qui, non prima di aver ricordato Dambisa Moyo sulla carità che uccide in Africa (e in Grecia, mutatis poco mutandis), e quanto ha detto il marxista Latouche, appena passato dalle mie parti: “Negli ultimi 40 anni le guerre tribali africane hanno fatto più morti che l'intera seconda guerra mondiale”. Tutta colpa del liberismo capitalista? È di ieri la conferma, ad onta di quanto sosteneva il mio sconosciuto politicante locale, che sulla faccia della terra c'è un miliardo di poveri in meno, dimezzati in 25 anni, e siamo 7,2 miliardi contro i 2 di 50 anni fa; restano 850 milioni di poveri sotto soglia estrema ed è di quelli che bisogna preoccuparsi. Fonte ONU, che io cito a proposito anziché i politichetti irrisori e le suffregnette senza niente da dire. Questi dati indicano qualcosa o no? Sì, indicano intanto che la ricerca, le scoperte, gli ogm, la tecnologia, qualcosa di buono hanno pur messo in circolo. Il migliore dei mondi possibili non sarà, perché non esiste (salvo che per i bigotti e i pazzi). Ma qualcosa significa, almeno per me, se c' un miliardo in meno di condannati a morte per fame in un mondo che si è decuplicato in sessant'anni. Vale la pena insistere, correggere, potenziare la ricerca, oppure rifugiarsi nel lamento, nell'inerzia, nel pauperismo dell'incredibile papa Francesco, uno che più ti invita ad essere ottimista e più propone visioni lugubri, catastrofiche? Hai visto mai che se la crisi fosse stata vista anche come occasione di riscatto, come esortava a fare Einstein, anziché di lagna greca, come piace al papa e a tutti quelli che non trovano una colpa che sia mezza a questo popolo di bambini viziati della democrazia (come li avrebbe definiti Ortega y Gasset)...
Con tutte le distorsioni di questo mondo, dire che i poveri sono sempre più poveri perché l'uno percento della popolazione bla bla bla, è roba da ciarlatani. E smettiamola di vedere banche dappertutto, le banche hanno le loro colpe, anche gigantesche, ma non possono fare da alibi a oltranza, recitare il ruolo che cinquant'anni fa era della bomba atomica (americana: quella russa era pulita e pacifista) o dei SIM, Stato imperialista delle multinazionali, immaginati dalle Brigate Rosse che piacciono agli Tsipras di tutto il mondo, sfasciatelo. Colpa delle banche anche la fanatica alle vongole in cerca di minchia guerrigliera che voleva decapitare nove decimi di mondo nel sacro nome della Sharia? “Romani, siate seri”, come disse Garibaldi. 
Si possono scomodare i rosari rettopensanti che si vogliono, e qui il retto s'intende in senso anatomico: davvero tanti auguri: io ho già da pensare alle mie 400 euro al mese, se ci arrivo, senza mai avere avuto un contratto in 25 anni che lavoro: però non posso per questo incolpare il liberismo, tuttalpiù (come cantava Patti Pravo) l'opposto: avessi potuto lavorare secondo merito e opportunità, probabilmente non sarei qui, visto che il talento ce l'ho e me l'hanno riconosciuto sempre tutti, perfino chi mi odia. Ma c'era da rimpinguare lo stato sociale della solidarietà per chi l'ha già, che è quello che rifocilla le clientele al potere le quali poi redistribuiscono i fondi a seconda dei clientes, secondo logica del voto di scambio però virtuoso, solidale. C'era da imbarcare sempre più pubblico impiego, da indebitarsi per uno stato sociale elefantico, ma ancora niente rispetto a quello ellenico. Greci, siate seri!: dal 1980 almeno almeno campate, perfino secondo gli economisti di sinistra de La Voce, al di sopra di ogni vostra possibilità; avete portato il numero dei dipendenti pubblici da 300mila a 700mila nel decennio 1999-2008, con un carico statale salito del 240%!!! Neppure nei regimi tribali si arriva a tanta improntitudine. Adesso voi usate i vostri poveri come scudi umani, incolpate le banche ma protestate perché non potete prelevare i risparmi nelle banche: oltre, la vostra analisi non va. Ha detto una, intervistata dal Tg unodurante il carnevale post referendum (i soldi per mangiare no, ma quelli per far baldoria son saltati fuori d'incanto; e già il referendum di parata aveva bruciato altri 80 milioni): “Sono fiera del mio popolo, i debiti non si ripagano, al diavolo i ricchi”. Cosa ci sia di orgoglio e dignità (come cantava l'ultimo Battisti con Mogol) in un simile approccio non capisco e non voglio capire. Cosa ci sia di dignitoso nell'essere entrati in Europa truccando i bilanci, e seguitando nella speranza di continuare a fare i furbi per sempre, non si coglie. In compenso, capisco benissimo un'altra cosa: che uno che ammette, “E va bene, taglieremo le baby pensioni”, dopo avere smentito qualsiasi privilegio statale a oltranza, è un buffone: e questo pagliaccio difatti si chiama Tsipras (anche perché non lo farà davvero, l'uomo è quello che è, un parolaio disonesto e non ha alcun programma tranne lo scrocco pitturato di antagonismo. Non proporrà alcuna riforma, alzerà le tasse strangolando quel che resta del ceto medio e finirà giubilato dal dignitoso popolo greco che non accetta altro che sovvenzioni ed elemosine). 
