LEGITTIMA DIFESA (L'UOMO CHE ERA TROPPO BUONO)


Modesto Umiliati era un uomo mite. Un uomo abituato a sopportare. Fin da bambino gli era stato insegnato a non ribellarsi, non reagire, non trascendere, non dare cattivo esempio, non fare scandalo pubblico, ad essere sempre al di sopra degli attacchi, delle meschinità, delle bestialità, della vendetta, del rancore e, come il Signore del catechismo voleva, a porgere eternamente l’altra guancia per guadagnarsi il cielo.
E Modesto Umiliati, fin da bambino, di guance ne aveva porte mille, a chiunque, in ogni occasione, sempre abbassando il capo, sempre lasciando perdere, dopo avere guardato la sconfitta di turno con due occhi profondi e sempre più disperati mano a mano che cresceva.
Questo era cominciato all’età di sei anni, dopo che Modesto Umiliati, allora Modestino era stato quasi ucciso da un compagno che ai giardini pubblici lo aveva scaraventato nella piscina piena d’acqua, rischiando d’annegarlo. Era stato salvato da un genitore che, mentre lui già boccheggiava, più stupito che sconvolto, s’era buttato tutto vestito in piscina, restando in ammollo fino alla cintola e ripescandolo per la collottola come un gatto inzuppato e punito per la sua incoscienza. Ma Modesto Umiliati non aveva nessuna colpa, e quando vide che il suo carnefice, per nulla pentito, lo additava agli altri bambini ridendo, la mano scattò da sola: un buffetto più che un pugno, che gli guadagnò una gragnuola di cazzotti veri dal teppista e soprattutto la sfuriata della madre a casa, una volta informata di tutto: “Guarda come sei ridotto! Delinquente! Assassino! Mi farai morire! Vergognati, tuo padre che si ammazza per mantenerti! Chissà cosa diranno adesso gli altri! Ti sei picchiato in strada come un ladro! Dovevi lasciar correre! Non sei più mio figlio!”.
Modesto Umiliati pensò che forse sarebbe stato meglio restare affogato, e da quel giorno non si azzardò più a reagire ad alcun sopruso, a qualsiasi provocazione, anche la più infame.
Le prese regolarmente da tutti i compagni delle elementari, delle medie e delle superiori. Le ragazze lo evitavano e lo deridevano, chiamandolo “cuor di coglione”. A quindici anni tentò di farsi coraggio iscrivendosi ad un corso di arti marziali: lasciò perdere dopo tre lezioni, quando negli spogliatoi un ragazzo dallo sguardo fisso, spento gli rovesciò con grande enfasi la sacca coi vestiti nella doccia nelle atroci risate di tutti. E quando Modesto Umiliati, rinfilati i suoi abiti zuppi nella sacca, fece per posarla sulla panca, l’altro gli disse che avesse osato glieli avrebbe fatti volare dalla finestra. Ovviamente Modesto Umiliati restò per un attimo infinito con la borsa in mano, mentre tutti lo guardavano, prima di voltarsi e tornare a casa senza una parola.
Provò allora a far ginnastica in casa, ma la stanchezza di cui sempre soffriva aveva il sopravvento. 
Al liceo fu il bersaglio di quasi millecinquecento studenti, e anche di qualche insegnante. All’università non ebbe il coraggio d’iscriversi. Il servizio militare fu un inferno, che lo portò a un passo dal suicidio. Trovò poi un lavoretto a domicilio, una di quelle mansioni insignificanti che non servono a nessuno: più che pagarlo lo sfruttavano, maltrattandolo quotidianamente per telefono, e lui mai una reazione, un’obiezione, un sospiro. Solo lunghi silenzi. Usciva poco, malvolentieri, solo quando aveva davvero bisogno di qualcosa. I condòmini facevano quello che volevano. Uno gli rigò tutta l'utilitaria, circondata proprio, e poi quando lo incontrava gli faceva oscillare le chiavi in faccia con un sorriso maligno. Un altro faceva sempre orinare il cane sopra il suo zerbino, e la notte, nelle ore più fonde, si divertiva a giocarci davanti alla porta, facendolo abbiaiare. Poi saliva e spostava tutti i mobili, saltando forte, facendo cadere gli oggetti più pesanti. Di giorno Modesto Umiliati non poteva lavorare, di notte non poteva dormire. I nervi, già fragili e messi a dura prova, gli saltarono e dovette curarsi con farmaci sempre più potenti. Soffriva d’inappetenza, che in seguito trasformò in una bulimia isterica. L’impossibilità di rilassarsi e riposare influì ovviamente sul lavoro, e dopo qualche settimana di strafalcioni fu lasciato a spasso senza complimenti. La posta non gli arrivava o la trovava aperta o a terra, calpestata. Al motorino, che lasciava davanti al cancello mentre faceva la spesa, una volta un ragazzo del condominio tagliò le gomme e ruppe la manopola, e mentre Modesto Umiliati, constatando il danno, si disperava, sopraggiunse il padre insultandolo e minacciandolo: aveva forse qualcosa da dire? E poi gli aveva mollato una manata in faccia, condendola con uno sputo che si confuse alle lacrime. Poiché tale è la natura degli uomini, che quando trovano un loro simile più debole e mansueto subito se ne approfittano, diventando peggio delle belve. A trentacinque anni Modesto Umiliani era un uomo mai nato, un vecchio finito, un pensionato senza pensione che contava gli spiccioli che ancora gli restavano prima d’infilarsi in un futuro vuoto di vita e di lavoro, di speranza e di futuro.
