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venerdì 18 aprile 2014

SOLO SE TU CI SEI


Solo se tu ci sei, anche in silenzio
Avrà un senso l'esperienza di seta
Strangolata da nodi di vento
Questo lungo errare di ferro
Allo sbando per boschi di funghi
Parafanghi da schivare impotenti
Nel ritorno al lume di casa
Solo se ci sei da questo male
Quotidiano, bruciato dal sole
Potrà nascere una coltre di viole
Un altrove di colori in volo
Vita che avanzando lenta colma
Incommensurabili distanze
Continenti uniti da ponti
Di parole mute ma invadenti
Tu lo chiami compagnia l'incanto
Quando il sogno d'improvviso esiste
Quando impregna il viso e la tua veste
Del profumo che evapora al dolore
Di un istante liscio come vetro
Non credere quasi mai a ciò che è vero
Io non chiesi mai miracoli al cielo
Ma respiro per la vela rotta
Che di notte salpava dal cuore
Verso l'ineluttabile del nulla
Una stella s'accende ma è sconfitta
E vorrei tutto fosse finito
Come vuole chi non è mai nato
Un oblio m'attende disperato
Solo se tu ci sei io sarò stato

Gabriel Garcia Marquez morto, non ci resta che la solitudine - CULTURA

giovedì 17 aprile 2014

The Who, nuovo disco e tour mondiale - CULTURA

martedì 15 aprile 2014

IL FARO 14/2014

Dedicato ai furbi, agli imbecilli e a chi pretende tutto così. All'interno, attualità, polemiche, serie tv, musica, e le riflessioni che altrove non vanno di moda. Curioso, irriverente sempre, il Faro vi fa male ma vi fa bene perché vi fa godere. Spedito via email agli abbonati da sabato 12 aprile. Il Faro, l'elettrorivista di MDP.

sabato 12 aprile 2014

PANTY


Ti ho scritto solo un paio di volte, anche se la lettura quotidiana di "Babysnakes" mi spinge a farlo più spesso. 
Poi leggo queste parole:
"Se mi stendo a correre per le mie strade disperse, possono scendere due minuscoli fiumi lungo le tracce del volto. Allora Nerino se ne accorge, si fa più vicino, protende la zampa e mi accarezza su quegli stessi solchi. Senza artigli mi accarezza, con una dolcezza impossibile agli umani. A volte mi fa la barba, senza segnarmi mai. Non ha più l'ombra della finta ferocia di quando m'aggredisce se vuole giocare. Mi culla di fusa, piccola fiera, amorevole guardia contro i miei incubi. Mi riempie di baci che regala col muso. Lecca le mie lacrime; se non reagisco, comincia a stuzzicarmi, complice gioca col mio corpo pesante per strapparlo all'inerzia. Nerino sente, capisce, sa cosa sprofonda in me. Intercetta le mie rese. Quando ho paura abbraccio il mio gatto, m'aggrappo a lui e chiudo gli occhi.

E' stato come ingoiare vetro. Abbandono le difese e ti scrivo. 

La mia gattina, Panty di otto anni, è morta il mese scorso, sabato 1 Marzo.
Dopo un'agonia durata quattro giorni, il veterinario ha ritenuto che la cosa giusta da fare fosse quella di ricorrere all'eutanasia. 
Quadro neurologico compromesso (manifestazioni epilettiche) e inizio di metastasi polmonare le cause.
"Non può più fare vita da gatto" è stata la sentenza definitiva. "Può resistere solo sedata, non ti riconosce più. E' assente dal mondo".
Non potendoti  elencare tutte le domande che mi pongo e che da quaranta giorni non mi danno tregua,
mi limito a dirti che senso di colpa e terrore di averla comunque abbandonata mi divorano.

Mai potrò dimenticare i suoi occhi che - pur non riconoscendomi - sono stati comunque in grado di farmi sentire uno sprovveduto che forse non meritava le sue carezze. 

Ora sono proprio solo, ma Panty mi ha insegnato tanto. E vorrei che almeno una parte della sua grande dignità fosse entrata in me.

Ciao Massimo,
Andrea

Strappane presto, prestissimo un altro alla strada. Non sostituirà Panty, ma ne riceverà il testimone di affetto da passarti. Vinci il senso di colpa, che davvero non ha motivo di essere, e salva chi già ti sta cercando per salvarti. 

venerdì 11 aprile 2014

QUANDO HO PAURA


Se mi stendo a correre per le mie strade disperse, possono scendere due minuscoli fiumi lungo le tracce del volto. Allora Nerino se ne accorge, si fa più vicino, protende la zampa e mi accarezza su quegli stessi solchi. Senza artigli mi accarezza, con una dolcezza impossibile agli umani. A volte mi fa la barba, senza segnarmi mai. Non ha più l'ombra della finta ferocia di quando m'aggredisce se vuole giocare. Mi culla di fusa, piccola fiera, amorevole guardia contro i miei incubi. Mi riempie di baci che regala col muso. Lecca le mie lacrime; se non reagisco, comincia a stuzzicarmi, complice gioca col mio corpo pesante per strapparlo all'inerzia. Nerino sente, capisce, sa cosa sprofonda in me. Intercetta le mie rese. Quando ho paura abbraccio il mio gatto, m'aggrappo a lui e chiudo gli occhi.

IL FARO 13/2014

Primavera, si accendono i colori. Numero psichedelico e... stupefacente. Il Faro, e nessun altro.

