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Mi lascia perplesso il tour della salma di padre Pio, organizzato da questo papa che pare tanto candido nel disprezzare il soldo, ma non al punto da non accorgersi che il denaro fa comodo. Mi lascia perplesso quella danza macabra in corteo, trovo lugubre questo impasto di miscredenza magica, confesso mi indispone quella devozione popolare che è superstizione, che è gravida di frasi fatte, di misticismi atteggiati, che non va dal frate se non ha qualcosa da chiedergli, da morto come da vivo. Eppure non posso disprezzarla, quella devozione, perché anche io sono passato dalla disperazione più profonda e a san Giovanni Rotondo ci andai, a chiedere non so cosa, a sperare non so cosa, a provare non so cosa ma ci andai. Adesso la mia prospettiva è diversa e non ho più la sensibilità per cogliere certe suggestioni, e non ho più un santuario dove fuggire quando mi sento sprofondare, però di una cosa sono contento: del momento di gloria toccato anche a san Leopoldo, questo santo insospettabile, schiacciato dall'ombra prepotente del collega di Pietralcina: tutti per Pio, l'altro è un comprimario, un Carneade della fede, anche il nome è improbabile: ma scopriamo che fu un missionario generoso, un uomo buono, un religioso umile e compassionevole: assolveva tutti, e fu la sua mitezza, si dice, a guadagnargli la sanità. San Leopoldo, santo sconosciuto, mi fa tenerezza a vederlo raccogliere quel misticismo di sponda, in quel brillare di riflesso accanto al frate di cui si sa o si crede di sapere tutto. Se ancora nutrissi una fede, ne ricaverei la conferma che un provvidenza per i giusti prima o dopo arriva, anche se fuori tempo massimo. Da uomo confuso e sconcertato, mi limito a sorridere non di ironia ma di un piccolo stupore vissuto da spettatore, da lontano, chiedendomi cosa ne penserà, dall'alto del suo non essere, questo Cappuccino che dal Montenegro si fermò a Padova, dove riuscì a compiere la sua missione: aiutare tutti, ma proprio tutti quelli che gli capitò di intercettare.

Ci sono argomenti che è meglio non toccare, perché sia già che come li tocchi ti fai male, non importa se ci vai piano, non importa se non cerchi rogne, è garantito che ti faranno dire ciò che non dici, pensare cosa non pensi. Ma se non li tratto, se mi sottraggo al dovere di una testimonianza, che giornalista sono? E allora dirò che la morte del giovane Giulio Regeni chiama in causa il senso e i limiti di un giornalismo sfuggito di mano. Regeni era a detta di tutti un ragazzo brillante, ma invischiato in cose più grandi di lui, coinvolto a tempo perso in un lavoro che non era il suo. Faceva il giornalista di guerra in tutta la sua inesperienza e vulnerabilità, e c'era chi glielo lasciava fare. Io non sono sicuro che fosse la cosa giusta. Regeni denunciava la mancanza di diritti civili fino all'assenza di tutela sul lavoro, tutela sindacale, ma scriveva da abusivo, come uno che, in una terra pericolosa a fare altro, s'inoltra in ricerche micidiali e poi pensa basti spedirle, pubblicarle con uno pseudonimo per salvarsi. Il risultato lo ha sintetizzato in un tweet senza appello Guido Olimpio: “L'omicidio di Giulio Regeni vi ricorda cosa siano certi regimi arabi”. Con buona pace di chi li vede solo quando fa comodo perché vede, a torto o a ragione, ammazzare uno che considera affine, uno della stessa famiglia ideologica, e allora se la prende con tutti tranne se stesso e le proprie illusioni pericolose. Il risultato, in altri termini, è una spinosa crisi internazionale, che in tutta la sua delicatezza è il meno rispetto alla perdita violenta di un giovane brillante, sensibile, ma ingenuo. Poteva essere tutelato? Gli avranno sconsigliato di compromettersi fino alle estreme conseguenze, avranno tentato di dissuaderlo, di richiamarlo indietro? Oppure bastava l'ambizione dello scoop, bastavano quelle cronache che i giornalisti di mestiere non si sentivano più di andare a scavare? Ecco, sono pronto ad essere frainteso, infamato: ma io non insinuo che il Manifesto sia responsabile, non lascio intendere che abbia approfittato della vicenda (anche se vorrei tanto non se ne approfitte adesso). No, io voglio capire cosa sia o non sia successo, e voglio parlare di un problema che mi pare evidente e con tutta evidenza rimosso e lo faccio da uomo di 50 anni che constata la morte violenta di uno che poteva essere suo figlio e che gli pare lasciato allo sbaraglio, abbandonato a se stesso. Magari era scritto nel destino, ma io non sarei così sicuro che giocare ai giornalisti in una zona critica sia la cosa migliore da fare, da lasciar fare.

Quelli che ci sono, sono sbagliati. A volte ci vorrebbero quelli giusti. Il Faro, ogni fine settimana nel tuo pc, o telefono, o tablet. Se ti abboni


Per quello che può servire dirlo, scriverlo, mette una gran costernazione la morte del nostro connazionale in Egitto, come può metterla la morte di un giovane intriso di innocenza. Per quello che può servire dirlo, se non aveva convinto chi scrive la storia del dottorato puro e semplice, figuriamoci se poteva convincere una polizia come quella egiziana: stavolta sono andati per le spicce e non c'è stato neppure il tempo di negoziare un ricatto, che del resto ad aguzzini per così dire istituzionali non poteva interessare. Forse sarebbe il caso di capire, di far capire che non è questo il tempo degli slanci, degli ideali, delle buone cause, di improvvisarsi agenti segreti: ti spazzano via, ti eliminano senza pietà. La gioventù è una bella cosa ma le sue imprudenze possono risolversi in esiti fatali oggi più di ieri, il mondo più credi di conoscerlo e più si rivela infido e meno rispettoso delle tue ingenue astuzie giovanili. Ne deriva anche una contraddizione drammatica e non più eludibile: noi occidentali “dobbiamo” accogliere, integrare e se è il caso mantenere i latori di altre culture, che poi sarebbe l'Islam; le altre culture ovvero l'Islam “debbono” prendere i ficcanaso occidentali e torturarli e ammazzarli in modo brutale. Noi mandiamo in visita studenti, dottorandi che vogliono capire, che pretendono di aiutare, loro spediscono in missione incognite incatalogabili, all'occorrenza micidiali. Noi siamo inclini a forzare i nostri valori, loro blindano i propri con esecuzioni di Stato. Noi ipotizziamo una giustizia, una tutela, almeno teoriche, anche per chi è entrato, e sono tanti, e non sempre pacifici; loro rivendicano la distruzione di chi considerano invasori, anche se sporadici e animati delle più miti intenzioni. Si direbbe che qualcosa non torni, sono due concetti di cultura che non stanno insieme, che non possono confrontarsi, almeno finché una delle due non ripensa certi suoi fondamenti. Ma stiamo già assistendo alle solite contorsioni della sinistra multiculturale, quella che non si arrende all'evidenza, che vede e non vede a piacere, che dirotta responsabilità, colpe e indignazioni pur di non assumersi la responsabilità della coerenza.

Provateci voi a costruire con tutti voi stessi una famiglia, una figlia e poi tornare a casa una sera e trovarla sotto un lenzuolo insieme alla madre, la vostra compagna. Provateci voi a scoprire cosa si prova in quel momento e a sapere che è stato l'ennesimo sbandato ubriaco, senza alcun rimorso, senza vergogna. Provateci voi a vederlo portar via, ma per poche ore, con una ipotesi ridicola, omicidio colposo, per cui uscirà tra pochi giorni, poche ore e ricomincerà subito a ubriacarsi e a correre e dovrete provvedere anche al suo mantenimento. Provateci voi a vederlo liberare presto, subito, da qualche giudice persuaso che il suo mestiere non è applicare le leggi e tutelare i cittadini ma “instaurare un nuovo regime democratico perché il capitalismo è sporco” come teorizzano da una vita quelli di Magistratura Democratica. Provateci voi mentre portano via il cadavere di quella figlia, di quella moglie, le spoglie di una famiglia voluta con ogni forza e spazzata via da un balordo ubriaco, provateci a sentire i soliti con i soliti discorsi del cazzo, che gli italiani sono peggio, che bisogna accogliere tutti, che la colpa è del capitalismo, come ripetono questo papa incomprensibile, questa presidenta della Camera insopportabile, questi commentatori oltre il limite del cinismo. Provateci voi a sentirvi il numero mille o diecimila di una casistica ignobile senza ragione, senza punizione, senza rimedio. Provateci voi a ritrovarvi di fronte l'infame che ha cancellato la vostra vita, fatta di una moglie e una figlia, solo perché era strafatto e gli veniva riconosciuto il diritto di esserlo, perché lo si teneva qua, libero di uccidere, provateci a ritrovarvelo davanti, lurido e truce, che vi ride in faccia, che vi minaccia – perché anche questo è successo, e anche questo succede. Provateci voi a sentirvi dire che è colpa vostra, che siete come quelli che deportavano i rom, che non perdonate, non amate, non mantenete chi ha spazzato via senza un motivo la vostra famiglia che con ogni stilla di gioia e di fatica avevate messo insieme, una figlia destinata alla vita, travolta con la madre mentre portavano fuori il cane, e sentirvi ripetere che sono cose che capitano, meglio questo che passare per razzisti, per xenofobi, meglio moglie e figlia sotto un lenzuolo che votare Salvini o Meloni.

