AL MERCATO DELL'USATO


Non mi interessa delle logiche interne, non mi importa se dentro Mediaset c'è chi vuole far fuori la Barbara d'Urso, quello che conta è che Barbara d'Urso, o Carmelita, o come cazzo la chiamano, fa un lavoro schifoso, la jena che specula sugli sciacalli. E non sono insinuazioni ma dati di fatto usciti dalle intercettazioni – non mi curo neppure se fatte trapelare ad arte dalla solita magistratura machiavellica. Barbara d'Urso è una che sa fare solo quella roba lì, quella fetida televisione lì, fuori dalla sua bolla gonfia di miasmi la vorrei vedere a premere un bottone o fare una “O” con un bicchiere. E allora è inutile, non dico deleteria, ché non me ne frega niente di fare il trombone, dico inutile, superflua, ornamentale, prescindibile, cancellabile, removibile. Con buona pace degli antagonisti del mercato che lo totemizzano appena fa comodo, e sono gli stessi convinti che “Ascanio Celestini fa bene a prendere trentamila euro se gleli danno”. Cazzate monumentali: primo, i trentamila euro sono oggettivamente buttati, alias rubati, per due ore di idiozie marxistoidi da ginnasio di questo scemo col pizzetto; secondo, è troppo comodo cavarsela scaricando l'etica personale su un sistema generale, neutro, amorale come il capitalismo. Curioso, però: chi crede nel Mercato evita di idolatrarlo, riconoscendone i limiti ma sapendo pure che è il sistema meno imperfetto di tutti, quello che lascia più libertà; chi invece lo proibirebbe, non esita a farne un feticcio appena gli conviene. No: Barbara d'Urso, o Carmelita, o come cazzo la chiamano, sarà pure appetita dagli sponsor, farà girare soldi, ma questo non toglie che le sue trasmissioni siano squallide, rognose; e credere nel Mercato non ha niente a che vedere con la sua amoralità anodina né col moralismo bigotto di chi “non giudica” per non compromettersi. Questo pilatismo strategico non si traduce in libertà, ma in falsità, in ipocrisia. Giudicare è fondamentale, condannare è altra cosa, ma finché sei provvisto di un cervello, se c'è una cosa che proprio non puoi non fare, è giudicare, ovvero stabilire analogie, differenze, connessioni. Altrimenti ti consacri alla lobotomia. Non è che se sei libertario-liberista non vedi la ignobiltà di certi comportamenti: altrimenti, un don Mazzi equivale a un don Bosco e un Corona a uno che salva i naufraghi. E una d'Urso a una Madame Curie. No, mille volte no. Credere nell'iniziativa privata, in uno Stato non invasivo, perfino la controreligione del “vivere e lasciare vivere” non comporta affatto l'astensione da un giudizio personale, la rinuncia ad uno schema di valori. Lasciatemi dire dunque che Carmelita o Barbarella, come cazzo la volete chiamare, fa schifo, almeno a me, nel suo falso lacrimare ereditario di Sandra Milo (“Ciro! Ciro!) e Raffa Carrà, che nasconde l'addestramento di chi specula sulla morte di un bambino, oltretutto di famiglia; lasciatemi aggiungere che, ne avessi il potere, le scatenerei contro una guerra mediatica tale da spingerla serenamente al suicidio; che mi fanno parimenti ribrezzo quanti la difendono, magari da amici, da ospiti, e magari hanno pure la faccia tosta di scagliarsi aristocraticamente contro la volgarità imperante, lo squallore della gente, il fetore di certa televisione. Mi spiace, ma certe amicizie qualificano chi le difende, almeno dal momento in cui scopre come sono veramente. Il resto sono chiacchiere, cinguettii, correità morale nella più abissale commedia umana. 

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