giovedì 10 aprile 2014

LORD, IS IT MINE


Una canzone vecchia, ma possono mai invecchiare le canzoni?, mi riscaglia al suo tempo. Al mio tempo. Ed io non amavo quel tempo, perché non vincevo mai. Non ero fatto per la competizione, mi consumavano quei dubbi che si volgevano in depressione, quel sentire di più senza poterlo dire, e quella enorme timidezza che cercavo di superare sradicandomi, come ho sempre fatto nella vita. Non amavo essere brutto, mai scelto dalle femmine, e la paura delle interrogazioni e quello che ero allora. Ma la canzone scorre ed io ci affogo. Perché era il tempo, ed io non rimpiango quel tempo, ma che il tempo doveva cominciare; la magia di vedermi domani, di riscrivermi, che oramai non ho più, e la fantasia di rivivere tutto, che mi fa addormentare nelle mie notti mature: non sarò più quella paura, non quella insicurezza, imparerò davvero lo judo e nessuno potrà aggredirmi, imparerò a suonare ma solo quello che voglio, saprò lasciarmi andare e piacere alle femmine, saprò dare del tu ai professori e sarò così “cool”, padrone di me. Avrò il controllo della mia ombra. Ecco cosa inseguo. Un tempo dentro al tempo stato mai. L'impossibilità di cambiare. E cerco invano tutto ciò che ho perduto, perché noi questo siamo, la somma delle assenze lasciate lungo il cammino. Tutte vivono in noi, vivono di più, le rinnoviamo con l'anima che scatena il ricordo. Io non sono mai vissuto tanto nel mio quartiere come dopo averlo perduto. E quello io ancora ascolto, aspetto, amo. Quello batto con la mente. Perché quel quartiere era la mia città, ed era America, ed era Italia, ed era traffico e profumo di smog, alberi e viali che volavano in me e potevo confondermi in loro, ogni angolo io c'ero, ogni passo la mia orma. Era la vita che nella mia profondità dolcemente cadeva, si depositava e non l'avrei persa mai. Il mio quartiere ero io, ed era mio, Cristo, era mio.

mercoledì 9 aprile 2014

Ultimate Warrior, addio all'eroe del ring - FIRME

martedì 8 aprile 2014

SPUTARE SANGUE


Oggi, dopo la lezione al liceo Stella Maris di Civitanova, ho subìto un intervento chirurgico. Lo chiamo così perché, anche se formalmente si trattava solo di cavare un dente, è durato tre ore, ha richiesto tre lastre e un numero imprecisato di siringate anestetizzanti. Ero ridotto proprio male. Il dentista è stato bravo, mi era stato segnalato e non ci conoscevamo, ma siamo diventati subito amici. “Hai battuto tutti i record”, mi ha detto. Gli ho riempito di sangue due sale intere, non sapevano più come pulire. Zampillava dappertutto ed è solo colpa mia. Avrei dovuto capirlo già due estati fa, quando mi beccai certi ascessi che mi fecero svenire a ripetizione, uccidendomi quasi, che non era il caso di perdere tempo. Invece non ho fatto che rimandare, il dente si è sbriciolato, si è completamente guastato, ha attaccato le radici che si sono saldate all'osso, corrodendolo. Rischiavo brutto, rischiavo di diventare sordo e peggio, così pulire tutto è stato come spazzare via un arcipelago di male. Io avrò fatto un centinaio di ascessi in due anni, la notte mi svegliavo avvelenato, sputavo sangue misto a piombo, e mi sono intossicato. “Se ti faccio troppo male alza il braccio che smetto subito” mi diceva il dentista, ma io me ne fottevo del dolore. Per tutto questo tempo, quando un ascesso diventava una tortura buttavo giù antibiotici a caso. Poi mi pungevo con uno stuzzicadenti o altra roba, l'ascesso zampillava e io ricominciavo da capo. Mi toglievo con le mani i frammenti di dente che mi causavano dolore. Neanche un tossico si comporta così. Mi sono deciso perché ormai neppure questa terapia d'urto serviva più, ma ho aspettato troppo e ho rovinato tutto. In compenso il dentista mi ha detto che non aveva mai visto una coagulazione come la mia, un sistema immunitario simile: più lui bucava e più poteva vedere quasi rimarginarsi la ferita in tempo reale. Il problema era il sanguinamento abnorme: ha capito quando gli ho fatto sapere che da piccolino mi avevano operato di palato-schisi, che è una malformazione che, tra l'altro, impedisce di parlare. Lui mi ha spiegato che, dopo questo tipo di operazioni, il palato guarendo si arricchisce di capillari, una autentica jungla, così basta tagliarne uno per vedere il sangue scorrere. A proposito, l'immagine che vedete non è un selfie, è solo una cosa trovata su internet e ci sono andato piano: al povero dentista i lavandini li ho ridotti molto peggio di così, gorgogliavo letteralmente. Non avrei mai potuto fotografare il macello che ho fatto.
Tutto questo, ripeto, è colpa mia. Immagino che, tecnicamente, quando non ti importa più nemmeno della tua salute e di soffrire come un torturato, si chiami “depressione”. Ma io forse ero andato oltre. Non me ne accorgevo nemmeno più, ci convivevo e basta. Non c'era un altro modo di sentirmi, per quanto mi riguardava. Questo è il risultato, ed è solo l'inizio: passata questa, dovrò intervenire per i prossimi sei mesi perché la mia bocca è crollata, debbo mettermi tre ponti e dove trovare i soldi è una bella domanda. Questa è l'unica lancia che spezzo a mio favore: io sono uno stronzo, ma tutti i torti, dannazione, non li ho. Lavori per anni e non vedi un euro, ti passano tutti davanti solo per la sopravvivenza spicciola. Poi magari ti fermi, non lavori più e il problema manco si pone. Poi riprendi un po' a lavorare, ma non metti insieme niente. E allora dici: beh, posso aspettare ancora un po'. E un altro po', a forza di rimandare non me ne andavo all'altro mondo. Mi sa che è stato proprio il mio organismo “spettacoloso” a salvarmi. Un altro sarebbe crepato. C'erano i “miei” studenti che mi mandavano messaggi via Facebook, e io non potevo rispondere perché stavano sudando per riparare le conseguenze della mia incuria. Dopo tre ore sono uscito coi tamponi in bocca, non ho voluto i punti e andava bene così. Ma poi ne ho premuto uno un po' troppo sul buco ed è ricominciato il fiotto: sembravo il cazzo di vampiro dei Kiss, solo che era tutto vero. Sono salito da mia madre e un po' di gelato ha sistemato tutto. Adesso sono qui che scrivo, fiero dei mio vecchio giubbotto di pelle chiazzato di sangue. Perché è il mio sangue. Ho fatto 12 round con Tyson e mi sento benissimo, giovedì avrò le ultime lezioni al liceo, poi sabato sono a Roma, a Stereonotte e non c'è problema. Ma solo una testa di cazzo può ridursi così perché non tiene più a se stesso. O perché non sa come curarsi. Aspettare quando hai l'inferno in corpo è da coglioni, più aspetti e più ti abitui ad aspettare e un giorno scopri che sei fregato. Non dormivo neanche più, non sentivo i sapori, niente. Si può vivere così? Non mi piace fare prediche, ma se c'è una cosa da non fare, è perdere tempo quando si tratta della tua salute. Bene che ti vada puoi tenerti dentro l'inferno, ammansirlo per un po', ma prima o poi lui si vendica e ti mangia. Ho sempre fatto così in tutto e per tutto, ma adesso di colpo mi sento davvero andato. Non per l'età, ma perché mi scopro un palazzo crollato e ho la dannata sensazione che, per poco, non facevo in tempo a vedere i miei fottutissimi 50 anni.