Oramai mi manda in frantumi vedere un animale morto sul ciglio della strada. Sconvolge il mare dentro vedere passando in Vespa una piccola trattoria in attesa inutile, tovagliette candide di carta su ogni tavolo, e sono tutti vuoti e il padrone in grembiule ti tramortisce con le sue onde di sconsolata attesa. Ti ammala il sole che cade nel mare di un molo al tramonto, due ragazzini si abbracciano nel riflesso e tu vorresti chiedere ai pescherecci indifferenti e immoti i segreti di una vita bugiarda. Quante volte mi sono arreso alla sconfitta, atleta distrutto che s'accascia sul prato. L'ultima volta che mio padre abbassò la saracinesca di un'azienda che era tutta la sua vita. L'ultimo suo saluto, nel bar d'ospedale più squallido del mondo, dopo la sentenza: “Non ho paura di morire, solo di lasciare la mia bella famiglia”. E non aveva avuto un cazzo dalla vita, e io in silenzio bestemmiavo Iddio. Fuori era maggio e c'era un sole, un sole. Una madre che all'età non cede, che vuol vivere per andare al mare, per andare a sentir l'organo in chiesa e tu sai che è un conto alla rovescia. L'entusiasmo per arredare casa, finalmente sposi, tutto il mobilio non valeva una seggiola decente, ma eravamo pieni di fiducia. La stanchezza orgogliosa, quella domenica di giugno che avevo lavorato tutto il giorno, in trasferta per un delitto tra albanesi e scendendo le scale della redazione, passeggiando a piedi per vicoli serali, mi sentivo d'aver trovato finalmente la mia strada. La fotografia di mia moglie che sorride di bugiarda allegria nell'ombra di un capodanno inutile, dimenticati in casa dei miei, manco li cani così soli, lei che sfoggia il suo piatto forte. L'ho strappata, faceva troppo male e mi sono privato di un tesoro. L'assonnata eccitazione, in piedi alle sei di mattina nel gelo di un binario, per aver conquistato una buona intervista, qualcosa di bello per chi la metterà in pagina, per chi la leggerà. E scoprirsi preso in giro, insultato, odiato su un forum di merda senza sapere perché, e capirlo troppi, troppi anni dopo. Un libro dietro un altro, un'idea appresso a un'altra, un reading via l'altro, una notte dopo l'altra... Quante sconfitte, quanta disperazione ho respirato, incontrato, ereditato, amato. Quanta m'ha infettato. Quanti di voi mi hanno compromesso. Quante case mi hanno ospitato per vedermi andar via, chiudere la porta sul deserto di me. Quante stagioni ho buttato via, quante illusioni ingiallite ha perso il mio albero. Salta fuori ogni tanto chi me le fa pesare, mi compatisce e irride. Non sanno di cosa parlano. Non sospettano che tutto fiorirà in scrittura ed è tutto qui, è solo questa la vita. Non immaginano cosa succede quando ricevi una lettera che gronda lacrime. Non capiscono che questo cambia tutto, ti compromette, ti fa perdere per strada il resto: io non ho più voglia di litigare, e non perché qualcuno mi abbia spento. Ma perché la vita cambia tutto. La vita, con la morte che contiene, con le fontane di dolore che zampillano fuori e ti raggiungono. Ti contagiano. E sia, isola di me stesso: ma quanto amore intercetto. Quante rinunce comprendo. Quanti sorrisi dei vinti, rimproveri senza colpe. Quante volte mi son detto, ma come si può non capire l'immensa tenerezza che sale da un fallimento, l'immane tenerezza della resa? Ma non vedono che al mondo solo questo conta, questo tamponare i fiotti del dolore? Oppure sono io che non ho altro, che mi perdo perfino nella sofferenza di un randagio?
Ma ci sono davvero queste ondate di sentimento, patetiche insanguinate croci, sgozzate urla mute che restano a rimbalzare prigioniere dell'indifferenza. Ma c'è davvero la bontà inutile degli umili che è come una coltellata. Ma c'è davvero questa commozione senza ritegno e senza rimedio, che nessuno raccoglie, che langue a lasciarsi sfiorare. Ovunque mi volti, agonia e paura, amarezza e rinuncia, solitudine e angoscia; dovunque io fugga, rintanato come una fiera malata mi scova il male. Il male che non dà scampo negli occhi di un gatto o un omone che aspetta, ha un sussulto se una macchina rallenta, sembra fermarsi ma prosegue e l'omone si lascia morire su una sedia, in mezzo a quel deserto di tovagliette candide su tavolini in plastica.
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Ho incontrato trappole, tranelli, volentieri da gente che coltivava il gusto dell'indignazione, e che però non si indignava di sapermi a un passo dall'ombra del ponte, anzi pareva divertirsi parecchio, lo ha messo anche per iscritto, e non ha rinunciato al gusto di imbrogliare e di mentire anche dopo, a cose fatte, perché un gonzo è come un diamante, è per sempre. E ho visto autentiche rapine in casa mia, da banditi armi in pugno, che ci hanno distrutto i giorni, li hanno dirottati nei buchi più profondi dell'inferno. Non furono vizi oppure errori, non fu avidità e malizia: fu l'ingenuità dei poveri, che non hanno anticorpi, che non hanno rimedi, si fanno sempre commuovere e non possiedono la rabbia per vendicarsi, Ho vissuto situazioni di un tale sconforto che non bastano parole a raccontarle. Ho sperimentato il disprezzo della povertà, le occhiate colme di ironia, la solitudine che ti rende appestato, la voglia di farla finita ogni mattina alzato dal letto (anzi, dal divano) e ogni sera tornandoci: intorno solo niente, alberi e urla di vento e zombi per i viali inutili, pronti a divorarti se li incontri. Così ho vissuto una vita di ciotola e il resto è stato ugualmente duro perché non ci si lava via la disperazione con una doccia, perché gli effetti della rovina permangono. Ho cercato di costringere l'indicibile in un libro per non parlarne più. Ma non sono mai andato in televisione a lamentarmi, a protestare, a mendicare aiuto. Da chi, poi? Dal pubblico? Dai telespettatori del pomeriggio e della sera? Dal presidente del Consiglio o dal papa? No, non ci sono mai andato, del resto nessuno mi avrebbe mai chiamato; avrei rinunciato comunque, perché c'è qualcosa di peggio dell'ombra del ponte ed è l'ombra della dignità che hai consumato, e che non torna. Non li capisco, mi sembrano di un'altra specie quelli che vanno a piangere in un teatro di falsità pretendendo che siano tutti ad ascoltare, tutti a medicare le loro miserie di ricchi perduti.

Le classifiche militanti sulla legalità, come quella di Transparency, non sono una cosa seria – chiedetevi sempre chi le stila, dove va a parare, chi li finanzia, e non resterete mai delusi. Ma, ammettendo per un attimo che lo siano, viene fuori che i paesi più corrotti coincidono, vedi caso, con gli ex comunisti, quelli cioè dove la legalità, in forma di eguaglianza, veniva insufflata a mezzo di dittature; Bulgaria, Romania, eccetera. Il paese più corrotto al mondo è la Corea del Nord, solo per caso l'ultima macchia di comunismo integrale, con buona pace dei somari che equiparano mercato a “dio denaro” a corruzione, copiaincollando le fregnacce di Toni Negri di 40 anni fa. Fermo restando che non esiste sistema immune alle tentazioni degli uomini, è vero il contrario: dove non c'è mercato, concorrenza, libertà, dove lo Stato si estende a coprir tutto, la corruzione si allarga e discende ai livelli più bassi, come per ottenere una carta d'identità o un qualsiasi certificato. È la preponderanza soffocante dello statalismo ad alimentare la corruzione più di ogni altra cosa. Ora, prendendo un attimo per buona la classifica di Transparency, si vede che l'Italia figura proprio a ridosso di questi ex regimi: ciascuno ne tragga le conclusioni che crede, o che vuole, o che può. Certo, qui non c'è un regime socialista, c'è però un concetto di statalismo assistenziale che non ha eguali in Europa, e che conferma quanto segue: che lo Stato, quando riconosce qualcosa, non lo fa perché magnanimo, buono, onesto, sagace, prudente, appartenente ai cittadini, cui risponde, e soprattutto non lo fa a costo zero, ma si fa pagare, esige i suoi tributi anzitutto in forma di libertà compresse, non ultima delle quali la corruzione. Più Stato uguale più corruzione: non lo dice questo blogger, garantiscono Von Hayek, Von Mises, la scuola austriaca, Frédéric Bastiat, Carl Menger, Wilhelm Ropke, Bruno Leoni, Luigi Einaudi, Sergio Ricossa, Milton Friedman, Deirdre McCloskey, solo per l'economia, e poi, se non vi basta, Raymond Aron e François Furet per la sociologia e la storia, Kenneth Minogue per le scienze socioeconomiche, e ancora tutta una schiera di autori liberali di pensiero rigoroso e ricchissimo. Tutti, senza eccezioni, concordano su questo assioma, confermato dalla storia senza eccezioni. Studiateli: non sono autori facilissimi, ma almeno sono chiari, e vi salveranno dal rinciuchimento ideologico di certi cretini sul mercato, lo stesso che a parole maledicono.
Sempre prendendo per buona, solo per un attimo, la classifica moralistica di Transparency, ong di lotta e di stipendio che si arroga il diritto di assegnare i rating etici agli Stati.

