QUALE PREZZO


Nomade controvoglia, zingaro senza pace, così ho speso il mio tempo. Abbandonando approdi. Tu sai cosa significa vivere in una pelle non tua? E la pelle non è quella che hai addosso, che ti ricopre, è fatta di strade, visioni, spifferi, è fatta di quel respiro che respiri e che è diverso dappertutto. E' fatta di odori inconfondibili, di scorci che riconosci, di linguaggio nel quale ti ritrovi. E' fatta di sentirti a casa. Da trentacinque anni io non sono a casa. Posso sforzarmi quanto voglio, posso vivere le foglie che spuntano, il mare in burrasca, il vento che mi parla, ma queste ombre, questi sapori non sono la mia pelle. E ovunque io muova i miei passi, mi sento estraneo a me stesso, e un macigno di niente mi schiaccia, mi toglie le forze, ogni momento, ogni risveglio. Essere nella mia pelle è sentirmi vivo, e io da una vita non mi sento vivo. Non lo sono più. Ogni slancio è stato patetico nell'amare. Non lo so come ho fatto a restare in piedi nonostante tutto, una volta un poeta mi ha detto che era necessario per scrivere, il mio compito al mondo. Ma io non ci credo, questo scrivere è inutile, non mi ha portato niente e non c'è risarcimento per una vita abortita. Scrivere non è vivere, è il suo contrario e io non ho una pelle, non so più da quanto. Nessuna strada è mia sotto i miei passi, nessuna chiesa mi accoglie, anche Dio parla con voce diversa se non sei al tuo posto, diventa incomprensibile e il cielo è solo una macchia, impersonale, distante. Qui mi scontro eternamente con la mia estraneità, qui nessuno mi ha fatto sentire a casa. Qui c'è solo la voglia di fuggire, di spegnere questo buio, di chiudere una vita che non c'è, non c'è mai stata, non ci sarà mai. Qui è la morte della poesia, della scrittura e di ogni Dio, qui è la pelle caduta, ripiegata in un angolo, che mi parla con voce sempre più fievole. Io custodisco vortici, baratri, ogni giorno è una metropolitana che mi passa davanti senza fermarmi e niente più mi salva, non scrivere, non il mare, non sognare, neppure chi mi legge, mi scrive, mi si affida. Non voglio essere più di conforto a nessuno. Ogni giorno è un piatto che trangugio senza alcun senso. E sono stanco di fare e disfare sempre la tela della speranza. Non c'è prezzo per questo prezzo, non c'è rivalsa. Ecco perché non cerco ribalte, non mi importa del successo, di dar prova di me in qualche zoo televisivo. Se un talento avevo, è lì a testimoniare che si è consumato nel posto sbagliato, e i miei occhi non trovano più amore su nessun ramo, nel volo di nessun uccello, in nessuna alba sulla distesa splendente del mare, in nessuna via che brilla di negozi. I miei occhi si specchiano nello sguardo senza luce di chi non chiede, non prega oltre, non s'illude. I miei occhi non vedono più, e vedere oltre il non visibile era tutto per me. Ho prosciugato ogni sensazione, ma questo non sono io, questa non è la mia pelle, non sono più chi ero e non sono chi sono. Quale Dio può ripagare tutto questo?

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