lunedì 7 aprile 2014

VERDE


Ma io non voglio andare nei templi del sale, io voglio mettermi sotto una pianta e assaporare la cascata di verde. Da un anno aspettavo la fioritura e adesso è tutto un tetto di foglie e scende freschezza, io sto sotto, il sole s'immagina oltre la barriera che respira e mi sento albero io stesso e mi sento foglia io stesso. La meraviglia di questo perdersi, non si può raccontare. Da un anno l'aspettavo questo spettacolo del viale tanto verde da sembrare acceso, illuminato, scintillante: sono infinite le sfumature del verde, sono tante quante sono le foglie, ciascuna con la sua personalità, ciascuna la sua forma, il suo linguaggio, il suo mondo. Finalmente è primavera davvero: per un mese sarà il tempo più bello, quando la sera è indulgente, il tramonto si distende, il pomeriggio indugia e dalle edicole si spande profumo di carta che si mesce a quello della luce, dell'aria comprensiva, della sera complice. A perdita d'occhio la trama delle foglie nel cielo, l'infinito tunnel di foglie sopra di me, gli innumerevoli chiaroscuri che le foglie disegnano. Giochi d'ombra dipinti dalla luce. A perdita d'occhio, la primavera in me. Che mi fa rinascere quando mi sentivo morire. Che mi fa sorridere quando preferirei morire. Che mi fa sperare quando la disperazione mi ghermisce. Che mi fa arrendere al nulla che sono, pulviscolo di vita, refolo di energia che cerca un'energia più grande, più forte, più immensa. Non mi stanco di questo verde che mi piove addosso, che m'impregna di sé, mi fa sentire buono, mi fa sentire giusto, mi consegna amore da liberare. Tutto ciò che non conta è lontano adesso. Io mi perdo in questo cielo verde, riparo in questo indicibile porto verde ed ogni cosa mi pare bella ed ogni mio dolore mi sembra sconfitto e trasformato. Non esiste più il tempo, non c'è stanchezza, la paura è scomparsa. Sono tutto in questo momento d'estasi, sono la gioia che non ho mai saputo essere. Sono la vita e la primavera e il sole, sono la carezza che inseguivo, sono l'universo nascosto in una lacrima. Finalmente io sono una foglia.

domenica 6 aprile 2014

COSI' DEV'ESSERE


Ma quando sei allo stremo, sotto ogni difesa, vulnerabile come un passerotto. Quando tutto ti aggredisce, ti ammala, ti sfinisce. E tu non senti più la fatica, il dolore, la disperazione, non senti più niente, ti raggomitoli come un gatto e non ti difendi più, ti lasci grandinare addosso, ti lasci pisciare addosso dalla vita. Quando un altro sarebbe in ospedale a dormire tutto il tempo e tu invece continui ogni giorno a non esistere, ti alzi, ti trascini, metti in fila i tuoi squallidi miracoli, torni a raggomitolarti. E ogni giorno ti spezza di più e tu non ti difendi e non speri più e non disperi più. Quando la musica esce da te, le parole non arrivano, quando chi ti aveva promesso lealtà ti ha tradito una volta di più, quando un'altra presenza sparisce portandosi via tutte le notti spese a medicarla. Quando sei incredibile a te stesso, ti stupisci di respirare ancora e non ti importa e non hai più voglia di gridare “aiuto”, di chiarirti, di spiegare a una sola persona in questo mondo il precipitare che senti. Quando oscilli, alberello spoglio, crocifisso alle frustate dell'inferno. Quando il tempo è finito. Quando il sole è morto. Quando le ombre ti scacciano. Quando te stesso ti odia. Quando hai esaurito la superbia e l'umiltà. Quando è solo la rabbia che ti tiene su. Che altro puoi fare, se non conquistarti un'altra occasione, forse l'ultima, come sempre, e spremere dalla voce che ti resta tutto quello che ti riempie e ti svuota, che ti ha sommerso, che non puoi dire, che neppure tu conosci? Che altro ti resta, se non consegnarti alla complicità di chi viene? Io non sono di quelli che si lasciano cadere nella folla, quando stanno lassù, per fare un po' di scena. Tutta la mia vita è un lasciarmi cadere, senza aspettarmi d'essere raccolto. E più sono sfinito, più porto con me questo consumarmi. Perché così dev'essere. Perché non può essere che questo. Perché questa è la mia vita. Perché io ne ho bisogno. Perché sarà la mia verità senza compromessi, se e quando arriverò, ancora una volta, a perdermi in mezzo a voi. A sciogliere il mio blues di pugile sconfitto, che fa uscire il dolore senza sentirlo più.

sabato 5 aprile 2014

Kurt Cobain, rockstar e filosofo - CULTURA

giovedì 3 aprile 2014

IL BLUES DELLA PIOGGIA


Io la pioggia ce l'ho dentro
E' uno scroscio di coscienza mentre
Tracce del mio tempo
Fanno un suono che si rompe
Canne d'organo mozzate
Io la pioggia ce l'ho in cuore
La pozzanghera perenne
D'un destino d'angherie
Umida anima che ignuda
E' una spugna di sconfitte
E le gocce sono fitte
Di segreti che mi dai
Come a un prete che non vuole
Che non vola fino a Dio
Fino a nuvole d'amore
Del colore dell'oblio
Io ho soltanto questa pioggia
Che riveste ogni mio passo
Una spiaggia un posto un sasso
Un amore che non c'è
Un atroce mal di denti
Una luce senza santi
Una voce di rimpianti
Un'assenza qui con me
E' la pioggia, pianto ignoto
Che precipita più in fondo
D'ogni mare di dolore
E risale e la respiri
E' la pioggia fatta d'aria
Di tragedia e gioia implosa
Un po' esplode, un po' riposa
E un po' cade in gocce rosa

NEVER STOP - COMMENTI

#1 su Amazon!