Perché voi non capite il dolore
Che rapito dalle mie parole
Si contorce, vi viene a cercare
Perché non lo vedete sanguinare
Nella striscia rossa del mistero
D'una croce fissa al cimitero
Della vita, perché non capite
Quello che sto cercando di dire
Che sprofondo, che non resto al mondo
Questo intrico di rami ammalati
Che si tendono al cielo impotenti
E blasfemi, perché non vedete
La disperazione dappertutto
E senza pudore la straziate
D'ottimismo greve come un rutto
Che rispetto avete dell'eterno
Derelitto Cristo che v'inchioda
Ad una lealtà che vi fa orrore
Voi nel vostro inferno di preghiere
Per salvarvi, lasciare ad un altro
Il compito ingrato dietro al vetro
Della sentinella che consuma
Lo spettacolo degli occhi sviati
Tra le macchie d'un vicolo cieco
Perché mai v'immedesimerete
Per un lampo, il tempo d'un pensiero
Nell'esilio d'un volto lontano
Perché non capite il mio dolore
Ch'esile vi porgo, come un fiore?

27 gennaio, giorno della Memoria

Sono stanco, trentatrè volte stanco di sentire ripetere che al nord c'è la mafia, che Milano pullula di mafia, come se fino a ieri fossero vissuti tutti nell'Empireo. Libri, premi, ovazioni per qualcosa che non è neppure la scoperta dell'acqua calda, è giusto uno dei tanti business ricorrenti nel mercato delle notizie nate decrepite. Posso raccontare un aneddoto personale? È talmente remoto nel tempo che non so più quando collocarlo, comunque una quarantina – dico 40 – d'anni fa. Mio padre, ve l'ho già raccontato era uno dei tanti minuscoli commercianti-trafficanti di una Milano che ne brulicava, tutto un formicolio di contatti, di affari, di occasioni anche pericolose in un vitalismo caotico ed effervescente oggi impossibile perfino da raccontare; oggi c'è la rassegnazione tecnologica, ci sono i suicidi e il terzo mondo che tracima. Intorno al '74, '75 Milano era una fogna dove si pescavano anche pepite d'oro; e nessuno si formalizzava granché su chi si trovava davanti.
Mio padre, dunque, era uno dei tanti. Salito dalla profonda provincia marchigiana, che allora era considerata profondo sud, dotato di entusiasmo e parlantina un po' cialtrona, alla Berlusconi (dev'essere stato un tratto dell'epoca: erano coetanei), deciso a regalare un futuro alla sua famiglia e qualche piccola rivincita a se stesso. Trattava componenti elettronici, una varietà di insetti in ceramica multicolore con lunghe antennine di ferro che finivano inghiottiti dalle radio, le televisioni, i giradischi e gli altri apparecchi della modernità incombente. Io fui uno dei primissimi, in Italia, a vedere in casa un registratore a bobine, enormi, dove il nastro marrone scorreva misterioso e magico e un microfono poteva riprodurre, sorpresa!, la nostra voce. Per me poi era un doppio prodigio, dato che un'operazione mi aveva restituito corde vocali mai usate a causa della palato-schisi. Operato a tre anni, cominciai a parlare senza bisogno di scuole specifiche, si vede che proprio non potevo stare: e poi le parole son diventate il mio mestiere.
Fui tra i privilegiati anche a poter maneggiare un mangiadischi quando i miei coetanei neanche sapevano esistesse, ne ricordo due identici, uno rosso l'altro azzurro, “Pack Son” si chiamava, li facevano a Metanopoli mi pare, appena fuori Milano e lo slogan ingenuo sulla scatola con una ragazza bionda: “Music for your eyes”. Gingilli che finivano in casa proprio perché mio padre li corredava dall'interno, vendeva alle fabbriche i componenti che li facevano funzionare, e che adesso sono stati soppiantati dai microchip e dalla nanotecnologia. In uno dei miei primi spettacoli con Benvegnù, a Castelfranco Veneto, alla fine di novembre del 2007, ci capitò di esibirci al Buenaventura, un centro sociale che già stava per chiudere. Fu quando lessi per la prima volta un ricordo di mio padre, ancora vivo ma ormai in agonia. Dopo il reading Paolo fuggì via nottetempo, a finire il disco “Le Labbra”, io invece mi fermai a dormire al piano superiore, trovando un letto talmente male in arnese che chissà a quanti giri del mondo e naufragi era scampato. Uno di quelli con la radio incorporata nella testiera, puro kitsch anni '70. Guardo la marca: Europhon. Stava dalle parti dell'Idroscalo, ci andavo sempre con mio padre, quella radio nel letto portava ancora i suoi pezzi. Poche ore dopo lui mi moriva in mano.
Una vita prima, io stavo con lui, con mio fratello piccolo, con mia madre, tutta la famiglia insomma, in un rinomato ristorante di Milano, “Il Cenacolo” in via Archimede. Ricordo certi antipasti, certi sughi ai funghi ghiottissimi e micidiali. Così crescevo gioiosamente intossicato e nessuno mi controllava. Ricordo certe tavolate di lavoro che finivano a notte fonda e poi i pettegolezzi acidi di mia madre mentre in macchina tornavamo a casa. Ricordo cene omeriche e mio padre che fumava come tre camini. Ricordo i camorristi. Lui andava fino in Giappone per rifornirsi di transistor, resistenze, impedenzine ma in Italia a chi toccava toccava, li rivendeva a tutti. Capitavano pure dei bei soggetti. A volte venivano a cena con noi e con altri clienti di mio padre. Avevano pance enormi, cocomeri sotto la camicia azzurra che scoppiava. E facce terribili, i denti davanti così scollati che ci passava un pesce. Arrivavano, solennemente si sfilavano la pistola (calcio in madreperla, che meraviglia) dai pantaloni e la infilavano nella tasca della giacca. Se erano in vena di teatro, direttamente sul tavolo, insieme alle posate. Uno in particolare ce l'ho in mente, il capofamiglia nonché boss, che si chiamava, pensate un po', Pasquale Esposito, come dire John Smith a New York. Rideva molto, parlava con voce gutturale e ogni tanto diceva a mio padre: “Caro Del Papa, quando voi venite a Napoli, ci avete tutta la mafìa ai vostri piedi”. Non diceva camorra, diceva mafìa, con l'accento sulla “i”. E c'era stato davvero, a Napoli, mio padre, tornandone sconvolto: “Ma sai, Marisa, che là non contano i soldi, mettono delle mazzette da centomila sul bilancino e le pesano?”. Poi ci portava al cinema, a vedere i film di Piedone lo Sbirro e riconosceva i locali, i ristoranti in cui era stato e commentava: sì, sì, succede proprio così. Non so bene se con la “mafìa” ai suoi piedi, ma non credo se no una casa avremmo fatto in tempo a comperarcela, invece ha sempre lavorato come una bestia ed è morto povero, là dov'era nato, poverissimo, su un letto che si rompeva dopo una vita di dignitosa povertà consumistica ma niente di più.
Una sera al Cenacolo uno degli ospiti si era inghiottita cruda tutta la capa di un cipollotto e zio Pasquale lo trovava molto divertente, “Evandro!... Ha magnat' 'a testa da 'a gippòlla!” e giù risate che salivano direttamente dall'inferno. Il figlio sembrava Lando Buzzanca nella versione del pornazzo a fumetti. Con un naso come una vela sotto due occhi sporgenti e vuoti. Era un tipo particolarmente brillante, vedendoci lì annoiati e ipernutriti, io e mio fratello, che aveva tre o quattro anni, diceva a mia madre: “Signò, voi avrete pure dei bei figli, non dico di no: ma vedesse i miei!...”. E mia madre: “Ah, certo, ci credo, ci credo”. Un'altra volta zio Pasquale si mette in testa che quella sera lì bisogna mangiare tutti la pizza, decide lui, però essendo magnanimo ci concede di scegliere: “Pizza con le acciughe o senza acciughe?”. C'è pure un giapponese, tutto cerimonioso e zio Pasquale, che parla solo napoletano stretto, lo scruta: “E chisto chi sarebbe?”. “Si chiama Mister Yavata, zio Pasquale”. E il boss, ancor più cerimonioso: “Buonasera mister Chiavata” e gli fa l'inchino e ride con la risata dell'inferno, e tutti ridono con lui, meno il giapponese che non intende però abbozza perché ha capito l'unica cosa che conta, quando zio Pasquale si diverte tutti sono felici.
Cene micidiali per me, ma in certi momenti mi divertivo molto anche perché facevo i tormentoni di certi modi di dire o di atteggiarsi che notavo nei commensali; una mania che probabilmente è nata proprio in quelle sere estenuanti e non mi ha abbandonato mai più. Solo che, ogni tanto, nella mia testolina di ragazzino, davo un'occhiata al pistolone col calcio in madreperla e pensavo: qui va a finire che una volta o l'altra ci fanno fuori tutti e non è un film di Piedone.
Poi la mattina dopo, a scuola, io raccontavo ai miei compagni di zio Pasquale con il cannone sul tavolo e la risata da diavolo, ma loro non mi credevano.
Ho letto che Giorgio Bocca, prima di morire, era andato al ristorante e appena entrato, a colpo d'occhio, vedendo una tavolata in fondo alla sala aveva capito subito trattarsi di una cena mafiosa. Non doveva essere molto diversa da quelle serate noiose, fumose, allegre e pericolose. Anche se di mafiosi, anzi di camorristi, c'erano, che io ricordi, solo zio Pasquale e il figlio che sembrava Lando Buzzanca.
Mio padre era un uomo strano, non sono mai riuscito a definirlo fino in fondo. Moralista al limite del bigotto, un limite che invecchiando, e ammalandosi, aveva finito per oltrepassare senza ritorno. Ma pure spregiudicato, disinvolto, si era fatto la sua morale. L'ho visto sempre pagare, anche per gli altri, non transigeva sulle cose ultime, aveva il classico timor di Dio dei semplici, di quelli che pur girando il mondo restano dei provinciali. Però gli piaceva piacere e sapeva come farlo, aveva un istinto raffinatissimo per sedurre e siccome io lo sgamavo, e non glielo perdonavo, erano sempre mazzate fra noi. Era un uomo allegro ma col senso tragico, un narcisista generoso, capace di slanci enormi e letali ingenuità.
Mio padre esagerava di brutto, aveva un temperamento compulsivo ma senza il fisico bestiale e morì, fatto a pezzi da una sanità criminale più che per il cancro. Non ho mai conosciuto un calvario come il suo, durato 20 anni e una dozzina di operazioni una più sbagliata dell'altra (una volta gli lasciarono anche l'obbligatorio corpo estraneo nell'addome, ma poi i medici fecero camorra loro, l'un l'altro, e non fu possibile far niente. Anche perché i magistrati sono brava gente, tutti eroi ma la faccenda dell'obbligatorietà dell'azione penale è una battuta molto divertente, a pensarci bene anche geniale). Finché è stato sano, il mio vecchio non si è mai arreso alla vita. Ha sbagliato molto, è stato molto preso in giro, e mi ha trasmesso quella fottutissima ingenuità che troppe volte ha perso anche me. Adesso mi manca più di prima, anche perché mi sto accorgendo di perderne il ricordo, ne difendo solo un ricordo filtrato, differito, il ricordo di un ricordo, che va evaporando. Poi, ogni tanto, m'investe il suono della sua voce, un modo di dire, una smorfia del volto. Sono bagliori, evaporano come Polaroid, ma ho notato che invecchiando ricalco i suoi tratti.
Anche quella Milano là mi manca, ha ragione la mia amata maestra Benedetta, “era ancora bello il mondo e quell'angolo di Lambrate", dove tutti si incasinavano allegramente, persone per bene, mafiosi, zona grigia che poi era il tutto che animava la metropoli, quel dinamismo frenetico, quella feroce fame di vivere, e tutti sapevano che la mafia c'era e stava dappertutto, perfino noi ragazzini conoscevamo i locali proverbiali, come il “Ragno d'oro” dalle parti delle Varesine, coi guardiani con la pistola stravaccati a fumare nelle macchine davanti, ogni tanto una sparatoria e poche righe in cronaca. C'era tutto fin dagli anni Sessanta nella cintura infame dell'hinterland come in periferia, nei quartieri estremi della cinta urbana come in centro. Poi arriveranno i regolamenti di conti tra bande, come quelli tra Vallanzasca e Turatello, ma era una fase già conclamata. Vallanzasca avevo fatto in tempo ad incrociarlo, a Lambrate, la madre, che penso sia ancora viva, aveva una merceria in via Porpora dove mia madre si serviva e ogni tanto comparivano per un attimo quei due figli delinquenti, e si capiva che delinquenti lo erano sul serio. Turatello, che poi farà una brutta fine, aveva come vice Ugo Bossi, alla cui madre si diceva Berlusconi avesse fatto dono di uno dei primissimi appartamenti a Milano 2, prima ancora che quell'orrenda enclave per ricchi fosse ultimata e lanciata come città-modello.
Poi un bel giorno arriva Saviano e fa: ohi, a Milano c'è la mafia. Ma cammina.

