mercoledì 17 settembre 2014

VIA ADELCHI


C'era una via che ti dicevano di stare lontano ma era impossibile. Chi conosce Lambrate se la ricorderà, via Adelchi. Così esagerata con quel nome medievale, letterario in trenta metri di vecchia Napoli tutta diroccata, malnata, suggestionabile. No, non si poteva farne a meno per quanto era bella e perché comodissima, passaggio obbligato tra le arterie di via Porpora e via Vallazze. Mai capito come potesse essere pericolosa un ponticello tra due sponde trafficate e normalissime, piene di botteghe, di famiglie ma in effetti metteva un po' paura ed è per questo che ci vado, rimiro ogni angolo, fiuto dappertutto come un cane, piscerei contro i muri se potessi. C'era ricordo un ufficio postale sempre farcito di varia umanità e poco dopo sfociava d'angolo all'altezza dell'International Shop, che era la nostra jeanseria da terroni, da tamarri. Non mi ha mai deluso via Adelchi, estate e inverno aveva sempre nuovi fantasmi da propormi. Sempre gioia. Forse per la forza ostinata che sta nel brutto e nello squallido, la disperazione in fondo è speranza che non si rassegna. Ma che cazzo teorizzo a fare? Se ci penso, è la via più vita che tengo nel cuore ancora adesso, che non me la ricordo più. Semplicemente sta, sedimenta in me. Tutti gli altri posti li ho presenti, qui, davanti agli occhi, via Adelchi solo un segmento nebuloso, confuso, perché era troppo carica, troppo evocativa. Più la guardavo e meno la vedevo, me ne facevo permeare, la lasciavo entrare in me mentre ci entravo. Le cose troppo forti non le possiedi, le assorbi. Adesso so che c'era una birreria, dove la gente fa casino fino all'alba, mi par giusto, e ho letto che una volta hanno smurato il bancomat delle Poste, che quindi ci sono ancora, sfaciando 8 macchine. Certe vie hanno un destino segnato, non importa quanto corte, quanto presuntuose con quel nome medievale e quella funzione da ufficiale diplomatico di collegamento fra due arterie che arrivano fino a Loreto, fino in centro. Passavamo da via Adelchi e io mi sentivo altrove e uscivo da me, mi tramortivano le onde come in una pinacoteca ma quei dipinti erano vivi, si animavano nei silenzi, non c'era bisogno di immaginare niente perché era la via che ti immaginava, significante senza significato dai troppi significati, era phoné, era pornografica, era o-scena, era un non-luogo dove il tragico aleggiava, disfacimento attivo, non kronos ma aion e chi vuole capire capisca, via Adelchi.

martedì 16 settembre 2014

DI SABATO


Perché di sabato era sempre festa anche se si andava a scuola? Perché fuggendo dall'ultima campanella ci si sentiva di andare incontro a una vacanza infinita? Perché tutto sembrava nuovo, anche l'aria? Perché il quartiere era diverso anche se non cambiava niente? E perché la gente aveva fretta di perdere tempo, e i bottegai non vedevano l'ora di chiudere anche se niente li attendeva? Perché, se c'era il sole, a settembre pareva più estate che a luglio, e andare a giocare a pallone dava una libertà infinita? Perché era così bello ascoltare la radio di mattina? E il mercato, che ti stufava appena entrato ma non potevi fare a meno di tornarci ogni sabato? Ma, soprattutto, come si poteva andare al mercato di mattina se c'era la scuola? Tante cose non le ricordo, tante si agitano confusamente in me. Ma so una cosa, che quel sapore di sabato adesso non c'è più e chissà se è colpa del sabato o colpa mia. So che adesso sabato è come domenica che è come lunedì e prima invece sabato era luce, domenica buio, lunedì crepuscolo. Io so solo che camminare nella stessa identica via in quei tre giorni diversi era tutta un'altra esperienza, e da allora io credo fermamente che le cose hanno un'anima, si travestono, mutano anche loro. Voi potrete ricordarmi quello che si studiava a filosofia al liceo, che sono gli occhi, che tutto cambia dentro di noi, ma io so che non è così. Io so distinguere una sensazione da una impressione da una certezza, e se voi dite che non funziona così allora siete pazzi. Perché il sabato aveva quell'aria, e adesso non l'ha più. Io me ne sono ricordato guardando un tramonto sopra il muro di una casa, e tutto stava disegnato lì, come un dagherrotipo o un ologramma. Ed eravamo in macchina e io ho detto a mia moglie, che bello però settembre quando è sabato e c'è il sole, e lei ha sorriso ma non ha parlato.

sabato 13 settembre 2014

GLI ANIMALI SONO LORO?


La faccio corta, ma insomma ho notato una cosa. L'animalismo non è più di sinistra – oppure, se preferite, la sinistra non è più animalista. Non che lo sia mai stata davvero: ogni valore perseguito dalla sinistra è sempre stato puramente strumentale, cioè ipocrita – laddove la destra ha risolto ogni problema di coscienza disinteressandosi di ogni valore, e vantandosene. L'orsa Daniza, questo animale estraneo alle scempiaggini umane e tuttavia imponente capro espiatorio, viene derisa in ragione degli eccessi mediatici. Come se fosse colpa sua, coi suoi occhi che guardano dalle foto e non capiscono il destino che la attende. Ma io non ho mai visto un'orsa farsi intervistare dopo che le hanno sterminato la famiglia, mentre qui c'è gente preoccupata soltanto di non ritrovarsi nelle opinioni di Ferrara, Gasparri e la Brambilla, ci sono opinionisti che si rifugiano nel solito angolo dei bambini che muoiono, questa volta in Siria (l'Africa, per il momento, non tira). Sono cose assimilabili, queste? L'atroce, pesante consapevolezza delle migliaia di bambini che muoiono ogni giorno dovrebbe, può anestetizzarci per la sorte segnata di un animale selvatico che abbiamo imparato a conoscere insieme ai suoi piccoli? “Quanto chiasso per un'orsa, era pure vecchia”, ha scritto una sempreverde dal curriculum esemplare: già protagonista dell'Isola dei Famosi (da aspirante), autrice di un libro in cui chiedeva di essere mantenuta, poi un figlio col figlio di un cantante divertente, poi qualche amorazzo combinato dalle agenzie di media, e adesso viene contesa, con tutta la sua popputa pochezza, dai giornali popolari da destra a sinistra. Giornali che scelgono “la linea da adottare sull'orso” con un rapido giro di Twitter. A me pare evidente che chi si orienta su un'orsa in base al vento che tira, non abbia a cuore neanche la sorte dei bambini: dei quali, infatti, non parla mai, parla di cose molto più fatue: di se stessa, preferibilmente. C'è anche gente, ho scoperto, che, con quello che guadagna, lancia il crowfunding per fare un'inchiesta, come a dire: se volete che faccia sul serio il mio mestiere, allora finanziatemi. Anche questo, come le poppute. Difatti appartengono alla medesima scuderia. Poi uno bofonchia, roba da radiazione immediata, ma che ti vuoi più bofonchiare? Ci fai solo la figura del fegatoso, dell'invidioso, peggio, del moralista, per la Madonna, e a me invece sfugge completamente il senso di dannarsi ancora in un mestiere che non è che non abbia più senso, è che proprio non esiste più. Mi piacerebbe raccontare certi vizi e desideri coperti di certi bei soggettini, magari maschietti sempre in prima fila a gonfiare i palloncini per “il corpo delle donne”. Ma mi rinchiuderebbero in manicomio. Anzi, gli farei solo pubblicità, l'anima dell'informazione, e davvero questi campioni dell'etica e della democrazia non ne hanno bisogno, si raccontano già da soli, oggi un famoso, canuto direttore, considerato un maestro, si sofferma sulla sua prima volta con una milf “la cui figa aveva un odore che mi ha fatto scoprire e amare le donne”. Prosit. Io che mi struggo per gli occhi di un animale ucciso. Non ho capito niente, sono un corpo estraneo, anzi rigettato, come l'orsa Daniza e finalmente mi è chiaro perché. A che scopo insistere ancora? 