Libro bellissimo!
Michele, Cosenza

ciao max, letto il tuo nuovo libro sugli Stones. devo dire che è sempre un piacere leggere i tuoi lavori. inoltre scrivere qualcosa di nuovo su questa band non è mai facile, almeno credo. ma finchè andranno "oltre i confini del tempo", ci sarà sempre qualcosa da dire e raccontare su di loro.
Dany, Milano

Comincia proprio dove Happy finiva, e così riempie quel vuoto. Ottimo!
Sergio, Roma

mercoledì 2 aprile 2014

IL FARO 12/2014

Non c'è dubbio che vi piacerà! 
Il Faro, l'elettrorivista di MDP
Il Faro, ogni sabato nella vostra email
Il Faro, vi fa male ma vi fa bene perché vi fa godere
Il Faro

martedì 1 aprile 2014

OGGI NIENTE PESCE


Oggi con un'amica che sta a Milano ci divertivamo a punzecchiarci via Facebook, “io sto ascoltando questo, “perché sei vecchio, io invece ascolto quest'altro”, “sei più vecchia di me”. Siamo coetanei, siamo vecchi e ascoltiamo roba di trentacinque quarant'anni fa ossia la nostra gioventù. Patetici, d'accordo, ma cos'altro ci resta da sentire? Rocco Hunt, che è la caricatura di una caricatura cioè Saviano? Quell'ebete di Jovanotti, peraltro vecchio come noi a dispetto del nomignolo peterpanesco che gli è rimasto appiccicato? Non so, trovatemene uno. Gli sfigati dell'indie? C'è un gruppo di idioti che sbraitano “la crisi economicaaa”, Dio o l'Enel li fulmini. Certo, di autori bravi ne sopravvivono, io stesso cerco di scriverne quando posso. Ma la questione è di confronto fra epoche, non tra artisti. Non è, voglio dire, solo una faccenda che c'inchioda alle nostre madeleines sonore; se io ascolto i dischi di Lucio Dalla dal 1978 al 1983, e già l'ultimo perdeva colpi, sento una sfilza di capolavori uno dietro l'altro; anche le canzoni meno riuscite avevano un'impalcatura, un'atmosfera, una personalità. E valeva per quasi tutti. Quelle canzoni restano, non possono spegnersi. Oggi non sono neanche canzoni, non sono niente. La crisi economicaaa. Mi spiace per chi cresce con questa robaccia, ma se noi siamo invecchiati altrove, imparando a dirottare i nostri sogni, possiamo dirci più fortunati e più ricchi dentro, perché quella musica è stata la nostra educazione, la crescita, la formazione. E resterà con noi. O vogliamo relativizzare i Police con gli One Direction, Pino Daniele con Gigi d'Alessio?

Siamo vecchi, ma mi accorgo che intorno a me adesso è come se l'aria nascesse al mattino già consumata e i ricordi non esistono, il presente evapora senza lasciare traccia. La stessa riabilitazione di Craxi, parziale e ancora molto cauta, ha a che vedere, sospetto, più che col confronto comunque impietoso con gli ectoplasmi di oggi, col rimpianto sempre più scoperto, pungente per un'epoca che sarà stata anche, spregiativamente, “da bere”, ma che in quanto tale risulta pur sempre meglio che da vomitare, tipo questi anni che ci passano davanti. E non vale solo per noi: saremo anche costretti nei nostri schemi mentali, dalle nostre nostalgie presenili, ma faccio un test e ho conferma che anche la generazione precedente fissa, come ideale spartiacque, la metà degli anni Ottanta grossomodo come la fine del tempo: ultime vacanze di massa, ultimi rituali condivisi. Dopo, la globalizzazione, l'iperconnessione e tanta noia, solo noia, anche per loro. Io personalmente la fine del tempo la individuo nei Mondiali del 1982, ultima vera grande rappresentazione nazionalpopolare, con la gente che impazziva senza selfie e si buttava nelle fontane senza pensare di finire di conseguenza al Parlamento o al Grande Fratello. Sta partendo, a proposito, il battage per i Mondiali in Brasile e già so cosa accadrà: consumeremo ancora una volta il nostro passato remoto, l'urlo di Tardelli, la resurrezione di Rossi, il rigore ciccato da Cabrini, le pipe volanti di Bearzot e Pertini, la contenuta esultanza di Nando Martellini, “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”; di tutto il resto giusto un accenno, per dover di cronaca, incluso l'ultimo trionfo del duemilasei, coi giocatori ipertatuati e un'impressione di distante, di virtuale già. I miei suoceri, bontà loro, impietositi dalla nostra pluriennale astinenza televisiva ci hanno regalato un bel maxischermo piatto che più piatto non si può: lo usiamo come cinema, ci vediamo le serie tivù scaricate da internet. Ma è chiaro che, a Dio piacendo, qualche partita poi non ce la negheremo. Dicendoci, accidenti hai visto quanto si vede bene, par proprio d'essere lì. E pensando in cuor nostro: sì, però manca qualcosa, è così troppo che qualcosa manca. Forse siamo noi a mancarci, la nostra impotenza di ritrovarci ancora, di declinare insieme questi momenti di sciovinismo pallonaro. Forse, in questo insano presente, le emozioni nascono già virtuali. Oppure, semplicemente non abbiamo più la forza di gioire e nemmeno di scherzare: oggi finisce, e mi sono accorto che di pesci d'Aprile non si è mai parlato, non si è letto da nessuna parte, un giornale ha rievocato quelli di cent'anni fa. “Rossi... Rossi... Rossi... è gol!!!”. Ma Scirea se n'è andato, Socrates “o doutor” se n'è andato, gli altri son finiti a fare i commentatori televisivi, spelacchiati e sformati che sembra il televisore tarato male, invece sono proprio così. Io a volte ho paura del mio passato. 

