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C'ERA IL SOLE



C'ERA IL SOLE
Fermo lì, smettila di scrivere. Adesso voglio raccontarmi un momento perduto, che resterà sempre dentro me. Stasera mi sto annoiando ferocemente, frugare tra le pieghe di internet non serve, sono sul punto di chiudere, mi casca il pensiero su youtube e di qui sul calcio di una volta. Cercare “Italia mondiale 1982” è un attimo e m'imbatto in una puntata di “Sfide” che celebra Enzo Bearzot. L'avevo persa. L'ho ritrovata. Caro “Vecio”, che odoravi di pulito, di galantuomo. Che dicevi cose pazzesche come “Ogni tanto è necessario anche perdere una partita, per capire che famiglia hai formato”. Non ti conoscevo anche così colto, disposto a disquisire di storia, di musica, di invasioni barbariche. Sempre la stessa faccia, anche vent'anni dopo: solo, come dire, più interessante. Più giovane. Brizzolato ma sempre asciutto, come intagliato nel legno. Il legno di un italiano che non c'è più, uno tutto d'un pezzo, uno che bastava la parola, la stretta di mano. E che lo stesso chiedeva e riconosceva ai suoi giocatori. Non dice calciatori Bearzot, dice giocatori, con la sua cadenza friulana. E tutti i suoi giocatori, che adesso lo stanno portando a spalla nella bara, lo ricordano come un padre e una volta tanto non è una frase fatta: non ce n'è uno al quale gli occhi non piangano. Poi le sequenze di quelle due settimane incredibili, rimaste nel cuore di chiunque le abbia vissute. Scrivo retorico, lo so, uso frasi fatte a profusione, ma lo faccio apposta: noi, tutti, eravamo quel Mundial, lo abbiamo vissuto come i giocatori, come Bearzot. Avevo 18 anni appena fatti e non ricorderò più un momento di simile coesione, di empatia popolare. Un Paese intero in stato di grazia. Come se ciascuno di noi, nelle nostre case, avesse avuto un ruolo preciso, una missione d'entusiasmo.