giovedì 11 settembre 2014

NON RESPIRAVO


Già era una di quelle giornate maledette, dove tutto è prigione e sconfitta, in più mi son messo in testa di tornare in comunità, a trovare Bruno che m'aveva promesso il suo libro fresco di stampa. Bruno, che esce due volte in un anno dalla sua stanza, non c'era. Non ho trovato neanche quasi nessuno di quelli con cui avevo speso il mio anno da obiettore, un quarto di secolo fa. I pochi rimasti, distrutti, annientati. Giuliana, che non stava mai ferma, mi arrancava contro su un girello. Mi ha riconosciuto, mi ha detto: “Ciao”. Tonino, il down dolcissimo, ironico, che avevo anche accompagnato fino a casa sua, a Secondigliano, a Napoli, ridotto enorme pianta senza fronde e senza radici sul seggiolone. Roberto mi ha chiesto: “Torni domani?”. Di colpo ho ritrovato l'orrore per il dolore, il suo rifiuto che in quell'anno avevo imparato ad assorbire. Qui ero cresciuto, avevo scoperto come convivere con la sofferenza e l'ingiustizia e a medicarle anche. Qui ero stato quasi felice, nell'apparente mancanza di regole borghesi mi muovevo a mio agio, come tutti i disadattati. E adesso mi riscoprivo sguarnito, guardavo gli strumenti del dolore, carrozzine, stampelle, padelle e ne provavo angoscia: allora ci giocavo, l'irriverenza che voleva esorcizzare il tormento. Guardavo le smorfie della sofferenza, e non le reggevo. Eccomi di nuovo “civilizzato”, vulnerabile, senza difese e senza risposte. Il cielo s'era pulito, tramontava un bel pomeriggio d'aria cristallina da inalare, ma all'improvviso tutto sembrava livido, tutto mi attaccava e mi minacciava lì dentro. Andare a cercare gli angoli dove tanti fantasmi riposavano, era stillicidio. Sono uscito, tornato al parcheggio, non potevo respirare, non riuscivo a stare in piedi. Avevo paura. Sono montato sulla Vespa e, per dirottare la mente, l'ultima idea sbagliata: dietro la casetta di cemento mai finita, lì, sullo spiazzo dove le prime notti di servizio facevo all'amore con la scout Maria. C'erano due gattini, precisi al mio Nerino e la mia Cleo, ma piccoli, pochi giorni, magrissimi. M'hanno guardato sospettosi poi si sono inabissati sotto le assi di legno che da allora nessuno ha mai spostato.
Non c'è un Dio.

APOCRIFO


Dunque c'è una adolescente che sta con un vecchio ma senza malizia (tipo ragazzina di “Non è la Rai” con Boncompagni), eppure un giorno si accorge che qualcosa non va: arriva un angelo e le annuncia che è incinta, “Inche?”, risponde la candida, “Incinta, su, sveglia!”, si spazientisce l'angelo. Perché è un angelo, ma questa farebbe perdere la pazienza a un santo. Lei si rassegna. Dopo nove mesi arriva il bimbo. Viene partorito in una grotta a 12 sottozero, lo scaldano a fiato un bue e un asino, poi tre re strafatti si sparano, a piedi, guidati da una cometa, ma forse era una scia chimica, migliaia di chilometri per portargli doni del tutto inutili: fumi, vapori, polveri, anche d'oro. Un completino no, eh. Il bambinello, già avvezzo ai miracoli, sopravvive, cresce, scampa una nutrita serie di pericoli senza neanche la scorta di Saviano, litiga con dottori e giornalisti molto prima di Twitter quindi si dà ai prodigi, in particolare convince, probabilmente grazie a peyote ed altre spezie sapientemente trattate, alcuni disgraziati a un matrimonio di essersi sazi anche se sulle tavole c'è niente. Tipo Verdone e Pozzetto con la “psicocena", “Uno, due, tre Bibo!”. E tutti mangiano dai piatti immacolati. Ecco, questa sarebbe la religione sapienziale sulla quale abbiamo fondato, da San Paolo, un torturatore sadico in preda ad allucinazioni, il nostro modo di pensare praticamente fino ad oggi pomeriggio. Col ricatto della logica o meglio la logica del ricatto cioè se non ti spieghi certi deliri clamorosi allora finisci arrosto o macinato o squartato però con infinita misericordia. E con alcune conseguenze etiche preoccupanti tipo il figliol prodigo: rubi stupri e ammazzi, poi quando sei rovinato torni dal Padre e dici: sono pentito, adesso tutti a puttane. Parte il baccanale, scannano un povero agnello obeso mentre il fratello, che ha sempre rigato dritto, che non è prodigo, che non ha niente di cui pentirsi, che fa sentire inutile il Padre,  che è pure un cagacazzo insopportabile, osa stupirsene e il Padre, mostruosamente saggio, ma buono, lo fulmina: ma che cazzo vuoi, peppia maledetta? Ringrazia che non ti do in pasto ai maiali, perché nessuna buona azione resterà impunita. Tutto molto bAello, avrebbe biascicato Bruno Pizzul.
Come favola è meglio di Alice Cooper in Wonderland riletta da Tim Burton, e chi ha scritto i Vangeli doveva avere della roba molto, molto potente però mi scuserete se mi ostino a mantenere qualche leggerissima perplessità, in particolare nella parte dove mi si assicura di non preoccuparmi che tanto il Signore pensa a tutto. Woah, che cazzo dici.

lunedì 8 settembre 2014

LUCIO-AH


E respirandolo, da allora, io, tu, noi, tutti fummo altro, e adesso siamo così. E quando conquistavamo il motorino, ci piaceva infilarci nei budelli sordidi della città per poterne fuggire rintanandoci in casa con una cassetta di Battisti: giravamo il nostro film, la musica c'era già. E lo seguimmo nelle sue fughe indisponenti, dopo, quando non voleva più emozionare “perchè costava”, perchè si sentiva tradito, il suo genio lo aveva scaraventato nella paranoia ma lui restava un albero da frutto musicale e qualsiasi pasticcio combinasse ti arrivava all'anima. Ci bastava la speranza, Lucio, la speranza che prima o poi tu tornassi... Ma tu eri un maestro di sentimenti mai sentimentale, eri una persona dura e profonda, e da uomo duro e profondo te ne sei andato, senza cercare consolazioni, coerente fino in fondo a quello che avevi detto una volta: “So benissimo che mi cercate finchè avrò succcesso, dopo nessuno si ricorderà più di me”. Qui ti sbagliavi. Ci sottovalutavi. Noi non scorderemo un solo momento in tua compagnia, perchè non abbiamo potuto mai sostituirla. Stiamo invecchiando con te. Anche per te.
(da "Lucio-ah")

