mercoledì 1 ottobre 2014

RADAN, INSHALLAH


Quattromilacinquecento vi sembrano pochi? Dipende, tutto o quasi è relativo a questo mondo ma se la cifra corrisponde ad altrettanti casi di sparizione forzata, oltre a 500 desaparecidos, oltre a 640 detenuti illegali, oltre a un numero incalcolabile di soprusi e di torture, la faccenda diventa inquietante. Succede nel Saharawi, che a naso sta in Africa, avrà a che fare col deserto, ma che in quel lembo occidentale di sabbia subissero dal 1975 la ingiusta occupazione marocchina, io neanche lo sospettavo, voi che leggete nemmeno, è storia vecchia, neppure i figli di nessuno sono uguali, certe cause non sono spendibili, non hanno padrini mediatici, sono alberi che cascano in un fragore desolato. Spariti nel silenzio del mondo. Ultima colonia africana il Sahara occidentale, ed è una colonia africana sul serio, di africani su africani perché gli uomini sono gli stessi dappertutto, specie nella violenza e nel sopruso. Mettici che le pulsioni autonomiste oggi non sono di moda, coperte dal sospetto, puzzano di leghismo, anche se qui non si tratta del nordest che vuole andarsene in Austria o della Scozia che vuole staccarsi come un icerberg dal Regno Unito. Qui c'è un popolo che affoga nella sua sabbia inzuppata del suo sangue. 
Quattromilacinquecento vi sembrano pochi? Ma potevano essere 4502, perché se la son vista brutta gli autori di questa mostra fotografica più videoreportage, rispettivamente Stefano Schirato, già una bella carriera ma anche una saturazione avventurosa che la coscienza familiare acuisce, e Jenny Pacini: li hanno pure sequestrati a un certo punto, e nessun tigì se n'è accorto. E qui bisogna accettare un excursus. 
Io con Jenny ho una storia, lei è una mia stellina, quattro anni fa ho tenuto un corso a Pescara per laureati e laureandi e lei assisteva e alla fine, in rete da qualche parte c'è ancora, mi ha fatto una delle sue prime interviste, ingenua e assurdamente adorante. Quattro anni dopo sono io che dovrei intervistare lei, perché quello che ha fatto io non saprò mai farlo. Perdonate se continuo l'excursus, ma Jenny da un paio di stagioni è parcheggiata a Rai Gulp, un canale di cartoni animati, mentre Santoro ha reclutato Paola Bacchiddu perché, detta come va detta, ha un bel selfie, anche se quanto a curriculum la 25enne signorina Pacini non teme confronti. Gira in questi giorni il nome di un imbecille, Giuseppe Cruciani, quello della Zanzara, specializzato in scherzi telefonici, il quale racconta a mezzo mondo di avere due passioni, i piedi e la menopausa (controllare su quell'alias del Fatto che è Dagospia); appartiene a un'agenzia di veline e velinari, la VisVerbi, che è gestita da due prestafaccia ma è stata fondata da Sebastiano Barisoni, pezzo grosso di Radio 24 dove denuncia caste e camarille; Visverbi impone i suoi cavalli di razza, li fa accoppiare, scoppiare, intervistare fra loro, una, Selvaggia Lucarelli, a proposito di curriculum ha due zinne così perennemente in vista, ha fatto un figlio col figlio di Pappalardo, è andata all'Isola dei Famosi, ha chiesto tramite “libro” di essere mantenuta, ha intrecciato qualche faccenda di cuore con altri visverbini e adesso fa Irene Brin dei poveri dal basso di una prosa vertiginosamente ordinaria, che la fa disputare tra Libero e Fatto; un altro visverbino, probabilmente il più squallido in assoluto, ha ottenuto un programmino con l'espressa missione di intervistare i colleghi di scuderia. Missione adempiuta. Fine dell'excursus.
Jenny, dicevo, è una mia pupilla, ci sentiamo spesso ma in modo sempre fulmineo ed ignoravo questa sua nuova avventura, che per poco non me la fa ricordare: non saprei dire se le autorità marocchine l'abbiano lasciata andare giudicandola irrilevante, controproducente o addirittura funzionale a far sapere che loro non scherzano con i sarahawi. I quali tuttavia non perdono la speranza, Radan, Inshallah, “Domani se Dio vuole” è il loro mantra, la loro consolazione, la loro illusione di poter conquistare una indipendenza da nonviolenti che resistono subendo: nessuno ha mai sentito di un atto terroristico da loro. Scorrono nel video, autoprodotto ma sostenuto dalla Fondazione PescarAbruzzo, i profili offesi di un popolo umile e indomito, che nessuna tortura, nessuna umiliazione, nessuna violazione dei diritti umani riesce a spegnere, che non adotta improbabili rivoluzioni di Twitter ma sfida le polizie con patetiche telecamerine decrepite, in un afflato di libertà ingenuo e commovente. Tutto il film è una poesia del dolore, un fiore di sangue, ma dove davvero allaga è vedere i ragazzini coi denti spaccati, è l'handicappato che, nella sua fatica della Madonna, racconta di come si divertivano a farlo rotolare con la carrozzina per spaccargli la testa, e ancora, e da capo, come nella crudele parodia fantozziana della Corazzata Potemkin. Dopo gli hanno pisciato addosso, gli hanno detto, cammina, vai a farti curare dai tuoi compagni. “E sempre l'uomo preferisce le tenebre alla luce”, dice san Giovanni. 
Qui il teaser del reportage

PETER POP


A fine anni '80 “la droga dei nostri giorni” era il pesto, oggi invece è il pop. Tutta una colata di panna pop per montare il nulla: i festival di filosofia, ribattezzati popsophia, con l'”h” pop, chiamano pornostar edotte nell'unica epistemologia dell'ingroppata, a un convegno di urologia hanno invitato Rocco Siffredi, i talk show sono pop e i loro conduttori sembrano Epifanio, come Giannini, o uno stoccafisso come Floris, gli intellettuali sono fotocopiatrici ovvero la quintessenza dell'utensile pop, gli ospiti sono una compagnia di giro più circense che pop, gli scrittori sono pop, abbreviativo di poppanti, i cantanti si sono tutti poppizzati anche quelli che volevano fare la rivoluzione armata, nelle radio private da battaglia, che stordiscono gli ascoltatori a mazzate di retorica equa e solidale, dicono che bisogna rendere il palinsesto più pop, la politica è pop cioè in mano a gente che pare uscita da un fumetto, e di sicuro si è nutrita di quelli, la religione è sempre stata pop anche quando squartavano gli eretici, gli invasati dell'Isis sono pop anche loro, tronisti dell'orrore su youtube, abbiamo pure il papa pop, i giornali sono sempre più pop ma soprattutto prot, con tutti quei culoni che svolazzano, i social network sono osterie o bordelli pop, la cucina è un calderone infernale, ma pop, il crimine è pulp ma anche pop, tutto un popromanzo popcriminale, i giovani sono pop, le milf sono pomp, i bacucchi sono pop, l'architettura è pop, la retrologia è pop, gli smartphone del futuro sono pop e si piegano nelle tasche dei jeans, forse li hanno assemblati con merda liofilizzata ma pop. Di non pop c'è rimasto più niente e si spiega: è il passepartout per dire, ma sì, non complichiamoci la vita, non mettiamola giù dura, che tanto passa tutto e niente è davvero serio, questo passa il convento e soprattutto questo vogliamo, noi che siamo pop cioè buchi senza niente intorno ma basta chiamarla operazione culturale. Pop. Se uno prova ad essere un minimo serio, lo sbeffeggiano, lo maledicono perché chi si crede di essere. Poi tutti a dire che la qualità è morta, che affoghiamo nella mediocrità, che è tutta un schiuma. Chiamala pop, sarà la tua birra.

