MASSIMO FALLACE


Io l'avevo anche vista quella maledetta catena che delimita il sagrato della chiesa. L'avevo vista ma, nello scavalcarla, il piede m'è rimasto impigliato, sarà stata la tuta troppo lunga, e mi sono scaraventato da solo in terra con una magistrale mossa di judo. Ora, proprio la memoria fisica delle arti marziali mi ha insegnato a cadere e così il corpo si è messo subito in posizione, le braccia avanti, il tronco che per quanto possibile cercava di ruotare, non me ne sono neanche accorto, ho salvato la faccia, probabilmente le ossa, ma non strappi dappertutto e, sospetto, qualche costola incrinata. Non so se qualcuno mi abbia visto, ho sentito ridere, ero stordito e contrariato. Mi sono alzato con uno sforzo che non finiva più e, arrancando sacramentando, sono arrivato a casa, dolorante ma soprattutto umiliato come mai prima. Mi chiedevo se era la vecchiaia ad avermi atterrato, o la mia distrazione, o forse gli occhiali bifocali che mi danno sempre una profondità falsata, come gli specchietti retrovisori. Ma cambiava poco. Questo succedeva domenica e da allora io vedo le stelle malgrado mi impasticchi, mi impomati e mi incerotti. Come se mi avessero pestato per bene. Domenica chiama mia madre: novità? 
Sai, sono cascato, mi sono fatto molto male
Lei è stata di grande conforto: si è fatta una risata allegra, primaverile, e poi mi ha informato: ti resta il reumatismo e quel dolore non se andrà mai più. 
Mi sono sentito molto sollevato: ho visto che stava bene, il morale era alto. 
Ora, mia madre alla sua età ha una memoria che vacilla, ma non per quello che le fa comodo; si è ricordata di tutte le volte che le ho urlato dietro perché era sbadata, cadeva e poi dovevamo pensarci noi; e così da domenica, ogni pomeriggio alle quattro, puntuale come la morte, lei mi telefona: come sta quello che casca sempre?

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