giovedì 4 settembre 2014

FOGLIE DI ME


Mio malgrado rivivo, rivivo. Anche morendo, rivivo. E rivivere è più che vivere, è concentrare allo spasimo la sensazione persa. Svanita come la mia città, che nessuno più di me può avere dentro. Perduta come il tempo, che nessuno più di me sa custodire. Andata come la mia età, fatta di ritorni, mai spesa accontentandomi di niente eppure sorvegliata ogni giorno, ogni notte. Ogni ora. Rivivo, rivivo. Nelle pieghe dello sgomento io rinasco. Nel rosario di ritorni, riesisto. Nella via crucis di traumi risorgo. Giorni fa è partito l'amico più antico ed io mi sono incupito, ero di nuovo solo, come nei fine estate buttati della gioventù. Ero di nuovo inerme contro l'inverno che viene. Rivivo il rientro che non ho, il sapore del mondo ritrovato, per primo di nuovo nel quartiere, esule stordito finché una mattina le finestre degli altri si sollevano, rivivono una per una e al citofono la voce un po' seccata un po' rassegnata delle madri: siamo appena arrivati, adesso scende. Non smetterò di rivivere le rinascite abortite di settembre, dentro le mie strade, dentro casa mia abbandonata per due mesi di troppo, ogni momento un movimento consueto, una confidenza riacquisita, chissà perché il rifugio del balcone dove rivedevo svolgersi il movimento della vita. Non smetterò di rivivere l'agonia di mio padre, cominciata d''agosto, estenuata a dicembre, ed ogni giorno si moriva un po' con lui: da allora io non sono lo stesso, non più e non so più chi essere, chi dovere. Sono uno sperduto in un deserto di scelte non fatte, di rinunce, di rese. Non smetterò di confessarmi e rivivere la vita che non ho, consumandomi d'attesa come uno straccio nel vento. Io che mi sono sempre accontentato di niente, consumo eternità e nessuno più di me mangia fantasmi. Foglie di me, le vedo volare ovunque vada, le disperdo passando, scintille d'assenza, polvere d'esistenza. Posso salire sulla Vespa o cascare in un foglio bianco, inoltrarmi su un palco o in un viale spento, e la mia mente sarà sempre in un luogo che non c'è, un tempo riprovato.

martedì 2 settembre 2014

LA CRISI, IL MIO BLUES DEL XXI SECOLO


“La Crisi – Storie dalla fine dell'Italia” è il monologo (e quindi anche l'ebook) che volevo scrivere. Penso sia la cosa che più cercavo, da tanto tempo – come uno sfogo che chiedeva di uscire, e sono contento d'essere riuscito a renderlo con queste parole. Tema difficile, anche tragico, e non volevo numeri, cifre da telegiornale. Volevo vita. Che si spegne, che non accetta di svanire, che reagisce o subisce, comunque vita. Sono racconti di episodi reali, inframmezzati da intermezzi – è proprio un lavoro teatrale. E in teatro lo porterò, in anteprima a San Ginesio il 25 di ottobre. Un monologo, ma anche una sorta di reading estemporaneo. Sul crinale, direi. Qui davvero non ho badato a spese, e scrivo, e parlo, per tutti quelli che mi hanno scritto in questi anni, confidandomi, affidandomi le loro difficoltà, a volte senza sconti il loro dramma; e scrivo, e parlo, per me, con la sincerità più brutale che posso. Qui non c'è finzione che diventa realtà, ma una realtà talmente cruda, assurda a volte, da indurre il rifiuto di sé. Io penso che lo dovevo, a me stesso e a chi verrà. Perché la crisi viene esorcizzata nelle statistiche, ma dire che chiudono mille fabbriche, aziende, negozi al giorno non rende l'idea. Non rende un cazzo. Sono mille famiglie, diecimila famiglie che si arrendono, che non sanno come fare, sono migliaia di follie e di disperazione e di sforzi che vanno in frantumi, di giorni che finiscono in schegge di vetro. Con dentro qualche speranza ostinata e insana, ma indomita. È un blues, dopotutto, questo monologo (naturalmente musicato). Perché il blues è il canto di chi non ha più lacrime, né parole, né niente da perdere. Ha solo l'orgoglio del dolore. Ed era davvero un dovere per me cantare questa “grande depressione” un secolo dopo, mentre i privilegiati e i cinici invitano a non arrendersi, a sorridere sempre, perché loro, i ruffiani, i raccomandati, i mestieranti, ce l'hanno fatta. Io non scrivo mai cose politiche, ma questo, in senso lato, e senza suggestioni ideologiche, è anche un atto politico. È una denuncia. La denuncia del blues. Spero che verrete in tanti a raccoglierla; spero che il teatro sia pieno, perché questa volta come non mai io me lo merito, e voi meritavate niente di meno che questo atto d'amore.

lunedì 1 settembre 2014

CLEO (la sa lunga)


Ancora una volta, è Superquark: protagonisti i miei gatti, che non smettono di stupirmi con deliziose sorprese. Insomma capita questo affarino, questo scricciolo di venti grammi in mezzo alla via: ha seguito alcuni ragazzini fin qua, poi ci ha visti e praticamente mi è saltata in braccio: lo so che ho detto basta, non posso prenderne più, le cose non vanno bene, siamo già oltre il limite, però che faccio, la lascio morire tra i pericoli e gli stenti della strada? E allora, dopo mille dubbi, mi risolvo a tenerla nel garage almeno per qualche notte, sentita la veterinaria. Pulita, allegra, fiduciosa, temporali di fusa: non mi pare possibile che qualcuno l'abbia abbandonata così, ma la veterinaria, la mattina dopo, confermerà: questa è stata fuori una notte, non di più; troppo sana, troppo a posto, non una pulce, il pelo bianchissimo anche sulle zampe. In macchina giocava, era la felicità fatta gatta, ha fusato perfino quando mia moglie le ha fatto un selfie. Non aveva un nome: abbiamo optato per Cleo, dati gli occhi bistrati e l'espressione vagamente egizia. Cleopatra detta Cleo. È entrata, come fosse sempre stata in questa casa. Casa sua. Ha preso a zampate i due micioni, che si sono rivelati più fifoni di Svicolone: vedere quest'affare di venti centimetri, venti grammi e dieci settimane al massimo, che inseguiva Camillo, il quale pesa 500 volte più di lei, e Nerino, anche più terrorizzato, è stato sconcertante. Ancor di più, constatare l'energia della gattina: mai visto niente di simile, neanche col Nerino che pure nella sua infanzia non ci andava leggero. Una pila troppo carica, una isterica. Per nulla intimidita. Camillo, che definire buono è fargli torto per difetto, ha cercato amicizia: lei lo tormentava, alla fine il poveretto sbuffava per l'esasperazione. Nerino invece, primadonna offesissima, non si è aggrappato alle tende, come Francesca Bertini, solo perché gli dev'essere parso troppo poco come atteggiamento. In compenso si è issato sul mobile della cucina e per due giorni nessuno l'ha più visto. Però lo si sentiva ringhiare in bassa frequenza. Altre sorprese. Piano piano, Cleo e Camillo prendevano confidenza e si potevano vedere insieme, le prime smusatine, sulla soglia della finestra del mio studio (nell'indignazione distante di Nerino). Poi, quando ha imposto la sua legge, adoperando tutte le loro ciotole e lettiere, oltre alle sue proprie, si capisce, la piccolina ha capito che doveva fingersi sottomessa: andava da Camillo, gli si stendeva davanti, lui magari le soffiava, ma quella neanche una piega. Alla fine, eccoli inseparabili. Dopodiché Cleo è passata a lavorarsi Nerino. Incurante del suo odio manifesto, gli si è fatta sempre più prossima, lo ha cercato, stanato, perfino inseguito (ah, Nerino, che dovresti essere un combattente nero e sei una sinuosa mezza cartuccia), poi si è fatta correr dietro. Ultimo capolavoro psicologico, rieccola sdraiata, sempre indifferente al ringhio dell'altro. Nerino, disarmato, più protestava e meno ne cavava: s'è scocciato e ha smesso, sconfitto in furbizia, ed ha ripreso a farsi coccolare da noi, che pure avevamo avuto cura di moltiplicare le attenzioni per lui e per Camillo, così gelosi, così sensibili. 
La profonda saggezza della natura, che si muove per fasi, come un orologio splendido e inesorabile, e sembra sempre sapere cosa fare e quando. Questi gatti, ciascuno a suo modo e nel suo ruolo, hanno dato prova, sotto i nostri occhi, di una intelligenza, di una abilità da mentalisti quasi spaventosa. Non importa quanto atavica, quanto guidata dall'istinto: così è stato, e senza spargimento di sangue, al massimo qualche ciuffo di pelo. Adesso Cleo comanda, nella placida indifferenza di Camillo e nell'illusoria consolazione di Nerino d'essere sempre lui il capobranco. Maddeché. Lui viene per secondo, ex aequo con Camillo, mia moglie dopo di lui, e l'ultimo sono io. 