martedì 30 settembre 2014

LA COSCIENZA


Mi mettono così soggezione gli animali. Tanto mi preoccupano che davanti al vetro che ci separa indietreggio, non per paura ma per non incrinare il mistero. Ora che anch'io ne ho tre, ritrovo nei loro sguardi, in tutti gli sguardi, di ogni specie, il brivido di un contatto aleatorio, fatto di tristezza, direi, e di dignità. Per quanto possiamo sforzarci, resteranno segreti fra noi. Torno al Parco Zoo di Falconara, così prezioso per noi. Mi confonde la scimmia che mi scruta curiosa, mi conquista il suricato che si rizza sulle zampe, mi strega il lupo solitario e malinconico, mi terrorizza il puntino selvaggio nella luce gialla degli occhi del leone, mi sconvolge l'immensa testa della tigre, la morte così vicina a me. Poi arrivano gli umani, e tutto va in frantumi. Commenti idioti, schiamazzi, smorfie mostruose e gli animali vanno via, infastiditi, compatenti. Una magnifica lince, venuta a curiosare, mi regala un brivido inestimabile: confusa forse dal mio cappello, mi fissa magnetica poi arriccia il muso, scopre i denti: resto col fiato sospeso, ci guardiamo fissi e lei pian piano si tranquillizza, mi pare quasi voglia comunicare adesso; ma un ragazzino idiota, con gli occhiali a specchio azzurri, comincia a berciare, urla, fa rutti nelle risate oscene dei parenti; un bue sui settant'anni in permanente scarica stamburate di pugni contro il vetro e la lince, offesa, spaventata, reagisce a zampate disperate. Un salto, e raggiunge la compagna che osserva dall'albero. Spariscono. Resterei ad aspettarla, per riprendere il dialogo, preda dell'incantesimo, ma preferisco fuggire via con mia moglie, due ladri, per non fare una strage. Ho capito che quelli in gabbia siamo noi, e ho capito anche che non sono solo i vecchi, questi sono i figli della scuola di massa che usano la meraviglia naturale di un Parco Zoo come sfondo per la loro volgarità privata, i selfie imbecilli pretendendo che animali selvaggi s'assoggettino al proprio narcisismo, a suon di colpi e di urla. Si fanno tante cose inutili nelle scuole, si buttano vagonate di fondi per stronzate di sapore ludico o peggio ideologico: perché non introducono un doveroso corso di studio sugli animali? Perché non rendono obbligatorie le visite a questi parchi e non fanno capire ai ragazzini che un esemplare non è un trastullo di cui stancarsi, magari dopo averlo torturato, ma un impareggiabile compagno di vita? Ho capito, definitivamente, una cosa: tante sono le fasi dell'uomo, il suo progredire come individuo e in società, ma senza un rapporto rispettoso e profondo con gli animali la sua coscienza resta immatura, si atrofizza, abortisce, si rinnega a scariche di pugni contro un vetro mentre una lince ti osserva desolata.

sabato 27 settembre 2014

ADESSO CHE NON MI FREGA UN CAZZO


Quanto non mi piace la Stazione di Milano, cosa è diventata. Persa completamente l'atmosfera frenetica e dissoluta che insinuava da fuori, grondava dalle edicole coi libracci improbabili, trascinata dall'umanità più ambigua quando la scopri trafelata, la Stazione col Museo delle Cere, mai visitato, mai osato, cupo mistero, simbolo, imbuto e quintessenza. Adesso è una immane Farinetti-extension, con quel Feltrinelli a tre piani pieno di stronzi sussiegosi che fingono di leggere, le commesse sudamericane sgarbate, il megastore Feltrinelli sopra dove ti senti inutile, il centro commerciale sotterrato dove ti senti in trappola, una sporcizia anodina, trasparente, insapore la Stazione di prima almeno bordello che traspirava. Qui sterile tutto, non trapela niente, non passano i bambini sfiniti su cartoni. Tante cose mi ricordo (chissà se sono vere) tra i viaggiatori, tra i marciapiedi mentre mio padre aspettava esotici clienti, da Venezia, da Roma. Tante sere col mio buon amico Tony a prendere a pugni le cabine per far cadere i gettoni nella sacrosanta rabbia dei barboni, d'accordo, non è il caso di rincorrere i fantasmi, però io lì ho imparato a sognare: in un posto come adesso, la Stazione Farinetti, che t'impari più? È così frigida, così Milano terzo millennio in crisi, aspettando l'Expò, sensibile di una modernità senza direzione, un futuro appassito, presuntuoso e presunto. E unto. È un immenso talk show la Stazione di adesso, che spersona persone, non trova una canzone capace di cantarla ma migliaia d'infami sigle cellulari. Non si avverte il brivido di partire, di tornare, di arrivare, di lasciarsi dietro un viaggio, pezzi di vita, addii e saluti a rimbalzare per sempre, pezzi di morte, stupide coincidenze che non esistono, domande deragliate su cosa ci stiamo a fare in questa stazione senza biciclette che è la vita, noi cerei immoti nella frenesia. Sono retorico, crepuscolare, sono un binario morto ma non sopporto l'implosione di ogni sensazione che mi coglie quando visito un posto qualsiasi che ancora custodisco, che mi custodisce. È il mio mondo che muore, e vorrei solo che un altro, più vivo, ne nascesse.
E poi ritorno in me, ritrovo il sole del mare e non mi basta il sole, non si vive di solo sole, non si vive di un settembre di sabbia che non ti serve più. Perché non sei un fannullone, perché t'annoia l'indolenza di chi estenua l'estate. Perché chiedi di più alla vita, alla tua età. E meno lo ottieni e più lo invochi. T'ingarbugli, a notte fonda, nel video archeologico di Flashdance, c'è Jennifer Beals che danza furibonda e allora tu ricordi, tu sussulti e capisci. Finalmente capisci ogni nebbia. Era l'anno che uscivi dal liceo e ti preparavi a sbocciare del tutto e invece al mare conosci una puttana più grande le caschi nelle cosce e non ti dai più pace finché non la raggiungi e il destino maligno ti allunga una mano togliendoti tutto e io da allora ho sempre vissuto appassito. In debito, in apnea, in paura di perdere quello che avevo già perso, che non avevo mai avuto. Ed è passata la vita e adesso con lo sguardo bofonchiante scruto Jennifer Beals accesa di sudore, adesso sì, che sono padrone di me, ma padrone di che?, adesso che oramai è tardi e chi non sono stato non può compensare chi sono, adesso che sono stanco, e sono stanco di essere stanco, e non mi frega un cazzo e non aspetto niente e niente chiedo, sentirmi in controllo adesso non mi serve, perché io sono chi non fui, sono chi mi è mancato.