lunedì 31 marzo 2014

IL VOSTRO E' MIO



Ma se il dolore ti bussa alla porta tu che fai, fingi di non sentirlo, non ti fai trovare oppure gli apri? Se ti stana, ti prende per l'anima e chiede ascolto scapperai via oppure provi a rispondere, come puoi, con quello che hai, sapendo che il tuo cerotto non ferma niente? E il dolore non manca mai di chiamarmi. Non ce n'è di evitabili, anche il più infantile non lo puoi trascurare, fa male per definizione, toglie il fiato oppure non è. Il dolore che non ha forma, che scava dentro, si maschera, si stordisce, si disperde ma è sempre lì, impalpabile come una montagna d'acqua e non bastano parole per spiegarlo. Il dolore che sta in un messaggio, una fotografia. Un ricordo o una attesa. Un momento o una vita. Una scommessa o una rinuncia. Il dolore che lo maledici perché c'è, ti viene a cercare, ma poi capisci che non ha colpa, lui è solo un urlo, a volte un urlo muto, un mormorio o un'allusione, lui è così, lacrima del mondo e non può esserci mondo senza di lui e non può esserci niente senza di lui. Non ci sono i viventi senza di lui. Il dolore, pendolo tra morte e vita. Si nasconde in un sorriso, un amplesso, fra le tende che ondeggiano, nel silenzio della sera. Si infila nei libri, nei dischi pieni di polvere, negli album di fotografie, viene giù dalle stelle e sa dove andare, sa qual è il suo posto. Arriva, si ferma. Ti chiama. La sua voce è un urlo, un ruggito o un miagolio. L'eco di ciò che non vedi. Una polvere di mancanza. L'insoddisfazione che non sai spiegare. L'angoscia quieta con cui convivi. Un altro giorno caduto a terra come una foglia secca. Il dolore si guarda intorno, sgomento, sudato, poi mi chiama. Mi cerca. Mi raggiunge ed io...
Io non so che fare. Io cerco le parole, le trovo, ma a cosa servono le parole, che dicono il falso, che evaporano mentre volano? Io non so che fare, perché c'è troppo dolore, troppo dappertutto, troppo in ogni paio di occhi, troppo anche in fondo a me. Mi inzuppa e mi asciuga. Mi ricopre, mi invade. Mi sfianca e mi inchioda. Mi sconfigge ogni volta. Vorrei arginarlo, tamponarlo ma so che esserci non basta, scrivere non basta. Ascoltare non basta, e rispondere non basta. È solo che si è fatto troppo invadente, troppo assoluto, nessuno si difende, nessuno più lo scampa. Io porto con me ogni vostro richiamo. Dentro me. È per questo che sempre più asciugo la mia vita, lascio da parte tutto il resto, mi concentro nei mari di dentro, nella tenerezza che non c'è, nell'amore che è un bicchiere vuoto. Nel dolore che è una montagna d'acqua. Lo canto, perché questo mi è toccato e questo posso, perché non so fuggire, perché non c'è altro da fare, perché possiate specchiarvi, per non farvi sospettare che sia solo vostro questo lento annaspare. Lo canto come un blues, perché il mio è il vostro e il vostro è il mio. Il vostro è mio.

LEGGENDO FONTANE


Leggo "fontane di dolore", capisco il tuo stato d'animo, abbasso lo sguardo e mi raccolgo nel mio di dolore. Questa primavera è più malinconica che mai, sarà che l'anno scorso mi ha portato via una persona troppo giovane e preziosa perché possa abituarmi alla sua assenza, sarà che c'è sempre qualcosa per cui disperarsi e mai un attimo di tranquillità pura, sarà che la pioggia continua a scendere come a ricordarti che non c'è consolazione in questa vita...
Sara

Eppure, nonostante tutto la vita ci sfida. Ieri ho visto un albero, vecchio, malandato, ma anche lui non rinunciava a mettere nuove foglioline. Ho pianto ancora, ma erano lacrime diverse.

sabato 29 marzo 2014

GLI ULTIMI


Non sono credente, ma non posso non provare una stima e una ammirazione quasi lacerante per questo papa che, con assoluta naturalezza, con la confidenza davvero di un padre, dolce e virile allo stesso tempo, riesce a portare il sorriso negli sguardi della sofferenza. Spero di non essere arrogante o sconveniente se mi permetto di dedicargli questo pensiero, già pubblicato, già letto in pubblico, ma che oggi, vedendolo accogliere tanti bambini malati, tante persone sfortunate, mi preme come non mai.

Li riconosci subito. Hanno laghi negli occhi, di dolore, di sgomento, di stupore. Li riconosci quegli sguardi vacui in apparenza, che tradiscono il disagio di sapersi in ritardo, sempre compatiti, sempre tenuti un po' indietro, a volte troppo avanti. Si portano addosso un odore patetico, denso e inconfondibile. Nessuno vuole stare con loro. Vivono rinchiusi in una fotografia, c'è un cantante che li abbraccia, e ingiallisce ogni giorno, ad ogni sguardo. Momenti d'ingenua beatitudine custoditi nei diari che nessuno legge, pieni di niente, sono le loro reliquie patetiche, le mostrano a parenti che non vogliono saperne, ad amici che proprio amici non sono, che non vogliono entrarci in quelle camere atroci dove c'è tutto che manca, c'è tutto che stona, i santuari strazianti della claustrofobia. Ma loro s'illudono, con disperata forza, perchè nel loro stare indietro qualcosa capiscono, l'essenziale lo colgono: io non sono come voi, io debbo venire dopo, nessuno sa bene cosa farmi fare, dove sistemarmi, cosa dirmi. Figli di una scintilla disgraziata, di un movimento sbagliato o soltanto di un destino distratto. Figli di una mente un po' vaga, che ne fa degli enigmi non del tutto inetti ma nemmeno autosufficienti. Cascano nelle grinfie delle notti dolenti. Restano nel sudore che inzuppa le lenzuola. Consumano gli stessi pensieri, sempre quelli, dal respiro corto, dai disegni infantili. Non pesano le loro lacrime, evaporano, sono ridicole. Le loro gioie sono esplosive, i capricci devastanti, le malinconie indicibili e inquietanti. Perché nessuno può capire davvero, ma tutti immaginano benissimo. Sono gli abbonati alla solitudine, sono gli usati, quelli che non conoscono amore e se incontrano il sesso sarà una squallida tragedia. Sono incapaci di difendersi, di intuire, di ribellarsi. Eterni cuccioli sgraziati, che incontrano sempre qualche lupo. Più di qualcuno. 
Ma gli ultimi, li riconosci subito. Sono i tuoi specchi, quelli che temi di essere stato. Di diventare. Di scoprirti. Sono quelli che con gli occhi ti chiamano a sedersi con loro, ti attirano nella loro spinosa compagnia. Perché alla fine, prima o dopo, presto o tardi, una volta o l'altra, tutti si riscoprono cuccioli. Deboli. Ritardati. Perché alla fine ci si specchia in quegli sguardi di lago e si scorge la propria immagine. Ed io non vi ho mai evitati, per non evitare me stesso. Per lasciarmi contagiare del vostro dolore e della vostra tenerezza. Per indagare sotto quella dolcezza o pazzia. Per cadere insieme a voi. Voi, perle difettose, siete le pietre sul cammino, il canto sconveniente, la croce del rimorso. La cicatrice di un sollievo che fa sentire in colpa. Basta un soffio nel buio ad essere voi, che venite dietro, che siete in ritardo, che non riuscite a spiegare quello che dentro avete. Voi, che portate voi stessi come un peso per tutta la vita, e chi passa vi sfiora e non vi vede, anzi vi vede benissimo ma vi rende trasparenti. Non sanno cosa si perdono: l'umanità non sta nei vincenti, sta nella fatica di un ascolto, nella miseria di un disagio, nel candore inguaribile. Sta nella distanza piccola e incolmabile. Nello scarto sinuoso che come la risacca avanza e torna indietro e a volte ti lambisce e quando si ritira lascia una cicatrice. Sta nei perdenti, in quella dignità del soffrire quasi inconsapevole che hanno i gatti e i poeti. Non parlo dei noiosi, delle vittime per missione, degli ipocriti. Parlo degli sbagliati, coi laghi dentro agli occhi, che ti guardano e ti raggelano, ti fanno venire voglia di scappare via ma tu se sei un uomo rimani, caschi dentro quei laghi, ci vedi il tuo profilo e non hai più paura.