Una volta, una sola volta si risolse a chiamare i vigili. Non fu per rappresaglia, la famiglia dell’ultimo piano, composta da noti camorristi, lo aveva praticamente sepolto vivo ammassando contro la sua porta di casa una muraglia di mobili ammuffiti, materassi sfondati, elettrodomestici inservibili: come una discarica. Arrivò un vigile che sembrava un membro della famiglia e chiese: “Cosa succede qui?”. “Niente” rispose il capo della famiglia “è questo stronzo, questo infame che rompe i coglioni perché non ha di meglio da fare. Verme, figlio di merda, ti faccio la fotografia, ti ammazzo” aggiunse e gli tirò un fortissimo schiaffo sulla testa. Il vigile fumando disse che “tutti dovevano abbassare i toni”, poi se ne andò. La notte seguente fecero saltare la porta di Modesto Umiliati con la dinamite: a parte lo spavento, dovette restare senza porta e senza dormire per tutto il fine settimana, e la riparazione gli costò moltissimo anche perché il fabbro, conoscendolo, se ne approfittò crudelmente.
Ma ormai la sofferenza e il desiderio di esistere erano stati espulsi dalla sua anima. Modesto Umiliati, vittima sacrificale, agnello coi peccati del mondo, capro espiatorio, era un asceta, un mistico inattaccabile dalla brutalità del consorzio civile, che pure continuava a subire: rimbalzava su di lui, oramai invulnerabile, e quasi gli suscitava addirittura una sorta di comprensione curiosa per quegli esseri umani che, potendo far del bene ad un loro simile, finivano invariabilmente per fargli male, sapendo che non ne avrebbero avuto pregiudizio. Nè era lecito affidarsi allo Stato, alla sua forza legale. Perché lo Stato, da che esiste, rispetta nel delinquente quello che è un po' come lui, mentre al mite, al debole, fa scontare ogni colpa e in più si permette di fargli la predica se, sia pure in punta di voce, si azzarda a protestare: “Ma come, un cittadino come lei, uno che ha studiato, che conosce le leggi, e si riduce così? Ma che cosa vuole, infine? Come osa disturbarci? Non lo vede che abbiamo il nostro daffare? Via, via, ritorni di dove è venuto e se mai non tralasci i suoi doveri, che c'è già abbastanza traffico cui badare, qui”.
Così, a forza d’assorbire ingiustizia e malvagità, Modesto Umiliati era diventato buono, ma buono sul serio, non per vigliaccheria o impotenza: si era depensato, aveva tolto da se la volontà, come consigliava Schopenhauer, non provava più voglia di vendetta, mortificazione o vergogna, i torti subiti potenziavano la sua umanità, la sua comprensione, e un vero, sconsolato amore per quanti si accanivano su di lui. E la sua fama, se così possiamo chiamarla, s’era allargata come quella di una pianta strana, cui potevi strappare tutte le foglie e ancora non sarebbe seccata, sarebbe rimasta ferma, immota, per rifiorire la primavera seguente carica di nuove foglie da strappare. Gli capitarono puttane, ladri, spacciatori, tossici, risorse comunitarie ed extracomunitarie, e ciascuno di loro gli rubò un pezzo di sonno, di giorno, di vita. Gli fu impedito pensare, riposare, uscire, rientrare. Gli divenne problematico svolgere qualsiasi occupazione, qualunque attività. Gli restò impossibile sperare, assaggiare una stagione che cambiava, festeggiare, sia pure da solo, una qualsiasi ricorrenza. Si dimenticò dei suoi compleanni, non sapeva quasi più neppure uscire. Sepolto vivo, prigioniero nel suo tugurio.
Così Modesto Umiliati un pomeriggio di sole restava appoggiato al balcone, osservando alcuni ragazzini impegnati a passarsi la palla da un capo all’altro della strada: si divertivano rischiando di provocare incidenti, ridevano osservando le frenate brusche delle macchine in transito; il gioco si fece più serrato, i calci alla palla più violenti. I ragazzi sapevano qual era la macchina di Modesto Umiliati, parcheggiata sempre allo stesso punto, rotta dappertutto, e godevano un mondo a centrarla con pallonate sempre più potenti. Modesto Umiliati, proprio come una pianta, li osservava impassibile, voleva scoprire se la sua presenza al balcone sarebbe servita a dissuadere i ragazzini dall’insistere. Tutt’altro. Uno prese la mira e scaricò una bordata contro l’automobilina di Modesto Umiliati, distruggendo lo specchietto destro appena sostituito. Poi levò lo sguardo in alto, fissò Modesto Umiliati immobile al balcone e prese a ridere forte, e il suo suono, la sua espressione erano uguali a quelli dell’altro bambino che, trent’anni prima, aveva scaraventato Modesto Umiliati nella piscina. Allora Modesto Umiliati, con movimenti meccanici, staccò la scure che attendeva da troppi anni appesa al muro del soggiorno e, senza fare chiasso, scese in strada.

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