venerdì 26 settembre 2014

UN PICCOLO FUOCO


Ti vendo le mie parole
Per niente te le regalo
Mi darai quello che hai
Un momento...
Se mai ti canto le stelle
Quelle che ho preso e che ho perso
Sera per sera in un posto
Diverso...
Tu lo potresti pensare
Che le portavo nel cuore
Fiaccole per non morire
La sera?...
Vieni ti spiego cos'era
Che da quel mare d'amore
Tremule luci pescava
Di voci...
Ora ce n'è un cimitero
Croci leggere fra le onde
Io non le conto se scende
La sera...
Fermati, non andar via
Ho acceso un piccolo fuoco
Fermati ancora per poco
Ti prego...
Ora sei tu la mia stella
La sentinella che sventa
Stille invadenti sul volto
La sera

giovedì 25 settembre 2014

STUPENDO


Salgo come su un sogno
Le maniglie già impugno
E i sedili di legno
Dove stai con ritegno...
Quegli odori d'incanto
Se fuori passa il mondo
Stupendo è ritrovarmi
Nel gran cuore sincero
Di questa mia città
Chiuso qui prigioniero
Del tram dove davvero
Io ci ho lasciato il cuore
Partiva dalle scuole
E dentro il centro arriva
Ancora, come allora
Scricchiola, un po' traballa
Forse avrà la mia età
Arancione poesia
Che oscilla per la via
D'una pista di ferro
E suona il campanello
Che annuncia la fermata
Il biglietto si acquista
Per la piccola gita
Là dove son cresciuto
Perduto nei colori
Di tutti quei quartieri
Che adesso son diversi
Eppure li attraversa
Come una vita fa
Il tram che non lo sa
Io quanto l'ho rimpianto
Mi metterei al comando
E come dentro un guanto
D'amore resterei
Finchè scende la sera
E un'altra corsa intera
In me stesso farò
Nel ricordo di chi ero
Ritrovato, perduto
Fra la gente mia vera
Così bella, più pura
E' tardi, tocco il vetro
Ecco, fuori, lì dietro
All'edicola, quella!
Sono io quel bambino
Che per mano a sua madre
Regge un mazzo di fiori
Non sono pazzo, giuro
E' che oltre le piogge
D'anni che lenti vanno
Tracimano fantasmi:
Aspettano perenni
Che il tram passi di là
E infine tu li vedi
Atroci, ritti in piedi
All'ultima fermata
Dove incrocia la vita

IO ME LO RICORDO BERSANI


Erano giorni difficili, tanto per cambiare, per la patria e l'agenzia con cui collaboravo mi spediva a sentire i comizi dei cosiddetti leader. Chiacchiere, as usual, però qualche spunto marginale di interesse si ricavava. In particolare, ad ascoltarli di persona, emergevano assai più chiare rispetto ai resoconti propagandistici dei giornali le differenze tra questo e quel candidato. Renzi, per esempio, era un chiacchierone che dava l'impressione di correre sulle parole in modo che nessuno potesse davvero capirlo. Bersani era più argomentativo, più lento, vecchia scuola, all'apparenza convinceva di più. Solo che Renzi, nel suo modo frenetico, aveva capito che la situazione era tragica per davvero e non si poteva (non si può) più reggere sull'assistenzialismo, sulla politica dei diritti acquisiti, che i tagli bisogna pur accettarli, la tassazione deve pur scendere, cambiare si deve. Bersani no. Lui voleva “più” di tutto: più pubblico, più stato, più statalismo, più scuola, più enti locali, più finanziamenti ai suddetti, più partiti, più lavoro, più diritti e l'Europa era il bengodi bastava funzionasse, testuale, “come una cooperativa socialista”. La colpa di tutto era, naturalmente, di Berlusconi, “che non è neanche in panchina, è nello spogliatoio, e ce lo lasceremo”. Questo si sta fottendo da solo, pensai. Il Segretario era cupo, quel grigio pomeriggio di novembre, era lugubre come un figlio naturale dell'apparatchick ma pur sempre tronfio: ripeteva di continuo “quando sarò presidente del Consiglio”, annunciava di ripescare il genio della finanza Monti, benché dandogli una regolata; aveva una ricetta per tutto. Solo che non specificava mai a quale prezzo. E non lo specificava perché non poteva, il prezzo consistendo in un solo costo: più fame che pria, più tasse che mai. Renzi, leggero quanto volete, si poneva il problema: e passava per berlusconiano, offesa somma. Bersani lo rimuoveva, e correva dietro a Vendola, uno che mi ricordo fece un comizio di tre ore cianciando per tutto il tempo di “bambini come violini”, di “nuvole” e di “Pafolini”. L'apparenza ingannava: tra i due, contrariamente a quanto si sostiene, il meno concreto non era il toscano alla panna. Era il piacentino col sigaro, che adesso diversi sciagurati della nomenklatura vorrebbero riesumare. Ad minora, as usual. 

mercoledì 24 settembre 2014

MA ANCORA C'E' CHI UCCIDE IL MERITO


Leggo sul Corriere un articolo di una analista dell'Ocse, certa Francesca Borgonovi, e trasalisco: bocciare, sostiene l'analista, non serve a niente e si traduce in un costo per il sistema Paese. Se le analiste Ocse sono di questa stazza, siamo a posto. Mi par di tornare alla ideologia “non”, che non era una forma di teatro orientale ma un'accozzaglia di trovate surreali, puntualmente applicate e delle quali non finiamo di portare le croci: la follia “non” esiste, esiste l'alienazione capitalistica, una sana società cambogiana o peruviana e tutto va a posto; il lavoro "non" esiste, è sfruttamento, però esiste il salario; il mercato “non” esiste, esiste lo Stato imperialista delle multinazionali (da sbaragliare con dosi massicce di lotta armata); il merito “non” esiste, non deve esistere - questa la ripete tuttora Vendola, che notoriamente non conosce vergogna -, la scuola non deve selezionare “classi dirigenti” ma fare evolvere tutti secondo i dettami di una sana società egualitaria, collettivista e non competitiva (ai miei tempi lo slogan era “a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità”,  vulgata marxista della peggior specie). Assurdo, ma poco male se il mondo finisse ai confini del villaggio-Italia: ma che succede se, invece, continua? Apprendo da un libro di Federico Rampini l'ossessiva tensione degli studenti cinesi e indiani per accaparrarsi le opportunità didattiche migliori, riscattandosi dalla miseria: non sarà il migliore dei mondi possibili, con quell'esasperazione protesa ai risultati, ma di certo è il più realistico (nonché reattivo ad una sana società egualitaria che per decenni ha dato niente a tutti, quando ancora non li annientava): al punto che perfino i giovani americani, clamorosamente umiliati nel rendimento dai coetanei immigrati, si stanno rimettendo sotto, cogliendo tutto il dramma di un ritardo culturale. Nella Silicon Valley esistono seminari e corsi ultraselettivi, di stampo militare, per sfornare “gli Steve Jobs” del domani: anche questo sarà allucinante, indubbiamente, ma almeno tiene conto di una direzione, di un futuro già in atto; mentre noi siamo all'allucinazione opposta, ancora qui a predicare che nessuno deve essere bocciato e che il merito non solo non esiste, ma non deve esistere. Hai voglia, dopo, a parlare di fughe di cervelli. Hai voglia a chiedersi da dove salgono le scintillanti tare del nostro spettacolare sistema-Paese. Lo studio, per considerarlo tale, di questa Borgonovi ha del surreale: dallo scandalo per l'intollerabile minaccia al virgulto, “Studia, se no sarai bocciato!”, alla vibrante denuncia per l'inaccettabile pugno di ferro della scuola pubblica, che sforna ancora “troppi bocciati” (veramente non ce n'eravamo mai accorti: scuola di massa qui ha sempre fatto rima con promozione di massa, fino al climax del 27 politico e di gruppo in anni che qualcuno, e si capisce, considerò formidabili). Fino al disinvolto testacoda logico-didattico: “i ragazzi bocciati hanno più problemi comportamentali degli altri”, mentre la lettura è esattamente quella opposta: i lavativi (qualche volta) vengono bocciati perché sono ingestibili e creano “problemi comportamentali” a tutti gli altri. 
È il solito dilemma, si fa per dire: la scuola deve allevare l'eccellenza o trainare la mediocrità? In realtà è un falso dilemma, un falso problema: la scuola deve istruire, aiutare a crescere, non lasciare indietro ragionevolmente nessuno; ma il prezzo da pagare non può essere l'appiattimento delle menti potenzialmente più brillanti: anche questo è maledettamente ingiusto (se non criminale), e, quanto a “costi sociali”, sospetto anche più esoso. La scuola non può essere un grand prix, certo, ma neppure un parcheggio: proprio perché qualcuno poi dovrà finirci, a tirare questo sciagurato sistema-Paese: è così difficile da capire? Giusto offrire a tutti le stesse opzioni: dopodiché, chi è più portato, e motivato, deve potersi esprimere e deve poter emergere. Per se stesso, e perché, in una prospettiva sociale, i risultati – sembra allucinante solo doverlo ribadire - non arrivano per miracolo o per esaltazione buonista, si ottengono con una inevitabile convergenza di fatiche: quella dei docenti di buon livello (non sfornati al credo dell'appiattimento egualitario, che poi si risolve nella furbizia dei peggiori, i più raccomandati, i più “clientelizzati”), e l'altra di chi impara: da una classe di capre-capre-capre, che non si impegnano in nulla, avendo imparato, ed è l'unica cosa, che è vietato bocciare, non viene fuori niente di buono, solo dei cretini patentati, viziati e teppistoidi, che crescendo si evolveranno, nei casi più privilegiati, in medici che accoppano i pazienti, giudici che rovinano gli innocenti, analfabeti senz'arte né parte (anche quando bivaccano nei talk show), fannulloni a servizio pubblico più abili a fregare lo Stato che a servirlo. Tutta merce di scarto, che abbiamo in abbondanza e che non ci serve affatto. 
Insieme a qualche analista Ocse.