Tutti ridevano. Mio padre parlava e sudava e fumava e beveva “tazze d'acqua”, non bicchieri, proprio delle tazze, “Massimo per favore portamene un'altra”, in casa alle prese con gli orientali, i giapponesi, i coreani, i cinesi che allora non erano vicini e rimanevano soggetti misteriosi di un mondo che s'andava rimpicciolendo, che ce li portava in casa, vicini ma non ancora abbastanza per renderceli simili. Lo accompagnavo all'aeroporto alle dieci di sera a prenderli, che luci, che presagi di futuro lungo la strada per Linate, fin dentro le aree “arrivi internazionali”, piene di gente indaffarata, che viaggiava, che sbarcava, mio padre in quei primi Ottanta era la globalizzazione, la praticava con anni d'anticipo armato del suo inglese stentato, alla Alberto Sordi. Ma i soggetti misteriosi, i cinesi e i giapponesi si arrendevano uno via l'altro alla sua travolgente simpatia, a quel modo che allora giudicavo naif, provinciale, imbarazzante di combinare affari passando per lo spiraglio della paraculaggine, proprio da italianuzzo medio, da Alberto Sordi partito dalle oscure Marche e proiettato in un mondo troppo grande. Ma lui non aveva paura, salpava col suo inglese maccheronico e un debito per pagarsi il viaggio che avrebbe poi saldato, si sperava, coi soldi messi insieme nell'Oriente estremo più che mai. Oppure li faceva venir qui e mia madre li stordiva a forza di manicaretti, che poi quelli non volevano più tornare, ne ho messi più io che l'Alitalia sull'aereo, con le lacrime agli occhi e l'implorazione “send the bill please”, mandaci la ricetta che alle nostre mogli geishe non potremo mai spiegare quei profumi, quei sapori.
Poi successe quel che successe, una rapina, proprio così, di quelle coi banditi armi in pugno, tipo quelli che il giudice compagno De Cataldo ha reso eroi fumettari col Romanzo Criminale, azienda svuotata, banche sciacalle, azienda finita e ci ritrovammo qui, nelle Marche da dove lui era partito, e per salvarci e per tenere pulito quel doppio cognome, come per offendermi scrisse una signora su un giornale, al quale lui invece teneva moltissimo, ricominciò ad espatriare, non più componenti elettronici, “transistor-componenti-resistenze”, prima della rivoluzione informatica dei microchip, ma scarpe, centinaia di scarpe, decine di campionari che questo padre ormai segnato, ma sempre alla Alberto Sordi, patetico ma irresistibile, si portava dall'altra parte del mondo, a 50 anni, a 60, sempre col quel dubbio lacerante: e se non riesco a pagarmi il viaggio? Invece ci riusciva, conquistava ogni volta l'Estremo Oriente, sempre meno estremo, ore ed ore di trattative sfibranti a forza di parole, di sigarette e di tazze d'acqua, ma alla fine i musi gialli cadevano uno dopo l'altro, tutti con lo stesso sorriso obliquo, inquietante ma di resa, di accettazione del più forte: ok mr. Del Papa, hai vinto, comperiamo quello che vuoi tu. E a quel punto era mio padre a ridere, accendendosi di trionfo l'ennesima Marlboro sopra una foresta di mozziconi.
E gli scarpari idioti, ignoranti, del Fermano presociale che mezz'ora dopo la partenza telefonavano a casa: “Purcuddiu, ma Alberto ha fatto l'ordine? C'è jitu in machina a lu Giappone?”. E poi lo fregavano, regolarmente, lo umiliavano perchè gli scarpari fermani sono tra i più ladri e i più miserabili del mondo. Ma lui non si ribellava, non poteva e questa cosa orgoglioso com'era lo corrodeva dentro. Una vita che ammazzava e difatti s'ammalò mio padre, anni di circumnavigazioni in solitaria alla conquista della Cina, del Giappone, di Singapore, con quei campionari di scarpe, di colle, di vernici che poi si respirava in camera, sepolto dalle scarpe stipate nella stessa stanza per risparmiare. Mi pareva naif mio padre, ingenuo e paesano, parve divertente anche ad un ragazzotto che una sera al ristorante lo sentì trattare coi cinesi e rideva rumoroso, commentava rumoroso e mio padre se ne accorse e allora il padre del ragazzotto, come in una pagina del libro Cuore, si alzò, venne al suo tavolo e con voce ferma ma incrinata disse: “Le chiedo scusa a nome di mio figlio, è giovane e viziato”. “Non si preoccupi” rispose mio padre buttando giù una tazza d'acqua.
Personaggio da commedia dell'arte, nel suo mestiere, lo era di sicuro. Ma a pensarci adesso non riuscirei a dire se fosse così nature o lo facesse apposta, in una sofisticatissima commedia dell'arte che tutto dosava, compreso quel suo inglese così improbabile eppure efficace. Ci ripenso ogni volta che leggo sui giornali della fatica sterile per le nostre aziende e per le nostre istituzioni di penetrare davvero nei mercati emergenti, ci ripenso ad ogni convegno pieno di fregnacce manageriali che presento. acile, fare il drago se dietro hai i capitali sconfinati delle banche amiche che ti lasciano affondare quanto vuoi e non ti chiedono mai di rientrare, ma avrei voluto vedervi senza risorse, senza appoggi, senza un cazzo a parte il vostro inglese incredibile e l'entusiasmo della disperazione. Una volta un ministro dei Soldi ebbe a dire che le nostre strutture promozionali all'estero erano “folkloristiche”, anche mio padre era folk ma i risultati li portava a casa. Questi invece si inoltrano, in prima classe, in un mondo più corto, più facile, più comodo, più informatizzato solo per combinare chiacchiere, mangiate pantagrueliche e turismo sessuale con lo stemma di Magic Italy voluto dal turistico ministro di turno. Quanti sprechi, quante ruberie e turismo pornografico venivo a sapere dal mio piccolo corsaro padre che già allora si scontrava leggero con le corazzate degli organismi istituzionali, mastodontiche e improduttive.
Questo padre ha appreso di avere un doppio cognome un giorno di maggio mentre sopportava le ultime chemio per tenerselo pulito questo cognome, per trasmettermelo, unica eredità da indossare a testa alta. Il disprezzo si deve a certa Anna Masera, che non conoscevo, storia lunga, ma non ci occupiamo qui dei portaparola. Marciva mio padre dal doppio cognome e una delle sue ultime frasi fu “Non ho paura di morire, mi dispiace solo di lasciare la mia bella famiglia”. E non aveva avuto mai un cazzo dalla vita, quella famiglia lo aveva consumato, era per noi che ogni volta doveva circumnavigare il globo come un Magellano delle scarpe. Io me lo ricordo adesso e mi bruciano dentro quei rimproveri che gli muovevo, spietati, da laureato viziato che al suo ultimo viaggio lo accompagnò scoprendo di avere un padre corsaro, che conosceva ogni buco di Hong Kong, di Tokyo, di Pechino, rendendosi conto di quanto fosse ingrata la sua fatica solitaria, fantasioso il suo coraggio e alta la sua maestria nel pigliare per il culo il mondo intero, nello sfinire quei maestri di tortura che erano i cinesi, nel capire quelle sfingi itteriche dei giapponesi, nel portare a casa ancora un contratto di scarpe col quale permettermi di studiare, di vergognarmi di lui, dei suoi metodi folkloristici.