MISTERI DOLOROSI nuova edizione 2014


"Avevo letto la prima edizione, ho subito scaricato questa nuova. Più scritta, più calibrata, ancora più scorrevole. C'ero anch'io in quel quartiere di Lambrate e, complimenti alla tua memoria chiurgica, mi è sembrato di rivivere tutto: andò proprio così, anche se certe cose non le sapevo e le ho scoperte solo adesso dal tuo ebook". 
Lucio C., Milano

Nuova edizione aggiornata al 2014
disponibile su
e su tutte le piattaforme digitali

venerdì 29 agosto 2014

giovedì 28 agosto 2014

BERE IL MIO SANGUE


Uomini festeggiano più in là
Io mi sento avvolto nella pelle
D'un pensiero che sutura il tempo
Se potessi essere come voi
Una vita possibile l'avrei
Di sicuro e un futuro comunque
Tuttavia non berrei il mio sangue
Non potrei misurare il vento
E capire nel silenzio incostante
Che un tramonto è una morte innocente
Tutti quei ritorni inadempienti
La mia faccia che s'è arrotondata
I mari di dentro, le bottiglie
I fuochi fatui che bruciano piante
Da balcone, nobiltà borghesi
Ancora pochi mesi e la pensione
Se potessi non essere io
Che bisogno avrei di vergognarmi
Di tutto quello che sono e non sono
Delle colpe di peccati mancati
Di viltà di abbruttite virtù
Di un'età con cui scendere a patti
Se ogni estate fu uno scherzo atroce
Uno schema Ponzi, un ronzare di giorni
Se soltanto io fossi come voi
Non starei qui a cercare di capire
Quello che capire non si può
Non si deve, è solo un sortilegio
Da fuggire, da tenere lontano
Non avrei finito le utopie
Le poesie da gettare in un mondo
Che si nutre di schegge di vetri
Uomini festeggiano laggiù
Lo fanno da uomini, sicuri
Degli orologi, delle danze e il sudore
Convulso e inane, qualche volta meschino
Ordito di vita come può
Così come viene, passa, muore
Ma se potessi essere così
Moderatamente preoccupato
Anziché lo sparo dentro un bosco
Che da sempre sono sempre stato
Allora io sarei senza coltelli
Nell'anima e diavoli per capelli
Allora sarei, e la mia ombra stanca
Una statua di ambra nel fango
Che si scuote, muove i primi passi
Ma non posso, non come te che
Ti riaddobbi l'anima se vai
Verso la luce; io mi lascio spogliare
Dall'addio stremato dei binari
Una vertigine, ma l'arrivo è più triste
La fine di un inizio, l'innocenza
Più statica e stanca, colma in vuoto
Di tutte le assenze che ci sono
Color del tempo. Colano da me
Banchi di pegni, di denti dolenti
Nel digrignar di pianti, scappamenti
Nel finto accontentarsi dei saluti
Caduti in terra, farfalle asfissiate
Negl'intarsi di sguardi crocifissi
Al legno amaro dell'umiliazione

mercoledì 27 agosto 2014

DA MARIA A MARIA


Claudia Koll, Paolo Brosio, Lele Mora, una tronista della De Filippi: tutti in dérapage mistico, tutti mondati dal debosciato mondo dello spettacolo. Lele Mora, che faceva il provider di carne fresca per Berlusconi, travolto da scandali e condanne per bancarotta, ha abbracciato una vita nuova, sostiene, per merito di padre Pio. Basta poco, che ce vo'? Brosio aveva visto la Madonna addirittura nel mezzo di un'orgia, e la Koll probabilmente aveva ricevuto la chiamata sul set di Tinto Brass. I neurobiologi spiegano queste improvvise conversioni con attacchi al sistema limbico, ma loro, novelli redenti, non ci credono e rigirano la frittata spirituale: non ho avuto le apparizioni perché mi ha dato di volta il cervello, mi ha dato di volta il cervello perché ho avuto le apparizioni. D'accordo, ma sorge una lievissima protesta: perché ad essere salvati sono sempre e solo questi peccatori da competizione, questi amici di Maria che poi passano all'altra Maria? Per i poveri Cristi non c'è pietà né apparizione, non c'è salvezza né (ri)conversione. Forse perché i poveracci non diventano testimonial mentre anche i santi di questi tempi viaggiano su Twitter e Youtube, per non parlare della tivù. Viene un po' in mente il crudele oltretomba di Fantozzi che replicava le gerarchie aziendali, al piano di sopra i megapresidenti seduti su nuvole di pelle umana, all'inferno i fantaccini, colpevoli di avere subìto per tutta una vita umiliazioni orrende. Anche la parabola del figliol prodigo, che a me pare onestamente aberrante, del resto lo dice: se te la spassi alla grande e poi, quando non hai più niente da perdere, torni a mendicare asilo, festa grande; ma se hai rigato dritto per tutta una vita, che noia: e non ti spetta niente. Forse i greci la sapevano lunga e avevano capito che sono gli dèi ad aver fatto gli uomini a loro immagine e somiglianza, ma resta un mistero lievemente doloroso: santi e santini appaiono sempre ai laidi, purché morti di fama; per i morti di fame, resta il solito aforisma: se tu parli con Dio sei credente, se Dio parla con te sei malato. 