martedì 23 settembre 2014

CONVIVERE CON NOI STESSI


È sempre bello rivedere un Montalbano. Perché è uno dei pochi, forse l'unico prodotto di fiction fatto bene in Italia e perché, a distanza di pochi anni, ti senti già uno storico, sei in grado di soppesare diversamente certe uscite figlie di una attualità appena sfiorita. Ieri, per esempio, Camilleri ha messo in bocca al commissario, di passata, una lamentazione per un Paese “dove un ministro ha appena detto che bisogna andare d'accordo con la mafia”. Sentita così, faceva effetto quella frase infelice, vieppiù disgraziata nella bocca di un ministro, di un politico. Ma il fatto è che, in bocca ad un ministro di Berlusconi (Lunardi), servì a fargli dire quello che non diceva e cioè che lui, a nome del governo, privilegiava l'opzione mafiosa anzi ne era sedotto, stregato. Col tempo, altri più illuminati moralisti di sinistra hanno detto la stessa cosa e nessuno s'è stracciato nessuna veste. Ma guardiamo all'oggi. Ad Agrigento, proprio nella Sicilia di Montalbano (e Camilleri), una truffa di falsi invalidi coinvolge 101 persone in un sodalizio industriale, meticoloso, che impegna medici, psichiatri, portantini, falsari, assessori, autisti, funzionari, forze dell'ordine e pare andasse avanti da anni; nelle stesse ore un camorrista Genny 'a Carogna, che aveva impedito il disputarsi di una partita imponendo le sue condizioni anche alla polizia, a Napoli finiva ai domiciliari, farsa deliziosa visto che a quelle latitudini il domicilio coincide con l'intero quartiere, ma comunque nell'isterico sdegno di una che negli scontri tra bande ultras aveva perso un figlio. “A Genny una medaglia ci debbono dare, no che l'arrestano”, ha detto mamma coraggio. A Roma, il rione di Torpignattara si ergeva a rabbiosa, ringhiosa rivolta per tutelare un balordo diciassettenne che aveva ucciso a pugni un pakistano. Tutto questo che altro sarebbe se non andar d'accordo con la mafia? Ed è gente che nel picco massimo di follia mafiosa, le stragi di Capaci e via d'Amelio, o non era nata o era bambina, 22 anni sono al'incirca due generazioni: chi può dire che nel frattempo il Sud sia migliorato, ad onta dei tanti sdegni e dei tanti proclami? Non si salva beninteso neanche il Nord, la Lega, cosca di sommi sacerdoti razzisti, faceva affari con la 'Ndrangheta, con le mafie balcaniche e africane. Le tecnologie hanno chiuso il cerchio, l'economia è tutta inquinata e non depurabile. Il sud è irrecuperabile, il nord non è messo meglio, con la mafia si va d'accordo e come, da destra a sinistra; forse non conviene dirlo, ma il Paese che tanto preoccupava Montalbano era terminale allora e lo è a maggior ragione oggi. Nessuno ha più anticorpi, lo sport a logiche mafiose è improntato, regna l'omertà, ha appena detto la tuffatrice Cagnotto che la pattinatrice Kostner ha fatto bene a coprire il moroso marciatore che si drogava, che così fanno tutti, che quello è amore. La stessa antimafia è naufragata nella retorica e nel malaffare, ricordate la Rosy Canale?, il governatore antimafia Crocetta fu eletto per risanare la Sicilia e ne ha protratto tutti i vizi clientelari e irriferibili. Non diremo che con la mafia si deve convivere, ma almeno risparmiateci lo sdegno grottesco che non sai mai se è piangere di coccodrilli o sghignazzare di jene. 

sabato 20 settembre 2014

L'URLO


L'urlo fiero non imbavagliare
Chiediti se mai da dove viene
Come il sole, questo immenso tuorlo
Che indomabile sorge dal mare
Quella luce non annuncia vita?
Non è l'urlo di un'altra giornata?
Non ucciderlo, non condannarlo
Cerca di capire la sua voce
La sua gioia, la follia infantile
Dalle stelle di farsi ascoltare
C'è più vita in lui che in mille bombe
Nelle trombe su Jerico a pezzi
Nell'odiosa sferica freddezza
Di chi non si perde o si scompone
Anche un sordo, credici, può urlare
Con la bocca, gli occhi, con i gesti
Isterici, già, ma ha solo questi
Affidati al vento e tu lo senti
L'urlo si ribella alla pazienza
Alle stanze dell'indifferenza
E' così che comincia il cammino
Nel primo respiro d'un bambino
E nell'agonia di chi va via
E ci sono urli silenziosi
Cicatrici sulla pelle stese
Lebbra antica d'ignote torture
Sopportate forse a labbra chiuse
Ci si arriva sai, senza più scuse
Senza maschere più da salvare
E quell'urlo sarà ancora orgoglio
La scommessa di chi è ancora sveglio
Non si adegua più, non si rassegna
Sarà un sogno con un paio d'ali
La protesta che hanno gli animali
Se non bastano più le parole
L'ultimo coraggio per l'amore
Sarà il canto di chi non si pente
Un concerto di gocce di pioggia
Anche un fiore urla quando sboccia