Io resto contro un'Europa che di fronte a una strage islamica sa dirmi soltanto “Rassegnati, domani toccherà anche a te”, per dire che non sa né vuole proteggermi però pretende di curare la mia salute vietandomi qualsiasi sacrosanto piacere privato: morire esplosi sì, ma sani e puri. Io sono un individuo, non ho mai chiesto dilazioni o elemosine, non vado in giro a dire “todos caballeros”, faccio il passo secondo la gamba, non incolpo le nuvole e non mi penso proprio ostaggio di una istituzione, specie se corrisponde a un continente che non esiste. Non reggo la Merkel, disprezzo Renzi, uno che resuscita l'aforisma di Montanelli: “L'Italia non ha mai concluso una guerra dalla stessa parte in cui l'aveva cominciata”. E uscirei subito dall'Europa, di corsa, ma per tutt'altri motivi (come cantava l'ultimo Battisti, quello con Panella), non per giustificare i miei debiti colossali e l'intenzione di farne degli altri. No, così proprio non funziona: non funziona l'Europa, ma funziona ancora meno la Grecia.

Una domenica normale, di contrattempi normali, di discorsi normali, perfino un paio di bagni al mare e pare passata senza lasciare storia. Poi basta un niente, lo stridore di una rondine, lo scorcio di uno squallore e dentro mi scoppia la disperazione. Risalgo in Vespa con il cielo addosso, il tempo addosso, nessun futuro in attesa. Dicono sia questa la depressione, ma io la depressione la conosco e non ha questo volto silenzioso, la depressione urla anche se nessuno la sente ed è così che ti distrugge. La depressione è solitudine esteriore, fisica, impossibilità a raggiungere gli altri che ti stanno davanti. Questo è esilio imploso, prigione della coscienza, inutilità di ogni bellezza, inganno di ogni bellezza, menzogna di ogni bellezza. No, questo è qualcosa con cui sono nato e di cui morirò, chiamala sensibilità, languore se ti pare, chiamala anche sciocchezza se preferisci ma è una camicia di forza dell'anima e non me ne libero. Come se solo in quel momento, in quello stridore, in quello squallore si rivelasse senza più filtri l'intera essenza del mondo, dell'esistenza, e di tutte le speranze che riposano sull'immenso inganno. Niente è più vero di quel momento che si spegne, che tutto abbuia e svuota di ogni forza. Allora scuoti la testa, dentro la scuoti, fuori no perché non vuoi domande, neanche da te stesso ma dentro scuoti la testa come un pugile che capisce d'avere perduto e che non ha senso continuare ancora. Ti senti invaso da fragilità, fatto di fragilità, avverti la sconfinata impotenza, la pochezza ed ogni vanità di resistenza, l'assurdità di qualsiasi orgoglio. Sei parte di quello squallore, sei squallore che finalmente si è trovato in una visione, ma neppure questo è sollievo. Non c'è sollievo, non c'è ansimo e neppure via di fuga. Nessun annientamento ti salverebbe; non ti resta che ubbidire a quella consapevolezza che esige la stanchezza, aspettare che la vibrazione del vuoto si allontani un poco e poi respirare, ripartire, con una ruga in più negli occhi.



