LA CONVENZIONE EUROPEA


Siamo invecchiati dentro l'Europa respirandone le diffidenze dall'interno: unione artificiosa, monetaria, continente bancario senza un comune sentire, senza una appartenza condivisa, senza una occasione per mostrarsi nella sua fondatezza di casa comune. Bene, l'occasione è arrivata, è la più grave crisi geopolitica del dopoguerra e dalla fondazione unitaria. Occasione puntualmente sprecata per mancanza di presupposti: Putin occupa, invade, disloca le truppe e l'Unione Europea dice: ne parliamo giovedì. E non potrebbe essere altrimenti, perché l'Europa delle nazioni è come tante macchie che non fanno un leopardo: macchie di egoismo, di europeismo a parole ma di localismo nazionale nei fatti. A quasi un quarto di secolo dalla costituzione della casa comune, ciascuno degli inquilini mantiene obiettivi, problemi, condizioni incompatibili con tutti gli altri e solo la genericità di una crisi globale maschera e, in modo molto parziale, attenua le spinte centrifughe. In particolare i paesi più deboli, come - vedi caso - il nostro, debbono fare i conti con una serie di variabili endemiche, vale a dire storiche, che obbligano alla solita politica storica: parlare, stare con tutti e con nessuno, prendere tempo. Una politica cialtronesca che è esattamente quella che tutti si aspettano da noi.
Le variabili critiche sono energetiche e strategiche: chi ha meno autonomia, è costretto a dipendere. Noi, anche per la nostra illuminata scelta di rinunciare al nucleare civile, ci troviamo nelle solite ambasce che hanno determinato la nostra sudditanza democratica, alimentando persistenti strategie della tensione e favorendo l'eliminazione di Moro. La nostra collocazione geografica, insieme alla condizione disastrosa, ci lasciano inesorabilmente alla mercé di dittature che avalliamo fingendo di esecrare; nel caso specifico, languiamo fra l'incudine dell'Unione e il martello di Putin, al quale basta schioccare le dita per condannarci a morire assiderati. Un Paese che non ha energia è un paese per definizione esangue, ambiguo, ricattabile: è precisamente il servilismo parolaio tricolore, sul quale si installano ulteriori elementi di debolezza, quello legato alla difesa in particolare; e qui torna, sotto una luce diversa, la faccenda degli F-35, questi strumenti spaventosi, che non piacciono a nessuno, che costano sangue, ma che semplicemente l'Italia non può permettersi di rifiutare. Perché vincolata a trattati e intese che i faciloni noglobal, bellamente, non considerano; ma soprattutto perché uno Stato senza dotazione bellica è il ventre molle di un continente, l'anello debole incapace di presidiare i cieli, di intervenire in caso di minacce, di reggere all'urto di attacchi sotto molteplici forme. E l'anello debole, oltre a mettere in pericolo l'intera catena, viene per definizione sprezzato da tutti gli altri, diventa il parente povero al quale imporre le mortificazioni della coabitazione, una delle quali sono le discariche disumane di miserabile umanità in cerca di scampo. Ma non è solo questo: si deve anche calcolare, e qui si finisce dritti nella geoeconomia, che la tenuta, la forza di una moneta è anche, se non soprattutto, funzione della solidità militare. Gli Stati Uniti sono massicciamente indebitati, in proporzione anche più di noi, ma il grosso degli scambi a livello mondiale continua ad avvenire in dollari, perché gli Stati Uniti sono la nazione più attrezzata in senso bellico. Più dei subcontinenti emergenti, e certo più della Russia e della stessa Europa Unita (all'interno della quale il caso italiano torna come anello debole che pregiudica l'attendibilità dell'euro).

A completare il quadretto, una condizione di inadeguatezza politica ormai cronica. Non è il caso di scaricare la croce addosso ad un primo ministro in carica da una settimana, ma il fatto è che il giovane Renzi, il trentanovenne Renzi, non si è mai avventurato fuori Firenze e in un casino come quello ucraino non ha alcuna autorevolezza da spendere: lui lo sa, e fa quello che gli riesce meglio: parlare molto, per non dire niente. Quanto alle due ministre alla Difesa e agli Esteri, non mette conto parlarne, e non certo perché siano rosa, ma perché letteralmente non esistono. La Pinotti, quella più direttamente investita dell'emergenza, l'ha fronteggiata eroicamente andando a correre una maratona, sprizzante sorrisi e avvolta dalla scorta. Uno spettacolo muliebre che non ha mancato di rallegrare le diplomazie internazionali in mezzo a tanta tensione. Il governo di esordienti totali, nella polveriera russo-ucraina, continua a ricevere indicazioni da Napolitano, oltre che dai soliti elementi esperti che restano dietro le quinte. Per corredare il tutto con il solito, immancabile tocco di surrealismo, non mancano i flippati della situazione, i Giulietti e le Spinelle (pur figlia di cotanto padre), reparti d'avanguardia del Fatto, giornale liberale, montanelliano nei sogni di Travaglio, che s'illudono su una risorgenza della Russia leninista. Ma queste sono macchie di grottesco da “Grande Bellezza”: la cosa urgente, e tragica, è che alla sua prima vera occasione per dimostrare di essere qualcosa in più di una espressione geografica, l'Unione Europea ha fallito clamorosamente; perché non poteva fare altro, perché non c'era.

Commenti

  1. ottimo e aggiungerei che, per un beffardo gioco della storia, l'evanescenza della UE rifulge in pieno a un secolo esatto dallo scoppio della prima guerra mondiale e a quasi 70 anni dalla fine della seconda (le due guerre sono in realtà un'unica guerra europea, come ben dice Hobsbawm nel suo "Il secolo breve") al termine delle quali la vecchia Europa si ritrova privata della sua supremazia politico / militare sul resto del mondo, sostituita dagli USA....insomma l'Europa è divisa e fragile esattamente come nel 1914 e la costruzione di una casa comune ideata per evitare lo spettro di una terza guerra europea è molto debole e vacillante, oggi più che mai....i nazionalismi sono risorti e Berlino, Parigi e Londra contano molto di più di Bruxelles e di Strasburgo, vuoti simulacri di un'unione meramente burocratica e bancaria...la Russia di Putin è imperalista ora come lo era quella zarista e come lo è stata l'Unione Sovietica.... quanti all'Italia, beh si comporta come al solito nella storia, mai una linea politica chiara e netta, guidata da obiettivi di breve termine a seconda delle convenienze del momento, pronta a cambiare bandiera o a sfruttare il momento, imbelle, inadeguata e cialtrona agli occhi del mondo: in questo senso l'immagine grottesca del film di Sorrentino si adatta perfettamente alla situazione italiana....ventre molle dell'alleanza Nord Atlantica e ventre molle dell'Europa finanziaria....anello debole per definzione dalla caduta dell'impero romano d'occidente....se qualche cambiamento ci sarà da noi sarà, come sempre, solo la conseguenza obbligata di eventi internazionali e se qualcuno porrà mano alle vicende italiche per "aiutarci" lo farà perchè un ventre troppo molle può far male all'intero organismo ....noi però siamo e rimarreno avviluppati in una sempiterna decadenza
    Davide, Milano

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