giovedì 18 settembre 2014

MELASSA P


In Italia ogni trasgressione dev'essere formato famiglia, ogni stecca rientrare nel coro, ogni critica essere costruttiva, ogni stroncatura risolversi in un elogio, ogni bicchiere essere mezzo pieno. Non c'è gusto in Italia ad essere carognoni. Tutti sentono il dovere di giustificare e giustificarsi, in giro è tutto uno svolazzare di insulti, offese, volgarità ma a cuore in mano e comunque a lieto fine. Non ci si può semplicemente sbattere i coglioni di questo o quello, salta subito fuori l'ipocrita di turno che se ne scandalizza (grillino, magari: la decenza non è contemplata). Tutti debbono salvarsi il culo col Padreterno. Perfino i terroristi, da noi, stendono lenzuolate di parole per spiegare perché e percome hanno ammazzato qualcuno, e comunque non accettano di essere chiamati terroristi. Guerriglieri sì: ma a fin di bene. I cantanti trasgressivi, invecchiando, fanno ridere. Renato Zero da trans era una persona seria, poi s'è messo a cantare ave Marie rivedute e corrette da don Mazzi, cose allucinanti tipo “l'aridità ci inaridisce, gli slanci invece no, la ragazza sia carina e sia solamente tua”. Vasco Rossi faceva la vita spericolata e adesso appena apre bocca pare posseduto dallo spirito di Pertini. I rivoluzionari con l'acne, perdendo i capelli confidano d'esser sempre andati a messa, preferibilmente in latino. I cosiddetti alternativi, per carità di Dio, van tutti a finire al premio Tenco. Gli scrittori cannibali, tutti a maggior gloria di Dio e dello Stato (che di solito si identifica col PD o la sigla che è). I giornalisti caustici, affilati, stanno dappertutto, di preferenza nei giornali e i network di quelli che attaccano, sai che incursori. I satirici sono piagnucolosi burattini da festa di partito o da talk show, che è la stessa cosa (e quindi ortodossi, disciplinati, incamiciati, altro che storie). I critici non criticano più un cazzo: pubblicizzano, sponsorizzano, raccomandano; perfino rivendicando l'amicizia, così nessuno può più dir niente. E infatti che resta da dire? Una volta c'erano i clan, adesso c'è una sola, gigantesca famiglia dove tutti scopano con tutti. Più ci si azzanna, più si capisce che è un gioco, un teatro, una convenzione ad uso carriera. C'è, appunto, l'arrivismo, la meschinità, il giocare sporco, c'è l'essere maligni, perfidi, che è cosa assai bassa, in nulla parente della carognaggine a viso aperto. C'è il dir bene per dir male, per far male. Oppure il falso paradosso, imbecille, narcisista, la finta trasgressione di chi flirta col peggio, tagliatori di teste, pedofili, fannulloni da teatro Valle, per becera frustrazione, per egocentrismo. Ma un giudizio schietto non lo puoi dare, l'opinione anche suffragata non te la puoi permettere, che parli di una città o un continente, Gino Strada o Gino Paoli, di Corona o Wanna Marchi, di Schettino o degli U2, di un prete cannibale o  una puttana santificata, del prof che si fotte le alunne (che d'altra parte ci stanno) o dell'ultimo stronzo che ha ammazzato la “fidanzatina”. Salta subito su quello con l'eccezione, col “sì, però”, col qualcosa da salvare, e alla fine, a forza di contorsioni politicamente corrette, a furia di convulsioni da indignati, si porta a casa tutto. Bisogna sempre non vedere quel che c'è e vedere quel che non c'è. Bisogna manifestare tutto il contrario di ciò che si prova, e che l'interlocutore merita. Bisogna sorridere sempre, abbracciare tutti, anche chi ti s'incula (che faccenda contorta). Se no sei un disadattato, uno che “sclera”. Non puoi dire che fa schifo vedere una stronza viziata, una “contessina” baloccarsi a fare la giornalista proletaria imbarcata da un finto indipendente, un cretino col complesso di Montanelli. No, non lo puoi fare, se inquadri l'ipocrisia, risplendente, abbagliante, minimo ti pigli dell'invidioso, del livoroso. Eh, bisogna essere ben disposti, tolleranti, pensare al Bene, con la maiuscola, trovarcelo in ogni buco del culo. Bisogna andar d'accordo con tutti, su! Perché, sempre così disfattisti, così scontenti? I danni della “cultura” cattolica. E tutti qui nascono e soprattutto muoiono cattolici, dai comunisti libertari e libertini alle più santamente zoccole: gratta gratta, alla fine affiora sempre la baciapile. L'ultimo vero cattivo, forse l'unico, è stato Carmelo Bene, tutto il resto è melassa. Melassa P, come Pippa.

mercoledì 17 settembre 2014

VIA ADELCHI


C'era una via che ti dicevano di stare lontano ma era impossibile. Chi conosce Lambrate se la ricorderà, via Adelchi. Così esagerata con quel nome medievale, letterario in trenta metri di vecchia Napoli tutta diroccata, malnata, suggestionabile. No, non si poteva farne a meno per quanto era bella e perché comodissima, passaggio obbligato tra le arterie di via Porpora e via Vallazze. Mai capito come potesse essere pericolosa un ponticello tra due sponde trafficate e normalissime, piene di botteghe, di famiglie ma in effetti metteva un po' paura ed è per questo che ci vado, rimiro ogni angolo, fiuto dappertutto come un cane, piscerei contro i muri se potessi. C'era ricordo un ufficio postale sempre farcito di varia umanità e poco dopo sfociava d'angolo all'altezza dell'International Shop, che era la nostra jeanseria da terroni, da tamarri. Non mi ha mai deluso via Adelchi, estate e inverno aveva sempre nuovi fantasmi da propormi. Sempre gioia. Forse per la forza ostinata che sta nel brutto e nello squallido, la disperazione in fondo è speranza che non si rassegna. Ma che cazzo teorizzo a fare? Se ci penso, è la via più vita che tengo nel cuore ancora adesso, che non me la ricordo più. Semplicemente sta, sedimenta in me. Tutti gli altri posti li ho presenti, qui, davanti agli occhi, via Adelchi solo un segmento nebuloso, confuso, perché era troppo carica, troppo evocativa. Più la guardavo e meno la vedevo, me ne facevo permeare, la lasciavo entrare in me mentre ci entravo. Le cose troppo forti non le possiedi, le assorbi. Adesso so che c'era una birreria, dove la gente fa casino fino all'alba, mi par giusto, e ho letto che una volta hanno smurato il bancomat delle Poste, che quindi ci sono ancora, sfaciando 8 macchine. Certe vie hanno un destino segnato, non importa quanto corte, quanto presuntuose con quel nome medievale e quella funzione da ufficiale diplomatico di collegamento fra due arterie che arrivano fino a Loreto, fino in centro. Passavamo da via Adelchi e io mi sentivo altrove e uscivo da me, mi tramortivano le onde come in una pinacoteca ma quei dipinti erano vivi, si animavano nei silenzi, non c'era bisogno di immaginare niente perché era la via che ti immaginava, significante senza significato dai troppi significati, era phoné, era pornografica, era o-scena, era un non-luogo dove il tragico aleggiava, disfacimento attivo, non kronos ma aion e chi vuole capire capisca, via Adelchi.