Jannacci, un anno senza Enzo - CULTURA

venerdì 28 marzo 2014

Twin Peaks, Laura Palmer e la sua profezia - CULTURA

giovedì 27 marzo 2014

NEVER STOP - I ROLLING STONES OLTRE I CONFINI DEL TEMPO

mercoledì 26 marzo 2014

FONTANE DI DOLORE


Ieri no, ma ormai mi manda in frantumi vedere un animale morto sul ciglio della strada. Sparpaglia tutto dentro vedere passando in Vespa una piccola trattoria in attesa inutile, tovagliette candide di carta su ogni tavolo, e sono tutti vuoti e il padrone in grembiule ti tramortisce con le sue onde di sconsolata attesa. Così come ti ammala il sole che cade nel mare di un molo al tramonto, due ragazzini si abbracciano nel riflesso e tu vorresti chiedere ai pescherecci indifferenti e immoti i segreti di una vita bugiarda. Quante volte mi sono arreso alla sconfitta, atleta distrutto che s'accascia sul prato. L'ultima volta che mio padre abbassò la saracinesca di un'aziendina che era tutta la sua vita. L'ultimo suo saluto, nel bar d'ospedale più squallido del mondo, dopo la sentenza: “Non ho paura di morire, solo di lasciare la mia bella famiglia”. E non aveva avuto un cazzo dalla vita, e io in silenzio bestemmiavo Iddio. Fuori era maggio, e c'era un sole, un sole. Una madre che all'età non cede, che vuol vivere per andare al mare, per andare a sentir l'organo in chiesa e tu sai che è un conto alla rovescia. L'entusiasmo per arredare casa, finalmente sposi, tutto il mobilio non valeva una seggiola decente, ma eravamo pieni di fiducia. La stanchezza orgogliosa, quella domenica di giugno che avevo lavorato tutto il giorno, in trasferta per un delitto tra albanesi e scendendo le scale della redazione, passeggiando a piedi per vicoli serali, mi sentivo d'aver trovato finalmente la mia strada. La fotografia di mia moglie, un capodanno inutile, dimenticati in casa dei miei, manco li cani così soli, lei che si sforza di fare una faccia buffa. L'ho strappata, faceva troppo male e mi sono privato di un tesoro. L'assonnata eccitazione, in piedi alle sei di mattina nel gelo di un binario, per aver conquistato una buona intervista, qualcosa di bello per chi la metterà in pagina, per chi la leggerà. E scoprirsi invece preso in giro, insultato, odiato su un forum di scarti senza sapere perché, e capirlo troppi, troppi anni dopo. Un libro dietro un altro, un'idea appresso a un'altra, un reading via l'altro, una notte dopo l'altra... Quanti fallimenti, quanta disperazione ho respirato, ho incontrato, ereditato, amato. Quanta m'ha infettato. Quante stagioni ho buttato via, quante illusioni ingiallite ha perso il mio albero. Salta fuori ogni tanto chi me le fa pesare, mi compatisce e irride. Non sanno di cosa parlano. Non sospettano che tutto fiorirà in scrittura ed è tutto qui, è solo questa la vita. La mia. Non immaginano cosa succede quando ricevi una lettera che gronda lacrime. Non capiscono che questo cambia tutto, ti responsabilizza, ti fa perdere per strada il resto: io non ho più voglia di litigare, e non perché qualcuno mi abbia spento. Ma perché la vita cambia tutto. La vita, con la morte che contiene, con le fontane di dolore che zampillano fuori e ti raggiungono. Ti compromettono. Sì, io sono l'isola di me stesso, ma quanto amore intercetto. Quante rinunce comprendo. Quanti sorrisi degli umili, dei vinti, che sono una coltellata. Quante volte mi son detto, ma come si può non capire l'immensa tenerezza che sale da un fallimento, l'immane tenerezza della resa? Ma non vedono che al mondo solo questo conta, questo tamponare i fiotti del dolore? Oppure sono io che non ho altro, che mi perdo perfino nella sofferenza di un randagio?
Ma ci sono davvero queste ondate di sentimento, patetiche, insanguinate croci, sgozzate urla mute che restano a rimbalzare prigioniere dell'indifferenza. Ma c'è davvero questa commozione senza ritegno e senza rimedio, che nessuno raccoglie, che langue a lasciarsi sfiorare. Ovunque mi volti, agonia e paura, amarezza e rinuncia, solitudine e angoscia; dovunque io fugga, rintanato come una fiera malata mi scova il male. Il male che non dà scampo negli occhi di un gatto o un omone che aspetta, ha un sussulto se una macchina rallenta, sembra fermarsi ma prosegue e l'omone si lascia morire su una sedia, in mezzo a quel deserto di tovagliette candide su tavolini in plastica.