martedì 26 agosto 2014

IL SALE DELLA TERRA


La gente povera è mite, non spacca le vetrine, non si sogna neppure, ma paga per chi lo fa. La gente vera non bara, non pretende o millanta: s’accontenta ed è tutto, altro ruolo non ha. Non è qui per volare, deve stare schiacciata, il sale della terra lo sai non sale mai. Non gioielli ma strass, eppure è (un po’) regina, lasciatela sognare per una sera sola. Comincia la mattina, si fa il mazzo una vita e quando arriva in fondo, che ha fatto non lo sa. Si spende i suoi Natali sognando altri Natali, feste calde e imbiancate che non vengono mai. Si consola con poco, due stille di calore, una cena in famiglia, regali da non dire. La povera gente si sente padrona guardando un prato, poi smette di sperare, non pretende di più. Le basta un giorno solo, un giorno da leone, capita sempre agli altri, non è roba per lei. Se fa qualche cazzata, la pagherà una vita, non ha un’altra occasione, non ce l’ha avuta mai. La povera gente non sa, non conosce, non conta, è di destra e sinistra, in fondo è tutto e niente. La povera gente sente, sente gli altri parlare ma non capisce niente, non la fanno capire. E le rivoluzioni, fatte tutte in suo nome, ma allora come mai non può mai comandare? La povera gente chissà, quanti Van Gogh nasconde: ma è povera gente e basta, non può fiorire mai. Gente onesta che paga, si fa sempre fregare, non tradisce, subisce, lascia (per sempre) stare. Guarda quegli occhi umili, di chi non ha altra scelta, la guerra di chi difende la propria dignità. Le hanno sempre insegnato, per tenerla accucciata, che la giustizia trionfa, la verità trionfa; e invece non è vero, non è mai stato vero e c’è sempre qualcuno che propone un perdono. Che la gente concede, perché è buona e ci crede, e poi non può far altro, è fatta per subire. Sciocca gente stravolta, dall’amore insistente, se vuoi insignificante, piccola e così grande. La povera gente studia, di notte, sul lavoro, ma è figlia di nessuno, e non le servirà. Gente sfinita tu, con i sogni distorti, un'altra lotteria, e la vita va via. Violentata e mostruosa, ora sfili in tv, una bestia da circo nella sua nudità: ti fanno divertire la gente come te, mentre chi non lo è t’inganna, ti seduce e ti stupra, ti lascia vergognare del tuo essere gente. Gente, che riempie le chiese, sospetta serva a niente, allora non ci va più: sciopera con Dio, ma poi si sente in colpa, si sgomenta, si turba, presto ritornerà. Le hanno levato tutto, lasciatele una speranza, quella preghiera almeno non spegnetela ancora. Gente, dagli amori mai nati, dai primati imbattuti, dai rimorsi sfiniti. Fragile, dolce gente, scontenta, disillusa; cerca alibi, appigli, poi si guarda e si arrende. Passa le notti a chiedersi come sarebbe andata, giocando un’altra posta, nuotando un altro mare; ma non si dà risposta, perché fa troppo male. Gente, povera assurda gente, senza posto nel cielo, neppure sotto il cielo, che fa rima con niente.
Però la gente povera nasce con dentro un Dio. Lo bestemmia magari, lo stropiccia anche un po’. Ma se lo porta appresso, dalla culla alla tomba, e quando viene l’ora, volano insieme via.

lunedì 25 agosto 2014

BRUCIO


Io sono alla ricerca di una pace negata, e più la so impedita, più non possa ignorarla. Continuerò per tutta la vita che mi avanza, sempre più disperato, sempre più rassegnato. La cerco nella chiesa dove si suona l'organo, nel mare che si tinge di gabbiani la sera, nel torpido mistero di una buia lettura. La cerco dentro me, il posto più sbagliato. La abbandono sdegnato, disilluso, offeso poi torno a sospirarla, nei viali, nei ricordi, nel silenzio dei passi, nell'uomo che non sono. La cerco trasognato nel sole sul balcone, nel pudore del pianto, nel gatto che mi chiama, nell'amico sparito, nel canto fatto d'aria che vola da una pianta, perfino nel conforto di un rimorso vorace. La cerco nell'estate che non arriverà, nell'autunno fatato dal concerto di ombre. Mi consuma la pace che non ho avuto mai, questa pace sfinita a forza di aspettarla che invidio sulle spalle di un vecchio prete buono, nella tranquillità di chi serba il candore, nell'umiltà contenta che si nutre di se'. Non sa che mi ferisce chi sorride al mio volto, di questa mia poesia che lascia orme sul mare, di questa malattia che diventa parola, patetico miraggio che ha sete di dolore. Io cerco la mia pace, mi sforzo di impararla, vorrei capire il trucco, la formula se c'è. Ma tutto in me è disagio, tutto è sfregio e ferita, il cuore è una fornace, brucia luce alla luce. 

domenica 24 agosto 2014

GIORNO VERRA'


Chissà se esisterà
Un giorno senza angoscia
Per l'urlo da salvare
Che non si può salvare
Chissà se poi verrà
Un giorno senza male
Di sole e ancora sole
E poi la luna uguale
Che ti senti leggero
Dall'anima ai capelli
Che ti senti brillare
Più ancora delle stelle
Chissà se ci sarà
Un respiro profondo
La rincorsa e tuffarsi
Dentro il mare del mondo
Senza immagini forti
Senza teste mozzate
Senza bimbi spezzati
Senza cani inchiodati
Senza grida d'aiuto
Che remote e vicine
Ti s'impigliano dentro
E non hanno mai fine
Chissà, io sono qua
Sotto vuoto di tutto
Ma l'amore non smetto
Perché giorno verrà
Sarà un giorno diverso
Nè vigilia né fine
Sarà berlo d'un sorso
E inzupparne le vene
Io l'aspetto malgrado
Questo brodo che c'è
D'urla brade, impazzite
Io l'aspetto con te

