DIRE "ALT" E ANDARE AVANTI




e tutte le piattaforme digitali

Leggo che l'ultimo disco di Renato Zero, "ALT", sta vendendo pochino: a costo di scrivere "l'avevo previsto", dirò che un po' mi spiace, ma non mi stupisce: sconta gli album precedenti, una persistente sclerotizzazione della formula e del personaggio; questo nuovo lavoro magari non lo merita, ma tant'è. L'analisi approfondita la faccio nell'ebook uscito da poco, "Giocare Agli Indiani", qui propongo solo un paio di riflessioni a margine. Parto dal suono, perchè non è vero che la prima impressione non è quella che conta: conta e come, e nella musica conta forse più di tutto. Bene, qui il suono è un po' più arioso che in passato, ma manca di incisività in particolare nelle chitarre elettriche, che sono puramente funzionali quando non decorative. Urge recuperare un manico di personalità, perché un bell'assolo, al momento giusto, trasforma la routine in scintille. Detto questo, un disco come "ALT" a me pare spaccato in due: una metà contiene brani ancora echeggianti il passato recente, come tali prescindibili; l'altra, invece, offre episodi più indicativi dell'artista a questo punto della carriera, e secondo me rappresentano quanto di meglio cantato negli ultimi 20 anni: diciamo le tracce dalla 2 alla 7, e in più la 9 e la 11. Un album di transizione, ancora dopo 50 anni di carriera: perché no? Se riuscirà a liberarsi dei residui luoghi comuni - un concetto di rivoluzione, in effetti di rivolta, del tutto inconsistente; dei catastrofismi di maniera - non è affatto vero che il pianeta muore, che gli orti diventano deserti, che il mondo di un atemporale medioevo era bello, pulito e saggio; di certo qualunquismo grillino telefonato - i politici (meno loro, si capisce) tutti ladri, deformi e incollati alla poltrona; dall'autoreferenzialità da passato prossimo - d'accordo, sei stato irripetibile, ma ce l'hai detto in mille canzoni, Zero può riservare ancora sorprese al suo pubblico: a patto che non lo identifichi, e secondo me qui sta l'errore capitale di strategia, nel corpus dei sorcini, una realtà molto rumorosa ma anche tanto sopravvalutata. Ma, al di là del loro confine, ci sono tante solitudini da raggiungere, possibilmente in modo meno rivendicativo. La strada migliore resta quella proposta da Flaiano: non c'è vera rivoluzione che non parta dai sentimenti. E' stata sempre percorsa da un performer che ritorna assolutamente rappresentativo, anche del suo passato, non appena fa il punto con la sua condizione, di artista e di uomo - "Artista, dove vai?" - e, mentre recupera quella sincerità nell'insoddisfazione che lo ha reso unico, pare eradicarsi anche da se stesso. I mari di dentro, Zero ha sempre saputo navigarli, spesso con poesia originalissima e ardita. Parere personalissimo: la soluzione giusta, dopo una simile carriera, è ancora questa. Più immediata, più diretta, sgravata da quella maniera che Leopardi nello Zibaldone chiama "artificio", ma questa, che poi è la stagione migliore dell'epoca che ci regalò.

Commenti

  1. Articolo condivisibilissimo, Alt è un buonissimo disco, addirittura ottimo visti i tempi che corrono. Paradossalmente il difetto è proprio questo voler essere un disco politico-sociale-impegnato. In questo Zero manca di profondità e cultura, e alla fine risulta superficiale. Ma, ripeto, il lavoro è molto buono ( In questo misero show e La voce che ti do, forse il meglio ). L'insuccesso commerciale temo dipenda semplicemente dal fatto che Zero sta passando di moda: è successo a Venditti, Baglioni, ora tocca a lui. Chiedo a Massimo se a suo parere la svolta autarchica lo sta penalizzando sul piano commerciale. Comunque, sorcini, fan e appassionati vari, unitevi: Renato è vivo ( e lotta insieme a noi ). Marco

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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