martedì 25 marzo 2014

L'UOMO DA UN MILIONE DI EURO


“Vi sembro io un uomo da meno di un milione l'euro l'anno?”, chiede retoricamente il boss delle Ferrovie Mauro Moretti, ex sindacalista, uomo di D'Alema. Dovessero giudicare quelli che viaggiano in treno, non avrebbero dubbi. Alla fine dello scorso settembre io ho avuto netta la percezione di un pericolo esistenziale, cioè che si rischia la pellaccia anche solo a prendere un convoglio in Italia. Saliamo a Padova, io e mio fratello, reduci da uno spettacolo a Castelfranco la sera prima. A Bologna in stazione ladri e drogati da tutte le parti e la sensazione antica di doversi continuamente guardare le spalle che gli sbirri in borghese, riconoscibilissimi, non possono attenuare. Neanche una tavola calda, uno straccio di ristorante ma in tanto squallore hanno aperto un banchetto della crema Nivea dove due ragazze annoiate offrono campioni omaggio che quasi nessuno accetta. Piove che Dio la manda e dalle grondaie bucate ti travolgono docce proditorie e dalle piazzuole interne sono sparite le panchine, così la gente si siede dove capita, per terra, sui gradini a comporre un presepio che ricorda un suk. Pochi negozi di uno squallore bestiale e una percezione di sporco, di fatiscente ovunque, lavoratori solo extracomunitari per sfruttarli meglio e quelli manovrano i camioncini della spazzatura con rabbia omicida, suonano il clacson e se non ti sposti finisci nel cassonetto. A un certo punto si blocca tutto. Il ritardo dei treni, tutti i treni, conclamato in un'ora, sale inesorabilmente: 90 minuti, 120, 150, 180, 250 che pare una scena di Fantozzi. Poi i treni semplicemente spariscono nel nulla e nessuno ne sa più niente, nessuno spiega niente, dicono che “a Modena è piovuto”, come se fosse una giustificazione e non una bolla di follia. Non siamo in Cina, dove, a dispetto di un regime spietato, su un social network simile a twitter oltre 10 milioni di proteste hanno costretto il governo ad ammettere la responsabilità diretta delle ferrovie in un disastro nel sud del Paese che ha provocato 40 morti. Qui Twitter si usa per fare i pirla.
Più tardi comincia a girar voce di un fulmine ma nessuno lo ha visto, nessuna agenzia lo registra e suona tanto come l'ennesima balla per non dover fornire né motivazioni né rimborsi. La gente cadeva nel panico e ho visto, ho sentito anziani implorare spiegazioni e venire offesi, insultati, minacciati da personale Trenitalia che nessun concorso avrà potuto selezionare. Ceffi, da malavita, facce da spaccio e da incesto, luridi, trasandati, la divisa piena di patacche, la cravatta allentata e storta, la tracotanza di chi non è controllato e fa quello che vuole. Ridevano i controllori, i capistazione, ridevano e offendevano e minacciavano se qualcuno chiedeva qualcosa. A un vecchio, una faccia da galera in divisa ha sbraitato: “Ladro, bugiardo, vattene!”. E quello aveva le lacrime agli occhi. Mi sono allontanano per non compromettermi, ma sentendomi come l'ultimo dei vermi in una stazione piena di vermi in un paese di vermi. L'Italia è una dittatura fondata sull'irresponsabilità, un posto che ti fa diventare delinquente, che tira fuori il peggio di te, ti compromette nell'oscenità senza senso e senza ritorno. Siamo partiti dopo oltre 5 ore di ritardo e sul treno, un regionale camuffato da intercity di una sporcizia indicibile, un controllore che avrà avuto quasi 80 anni, obeso, ansimante, ci ha letteralmente tirato dei sacchetti con dentro roba scaduta: dallo scompartimento è partito un tragico banchetto dei mendicanti, tutti a fiondarsi per arraffare i sacchetti, senza la dignità che gli animali mantengono. 
E lì si capiva che in questo paese tutto è finito, che è oltre la decomposizione, che ha ragione Trenitalia il cui boss Moretti nelle stesse ore era in tribuna d'onore con D'Alema all'Olimpico. Un pensionato delle ferrovie che aspettava il mio stesso treno mi ha detto: “Me ne sono andato 20 anni fa, ovviamente dopo aver messo dentro i figli, ma era tutta un'altra cosa; adesso non si capisce più niente, è diventata una fogna, vent'anni fa con ritardi del genere avrebbero tamponato con un servizio sostitutivo di corriere: adesso insultano i viaggiatori”. Del resto, sono riusciti a prendere in giro, a intimidire, a insultare le vittime e i loro parenti della strage di Viareggio, di ogni disastro ferroviario. Sapendo che la magistratura è con loro, che in questo paese nessun potere, nessun potente paga. Pare che sui treni circoli più cocaina che in un bordello, fra macchinisti, controllori, bigliettari, capitreno, gente che è meglio non contraddire, a meno di non essere strafatto a tua volta. Io ho visto scene che mi vergogno perfino di raccontare qui. Ci abbiamo messo 10 ore per fare 400 chilometri, roba che definire da terzo mondo è semplicemente patetico. Ed è stata solo l'ennesima stazione di una via crucis ferroviaria che non finisce mai, che si rinnova sempre. L'ex sindacalista Moretti, uomo di D'Alema, ha concepito le Ferrovie di Stato a sua immagine e somiglianza: efficienti e lussuose per i manager come lui, mortificanti e pericolanti per i poveri cristi e il suo maggior titolo di merito sarebbe che la concorrenza privata di Della Valle e Montezemolo è ridicola, si è fatta del male da sola. “Vi sembro io uno che vale meno di un milione di euro?” chiede il boss delle Ferrovie Moretti. E minaccia di andarsene all'estero se gli toccano un centesimo, anzi se non adeguano il compenso ai suoi meriti.

lunedì 24 marzo 2014

IL FARO 11/2014


Quando un titolo dice tutto. All'interno, tutto si spiega con dovizia di notizie. Il Faro vi fa male ma vi fa bene perché vi fa godere. Il Faro, l'eletrtorivista di MDP, ogni sabato nella vostra casella di posta elettronica. Per un finesettimana libero, ma libero veramente. Il Faro.

sabato 22 marzo 2014

SINFONIA


Primavera mi germoglia parole. Guardo le foglie e mi vien voglia di scriverle e una panchina va bene, un viale quieto va bene. Un tuffo al contrario per esplorare il mondo di un albero in apnea. Quel verde che s'affaccia, che rinnova la pianta, l'inesorabile gioia ostinata del tempo, della natura che torna, che non si arrende mai, vive per morire, muore per rinascere. E la gente non sa, non avverte che è parte di tutto questo, nei sorrisi storditi, nei suoi occhi accesi. Non siamo piante che vivono, che sentono la luce, non sono foglie forse questi pensieri nuovi? Primavera germoglia ricordi tinti di sempre: il vento porta mite una fragranza di pranzo, esce da una finestra e sto tornando da scuola in uno dei mille sabati; io mi trovo bene in questa sorpresa attesa per un anno, inaudita se arriva, che si ferma un istante. Pianta che si pensa, s'illude di pensare ma quello che fa è vibrare, protesa nel futuro. Pianta che guarda piante, le respira, le adora, ci si tuffa dentro e non chiede cosa resta di lei. È un nota nella sinfonia e finalmente lo sa.