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A proposito di notizie che ti rendono peggiore. Leggo che ad Almenno San Bartolomeo, profondo nord bergamasco, un tale ha lasciato il padre di 91 anni sul balcone a -3°, la scorsa notte, “per punirlo”: litigavano spesso, si sa come sono i vecchi. Il poveretto si è salvato perché, a forza di lamentarsi, qualcuno lo ha sentito e ha chiamato la polizia. Che ha arrestato il figlio aguzzino “per maltrattamenti”. Maltrattamenti? Questo è tentato omicidio aggravato dai futili motivi, dalla crudeltà e dallo stato di totale sottomissione dell'anziano, che non poteva difendersi. Ripenso agli sforzi che ogni giorno facciamo per mia madre (83 primavere), mio fratello ed io, per non lasciarla mai sola con i suoi capricci e le sue piccole insormontabili difficoltà: appena chiama, partiamo come bombardieri in avanscoperta. E non c'è niente di favoloso, nessun merito, è così che deve andare, ogni volta che mi lamento con qualche amico per lo stato di perenne allerta, mi sento rispondere, ti capisco, anche per me è lo stesso. Per forza: è così che deve funzionare, non ci sono alternative, l'unica è la ingratitudine e la disumanità. E qui scatta la cattiveria di ritorno: quel tal figlio se la caverà con una notte al fresco, niente in confronto al gelo sul balcone, una ramanzina e una raccomandazione: vacci piano. E lui di sicuro ci riproverà, tanto non rischia niente, quel vecchio, quel padre ormai superfluo, è roba sua e tra la brava gente di Almenno San Bartolomeo, c'è da giurarci, nessuno sentirà il bisogno di emarginare un farabutto che, come noto anche alle guardie, “infierisce abitualmente” sull'anziano genitore. L'ipocrisia dei villaggi fa schifo, origina mostri e li protegge. E allora io vorrei che in galera qualcuno facesse giustizia o almeno facesse capire come funziona a questo signore, proprio nel linguaggio inequivocabile della galera. Visto che le istituzioni democratiche possono poco e vogliono ancora meno, si tappano gli occhi, si sistemano la coscienza con una recita burocratica. Chiedo venia se certe notizie mi rendono crudele, ma certa gente è solo nefasta, è solo di peso e non mi riferisco al novantunenne sul balcone, ma a chi ce lo ha messo. Se qualcuno provvedesse, mi scuserete, io quasi quasi stapperei.

Viene sempre, basta aspettare, il redde rationem e a questo punto andrebbe chiesta ragione della farsa a 5 stelle che sempre più si palesa come tale: più gli “onesti”, i grilletti, spingono sulla loro diversità e più emergono come gli altri se non peggiori: faide interne, menzogne, ipocrisie, scivoloni mediatici, giustificazioni incredibili, “Siamo onesti ma più che altro dobbiamo sembrarlo”. Con la differenza, non da poco, che non ci troviamo qui di fronte a un fisiologico logorio di potere ma ad un movimento, o setta, che solo da pochissime stagioni ha cominciato a fare politica, si fa per dire. Da Quarto in poi, anzi a ritroso, andrebbe chiesta ragione. Ai grillini? Ai loro elettori? Ma no, questi si possono anche capire, ad impossibilia nemo tenetur. Andrebbe chiesta ragione a chi li ha gonfiati, pompati, esaltati in modo anche servile, con tutti gli “slurp” del caso, fino a cascare dal pero di Quarto. Insomma quelli come Travaglio, il quale per anni, da anni ci sfinisce col mito salvifico del grillismo. Sarebbero queste le forze fresche, sarebbero i Fico, i Di battista, i Di Maio e il resto della stramba famiglia, eterodiretti da Grillo e Casaleggio, quelli ai quali si voleva affidare un Paese scombinato come il nostro, al grido o-ne-stà, le-ga-li-tà? Tanfo di malaffare a parte, questa gente emerge in tutta la sua inconsistenza e davvero c'è da rabbrividire immaginandoli a capo di governi, ministeri, apparati di sicurezza. Non che altri diano grandi motivi per stare sereni, ma qui davvero siamo al di sotto di ogni sospetto. A questo punto, delle due l'una: o quelli come Travaglio ci vedevano, e allora non sono scusabili (perché hanno taciuto); oppure erano interdetti, e allora sono pure loro da manicomio. Non parlo di quelli che si guardano allo specchio e si credono influenti, come Scanzi, che conta per quel quarto d'ora dalla Gruber, che campa di grillologia senza averci mai capito niente e ha la consistenza della sua amica e collega Lucarelli, roba da gossip, da Isole, da Processi del lunedì. Se però parliamo di giornalismo, allora il discorso cambia e Travaglio non può essere semplicemente compatito: lui la sua formazione la ha avuta, il suo passato da cronista, anche giudiziario, lo ha avuto anche se poi lo ha soffocato fra troppi scartafacci, verbali, intercettazioni. Forse è proprio questo ad averne sclerotizzato la sensibilità, o forse, vai a capire, è sempre stato così, in fondo un archivista. Resta il fatto che il principale sodale del Grillo, quello che ce lo ha garantito, raccomandato, assicurato oltre i limiti della sopportazione, è lui; con dietro una bella truppa di zelanti che sapevano sempre tutto di tutti con una sola eccezione. Adesso, la disfatta del grillismo è anche quella loro: questione di credibilità. Adesso non possono limitarsi a dire noi non c'entriamo, noi eravamo equidistanti, noi non sapevamo. No: le avete sbagliate tutte, non eravate alla finestra, e non potevate non sapere.