venerdì 22 agosto 2014

LE DISSONANZE


Per giustificare l'idiozia hanno inventato modi raffinati, psicanalitici, uno dei più gettonati si chiama “dissonanza cognitiva”, invece è brutale deficienza bovina. Indotta da un micidiale mix di limitatezza mentale, ideologismo calcareo, complottismo beota. Va di moda schierarsi “con le ragioni” degli jihadisti dell'Isis, considerati partigiani del mondo anziché una setta di tagliagole fanatici che vogliono ridurre il mondo a misura di Califfato sterminando gli infedeli. Gente illuminata, basta vedere come riducono le donne. Ma il frisson di concludere che la colpa è nostra, magari con una spruzzata di bungabunga al selz, è impagabile, meglio di un orgasmo. Giornalisti un tempo validi come Massimo Fini, rovinati dalle proprie frustrazioni, rimestano nel pentolone sempre lo stesso articolo pieno di fumisterie futuriste, di paradossi d'accatto mentre stanno trucidando un reporter “occidentale”. In questo caso il lamento per la libertà di informazione vilipesa e tradita non si sente, il Fini di turno se ne lava le mani, gli premono le sue provocazioni, il far capire che lui è mentalmente più libero degli altri. Forse anche troppo, date le figuracce in cui incappa. Non da solo, va detto: con lui, una mesta processione di guitti da centro sociale, squilibrati o semplici opportunisti, completamente catafratti all'imbarazzo, senza una faccia o meglio esattamente con la faccia che ci si aspetterebbe. Diciamolo pure: troppo scemi per provare pietà o empatia. Poi i lunatici delle scie chimiche, degli elettrodi sottopelle, che non fanno testo ma fanno paura perché i fanatismi spesso partono dalle risate di scherno e finiscono nelle lacrime e lo stridor di denti.
Altre due sventate, stufe dell'hinterland di provincia, partono per uno dei luoghi più assurdi del mondo, la Siria sconvolta da rivolte e repressioni, vengono regolarmente catturate e adesso ci si interroga sul loro destino: schiave sessuali, carne da ricatto, candidate alla decapitazione anche loro. Ce n'era proprio bisogno? Secondo i raffinati di casa nostra sì, due ventenni esaltate andavano a salvare il mondo e se nessuno se ne accorge il mondo non lo salvi. Queste passavano il tempo libero a farsi fotografare, “selfare”, intervistare, il mondo si salva così. E dire che stai in pena ma ti fanno rabbia non serve, meglio cinguettare, su twitter, che “sei con loro” ma pazienza se le ammazzano.
Un artista napoletano, Peppe Barra, si permette di dire non che gli immigrati fanno schifo, ma che, nello sfascio cittadino, c'è una proliferazione di clandestini al di fuori da ogni legge che abbruttiscono ulteriormente i problemi di Napoli e si schierano con la camorra. Apriti cielo, gli danno subito del razzista, dell'infame, parole a pera, senza fondamento, senza rigore logico: i clandestini, o migrantes, sono immuni dalle regole, godono la franchigia anche quando delinquono pesantemente? Ma che diavolo sarebbe questo stupido terzomondismo malinteso, decrepito, che si nasconde dietro il dito di un solidarismo del tutto pretestuoso?
Quest'estate in Italia lo sport nazionale è di stampo jihadista, scannare i propri figli nel sonno. Per l'opinione pubblica, e le mamme, chi l'avrebbe detto, tutta gente tranquilla, anche se girano con la pistola e si abbandonavano a comportamenti inconsulti. Ma chi siamo noi per sospettare? Poi succede il macello e lo si chiama “depressione”. Invece qualche psichiatra ha messo in chiaro quello che anche un profano conosce, magari per averlo sperimentato sulla pelle della sua anima e cioè che la depressione non c'entra una amata minchia, è semplicemente gente cattiva. Proprio così, cattiva. Non in senso religioso ma psichiatrico, indotta da squilibri chimici, ormonali o deformazioni strutturali del cervello. Comunque cattiva, cioè attratta dal male, dall'annientamento, perfettamente compreso, organizzato, scatenato. Meglio tenere la testa sotto la sabbia, magari per non sospettarci capaci dello stesso orrore?
Se questi sono i depressi, se i tagliagole incappuccati sono vittime, se due ragazzine esaltate sono salvatrici, allora non c'è più posto per la logica, per il rasoio di Occam che taglia i nodi delle seghe mentali (che quasi sempre nascondono verità inconfessabili). E infatti non c'è. Un povero fallito si riduce in miseria col videopoker poi si fa intervistare: mi hanno rovinato le macchinette. No, caro, ti sei rovinato da solo. Ma siccome questa è la società dei famosi perché si è famosi, basta finire su un giornale e piovono subito le offerte di lavoro, con tanti saluti agli stronzi che rigano dritto, si riducono sul lastrico, magari per mantenere la famiglia, magari disossati da uno Stato implacabile, e nessuno se ne accorge. Come sempre, se l'albero cade nella foresta deserta, non fa rumore ed è come non fosse mai caduto. C'è da fidarsi di un imbecille compulsivo che si è ridotto a clochard a forza di giocare d'azzardo? Ma certo, chi siamo noi per giudicare, la parabola del figliol prodigo non ti insegna niente? Sì, insegna una profonda e illogica ingiustizia. Ma perfino sulla mia pagina qualche fessacchiotto che confonde giustizia sociale e slot machine ne ha preso le difese. Il videopoker come viatico per la rivoluzione proletaria, e a questo punto di che parliamo, di che stiamo a scrivere?

giovedì 21 agosto 2014

MORALE DELLA FAVOLA


E parliamo anche di quell'altro che, in un campeggio di Fermo, ha scaricato la pistola addosso alla moglie, salva per miracolo. Chi era questo qui? Un operaio umbro di 50 anni che aveva sposato una romena di dieci anni più giovane, dalla quale aveva avuto un figlio. A questo punto si può vedere la storiaccia con gli occhiali appannati del politicamente corretto, del “che c'entra”, del divieto di giudicare che equivale al divieto di capire, oppure si può appunto cercare di capire con le risorse dell'esperienza e del realismo. E cosa dicono queste risorse? Dicono, illustrano il caso di uno sfigato, uno che comunque una moglie la voleva e se l'è andata a cercare, molto più giovane, al supermercato della globalizzazione. Trovandola com'era, cioè una ragazza figlia dei cascami di un regime totalitario che alleva i suoi schiavi alla scuola della durezza e della spregiudicatezza. Non tutte così, molte così. Sbarcano disposte a tutto, decise a tutto, con pochi scrupoli familiari o sociali. Ma l'eterno bamboccione italico non accettava la moglie che si era scelto, pretendeva, dal suo punto di vista, di domarla, di farla rigare dritta e siccome non ci riusciva ha preso la pistoletta e, come in un dramma ottocentesco, ha fatto fuoco una, due, cinque volte finché non è stato disarmato, e qui il dramma diventa pochade, proprio da quello con cui la moglie intesseva l'ennesima tresca. Praticamente sotto gli occhi del figlio, che ne resterà traumatizzato a lungo se non a vita. Si può concludere con la morale progressista del “che c'entra” oppure con quella reazionaria delle donne tutte puttane e “quelle là” pure di più. A noi pare che la morale, tenuto conto delle implicazioni storiche, geopolitiche e sociologiche sia in fondo molto spicciola (e, ancora una volta, lombrosiana: verificare la foto): un altro sfigato, un fallito. Non certo un depresso. 

mercoledì 20 agosto 2014

PERDERE L'AMORE


Ma se un uomo, siccome “gli manca l'amore”, trucida la figlia di un anno con tre pugnalate al petto, che uomo è? Un vigliacco, un bamboccio, su, smettiamola con le giustificazioni psichiatriche al carciofone, lo stress, il logorio della vita moderna, la società competitiva, tutta roba che, giustificando tutto, non giustifica un cazzo. Uno così basta guardarlo in faccia: eccolo su Facebook, sorridente, bandanato modello Pantani, uno sfigato, un frustrato che si crede cosa non è e non può essere, e non accetta chi davvero è, si sente nato per grandi imprese, grandi scalate non per un normale lavoro di macchinista delle ferrovie. E meno male che ce l'ha, ma a quelli così, che poi sono la stragrande maggioranza, no, non basta, non lo accettano, guarda che bella faccia che ho, bandanato, piratesco, e poi mi fanno mancare l'amore. E allora io sfondo la mia bambina a coltellate, con una ferocia che neanche gli animali, faccio il capriccio supremo, perché io valgo, io sono meglio di così e se mia moglie mi nega l'amore gliela faccio vedere io, distruggo tutto io, e la vedrete che uomo son io, che terrore dei sette mari sono io. Poi arriva la mamma e l'amore che manca ce lo mette lei: “Il mio Luca non è un mostro”. Ma ci mancherebbe.
Invece sì, è un mostro di quelli abietti, possiamo parlarne fin che vogliamo, rigirarla finché si vuole, consolarci con la banalità del male, con l'inflazione di questo male endemico, pandemico, da sfigati, ogni giorno due, tre, cinque che, perdendo l'amore come nella canzone di Massimo Ranieri, si vendicano con eccidi assurdi, infantili, ma poche storie, uno che riesce ad affondare un coltellaccio nel cuore di una bambina di un anno, che lo guarda, che sorride e poi urla, e lui non si ferma, la sua stessa bambina, che cosa è? Poi che sia l'immaturo calcificato delle società pubblicitarie di oggi, di cui parla Cataluccio, un incapace di crescere, un refrattario a qualsiasi patteggiamento con l'età biologica, uno preda dei suoi sogni sportivi canzonettari o pubblicitari, conta fino a un certo punto, conta poco. Ma se fai una bambina perché si fa, per sentirti il padre che non sai essere, per girare bandanato, piratesco e cancellarla alla prima crisi coniugale, perché ti manca l'amore, sei un mostro, un mostriciattolo. Perché uno che squarta una bambina di un anno, la sua bambina, non è altro che questo. Checché ne dicano gli psichiatri, le mamme, i vicini che immancabilmente li dipingono come “un ragazzo tranquillo”, e gli imbecilli che li stanno ad ascoltare. 