venerdì 21 marzo 2014

ENNIO FLAIANO


Andate a scoprirvi Flaiano. Scoprirvi, scoprirvi, tanto non lo conosce nessuno, come tutti quelli troppo citati. Andate a cercare Flaiano nei diari, nelle recensioni, nel guazzabuglio di riflessioni spicce. Tre frasi. Una riga. Una lunga cronaca teatrale. Flaiano scrive femminile, con morbosa sensibilità femminile, basta una foglia d'autunno ad annientarlo. Allo stesso tempo è cinico, vulnerabile e vissuto. Illuminazioni di un lampo. Riflessioni come arabeschi e poi, alla fine, sempre, una morale ch'è una crepa al cuore. In questo abruzzese geniale, la malinconia albergava. La solitudine si acuisce nel girare, girare per non sentirsi solo e poi scoprire che sei stato peggio che solo, sei stato in compagnia. Girare per sentirsi più solo, più staccato. Ma la sua prosa trasuda intelligenza (e il genio anche di quella è fatto, non solo d'intuizione, l'intuizione va poi sistemata, sistematizzata), ed è salutare scorrerla per imparare a scrivere chiaro, leale, incisivo. Flaiano è italiano, permeato di colpevolismo cattolico che sfoga nella sensualità, e lo sa; accarezza il grottesco e lo fa come nessuno. Ma è anche l'anfitrione che vi conduce nei segreti di opere troppo a lungo attese e disattese: le sue osservazioni su Carmelo Bene sono imperdibili, un cortocircuito di due italiani superiori. E poteva parlare, nel '58, di froci, di lesbiche e di negri senza che nessuno si sognasse di censurarlo, di appiccicargli addosso gli asterischi del politicamente corretto.

Flaiano porta addosso come un paletot un odore di anni '50, di luci al neon e depressione e primi freddi d'autunno e stazioni ferroviarie e umanità squallida e tappeti di foglie sparse e di Roma radiosa, torpida e inafferrabile e atroci stanze d'albergo e mutazioni e rimanenze e dell'inguaribile inconsapevole compiaciuta volgarità degli uomini e dello spirare di stagioni che s'inseguono e insomma di tutta quella vita che scorre, scorre, scorre inesorabile verso il suo destino di morte. E lo sappiamo, ma arrivarci con un simile compagno di strada è un po' meno spaventoso, un po' più accettabile.  

giovedì 20 marzo 2014

GOLFINO


Ha avuto fortuna esagerata l'intuizione del protagonista del film La Grande Bellezza, il Gambardella che dice, più o meno, d'aver scoperto a una certa età che non deve perdere tempo a far cose che non si sente di fare. Complimenti. Se trasporto la faccenda sul personale, mi accorgo d'esserci arrivato in anticipo: a cinquant'anni quasi suonati, per esempio, mi sono sgravato del problema di cosa mettermi. Se non hai un soldo in tasca e tre vestiti nell'armadio, far quadrare lo specchio è una missione impossibile, qualsiasi straccio ti butti addosso resterai sempre uno stracciarolo. Fino a ieri m'incazzavo, ma possibile mai qualcosa di decente? E me la prendevo di più vedendo, per esempio ai concerti, i fighetti che vestivano finto povero, oggi ribattezzao vintage. Costosissimo, tutti gli accessori rigorosamente sciupati al posto giusto, il calzino in armonica disarmonia e via dicendo. Una rabbia. Stronzi. Poi, di colpo, l'illuminazione: chi se ne frega. Arrivare, a Dio piacendo, a 50 anni significa, in fondo, proprio questo: non perdere tempo a cercare quel che non c'è, non farsi incantare più dai finti tutto, finti pazzi, finti sopra le righe, gente che posa, che esagera per mestiere. Da giovane vuoi o non vuoi, ti confondono. Poi impari. Basta un'occhiata e capisci: questo è un conformista di merda. E ne ho visti tanti, e ho imparato che basta poco a destabilizzarli, 'sti bigottoni en travesti. Adesso, sarà pure un fatto di mezza età, anche se credo piuttosto di cose successe soprattutto negli ultimi tempi, di “mari di dentro” che si sono mossi, ho bisogno di reagire, e non so se ce la farò: ora sono troppo calmo, fin troppo morbido. Sarà anche che non ho più voglia di tutta quella rabbia covata per gran parte della mia vita. Ma non ho mai benedetto tanto la mia normalità. Che a volte, senza volerlo, si ribalta nel suo contrario: una normale anomalia. Adesso sento addosso il peso di chi sono e non sono stato, delle battaglie eluse per viltà, di quelle perse ma comunque combattute. Sono la risultante di me stesso. Niente per cui esaltarmi, ma sono ancora qui e non è stata facile questa strada. Non facile. E allora apro l'armadio e letteralmente mi butto addosso la prima cosa che pesco, tanto son sempre quelle tre, come nelle lotterie dei poveri: addirittura, ne è sbucato un golfino, bianco, di cotone, a V: forse il mio primo acquisto da maggiorenne, a Milano, esitato a lungo “perché è in una boutique”: lo comperai spogliando un manichino che l'abbinava a una polo a righine sul blu, persa chissà quando chissà dove ma la maglia è ancora qui, trentadue primavere, dieci traslochi e non so quante vite dopo. La indosso proprio oggi; per dispetto ci metto sopra un giubbotto di jeans che è tutto uno strappo, me lo comprò mia madre nel 1990, dico millenovecentonovanta e mi servì pure come, uhm, plaid in qualche convegno notturno ai tempi del servizio civile. Insomma, io vesto la mia storia (se qualche stilista è interessato, possiamo discutere quanto vale il copyright)
Magari esco che sembro Re Carnevale, ma non mi sono mai sentito più a mio agio. Pare che da qualche parte si chiami “cool”, io ho solo bisogno di dimenticarmi di tutto fuorché esistere.

IL FARO 10/2014

Distruggere tutto: questa sembra essere l'ultima missione rimasta ad un Paese che si va autodistruggendo. Distruggere tutto, le cose, le emozioni, la fiducia, la speranza. Distruggere e non ricostruire: no a tutto, distruggere tutto, rinunciare a tutto. Ne usciremo? Chissà, forse distrutti. Il Faro 10, agli abbonati, via email da sabato 15 marzo. Il Faro, l'elettrorivista di MDP.