martedì 16 settembre 2014

DI SABATO


Perché di sabato era sempre festa anche se si andava a scuola? Perché fuggendo dall'ultima campanella ci si sentiva di andare incontro a una vacanza infinita? Perché tutto sembrava nuovo, anche l'aria? Perché il quartiere era diverso anche se non cambiava niente? E perché la gente aveva fretta di perdere tempo, e i bottegai non vedevano l'ora di chiudere anche se niente li attendeva? Perché, se c'era il sole, a settembre pareva più estate che a luglio, e andare a giocare a pallone dava una libertà infinita? Perché era così bello ascoltare la radio di mattina? E il mercato, che ti stufava appena entrato ma non potevi fare a meno di tornarci ogni sabato? Ma, soprattutto, come si poteva andare al mercato di mattina se c'era la scuola? Tante cose non le ricordo, tante si agitano confusamente in me. Ma so una cosa, che quel sapore di sabato adesso non c'è più e chissà se è colpa del sabato o colpa mia. So che adesso sabato è come domenica che è come lunedì e prima invece sabato era luce, domenica buio, lunedì crepuscolo. Io so solo che camminare nella stessa identica via in quei tre giorni diversi era tutta un'altra esperienza, e da allora io credo fermamente che le cose hanno un'anima, si travestono, mutano anche loro. Voi potrete ricordarmi quello che si studiava a filosofia al liceo, che sono gli occhi, che tutto cambia dentro di noi, ma io so che non è così. Io so distinguere una sensazione da una impressione da una certezza, e se voi dite che non funziona così allora siete pazzi. Perché il sabato aveva quell'aria, e adesso non l'ha più. Io me ne sono ricordato guardando un tramonto sopra il muro di una casa, e tutto stava disegnato lì, come un dagherrotipo o un ologramma. Ed eravamo in macchina e io ho detto a mia moglie, che bello però settembre quando è sabato e c'è il sole, e lei ha sorriso ma non ha parlato.

sabato 13 settembre 2014

GLI ANIMALI SONO LORO?


La faccio corta, ma insomma ho notato una cosa. L'animalismo non è più di sinistra – oppure, se preferite, la sinistra non è più animalista. Non che lo sia mai stata davvero: ogni valore perseguito dalla sinistra è sempre stato puramente strumentale, cioè ipocrita – laddove la destra ha risolto ogni problema di coscienza disinteressandosi di ogni valore, e vantandosene. L'orsa Daniza, questo animale estraneo alle scempiaggini umane e tuttavia imponente capro espiatorio, viene derisa in ragione degli eccessi mediatici. Come se fosse colpa sua, coi suoi occhi che guardano dalle foto e non capiscono il destino che la attende. Ma io non ho mai visto un'orsa farsi intervistare dopo che le hanno sterminato la famiglia, mentre qui c'è gente preoccupata soltanto di non ritrovarsi nelle opinioni di Ferrara, Gasparri e la Brambilla, ci sono opinionisti che si rifugiano nel solito angolo dei bambini che muoiono, questa volta in Siria (l'Africa, per il momento, non tira). Sono cose assimilabili, queste? L'atroce, pesante consapevolezza delle migliaia di bambini che muoiono ogni giorno dovrebbe, può anestetizzarci per la sorte segnata di un animale selvatico che abbiamo imparato a conoscere insieme ai suoi piccoli? “Quanto chiasso per un'orsa, era pure vecchia”, ha scritto una sempreverde dal curriculum esemplare: già protagonista dell'Isola dei Famosi (da aspirante), autrice di un libro in cui chiedeva di essere mantenuta, poi un figlio col figlio di un cantante divertente, poi qualche amorazzo combinato dalle agenzie di media, e adesso viene contesa, con tutta la sua popputa pochezza, dai giornali popolari da destra a sinistra. Giornali che scelgono “la linea da adottare sull'orso” con un rapido giro di Twitter. A me pare evidente che chi si orienta su un'orsa in base al vento che tira, non abbia a cuore neanche la sorte dei bambini: dei quali, infatti, non parla mai, parla di cose molto più fatue: di se stessa, preferibilmente. C'è anche gente, ho scoperto, che, con quello che guadagna, lancia il crowfunding per fare un'inchiesta, come a dire: se volete che faccia sul serio il mio mestiere, allora finanziatemi. Anche questo, come le poppute. Difatti appartengono alla medesima scuderia. Poi uno bofonchia, roba da radiazione immediata, ma che ti vuoi più bofonchiare? Ci fai solo la figura del fegatoso, dell'invidioso, peggio, del moralista, per la Madonna, e a me invece sfugge completamente il senso di dannarsi ancora in un mestiere che non è che non abbia più senso, è che proprio non esiste più. Mi piacerebbe raccontare certi vizi e desideri coperti di certi bei soggettini, magari maschietti sempre in prima fila a gonfiare i palloncini per “il corpo delle donne”. Ma mi rinchiuderebbero in manicomio. Anzi, gli farei solo pubblicità, l'anima dell'informazione, e davvero questi campioni dell'etica e della democrazia non ne hanno bisogno, si raccontano già da soli, oggi un famoso, canuto direttore, considerato un maestro, si sofferma sulla sua prima volta con una milf “la cui figa aveva un odore che mi ha fatto scoprire e amare le donne”. Prosit. Io che mi struggo per gli occhi di un animale ucciso. Non ho capito niente, sono un corpo estraneo, anzi rigettato, come l'orsa Daniza e finalmente mi è chiaro perché. A che scopo insistere ancora? 

giovedì 11 settembre 2014

NON RESPIRAVO


Già era una di quelle giornate maledette, dove tutto è prigione e sconfitta, in più mi son messo in testa di tornare in comunità, a trovare Bruno che m'aveva promesso il suo libro fresco di stampa. Bruno, che esce due volte in un anno dalla sua stanza, non c'era. Non ho trovato neanche quasi nessuno di quelli con cui avevo speso il mio anno da obiettore, un quarto di secolo fa. I pochi rimasti, distrutti, annientati. Giuliana, che non stava mai ferma, mi arrancava contro su un girello. Mi ha riconosciuto, mi ha detto: “Ciao”. Tonino, il down dolcissimo, ironico, che avevo anche accompagnato fino a casa sua, a Secondigliano, a Napoli, ridotto enorme pianta senza fronde e senza radici sul seggiolone. Roberto mi ha chiesto: “Torni domani?”. Di colpo ho ritrovato l'orrore per il dolore, il suo rifiuto che in quell'anno avevo imparato ad assorbire. Qui ero cresciuto, avevo scoperto come convivere con la sofferenza e l'ingiustizia e a medicarle anche. Qui ero stato quasi felice, nell'apparente mancanza di regole borghesi mi muovevo a mio agio, come tutti i disadattati. E adesso mi riscoprivo sguarnito, guardavo gli strumenti del dolore, carrozzine, stampelle, padelle e ne provavo angoscia: allora ci giocavo, l'irriverenza che voleva esorcizzare il tormento. Guardavo le smorfie della sofferenza, e non le reggevo. Eccomi di nuovo “civilizzato”, vulnerabile, senza difese e senza risposte. Il cielo s'era pulito, tramontava un bel pomeriggio d'aria cristallina da inalare, ma all'improvviso tutto sembrava livido, tutto mi attaccava e mi minacciava lì dentro. Andare a cercare gli angoli dove tanti fantasmi riposavano, era stillicidio. Sono uscito, tornato al parcheggio, non potevo respirare, non riuscivo a stare in piedi. Avevo paura. Sono montato sulla Vespa e, per dirottare la mente, l'ultima idea sbagliata: dietro la casetta di cemento mai finita, lì, sullo spiazzo dove le prime notti di servizio facevo all'amore con la scout Maria. C'erano due gattini, precisi al mio Nerino e la mia Cleo, ma piccoli, pochi giorni, magrissimi. M'hanno guardato sospettosi poi si sono inabissati sotto le assi di legno che da allora nessuno ha mai spostato.
Non c'è un Dio.