"Ci va bene l'eterna recita, mediocre recita tra lo stato malavitoso e il cittadino complice per la quale ciascuno ha il suo ruolo preciso e lo rispetta, io stato faccio la faccia dura e tu fingi di credermi, ma continua pure nel tuo vitalismo anarcoide e criminale, tu ruba, uccidi se ti pare, solo non sfidarmi apertamente, non provocarmi apertamente perché allora io debbo fermarti, neutralizzarti, caricarti di anni di galera che poi non farai ma che fingerai di subire fino a che io non ti manderò i miei corifei virtuosi, le mie prefiche indignate a fare “la campagna”, viatico per la comunità alpina o marinara di qualche prete cui io stato ho affidato la salute pubblica, naturalmente dietro la corruzione dei fondi statali e comunitari e la franchigia da ogni ispezione e verifica fiscale".


Il documento più agghiacciante nella notte infinita del venerdì nero, come hanno chiamato il giorno dei tre attentati islamici, non è quello delle teste mozzate o dei turisti rimasti nel loro sangue sulla sabbia. È quello dello stragista di Sousse che balla la breakdance. Da cui la banalità, peggio, l'infantilismo del male, la sua stupidità. Siamo abituati a considerare questi estremisti come gente fanatica sì, estrema sì, spietata sì, ma lucida, per dire accesa da qualcosa che noi non conosciamo più e per la cui mancanza ci vergognamo come ci si vergogna della perdita dell'anima, di un relativismo andato troppo oltre. Non c'è dubbio che a forza di despiritualizzarci, di rinnegare la parte metafisica siamo finiti nelle cronache di Dagospia, tutta una esaltazione di orgette e depravazioni a buon mercato ed  è vero che il mondo occidentale pare anestetizzato, non più capace di preoccuparsi delle stragi che lo bersagliano, una fiaccolata di circostanza e subito dopo un selfie, anzi il selfie prima e durante la fiaccolata, l'esibizionismo a oltranza si tratti di orgette, di urgenze secondarie o di eccidi a macchia di leopardo. Ma detto dell'impoverimento, dell'appiattimento occidentale sul piacere disperato, resta l'altra faccia della medaglia. L'Islam fanatico, che tra gli intellettuali d'occidente va di moda ammirare sia da destra che da sinistra, la prima in reazione allo scadimento metafisico, la seconda in chiave tardorivoluzionaria, questo Islam fiammeggiante non deve essere messo tanto meglio se teme il contagio occidentale in modo tanto isterico. Giorni fa al centro commerciale una visione surreale: una giovane sposa musulmana, il volto negato dal velo nero ma un corpo da modella, i jeans attillati sul sedere magnifico, la maglia sottile a velare un seno conturbante. E davanti l'uomo, il padre padrone che guardava con occhio fiammeggiante chi sbirciava tanta grazia di Allah ma non aveva più coraggio o forza di opporsi alla transizione in atto sul corpo della sposa.
C'è qualcosa di grottesco nella danza occidentale del terrorista da spiaggia, un ventitreenne che passa dai feticci dell'occidente corrotto al suo odio in poche settimane di addestramento. Come un ponte tra un fanatismo e quello opposto. Possiamo immaginarli, quelli come lui, come ossessi motivati da idealità forti, dal fuoco che noi abbiamo perduto, oppure vederli, capirli per quelli che sono, figli di una ignoranza diversa, non cinica relativista ma fanatica delirante. Permeabili al delirio, all'indottrinamento ma la fanatizzazione attecchisce dove non c'è altro, dove non si sospetta altro, nessuno scetticismo, nessun distacco che sale dalla cultura, dalla vita, dall'esperienza del peccato, delle sue ricadute. Su questo il cristianesimo cattolico, che ha impostato la sua cattedrale spirituale sul perdono a oltranza, la sapeva più lunga e difatti ha potuto resistere evolvendosi, adattandosi ai tempi. Non stiamo proponendo il vizio, si capisce, il mercimonio delle passioni come terapia contro l'assolutismo criminale; stiamo dicendo che il fanatismo è terrore, avvertito e quindi inflitto, che questo Allah, nelle menti di chi lo esalta, non deve essere così saldo, così inattaccabile se c'è bisogno di continue stragi per difenderlo. “Morte ai fornicatori” urlava il terrorista ballerino mentre scaricava le sue raffiche, ma lui stesso era un ponte tra l'occidente che aveva sognato e il risucchio nell'oscurità del bigottismo estremo. Non è diversa l'infatuazione di ritorno per chi nell'occidente ci è nato e un giorno, per motivi sentimentali, abiura, cambia miraggio e poi va in televisione a spiegare la nuova fede con argomenti infantili, sentimentali come la Fatima che bivaccava ai programmi del pomeriggio, il velo in testa. “L'Islam è pace”, salmodiava: le hanno arrestato tutti i parenti, erano una jihad familiare e lei su Skype diceva: vedessi i mujaheddin quanto sono sexy, sono bellissimi". 
