L'IRRESPONSABILITA' DEMOCRATICA


Oggi ho avuto l'ennesima conferma che segnalare qualcosa di pericoloso non serve: prima, bisogna aspettare la tragedia, poi se ne può parlare. Se informo chi di dovere che una situazione di abuso e illegalità origina una condizione di rischio, come spesso accade, mi sento rispondere col seguente sillogismo: io dell'illegalità non so niente, non voglio sapere niente, non è affar mio, quindi il pericolo non c'è. Ecco perché poi sentiamo al tigì che due ragazzi o una coppia di vecchi saltano per aria insieme a una palazzina, o una famiglia scompare sotto le macerie o una casa viene inghiottita dall'alluvione e così via. C'è sempre qualcuno che non sa, non vuole sapere, problema risolto. Tanto, quando poi la magistratura, pateticamente, "apre un fascicolo", ci sarà tempo, a suon di perizie, controperizie e superperizie, per buttare tutto in vacca: la colpa sta a monte, signora mia, ci vogliono più risorse. Ogni strage, ogni delitto, ogni vergogna nazionale sono buoni per chiedere più risorse, mai per ottenere la punizione degli effetti responsabili, che non sanno e non vogliono sapere. Settant'anni di irresponsabilità democratica, di linea delle palme che risale fino alle Alpi, non li risolvi, non li cancelli, possono solo peggiorare, ammesso che qualcosa da peggiorare resti. Chi ci marcia lo sa, e siccome in Italia più o meno tutti ci marciano, per forza o per amore, ma soprattutto per vocazione, questa è una Repubblica fondata sul non so, non voglio sapere, non mi compete. Anche se compete e come. E non sarà certo il premier ragazzino di turno, uno che pronuncia frasi incredibili come "L'Italia ha vinto col Belgio perché il vento sta cambiando", ad arginare di un millimetro la degenerazione irresponsabile (anzi).
Poi, il lavacro collettivo, l'autodafé generale è un altro paio di maniche e serve a esorcizzarci come popolo, istituzioni comprese. Non posso uscir di casa che davanti al supermercato, al bar, al semaforo, c'è sempre qualcuno che mi vuol far sentire in colpa col cartello "ho fame". Se andassi in giro così io, mi direbbero subito di darmi da fare, ma per i migranti "della terra" non vale. Ammettiamo tranquillamente che così sia, che partano penalizzati: ma perché le ingiustizie del mondo debbo combatterle io con le mie pezze al culo, e soprattutto che senso ha svuotarsi le tasche, come pretenderebbe il papa, per mantenere tutti, belli e brutti? L'unico risultato è che, l'indomani, arriverebbero intere dinastie, sospinte dal passaparola. La povertà non la combatti coi pannicelli e le elemosine, la combatti responsabilizzando e promuovendo le condizioni. Il papa e non solo lui dovrebbe porseli certi problemi, per esempio perché in Africa da tempo immemorabile non sia possibile promuovere alcun presupposto di sviluppo: sempre colpa dei conquistadores del Seicento? Un'altra cosa ci si potrebbe porre e cioè il problema di dove vadano sprecati certi fondi: per alimentare il giochino delle rinnovabili, che non rinnovano quasi niente, i soli Stati Uniti hanno stanziato in pochi anni la assurda cifra di cinquemila miliardi di dollari, ripeto: cinquemila-miliardi-di-dollari. Col risultato che specchi e mulini vengono alimentati dai soliti carbone, petrolio e atomi. Sai la lotta alla miseria che si poteva fare, con cinquemila miliardi. Sai l'energia vera che si poteva implementare, favorendo uno sviluppo reale, non basato sulla follia della decrescita "felice". Ma se non si getta alcun seme di civiltà, serve a niente, come ripete da anni l'economista africana Dambisa Moyo. L'elemosina genera solo altra elemosina, anche quella è un modo per dire "non so, non voglio sapere", anche se dà l'impressione opposta.

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