APOCRIFO


Dunque c'è una adolescente che sta con un vecchio ma senza malizia (tipo ragazzina di “Non è la Rai” con Boncompagni), eppure un giorno si accorge che qualcosa non va: arriva un angelo e le annuncia che è incinta, “Inche?”, risponde la candida, “Incinta, su, sveglia!”, si spazientisce l'angelo. Perché è un angelo, ma questa farebbe perdere la pazienza a un santo. Lei si rassegna. Dopo nove mesi arriva il bimbo. Viene partorito in una grotta a 12 sottozero, lo scaldano a fiato un bue e un asino, poi tre re strafatti si sparano, a piedi, guidati da una cometa, ma forse era una scia chimica, migliaia di chilometri per portargli doni del tutto inutili: fumi, vapori, polveri, anche d'oro. Un completino no, eh. Il bambinello, già avvezzo ai miracoli, sopravvive, cresce, scampa una nutrita serie di pericoli senza neanche la scorta di Saviano, litiga con dottori e giornalisti molto prima di Twitter quindi si dà ai prodigi, in particolare convince, probabilmente grazie a peyote ed altre spezie sapientemente trattate, alcuni disgraziati a un matrimonio di essersi sazi anche se sulle tavole c'è niente. Tipo Verdone e Pozzetto con la “psicocena", “Uno, due, tre Bibo!”. E tutti mangiano dai piatti immacolati. Ecco, questa sarebbe la religione sapienziale sulla quale abbiamo fondato, da San Paolo, un torturatore sadico in preda ad allucinazioni, il nostro modo di pensare praticamente fino ad oggi pomeriggio. Col ricatto della logica o meglio la logica del ricatto cioè se non ti spieghi certi deliri clamorosi allora finisci arrosto o macinato o squartato però con infinita misericordia. E con alcune conseguenze etiche preoccupanti tipo il figliol prodigo: rubi stupri e ammazzi, poi quando sei rovinato torni dal Padre e dici: sono pentito, adesso tutti a puttane. Parte il baccanale, scannano un povero agnello obeso mentre il fratello, che ha sempre rigato dritto, che non è prodigo, che non ha niente di cui pentirsi, che fa sentire inutile il Padre,  che è pure un cagacazzo insopportabile, osa stupirsene e il Padre, mostruosamente saggio, ma buono, lo fulmina: ma che cazzo vuoi, peppia maledetta? Ringrazia che non ti do in pasto ai maiali, perché nessuna buona azione resterà impunita. Tutto molto bAello, avrebbe biascicato Bruno Pizzul.
Come favola è meglio di Alice Cooper in Wonderland riletta da Tim Burton, e chi ha scritto i Vangeli doveva avere della roba molto, molto potente però mi scuserete se mi ostino a mantenere qualche leggerissima perplessità, in particolare nella parte dove mi si assicura di non preoccuparmi che tanto il Signore pensa a tutto. Woah, che cazzo dici.

lunedì 8 settembre 2014

LUCIO-AH


E respirandolo, da allora, io, tu, noi, tutti fummo altro, e adesso siamo così. E quando conquistavamo il motorino, ci piaceva infilarci nei budelli sordidi della città per poterne fuggire rintanandoci in casa con una cassetta di Battisti: giravamo il nostro film, la musica c'era già. E lo seguimmo nelle sue fughe indisponenti, dopo, quando non voleva più emozionare “perchè costava”, perchè si sentiva tradito, il suo genio lo aveva scaraventato nella paranoia ma lui restava un albero da frutto musicale e qualsiasi pasticcio combinasse ti arrivava all'anima. Ci bastava la speranza, Lucio, la speranza che prima o poi tu tornassi... Ma tu eri un maestro di sentimenti mai sentimentale, eri una persona dura e profonda, e da uomo duro e profondo te ne sei andato, senza cercare consolazioni, coerente fino in fondo a quello che avevi detto una volta: “So benissimo che mi cercate finchè avrò succcesso, dopo nessuno si ricorderà più di me”. Qui ti sbagliavi. Ci sottovalutavi. Noi non scorderemo un solo momento in tua compagnia, perchè non abbiamo potuto mai sostituirla. Stiamo invecchiando con te. Anche per te.
(da "Lucio-ah")

giovedì 4 settembre 2014

FOGLIE DI ME


Mio malgrado rivivo, rivivo. Anche morendo, rivivo. E rivivere è più che vivere, è concentrare allo spasimo la sensazione persa. Svanita come la mia città, che nessuno più di me può avere dentro. Perduta come il tempo, che nessuno più di me sa custodire. Andata come la mia età, fatta di ritorni, mai spesa accontentandomi di niente eppure sorvegliata ogni giorno, ogni notte. Ogni ora. Rivivo, rivivo. Nelle pieghe dello sgomento io rinasco. Nel rosario di ritorni, riesisto. Nella via crucis di traumi risorgo. Giorni fa è partito l'amico più antico ed io mi sono incupito, ero di nuovo solo, come nei fine estate buttati della gioventù. Ero di nuovo inerme contro l'inverno che viene. Rivivo il rientro che non ho, il sapore del mondo ritrovato, per primo di nuovo nel quartiere, esule stordito finché una mattina le finestre degli altri si sollevano, rivivono una per una e al citofono la voce un po' seccata un po' rassegnata delle madri: siamo appena arrivati, adesso scende. Non smetterò di rivivere le rinascite abortite di settembre, dentro le mie strade, dentro casa mia abbandonata per due mesi di troppo, ogni momento un movimento consueto, una confidenza riacquisita, chissà perché il rifugio del balcone dove rivedevo svolgersi il movimento della vita. Non smetterò di rivivere l'agonia di mio padre, cominciata d''agosto, estenuata a dicembre, ed ogni giorno si moriva un po' con lui: da allora io non sono lo stesso, non più e non so più chi essere, chi dovere. Sono uno sperduto in un deserto di scelte non fatte, di rinunce, di rese. Non smetterò di confessarmi e rivivere la vita che non ho, consumandomi d'attesa come uno straccio nel vento. Io che mi sono sempre accontentato di niente, consumo eternità e nessuno più di me mangia fantasmi. Foglie di me, le vedo volare ovunque vada, le disperdo passando, scintille d'assenza, polvere d'esistenza. Posso salire sulla Vespa o cascare in un foglio bianco, inoltrarmi su un palco o in un viale spento, e la mia mente sarà sempre in un luogo che non c'è, un tempo riprovato.