Non chiamatela, vi prego, depressione. Anche se oggi è il lunedì nero, non fatene una sciocchezza alla moda. Depressione non è sentirsi giù, non è lo scazzo di chi non trova sbocchi. Questo è penoso, anche straziante, ma non è nemmeno l'anticamera. Ci convivi. Ci tiri avanti. No, quello di cui parlo è questo viale nero, nel quale torno ogni tanto, che mi succhia via la voglia di lottare, di pensare. Di parlare, di scrivere. È un posto, questo viale nero, dove nessuno può seguirmi.
Ed è brutto svegliarmi ed essere contento, perché è un giorno in meno che rimane. Brutto è dibattermi nell'imbuto per l'inferno.
Basta un gioco d'ombra a farmo allagare da una pozzanghera nera e a stento riesco a chiederti: l'angoscia che cos’è?
L’angoscia è quando sento il dolore di una vita, di tutti i miei anni precipitarmi addosso in un momento, e da addosso dentro, nei polmoni, nel cuore e scoppiano e mi dilaniano con tonfi sordi che nessuno può sentire.
L’angoscia è un pipistrello che mi viene contro, punta verso i miei occhi eccolo sta arrivando.
E l'angoscia è figlia della depressione. Nessuno può capire cosa significa vivere così. E' come vivere all'inferno. Vedi gli altri che ridono, e li odii. Li vedi vivere normalmente, e ti chiedi come possono farlo. Ti senti escluso, staccato da un mondo che non è il tuo. Ovunque ti volti, trovi solo cose già viste, già sentite, i muri sembrano caderti addosso, la strada sembra sollevarsi per inghiottirti, il cielo s'abbassa fino a schiacciarti, e il Tempo... il Tempo si annulla, non esiste più. Ogni attimo che ti aspetta sarà vuoto d'ora in poi, ogni giorno lo conosci già, è già vissuto, già speso, nulla cambierà mai, nulla più ci sarà per te. Niente t'importa, del resto, e niente ti scuote. Non il lavoro, non le passioni, neppure gli affetti. Odii gli altri, e in specie quelli a te più vicini, perché non si rendono conto, non ti aiutano, non capiscono, non fanno niente per salvarti. Odii quelli felici e ancor più quelli che soffrono, perché ti sottraggono dolore, e la commiserazione altrui. Vorresti sparire e insieme essere al centro dell'attenzione. Non puoi credere che sia rimasto almeno qualcuno a volerti bene. E consideri responsabili quelli che dicevano di volertene, perché ti hanno lasciato cadere fino a questo punto. Pensi che non sei mai stato davvero capito da nessuno, per tutta la tua vita. Vorresti spiegare, ma non trovi la forza, le parole. Hai paura. Trovi rifugio solo nella tua sofferenza, che alimenti in tutti i modi e con tutti i mezzi. La tua sofferenza, che si alimenta dalla sofferenza. Solo immagini angoscianti, musiche strazianti e racconti di fatti tragici accetti a invaderti l'anima. Sono il suo cibo. La morte, la morte: quando arriverà, come arriverà. Forse resterai senza vita mentre gli altri, nella stanza, non se accorgeranno, continueranno a scherzare, a conversare guardando la televisione, e un bel momento qualcuno ti rivolgerà la parola, vedrà che non rispondi, ti parlerà più forte, ti scuoterà e infine... urlerà! Ma tu non sentirai.
Pensieri così, in mille infinite variazioni, ma tutti figli della stessa madre scellerata. Vorresti scacciarli, dimenticare la tua condizione di malato invisibile, ma è un'idea fissa questa angoscia inspiegabile, ne parli di continuo, e non tolleri che qualcuno t'interrompa per parlare d'altro. Ti senti sprofondare ogni momento più giù, e in fondo sei contento di sprofondare. A un certo punto non sai più se quello che stai provando è sincero o se lo stai esagerando, e fino a che punto. Certo, esageri la disperazione che pure senti, perché vuoi essere sicuro che gli altri se ne accorgano, anzi vuoi ferirli con lo spettacolo di te che ti torturi. Vorresti vedere le persone intorno disperarsi per te, e quando questo non accade le detesti di un odio sordo e feroce. Ti fai compassione, e insieme orrore. Vorresti morire per rivivere. Vorresti vedere in faccia il Dio in cui hai creduto per chiedergli perché ti ha tradito. Vuoi star solo ma hai paura a star solo. Disprezzi il mondo ma non puoi fare a meno di averlo intorno. A volte, per pochi, brevi attimi il cervello si rischiara, ti senti a tradimento bene!, pensi "ma come posso ridurmi così, perché poi, per quale ragione?". Ti sembra d'intuire che la vita ha mille motivi per essere vissuta, ma mentre lo realizzi già ti senti di nuovo invadere l'anima da un lago senza luce, te la senti schiacciare dal cielo che si abbatte come lastra di ferro. Le forze ti abbandonano e ti riaccomodi nell'inferno.
Io non colgo il senso, la ragione di una simile sofferenza che deforma la vita, la devasta, la riempie. A volte se ne esce, ma ci sono esistenze intere scandite dalla depressione, che non dà tregua mai, neppure per un istante. Che schiaccia sotto un muro invisibile, impalpabile ogni maledetto giorno. E la cosa più terribile è che una ragione non c'è, e nessuno può penetrare la depressione di un altro.
Eppure io so, per avere frequentato le sue stanze gelide e scure, dove una tenda danza al soffio di un vento di morte, io so che basta poco a a volte a scacciarla questa nuvola oscura che sta dentro l'anima. Ma io, che quel buco ho abitato, e ne conservo rovine, so che la depressione è un sintomo, che cambia di continuo, che esplode in modi sempre nuovi e imprevedibili; ma non una causa. So che ti avvolge come un tappeto quando credi d'essere completamente solo e di non poter più raggiungere nessuno. “Nessuno può capire”, è il mantra che recitano tutti quelli nell'allucinazione. Sì, la depressione è madre dell'angoscia ma figlia della solitudine. Si nutre di se stessa, perché rifiuta ogni compagnia. Non ha la forza d'inseguirla. Si basta, in fondo si piace. La depressione è perversa. A lungo andare si trasforma in un alibi valido per tutto, e questo è il suo trionfo. Non lottare genera apatia che induce a non lottare. Oggi dicono che si può combattere, si può curare. Nessuna sorpresa per noi che la conosciamo, che siamo stati morsi da questo vampiro di carta che finisce in cenere al calore di una carezza, o alla scintilla dell'orgoglio.
C'è questo viale nero, non chiude mai e ti aspetta. La depressione succhia via ogni voglia, ogni forza e ti attira ed è un posto, questo viale nero, dove nessuno può seguire nessuno, ciascuno ha il suo. Di colpo, quella folata d’ansia. Dritta in gola. Poi risale, azzanna il respiro e non capisci più niente. Dice che ci si nasce in quest’angoscia senza uscita, tutto quello che la libera poi è soltanto innesco. L'industriale Ghisolfi, a capo di un impero, chimica, biocarburanti, a 58 anni si chiude in macchina un pomeriggio di marzo, si spara una fucilata. Uno che aveva tutto, si dice. Ma è proprio questo il problema, la depressione è cieca, puoi non avere più niente da vincere oppure da perdere e lei viene lo stesso. Ricordate il racconto di Saul Bellow, quello che, chiuso in una stanza, una domenica a New York, vede sotto la città-deserto, sente arrivare la folata e allora chiama la polizia: “Venitemi a prendere, ditemi che sono vivo”.
Il viale nero non ha posti e non ha confini, non guarda chi sei. Ti aspetta, e l'attacco più famoso di tutta la letteratura di tutti i tempi è una sentenza: “Mi ritrovai per una selva oscura”. L'incubo di Dante poi ne genera di infiniti, nella pittura, nelle arti figurative, tutti cercano di tradurre in immagini quella dimensione infernale che è di ogni latitudine. Secondo il Washington Post, che forse fa propaganda, la depressione colpisce soprattutto i popoli mediorientali, il che spiegherebbe una certa propensione alla distruzione fanatica; subito dopo, sorpresa, l'Africa: a dispetto del luogo comune che vuole tra i maggiori aspiranti suicidi i popoli del nord, avviliti da poca luce, poco calore: gli esotici, i caraibici proverbialmente se la spassano di più, ma che dire del Paese del Sole? Il ministero della Salute certifica 2,6 milioni di patologici le ultime proiezioni ipotizzano non meno di 5 milioni di depressi oltre a 3 milioni di ansiosi, cioè più del 10% della popolazione: allegria. In crescita per la crisi e perché, diciamolo, la depressione è anche una moda: garantisce tormento, sensibilità, per Artistotele era il crisma di artisti, pensatori, politici: ma qui non si scorgono degli Winston Churchill (macerato dietro la facciata di granito), e la si inflaziona in modo intollerabile: “Mi dai l'ansia, mi fai suicidare”. È anche un business, e viene curata spesso in modo criminale. Invece merita rispetto. Indro Montanelli la chiamava “il sole nero”, e la accettava: “In quei momenti sono un verme, ogni notte mi processo, sono il mio giudice e non mi sconto nessuna colpa al mondo”.
Non conta chi tu sia, ma quando tu sei qualcuno la depressione è più ambigua, più indefinibile: Luigi Tenco, politicamente infatuato, si fa saltare le cervella durante un festival di canzoni incolpando la giuria, il pubblico e perfino la povera Orietta Berti pur di non ammettere che la collega-amante Dalida (a sua volta suicida) gli dava il tormento. Monicelli si lascia volar giù da una finestra: perché, passati i 90, non accetta, comprensibilmente, gli ultimi incombenti mesi di strazio da malattia, o perché vuol lasciare l'ultima, definitiva testimonianza di chi non ha mai subìto la vita, le cose, se stesso? Hemingway era una sensibilità predisposta o un invasato dai demoni della letteratura, del sesso, dell'alcool? Cesare Pavese ha scolpito un verso terribile, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: per lui furono quelli dell'assenza, mai fianco di donna al risveglio, e bruciò nel sonnifero il mestiere di vivere. “Quale allegria” canta Lucio Dalla in un brano memorabile “Per essere stato ucciso quindici volte in fondo a un viale per quindici anni la sera di Natale”. Con gli ultimi ci sono meno rovelli: loro fanno notizia, forse, solo il giorno che spariscono, usando a volte, chissà se per disperazione o per una sorta di atroce sarcasmo estremo, gli strumenti delle attività fallite, come quel contadino cinquantenne di Conegliano che si impiccò nella stalla, vicino alle bestie, perché non riusciva a pagare il mutuo. Ma è giocoforza parlare dei ricchi e famosi, che tra l'altro ci mettono del loro. Vasco Rossi ha affidato il suo male di vivere a Facebook, cercava il conforto dei fans, ma il social ha aggravato il male. Si è salvato tornando sul palco, forse perché, come diceva Vittorio Gassman, “l'applauso è come un orgasmo”. Gassman, impregnato di teatro fin nell'anima: bipolare, custodiva in sé le due maschere, che lo tormentavano entrambe. Ma è lecito fare l'elenco infinito dei depressi celebri, da Marilyn a Robin Williams? C'è un bel verso di Renato Zero: “Tentazioni e mai la volontà di finirla qua”. Chi è stato morso da questo vampiro di ombre sa che il vampiro finisce in cenere al calore di una carezza o alla scintilla dell'orgoglio. Ma il vampiro torna, si trasforma in pipistrello, punta proprio te eccolo sta arrivando.