domenica 17 agosto 2014

HO VISTO ANCHE DEI CINESI FELICI


Siccome conservo le depravazioni del cronista, tra le quali il voyeurismo, stamattina non ho resistito e mentre mia moglie si aggirava per straccetti del mercato, io ho attaccato bottone con alcuni bancarellari, in larga parte cinesi. Mi ha colpito in particolare quello che mi ha detto una coppia, di età indefinibile, entrambi allegramente disfatti dal caldo e dalle levatacce quotidiane, da una vita non proprio di villeggiatura. Eppure felici. Perché sembrate felici?, gli ho chiesto. “Quello che voi italiani non volete capire” mi rispondevano, vagamente ironici “è che noi siamo più felici col capitalismo che ci sfrutta piuttosto che con Mao che ci emancipava. Qui noi implenditoli. Piace lavoro. Piace Italia. Vita non facile, ma mai facile. Se tu credi che a Prato o a Porto San Giorgio o a Milano noi stiamo male, tu vai ancora nelle campagne di Cina e così tu vedi, capisci”. Io, che propriappunto le campagne fuori Guangzhou ebbi modo di visitare quindici anni fa, restandone estasiato, così poeticamente derelitte, così purissimamente incontaminate dal consumismo com'erano, la delizia e l'orgasmo di finissimi intellettuali come Pasolini, a maggior ragione mi sono scandalizzato, anzi indignato: ho risposto che loro evidentemente non sapevano di cosa parlavano, che di comunismo non capivano niente, e li ho invitati a considerare che noi, qui, abbiamo Laura Boldrini e Nichi Vendola, Rodotà e Sabina Guzzanti, abbiamo tutta una letteratura preziosa, come i wu ming e gli altri tifosi di Cesare Battisti, abbiamo Saviano, Erri de Luca, il concertone sindacale con gli artisti impegnati, abbiamo Susanna Camusso e i Notutto, abbiamo perfino Grillo con la decrescita felice. Quegli stronzi mi hanno guardato, poi si son guardati loro e si sono messi a ridere.

sabato 16 agosto 2014

mercoledì 13 agosto 2014

SINFONIA BANALE


Cosa ci faccio immobile qui su questo letto, nudo come un bambino a fissare il lampadario che oscilla e che da piccolo mi angosciava, la trasgressione alla legge della fisica che travolge ogni certezza, ti consegna al disastro. Cosa ci faccio qui cullato dalla brezza che dalla finestra soffia, sembra arrivare assurda dalla distesa di luce infuocata che fuori ricopre tutto e mi sento estraneo all'aria che mi avvolge, corpo rigettato da un pianeta non mio, dove immobile m'agito da una vita e vorrei strapparmi la pelle, capire se c'è una pelle dell'anima da cui evadere. Cosa ci faccio qui steso a cinquant'anni, cadavere vivente d'agosto, atteso da nessuna sorpresa, solo l'impegno ad essere il meno disperato possibile, almeno in questi finti giorni di ferie. Passa un altro suicidio, rutilante, famoso e lo capisco e insieme mi lascia raffreddato, non lo so più inseguire, non me ne impregno oltre. Cosa ci faccio in questo silenzio pomeridiano, rotto da versi di uccelli, da un altro silenzio, agitato e ignoto, come uno specchio che frantuma uno specchio, e i rintocchi della casa sono una sinfonia banale, rassicurante, che per poco m'angoscia. Tace la vita, zitta, muta come muto è il sole, un silenzio tombale, normale poi il gatto miagola mia moglie ci scherza e tutto cade in pezzi, l'unica quiete che resta è quella del lampadario: leggero ondeggia, sornione. Anche il telefono chiama, fischio d'uccello meccanico, gioviale importuno volgare messaggio di qualcuno che non sospetterò, questa febbre d'avere migliaia d'amici sconosciuti della quale un giorno rideremo, solo a poterle sopravvivere. Fuori la luce ha ucciso tutto, d'inverno io sogno questo, una distesa di luce torrida, nella quale arrendermi, farne un alibi, adesso m'accorgo ch'è più morta ancora la vita, essiccata anziché ibernata, forse è solo la pioggia, è lei che respira davvero, la pioggia è un velo che oscilla, una bandiera di lacrime, l'avvisaglia di qualcosa che verrà o non verrà ma non questa definizione che sta nell'arso e nel ghiaccio, nel bianco della luce che è uguale al bianco del buio. Di sfondo il mare è una montagna sdraiata, la sua possenza ottusa e compatta mi prescinde, mi spinge a domandarmi cosa ci faccio qui, corpo animale su un giaciglio sfatto.