Dice Bearzot: “Abbiamo vinto pulito, e nessuno potrà mai dire il contrario”. Qualcuno ci provò, e io fui quasi tentato di credergli; può darsi benissimo che siamo corse pastette e pasticche, intendiamoci. Ma quello che quel rompicoglioni frustrato di Beha non ha mai voluto riconoscere, è che alla fine quella vittoria rimase pulita, e la si doveva anzitutto a Bearzot, che era un uomo fragrante. Volergliela scippare è stata la tipica vigliaccata dell'invasato, del rivoluzionario che di fronte alla ghigliottina non resiste, vibra sconvolto dal piacere, ogni testa che rotola è un orgasmo. Io sento, più che ricordare, ancora dentro me la felicità di quelle partite, del rivederle la sera, di quella televisione a colori mai così brillante. Anche il rito dei giornali, al mattino e per tutto il giorno, stavo al mare e non ne mancavo uno. Vivevo, vivevamo per un'altra partita. Un'altra impresa. Una nazione nelle mani del suo commissario tecnico.
I giornalisti che da sprezzanti, da carogne, diventano leccaculi, adulatori oltre il limite del patetico (Bearzot, gentiluomo oltre che galantuomo, rinuncerà a ricordarsene nell'ora del trionfo). I giocatori che non parlano, hanno la faccia marmorea di Zoff, i tratti putteschi e un po' perversi di Cabrini, di Antognoni, e poi la cortina di fumo della pipa del Mister. E ogni due o tre pomeriggi, il ritorno in campo, prima con la scaramanzia della disperazione: dove andiamo, tra Argentina e Brasile? Poi, con sempre più famelica fiducia: non possiamo fermarci proprio adesso.
Alla fine, la vittoria era diventata un dovere per la Nazionale, e un diritto per noi. E continuarono fino alla fine, questa è storia, un volo dietro l'altro, fino alla notte dell'11 luglio al Bernabeu, perennemente illuminata dai flash delle macchine fotografiche non ancora digitali, non ancora nei telefonini. Niente internet, niente youtube, si compulsava la televisione, che non mandava altro, e si aspettava la mattina per dar l'assalto all'edicola. Spuntavano bandiere dappertutto. C'era il sole, c'era sempre sole.
Scendono in campo carichi, sereni, Bearzot, che è umile ma di un'umiltà furba, concreta, li ha preparati: fateli ballare una mezzora, che non stanno in piedi. Infatti i crucchi parevano ubriachi, sono arrivati a quella finale sapendo di perderla, possono solo picchiare ma serve a poco. All'intervallo, negli spogliatoi, il Mister aggredisce Cabrini: non perché ha sbagliato il rigore, ma perché è demoralizzato: “Ma non vedete che li abbiamo in pugno?”. Tornano sul prato, e ne fanno tre in 20 minuti. Quando l'arbitro brasiliano Coelho stoppa il passaggio di Causio e leva il pallone in alto, con le mani, si sente la triplice esultanza di Nando Martellini, quasi la colonna sonora di un istante storico, e Bearzot viene sparato in cielo come un missile dai suoi giocatori; a me resta negli occhi il naso malinconico e allegro di Scirea, il primo ad andarsene, in un attimo assurdo.
Fu, credo, l'ultima schietta manifestazione di gioia collettiva quel trionfo davvero popolare, a cavallo di una modernità che stava per arrivare ma conservava profumi di un'Italia ancora naif, rustica, affezionata al fiasco di vino, alle tagliatelle. Che si rovesciava in strada, sui macinini, sui motorini, senza pensare di riprendersi per youtube, quindi già recitando, come fosse stata lei la protagonista. Un'Italia ancora genuina nel suo delirio. Dall'indomani niente sarebbe stato più come prima. Cominciava la Milano da bere, l'età della Borsa, del consumismo sfrenato, dei viaggi organizzati, della politica senza più faccia né vergogna, dei gadget tecnologici, dell'ingenuo miracolismo della tecnica, della moda uber alles. Bearzot non vivrà altri trionfi, nel 1986 uscirà di scena con la sua Nazionale, immagine e somiglianza di un'altra Italia, più pretenziosa e meno furba, più arrogante e meno capace. Talmente corrotta, che lui stesso preferirà sparire, lasciarsi dimenticare. Non gli riuscirà: la gente continua a riconoscerlo, a volergli bene, lui stesso se ne stupisce. E invece è diventato il testimone di un'Italia perduta, rimpianta, niente può cancellare il ricordo dell'uomo, quel suo profumo di galantuomo che aveva avvolto un Paese intero, rendendogli orgoglio ed entusiasmo per due settimane. Due settimane così magiche da sembrarci incredibili ancora oggi: i suoi ex giocatori, quando ne parlano, tradiscono come un trasalimento: ma eravamo proprio noi?
Anche io, scorrendo quelle immagini questa sera, non riesco a capacitarmi che siano passate 30 estati con quella che verrà, non riesco a realizzare di non essere più l'adolescente tribolato di allora e tantomeno di ritrovarmi l'uomo, quasi il vecchio, incallito benché non meno fragile, che vedo allo specchio: non sono invecchiati solo i giocatori, constatarlo è la cosa più difficile e più facile.
Ma a me tutto questo importa poco. Quello che davvero mi manca, quello che mi brucia, è ritrovarmi in questo tempo. Io sono orfano di un Mundial, di due settimane, di un'estate acerba e irripetibile, che non mi fu regalata da un primo amore ma da un friulano intagliato nel legno, che mandava un rassicurante profumo di lealtà e di tabacco.

Commenti

  1. Mandi, Enzo. Un brâf furlan.

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  2. Mi ricordo di aver cominciato a leggere per caso il tuo blog nei giorni di un altro trionfo mondiale, ben 6 anni fa.Uscivo da un anno piuttosto problematico, dove sbattere la testa sul pavimento era l'unico modo per non lamentarmi ad alta voce. Mi ricordo che nei giorni successivi alla vittoria,scrivevi di quell'euforia durata solo poche notti,svanita in un soffio,sparita dai volti di chi incontravi, facce che tornavano ad essere contratte e deformate, come se nulla fosse successo.A quella squadra sciamannata ma vittoriosa in Germania, guidata da un antipatico di professione,devo lo slancio che poi ho ritrovato e coltivato man mano che i mesi passavano. Quell'intimo sussulto di euforia infantile,per me ancora non è svanito, nonostante il dio pallone sia per lo più il regista di tristi farse piuttosto che di favole.

    Francesco,Roma

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    1. sì, ricordo. e comprendo: il bello dello sport è che malgrado se stesso, resta capace di parlare al ragazzo che è in noi.

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  3. L'estate scorsa ho letto il libro di Garanzini su Bearzot, bello quasi come quello su Rocco. E questo pezzo è una bellissima postfazione a quella biografia-intervista. Mi spiace solo di non aver potuto vivere, causa l'età, quel Mundial. Mi sono accontentato di quello del 2006, anche se come, dice il lettore qui sopra, tempo due giorni ed è stata scordata.
    vitandrea

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    1. nel 2006 non c'era più quel sole, non c'era poesia. non c'era bearzot.

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