Giovani, ignoranti, suggestionabili, infiltrabili dal delirio totalizzante al punto da vedere nel grande Satana occidentale gente di nessuna rilevanza, turisti da formula fissa, fidanzati in fuga dalla metropoli, famiglie che festeggiano un anniversario, un compleanno. Le vittime hanno facce qualunque, non sono i demoni che stanno dentro il terrorista ballerino e quelli come lui. Ma bastano a ricordare a quelli come lui cosa ieri amavano diventare, cosa oggi temono di diventare.

Nell'immobilità dei calendari è cambiato il mio rapporto con voi, che non so mai se ci siete ma mi piace crederlo, pensarlo. Giorno dopo giorno, anno dopo anno il mio egoismo si è dilatato, sempre più nella bottiglia che lancio sto io stesso con le ammissioni, le disperazioni e mi accorgo che è questo che aspettate per sentirvi meno soli. Io non sono un vincente e non ho un pubblico di vincenti; se ce l'ho, la mia piccola platea è fatta di sconfitti che si ammettono, gente che ogni giorno ricomincia da capo e va a dormire senza essersi conquistata. La vita è così, la vita è anche questo, a certi perdona tutto, ad altri non fa sconti. Voi sapete che capisco, io so bene che capite. Nell'immobilità dei calendari abbiamo imparato a mettere da parte le questioni secondarie, la politica, perché il mondo non è politica, non è lo spettacolo dei potenti ma un mare che abbiamo dentro, è il brivido del freddo della solitudine, è l'ammissione di un'altra estate inutile. No, io non sono vincente in un circo di vincenti ma non conosco nessuno che abbia lo stesso rapporto con voi, la parte esterna di me. E i segnali che vi mando, che più violenti mi tornano, li ho tutti dentro me anche se non sempre posso raccontarli: sarebbe darvi in pasto ma voi per me non siete cibo, io non sono il vostro cannibale. Sono uno che raccontandosi vi racconta, racconta voi, uno che non illude e non nasconde e sa di dover fare questo, sa che questo ci si aspetta da lui. Non ho badato a spese per tenere in piedi questo gioco, scrivendo, con gli incontri, con gli spettacoli finché ho potuto. Quelle notti fragili e devastanti! Quante volte mi avete visto piangere, sfasciarmi senza ritegno ed era per voi, era il mio piccolo mare che si sublimava, si esaltava affidandosi. Mi accorsi allora che i momenti più attesi erano sempre gli stessi, i più sanguinosi, quelli senza uscita. Nell'immobilità dei calendari siamo cresciuti, ci siamo persi quando rischiavamo di volerci troppo bene e questo brucia sempre a qualcuno, più d'uno, c'è sempre la nullità che alimenta le fiamme dell'invidia. Rischiavamo di diventare troppo forti, troppo pericolosi, e si sono dati da fare. Ma piano piano vi ho ritrovati e nel frattempo eravamo cambiati. Le parole erano cambiate. Ancora più sincere, ancora più pietose nella loro spietatezza. Così che altri sono inciampati in quelle parole sempre meno diplomatiche e hanno deciso che potevano fermarsi, almeno un po'. Non lo so se ci siete, se c'è un “voi” per la mia fatica, ma non mi rassegno ancora perché non so fare altro: esserci, è ancora tutto ciò che voglio. Oggi è più facile e più gravoso, nell'immobilità dei calendari io porto con me ogni conato di felicità e ogni vortice di angoscia perché è tutto quello che mi rimane, che mi tiene insieme, mi fa guardare fuori dalla finestra. Sì, ogni incontro io porto con me, ogni volto solcato di attesa perché di quelli sono fatto e nell'immobilità dei calendari ho imparato a custodirli, a meritarli.