martedì 2 settembre 2014

LA CRISI, IL MIO BLUES DEL XXI SECOLO


“La Crisi – Storie dalla fine dell'Italia” è il monologo (e quindi anche l'ebook) che volevo scrivere. Penso sia la cosa che più cercavo, da tanto tempo – come uno sfogo che chiedeva di uscire, e sono contento d'essere riuscito a renderlo con queste parole. Tema difficile, anche tragico, e non volevo numeri, cifre da telegiornale. Volevo vita. Che si spegne, che non accetta di svanire, che reagisce o subisce, comunque vita. Sono racconti di episodi reali, inframmezzati da intermezzi – è proprio un lavoro teatrale. E in teatro lo porterò, in anteprima a San Ginesio il 25 di ottobre. Un monologo, ma anche una sorta di reading estemporaneo. Sul crinale, direi. Qui davvero non ho badato a spese, e scrivo, e parlo, per tutti quelli che mi hanno scritto in questi anni, confidandomi, affidandomi le loro difficoltà, a volte senza sconti il loro dramma; e scrivo, e parlo, per me, con la sincerità più brutale che posso. Qui non c'è finzione che diventa realtà, ma una realtà talmente cruda, assurda a volte, da indurre il rifiuto di sé. Io penso che lo dovevo, a me stesso e a chi verrà. Perché la crisi viene esorcizzata nelle statistiche, ma dire che chiudono mille fabbriche, aziende, negozi al giorno non rende l'idea. Non rende un cazzo. Sono mille famiglie, diecimila famiglie che si arrendono, che non sanno come fare, sono migliaia di follie e di disperazione e di sforzi che vanno in frantumi, di giorni che finiscono in schegge di vetro. Con dentro qualche speranza ostinata e insana, ma indomita. È un blues, dopotutto, questo monologo (naturalmente musicato). Perché il blues è il canto di chi non ha più lacrime, né parole, né niente da perdere. Ha solo l'orgoglio del dolore. Ed era davvero un dovere per me cantare questa “grande depressione” un secolo dopo, mentre i privilegiati e i cinici invitano a non arrendersi, a sorridere sempre, perché loro, i ruffiani, i raccomandati, i mestieranti, ce l'hanno fatta. Io non scrivo mai cose politiche, ma questo, in senso lato, e senza suggestioni ideologiche, è anche un atto politico. È una denuncia. La denuncia del blues. Spero che verrete in tanti a raccoglierla; spero che il teatro sia pieno, perché questa volta come non mai io me lo merito, e voi meritavate niente di meno che questo atto d'amore.

lunedì 1 settembre 2014

CLEO (la sa lunga)


Ancora una volta, è Superquark: protagonisti i miei gatti, che non smettono di stupirmi con deliziose sorprese. Insomma capita questo affarino, questo scricciolo di venti grammi in mezzo alla via: ha seguito alcuni ragazzini fin qua, poi ci ha visti e praticamente mi è saltata in braccio: lo so che ho detto basta, non posso prenderne più, le cose non vanno bene, siamo già oltre il limite, però che faccio, la lascio morire tra i pericoli e gli stenti della strada? E allora, dopo mille dubbi, mi risolvo a tenerla nel garage almeno per qualche notte, sentita la veterinaria. Pulita, allegra, fiduciosa, temporali di fusa: non mi pare possibile che qualcuno l'abbia abbandonata così, ma la veterinaria, la mattina dopo, confermerà: questa è stata fuori una notte, non di più; troppo sana, troppo a posto, non una pulce, il pelo bianchissimo anche sulle zampe. In macchina giocava, era la felicità fatta gatta, ha fusato perfino quando mia moglie le ha fatto un selfie. Non aveva un nome: abbiamo optato per Cleo, dati gli occhi bistrati e l'espressione vagamente egizia. Cleopatra detta Cleo. È entrata, come fosse sempre stata in questa casa. Casa sua. Ha preso a zampate i due micioni, che si sono rivelati più fifoni di Svicolone: vedere quest'affare di venti centimetri, venti grammi e dieci settimane al massimo, che inseguiva Camillo, il quale pesa 500 volte più di lei, e Nerino, anche più terrorizzato, è stato sconcertante. Ancor di più, constatare l'energia della gattina: mai visto niente di simile, neanche col Nerino che pure nella sua infanzia non ci andava leggero. Una pila troppo carica, una isterica. Per nulla intimidita. Camillo, che definire buono è fargli torto per difetto, ha cercato amicizia: lei lo tormentava, alla fine il poveretto sbuffava per l'esasperazione. Nerino invece, primadonna offesissima, non si è aggrappato alle tende, come Francesca Bertini, solo perché gli dev'essere parso troppo poco come atteggiamento. In compenso si è issato sul mobile della cucina e per due giorni nessuno l'ha più visto. Però lo si sentiva ringhiare in bassa frequenza. Altre sorprese. Piano piano, Cleo e Camillo prendevano confidenza e si potevano vedere insieme, le prime smusatine, sulla soglia della finestra del mio studio (nell'indignazione distante di Nerino). Poi, quando ha imposto la sua legge, adoperando tutte le loro ciotole e lettiere, oltre alle sue proprie, si capisce, la piccolina ha capito che doveva fingersi sottomessa: andava da Camillo, gli si stendeva davanti, lui magari le soffiava, ma quella neanche una piega. Alla fine, eccoli inseparabili. Dopodiché Cleo è passata a lavorarsi Nerino. Incurante del suo odio manifesto, gli si è fatta sempre più prossima, lo ha cercato, stanato, perfino inseguito (ah, Nerino, che dovresti essere un combattente nero e sei una sinuosa mezza cartuccia), poi si è fatta correr dietro. Ultimo capolavoro psicologico, rieccola sdraiata, sempre indifferente al ringhio dell'altro. Nerino, disarmato, più protestava e meno ne cavava: s'è scocciato e ha smesso, sconfitto in furbizia, ed ha ripreso a farsi coccolare da noi, che pure avevamo avuto cura di moltiplicare le attenzioni per lui e per Camillo, così gelosi, così sensibili. 
La profonda saggezza della natura, che si muove per fasi, come un orologio splendido e inesorabile, e sembra sempre sapere cosa fare e quando. Questi gatti, ciascuno a suo modo e nel suo ruolo, hanno dato prova, sotto i nostri occhi, di una intelligenza, di una abilità da mentalisti quasi spaventosa. Non importa quanto atavica, quanto guidata dall'istinto: così è stato, e senza spargimento di sangue, al massimo qualche ciuffo di pelo. Adesso Cleo comanda, nella placida indifferenza di Camillo e nell'illusoria consolazione di Nerino d'essere sempre lui il capobranco. Maddeché. Lui viene per secondo, ex aequo con Camillo, mia moglie dopo di lui, e l'ultimo sono io. 

MISTERI DOLOROSI nuova edizione 2014


"Avevo letto la prima edizione, ho subito scaricato questa nuova. Più scritta, più calibrata, ancora più scorrevole. C'ero anch'io in quel quartiere di Lambrate e, complimenti alla tua memoria chiurgica, mi è sembrato di rivivere tutto: andò proprio così, anche se certe cose non le sapevo e le ho scoperte solo adesso dal tuo ebook". 
Lucio C., Milano

Nuova edizione aggiornata al 2014
disponibile su
e su tutte le piattaforme digitali