Ci sono fatti che ti fanno infuriare anche se non li conosci, anche se ne sai giusto il poco che leggi sui giornali. A Pordenone una ragazzina di 12 anni si butta dal settimo piano e, solo per miracolo, non rimane spiaccicata, anche se le lesioni alla spina dorsale restano tutte da stabilire. La spiegazione, se tale si può considerare, in un biglietto: “Adesso sarete contenti”, e si riferisce ai compagni, che a quanto si è capito l'avevano presa di mira. A dodici anni tutto è da interpretare perché tutto è apocalittico: può darsi benissimo che il bullismo (che termine pessimo) non fosse così grave, che la scolara esagerasse nel vittimismo; ma anche no, forse era davvero emarginata e la scuola le era diventata un incubo. Ma non è tanto questo che fa disperare, è che, come al solito, le indagini interne della scuola (che è sempre al corrente della situazione), della magistratura, del ministero, finiranno nella solita bolla di sapone: solidarietà alla vittima ma attenzione a non criminalizzare una scolaresca, un istituto, un sistema il mondo intero. Già sento frusciare le solite code di paglia, “altro che criminalizzare la scuola pubblica, sotto attacco dalle politiche liberiste che vorrebbero renderla funzionale ad un disegno egemonico e classista, bla bla bla, dateci più risorse, più soldi, la scuola è un bene comune, bla bla bla”.
Sì, finirà tutto in vacca, more solito, e quei bulletti, presunti o forse veri, non passeranno alcuna conseguenza, nemmeno una ramanzina dal preside: vorrai mica scatenare un trauma in quelle povere stelle che (forse) spingono una coetanea a tentare di farla finita. Di conseguenza, imparando che con certi comportamenti carogna non rischiano niente, tenderanno a potenziarli, a tirarsela da piccoli boss: alzi la mano chi, ai nostri tempi, già corrotti da demenziali impunità mascherate da progressismo, non ci è passato. Per questo, un modo per “combattere la piaga del bullismo” io personalmente ce l'avrei: non consiste nelle giaculatorie e nemmeno nelle rivendicazioni, ma – una volta appurate eventuali responsabilità - in una scarica di pedate nei giovani culi coinvolti; estensibili, in caso, anche alle mamme e ai papà sul sentiero di guerra perché “è il mio bambino, lasciatelo stare, c'è di peggio al mondo”. Non è un sistema becero e neppure reazionario, lo adottava già Peppone, il sindaco comunista di Guareschi ("E se qualcuno ha qualcosa da obiettare, lo faccio volare dalla finestra"). È un sistema realmente democratico, che tutela sul serio i più deboli e garantisce sempre risultati, molto più delle fanfare sociologiche e politichesi che da una cinquantina d'anni sfornano solo prepotenti isterici, convinti, crescendo, di aver perenne diritto ad ogni abuso.


Faccio cosa posso e non è niente
Ce la metto tutta e non fa niente
La fatica evapora in errori
Pure insiste; solo lei rimane
Al suolo di giorni, di stagioni
In attesa di fiori. Ma son aspri
Rimasugli di scogli di rime
Pure c'è, questo povero amore
Che vorrebbe contagiare il mondo
E si estenua e invece tocca il fondo
E riparte con la morte nel cuore
Ma riparte, sordo al suo sentire
Tra silenzio, delusione e rabbia
Che consolazione! Finché scoppia
Tutto in pianto. Però ancora pronto
Sarò qui a sbagliare un'altra volta
Se di vita sa la mia rivolta
Se sconfitta sia la mia ribalta
Gatto strano, neanche tu ti fidi
Di paura graffierai i miei lidi
D'illusione di chi non impara
Quanto amara è ogni verità
Quanta vita muore in un addio
Un tatuaggio d'ombre sopra il ghiaccio
Che di pioggia ingombra il volto e intreccia
Muti ascolti d'aurore di maggio

C'è una notiziola minima ma gigantesca, strepitosa, che imperdonabilmente sta sfuggendo a tutti: la cantante Ivana Spagna denuncia la sosia perché le porta via il lavoro. Avete letto bene, e quel gran genio di Achille Campanile (o di Pirandello) non c'entra: tutto vero (al netto dei lifting), con tanto di strascico giudiziario in corso. L'abusiva non è immigrata e non è clandestina, per cui Salvini una volta tanto non potrà scatenarsi: si chiama Wanda Radicchi, alias, comprensibilmente, Wanda Fisher e a peggiorare le cose sta il fatto che pure lei canta, è corista. Per cui le riesce facile contrabbandarsi per l'originale, anche in considerazione di ritocconi facciali pressoché identici. La faccenda diventa perfino più gustosa quando si scopre che va avanti da una quindicina d'anni: la vera ed unica Ivana aveva portato davanti al giudice la clona (si potrà dir così?) all'inizio del millennio e poi si era convinta a ritirare la denuncia dietro la fatidica promessa: non lo faccio più. Invece non solo Wanda non ha smesso, ma ha inflazionato al punto da scatenare un caos biblico nel quale nessuno si raccapezza più: la povera Ivana o perde serate già soffiate dal doppelganger, o scopre di aver cantato là dove non era mai stata invitata. E gli impresari sono sempre più disorientati: sarà la vera, la falsa, o magari un facsimile del facsimile? Perché di tarocchi umani c'è una patologica offerta, è pieno di squilibrati e lunatici che si credono la reincarnazione di Celentano, Renato Zero o Vasco Rossi, con esiti traumatici. Almeno questa lo fa in modo professionale, il che, tuttavia, non conforta, e si può capire, il modello base. Probabilmente, a far saltare la mosca al naso rifatto alla nostrana Madonnina degli anni Ottanta, dai quali notoriamente non si esce vivi (“coz i'm a lady lady lady easy lady”), è stata la constatazione che l'usurpatrice ormai lavora più di lei: concerti, ristoranti, sfilate. E allora basta, ogni limite ha una pazienza. Ed è scattata la denuncia alla Procura di Monza per sostituzione di persona. Pare un fumetto delle sorelle Giussani speriamo non finisca a schifìo e per questo ci permettiamo, non richiesti, di suggerire una soluzione che potrebbe salvare capre, cavoli e plastiche: siete colleghe, siete uguali, mettetevi insieme e lanciate una tournée: “Trova la differenza”, Radikki & Cikorie, le gemelle diabolike. Successo garantito, magari l'anno prossimo Conti vi chiama pure a Sanremo.

La “cremazione diretta”, scelta da David Bowie per se stesso, è quella che non prevede anime vive: nessuno può assistere mentre qualcuno infila la bara nel grande forno che scioglie tutto; quindi la raccolta delle ceneri, la consegna ai familiari, il silenzio. Anche noi la abbiamo voluta per mio padre, otto anni fa e ancora non ci credo. Ricordo la strana sensazione, quel tepore che usciva dall'urna e spaventava pensare che così tanta vita, le tue stesse radici erano lì: ancora sembravano pulsare, chiamare, protestare. Tornavamo in macchina da San Benedetto, dove sta il crematorio, e ricevetti una telefonata dal mio amico più vecchio, Cesare, con cui ero cresciuto dall'età di 5 anni. Ebbe parole indimenticabili, e quel suo ricordo è una delle cose che mi hanno fatto più piacere. Anche mio padre scelse una vita convulsa, tre, quattro pacchetti di Marlboro al giorno, spesso senza mangiare, senza dormire: lui poteva funzionare solo così. E infatti se n'è andato all'età in cui se ne vanno le rockstar, 70 tondi tondi. Mi è morto in mano dopo due ore di agonia, di rantoli orribili: ho sentito l'ultimo battito del polso, con l'altro braccio cingevo mia madre che urlava. Quella notte, lei ha voluto dormire per l'ultima volta vicino al compagno di viaggio di una esistenza felice e non facile, l'unico che avesse mai avuto. Se n'è andato su un letto che si sfasciava mio padre, povero così come era nato, come un cantante di blues. In mezzo, qualche successo, tanta ingenuità, troppi errori. La sua urna è semplice, umile, un azzurro del color del cielo. Mia madre l'ha voluta nella sua stanza per molto tempo. L'ultima volta mi sono accorto che non c'era: “L'ho messa nell'armadio, quella è solo cenere, lui non è lì dentro, lui sta dentro me ogni momento che respiro, che sopravvivo ancora. Non sai quanto mi manca, a volte mi sento di essere già morta con lui”.

Per carità fermatevi. Ho buttato giù due righe, è valangato giù un referendum e non accenna a frenare. Consultazione non prevista e peraltro indicativa, in trascurabile misura, di una certa saturazione, a strabordante maggioranza, per alcune coscienze canterine usurate, oltre che della solita propensione all'intolleranza da parte di chi se la tira da pluralista, tollerante, aperto al confronto, Rino Gaetano dove sei. Ma non ho messo il compagno Guccini versus l'ambiguo Bowie e non ho espresso giudizi assoluti sul Francesco. Ho scritto che è deprimente la spocchia (sia pur mascherata da basso profilo) con cui si ostenta indifferenza, da musicista, verso un altro musicista così ingombrante. Ma è uscita una invocazione al de gustibus, che c'entrava come i famosi cavoli a merenda, e non poteva mancare la patetica chiamata a raccolta dei carbonari della rivoluzione proletaria. Amen, così funziona quello skateboard che è la rete: dirottando deragliando. Dopodiché, se a qualche nostalgico del Minculpop non sta bene la mia insofferenza per i cantanti barbudos, è un problema suo. Problema mio, invece, è dar conto di una critica che qualcuno mi ha mosso, certo con malizia ma non senza fondamento, rinfacciandomi un antico giudizio: definii, infatti, David Bowie “Emaciato Zarathustra dal talento più sopravvalutato che reale”. Mi riferivo specificamente alla sua giovanile infatuazione per Hitler, che non ho mai potuto accettare pur essendo stata in seguito superata e rinnegata. Io in quel giudizio fui avventato. Ma continuo a considerare (anche) questa star sovrastimata oltre il suo talento, comunque grandissimo. Non mi pare il caso di suddividere la sua carriera in periodi, come Picasso. Mi sembra esagerato voler trovare a tutti i costi nei suoi dischi significati che lui, probabilmente, neanche si sognava. Non capisco il suo paragonarlo a Mozart e a Shakespeare. Mi pare doveroso, invece, considerare che il suo Canone, così dispersivo, contraddittorio, a volte frainteso, ha saputo sviluppare una proposta artistica totale, in grado di impegnare chi ne fruisce, di pretendere adeguata maturità. A me è successo. Dovessi cavarmela con una battuta, direi che Bowie è stato un grande artista, sopravvalutato suo malgrado, che è morto da grande.
E adesso, in nome dell'amore, fermatevi.