domenica 10 agosto 2014

ROCKY


Ogni volta che passano Rocky, il primo, io non posso fare a meno di guardarlo. Anche se l'avrò visto mille volte, anche se ce l'ho in tutti i formati, io non resisto e ogni volta mi distrugge. Questione di atmosfere. Luci ed ombre. Quella vita nella vita che è la boxe. Quell'esagerata frenesia americana anni '70, fogna di liquami brillanti, esuberanza angosciosa, ottimismo terrificato. Quella fotografia vivida e livida. Quei dialoghi iperrealisti. L'ingenuità del bestione italiano dall'indomabile cuore, e la tremenda poesia dello squallore. Stallone annaspava nel sottoclou del cinema, un b-porno la settimana. Gli erano rimasti 8 dollari sul conto e lui decise di trasportarsi nel pugilato: scrisse il copione in tre giorni, poi riuscì a farselo finanziare. Dicevano che era scemo. Cercava l'antieroe, il campione nero, l'alter ego di Cassius Clay. Provò coi pugili veri. Joe Frazier, già in declino, non era interessato (ma avrebbe fatto se stesso in un cammeo). Chiamarono Ernie Shaver, che picchiava più duro di Tyson. Stallone aveva scritto maniacalmente tutte le coreografie per le scene del combattimento. “Picchiami sul serio Ernie”. “Sly, è meglio di no”. “Picchiami ti dico, deve essere reale”. “Te lo ripeto Sly, lascia stare”. “Ti ho detto di picchiare, sono io che faccio il film!”. Ernie accompagnò con dolcezza il gancio verso il fegato di Rocky, ma Stallone finì in camerino a vomitare litri di fluidi di tutti i colori. In ospedale videro che aveva tre costole lussate. Due settimane di stop per una carezza. Alla fine presero Carl Weathers, che era scultoreo - ma non un pugile. Apollo è tronfio e furbo, un businessman in calzoncini nella “terra delle opportunità”, ma Rocky pesta i quarti di bue.
Adriana, che cambia la vita a Rocky, è Talia Shire, pare che a Stallone l'avesse imposta la mafia. La mafia ci vide giusto, nessuna più di lei poteva impersonare la perdente del negozio di animali, e la scena in cui arranca su una pista di pattinaggio deserta è un sogno di schegge di ghiaccio dove Chaplin e Fellini s'incontrano. Tutto un presepe di perdenti la Filadelfia di Rocky. Perfino il boss Tony Gazzo è uno sfigato, uno che non fa paura a nessuno. Gazzo è un fallito, Adriana una nullità, Paulie suo fratello un disperato, l'allenatore Mickey un rottame, il barista un rassegnato, e i bambini nascono, crescono condannati. Orrenda, deformata gente, senza niente da vincere e da perdere. Talmente piegati e piagati che gli altri li trattano come subnormali, ci si trattano anche fra loro e va a finire che ci credono, si comportano, si muovono in quel modo sconnesso, dissociato. Invece è solo mancanza di speranza. Il regista Avildsen non mette in scena una commedia umana e tantomeno il compiacimento della deriva della beat generation, e men che meno la grandiosità tragica di Hugo. Nei suoi vuoti, nei silenzi, nelle dilatazioni degli sguardi, delle smorfie c'è la tenerezza della disperazione di Simenon, neanche di Céline, che alla fine il brutto lo corteggia per possederlo, di Simenon, che lo accetta per quello che è.
Rocky è un fallimento totale, come pugile è ormai insensibile, come esattore per Gazzo si intenerisce. Io vidi questo film che avevo undici anni e rimasi sconvolto come uno che capisce allora il suo destino; il giorno dopo guadagnai una libreria, a undici anni, a cercare il libro con la sceneggiatura e lo sapevo a memoria e poi l'ho perso e ancora non mi do pace. Su internet non si trova mica. E adesso che ho 50 anni parlo ogni volta che posso della dolcezza che sta in una sconfitta, scrivo di pizzerie con tovagliette di carta dove nessuno siede, scrivo di chi mi scrive ed è quasi sempre gente piegata e piagata e amo Simenon e conosco a memoria ogni battuta di Rocky, il primo, e quando all'ultima scena, al termine del cruento incontro, durante il quale Rocky è uscito definitivamente dall'infanzia, vale a dire, con Malraux, ha compiuto il suo atto di eroismo, lui coperto di sangue chiama la sua Adriana con lo sgomento rabbioso di un bambino, io provo esattamente la commozione infrenabile della prima volta. È una scena puttanesca, prevedibile, ruffiana ma mi piglia sempre a tradimento, perché prima ci sono due ore di gente che cercava solo di vivere. 

venerdì 8 agosto 2014

(ASPETTANDO) DANIEL


Qualcuno ha riconosciuto il personaggio da cui traggo le immagini della mia pagina Facebook: mi fa piacere, quello è un piccolo tesoro custodito nel cuore e mi dà l'occasione di rievocare una piccola epopea a fumetti. Daniel uscì nel remoto 1975 (se ci penso ho un brivido), venne riproposto nel 1992, in entrambe le occasioni non ebbe la fortuna che meritava. Troppo avanti, si consolò il suo creatore Max Bunker. Sì, troppo avanti davvero. Arrivava in distorsione l'onda lunga dei fumetti neri, tutti dalla parte del Male (Kriminal, sempre di Secchi/Bunker, insieme a Magnus, aveva appena chiuso, e farà una comparsata proprio in questa miniserie), e per le storie “dalla parte della legge”, quel periodo che preparava la sovversione di massa del Movimento, proprio non era pronto. Si aggiunga che Daniel è la trasposizione a fumetti di Callaghan, impossibile non ritrovarci la fisionomia di “occhi di ghiaccio” Clint Eastwood, nel carattere e nella violenza. Ecco, se amate Callaghan, recuperate subito questa serie (su ebay non sarà difficile, ma anche in certi mercatini estivi), di appena 30 episodi, e tuffatevici, ovviamente con colonna sonora ad hoc. Ritroverete gli stessi sapori di avventura per un uomo sradicato, insofferente, solitario e irrimediabilmente solo. Daniel in realtà non nasce sbirro, e neppure con quel nome. Sotto la sua faccia ci sono i resti di Bill Hicock, uno spostato, reduce dal Vietnam, che va alla deriva finché finisce in una clinica clandestina dove si cambiano i connotati. Qui, per una serie di circostanze, viene salvato dal vero ispettore Daniel, che ci lascia la pelle e gli lascia volto e ruolo, dato che i lineamenti sono prodigiosamente gli stessi.
Solo che il nuovo Daniel è l'esatto contrario dell'altro. Tanto duro ed essenziale, quanto il primo era verboso e inzuppato di belle teorie progressiste sul recupero della società e l'altro mondo possibile. Daniel-Hicock invece è diventato un realista. Sa che un altro mondo non c'è, il mondo è tutta una fetenzia e bisogna nuotarci dentro con durezza e umanità. Perseguitato dagli incubi e dai sensi di colpa, non può fare a meno di continuare la sua guerra personale, non più contro i vietcong ma contro il crimine e le istituzioni corrotte, colluse con quel crimine fino al collo. In questo realismo che mai sconfina nel cinismo, il fumetto è felice. Daniel non ha nessuno a guardagli le spalle, deve farsi più violento dei violenti e ci riesce perché sotto il suo bel volto c'è un uomo che non ha più niente da perdere né da vincere. L'approfondimento psicologico del personaggio è costante, in evoluzione episodio dopo episodio, e affiorano sempre nuovi comprimari a corroborare le storie, sceneggiate fra azione e vita privata. Dialoghi secchi ma centrati (maestria di Bunker) e un disegno molto curato, del perfezionista Frank Verola, confezionano così una serie che colpisce al cuore, anche per i frequenti momenti di abbandono e di tormento del protagonista.
Ricordo che quando questo 12enne che adesso vi scrive lo scoprì, ne rimase scioccato: mi ci identificavo così tanto, che ne avevo fatto una malattia. Volevo disperatamente essere Daniel (senza riuscirci, mi pare chiaro) e non potevo più leggere altro. Poi la serie, penalizzata da un pubblico ingrato, si sfilacciò e finì male: gli ultimi numeri sono davvero da serie B. Ma la fascinazione è rimasta ed io quella serie la conservo completa, religiosamente custodita; parlo della ristampa, quella in formato più grande e con le magnifiche copertine di “Paolo Renzi”; ogni tanto ancora sfoglio quegli albi e sogno come il ragazzo che fui, e che, a sprazzi, non riesco a non essere. Vorrei donarvelo, questo piccolo tesoro emozionale. Vorrei che lo scopriste questo sfortunato ispettore, questo borderline del bene condannato ad essere inimitabile. Vorrei ancora un albo, trasportato a questi nostri giorni che rigurgitano di nuove serie televisive poliziesche diffuse dalla rete. Sono certissimo che Daniel sarebbe una (ri)scoperta felice, che piacerebbe a tanti questa volta. Una e una sola storia, magari dipinta proprio da quell'artista delle tavole che è Pino Rinaldi, alias Paolo Renzi.