ANCHE MIO PADRE


La “cremazione diretta”, scelta da David Bowie per se stesso, è quella che non prevede anime vive: nessuno può assistere mentre qualcuno infila la bara nel grande forno che scioglie tutto; quindi la raccolta delle ceneri, la consegna ai familiari, il silenzio. Anche noi la abbiamo voluta per mio padre, otto anni fa e ancora non ci credo. Ricordo la strana sensazione, quel tepore che usciva dall'urna e spaventava pensare che così tanta vita, le tue stesse radici erano lì: ancora sembravano pulsare, chiamare, protestare. Tornavamo in macchina da San Benedetto, dove sta il crematorio, e ricevetti una telefonata dal mio amico più vecchio, Cesare, con cui ero cresciuto dall'età di 5 anni. Ebbe parole indimenticabili, e quel suo ricordo è una delle cose che mi hanno fatto più piacere. Anche mio padre scelse una vita convulsa, tre, quattro pacchetti di Marlboro al giorno, spesso senza mangiare, senza dormire: lui poteva funzionare solo così. E infatti se n'è andato all'età in cui se ne vanno le rockstar, 70 tondi tondi. Mi è morto in mano dopo due ore di agonia, di rantoli orribili: ho sentito l'ultimo battito del polso, con l'altro braccio cingevo mia madre che urlava. Quella notte, lei ha voluto dormire per l'ultima volta vicino al compagno di viaggio di una esistenza felice e non facile, l'unico che avesse mai avuto. Se n'è andato su un letto che si sfasciava mio padre, povero così come era nato, come un cantante di blues. In mezzo, qualche successo, tanta ingenuità, troppi errori. La sua urna è semplice, umile, un azzurro del color del cielo. Mia madre l'ha voluta nella sua stanza per molto tempo. L'ultima volta mi sono accorto che non c'era: “L'ho messa nell'armadio, quella è solo cenere, lui non è lì dentro, lui sta dentro me ogni momento che respiro, che sopravvivo ancora. Non sai quanto mi manca, a volte mi sento di essere già morta con lui”.

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