Leggo una dichiarazione del menestrello Guccini e sorrido, di tristezza: Bowie non gli è mai piaciuto, sostiene, senonché lui non si intende di musica contemporanea. Per carità, uno può avere mille sacrosanti motivi per non apprezzare David Bowie (non era abbastanza compagno, non girava in eskimo, non inneggiava alla “giustizia pvoletavia”, non è mai passato per Pavana), ma insomma quell'ostentare estraneità è patetico. E incurabile: sempre quella cara, vecchia spocchia mascherata da svagatezza di chi si sente investito del diritto-dovere di preoccuparsi di tutt'altro, dalla giustizia sociale ai destini della sinistra, che ha abbondantemente frantumato i coglioni. Sempre quella pesantezza appenninica, quel cipiglio ideologico, quella cupezza da osteria. Quello snobismo nato canuto, barboso, barbuto. Ma quale “musica contemporanea”, cittadino Guccini? Siete pressoché coetanei, possibile che tu non ti sia mai imbattuto, col mestiere che fai, in un collega così ingombrante e complesso? Che nessuno, un giorno o l'altro, t'abbia pur detto: compagno, senti un po' qua? E va beh, proletario Guccini, sarai pure uno che suona da mezzo secolo senza schiodarsi dai soliti tre accordi con due dita sulla chitarra acustica,  il che fa di te uno molto impegnato, molto proletario, molto Woody Guthrie (in minore), ma anche un mestierante mediocre, uno che da suonatore si picca di sconoscere un altro che, piaccia o meno, ha recuperato, frullato, sperimentato tutti i generi (non solo) musicali possibili e immaginabili. Per qualcuno il mondo finisce in via Paolo Fabbri, per altri invece continua la curiosità, perfino sul letto di morte. Povero David morto troppo presto, senza fare in tempo a distribuire qualche altra patente di idiozia. 

Questo potrà sembrare un post fanatico da parte di un fanatico che si occupa di fanatismi musicali: pazienza, ma qui si parla in realtà di come dare una notizia, come fare informazione. Sulla morte della popstar David Bowie l'impatto, piaccia o meno, è stato planetario, dai grandi network come BBC e la CNN che hanno fornito una copertura degna di un leader politico o religioso (esagerando, se si vuole, ma tant'è), fino alla Santa Sede che, caso inedito, ha scomodato l'Osservatore Romano. Da noi, Mollica ha (de)rubricato la faccenda a notiziola da do-re-ciac-gulp, la sua cazzatella dove passano in rotazione sempre i soliti, Benigni, Fiorello, Mina, il fantasma di Fellini, eccetera, con contorno di superlativi, e limitandosi a un paio di aneddoti tra i quali quello con Celentano, il suo amicone (suo di Mollica). A questi livelli, meglio lasciar perdere del tutto, si fa una figura migliore o meno peggiore; questo è un modo di tirar via imbarazzante, o che almeno dovrebbe esserlo per la cara azienda, alias servizio pubblico, che ogni tanto dovrebbe pure avere il coraggio di cacciare qualcuno a pedate. Ma si può ricondurre sempre tutto a un cartone animato dal sapore privato, io, mammeta e gulp?

Il mondo deve ringraziare Sean Penn. Per i suoi film, il suo talento, ma soprattutto per il suo attivismo frenetico: lui lotta per le minoranze, per l'ambiente, per il pianeta, per la pace, per i più deboli, per i bisognosi, già groupie del diversamente democratico Chavez ha sempre una buona causa, come Sting e quelli che vanno da Fabio Fazio, insomma è di quelli che piacciono a papa Francesco. Nella sua lotta senza quartiere contro il capitalismo, pianta storta dai mali frutti, non ha risparmiato appelli, impegno, sostanze, pellicole, ed è per questo che lo ringraziamo. Ma il mondo deve ringraziarlo anche per un altro merito: si deve a lui la cattura del Chapo, il superboss messicano, quello che si vanta di “essere il più grande narcotrafficante mondiale di tutti i tempi”, e non c'è bisogno di aggiungere altro. L'FBI, infatti, lo ha rintracciato seguendo proprio Sean Penn, che con l'alto esponente internazionale si incontrava, ospite nel suo rifugio, per discutere di un film agiografico della sua vita. Sei bravo, sei, direbbe er sor Brega. E anche qui, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Come mai il compagno Penn s'intratteneva con un megacriminale dedito allo sfruttamento, al sangue e al narcotraffico globale? Anche lui per vanità? Per ambizione capitalistica? Per un gesto di ribellione estrema contro il liberismo, per la fascinazione verso il cattivo? Ma no, che andate a pensare. Lui, a prezzo di pericolosi sotterfugi affrontati per amore della giustizia sociale (praticamente un film nel film), trattava serenamente un ingaggio si presume milionario, e si presume anche da quali fonti, con el Chapo perché aveva la coscienza pulita, proprio così: candeggiata a forza di attivismo, di campagne, di denunce, di appelli, di sostegni, di mondi diversi possibili, di beau jest, di posizioni inappuntabili, e naturalmente di ospitate da Fazio ("Voglio ringraziare Bush e Cheney per aver creato l'Isis", con l'altro che ovviamente non fiata, non gli fa notare che l'Isis è di un decennio almeno posteriore, che queste sono sparacchiate da centro sociale). Insomma era al di là del bene e del male, poteva bene permettersi un ingaggio dal criminale numero uno, considerando poi che se non ci fosse il capitalismo non ci sarebbero sfruttati e sfruttatori, vittime e carnefici, criminali e brave persone. E basta con la storia della coerenza, è borghese la coerenza, lui, Sean, quando dice una cosa, ci crede davvero. E se si trovava col Chapo, era per una causa più grande, per un'altra Hollywood possibile, un impegno nobile, la vera storia di un figlio del popolo che ha dovuto lottare duramente per affermarsi, uno slancio sul quale, era scontato, gli sbirri corrotti dell'FBI hanno saputo come sempre giocare sporco: perché, come dice qualcuno da noi, siamo tutti controllati, tutti spiati, tutto quello che sai è falso, quello che non sai è vero e i voti della mafia sono irrilevanti. Per il buon Penn un Oscar, a quello che volete, al (bel) coraggio, alla tenuta ideologica, magari all'ipocrisia ovvero in rappresentanza degli attivisti planetari.

Non sembra essersene accorto nessuno, ma l'anno è cominciato all'insegna dell'assurdo. Delirante, ad esempio, è quello che è successo a Colonia, dove non è proprio come la raccontano e cioè che la polizia non si fosse accorta dei profughi o migrantes che molestavano le femmine, è, come molti mormorano, che le polizie dell'Europa socialdemocratica e riformista, non uscita dal comunismo asociale, hanno l'ordine sotterraneo di andarci piano, di chiudere un occhio e anche l'altro perché nessuno dei leader vuole passare per persecutore ovvero giocarsi la rielezione. Costi quel che costi, anche una strage, le stragi si dimenticano, il potere mai. Da cui le contorsioni di chi prova ad esprimere solidarietà alle donne assaltate “ma anche” agli assaltatori “ma anche” alla sicurezza “ma anche” alla solidarietà, perché “non bisogna generalizzare”. Discorsi a pera: come si possa essere solidali con tutto e il suo contrario, con vittime e carnefici insieme non si capisce, ma i virtuosi del whisful thinking, della realtà da sostituire coi bei sogni, dicono: tu non strumentalizzare. No, è che vi siete sbagliati e non volete sentire ragione, e se la realtà non rispetta le illusioni non fa niente, si esagerano le illusioni come quel ministro belga in fuga dalla ragione che ha proposto di mandare gli aggressori, arabo-islamici, a corsi di rispetto per le donne. Altro giro, altro delirio con Berlusconi il quale torna a definire dittatoriale la sinistra che gli mantiene quel conflitto d'interessi epocale che l'opinione pubblica ha ormai mitridatizzato, assimilato. Tutti gridano alla dittatura in un Paese dove quelli che timbrano e filano al Bingo vengono definiti furbi, furbetti e già una sospensione di qualche mese è considerata intollerabile (e puntualmente annullata da un giudice compiacente). Ma l'incubo più squisito è quello della setta grillina, emersa da liquami di camorra grazie alle iniziative di quel cacciatore di gloria mediatica di Woodcock, pm delle cause perse. Proprio loro, gli ossessi del giustizialismo di forca, gli adepti della trasparenza totale, delle intercettazioni no limits: vederli adesso contorcersi come aragoste sulla piastra è delizioso, ha il sapore di una Nemesi satirica prima che politica. Con l'intrigante Casaleggio che decide condanne e esecuzioni e il capocomico Grillo che dice: “A Quarto non abbiamo bisogno della camorra per vincere, i suoi voti ci fanno schifo”. Ma va là, Beppe, sii serio una volta.