LA DITTATURA DELLA COMPASSIONE


Abbiamo letto che Martina Levato, la “bocconiana”, sfregiatrice paranoica insieme al “fidanzatino” Alexander Boettcher, è stata per così dire condannata dal gip di Milano a detenzione attenuata che sarebbe a dire tre anni in una struttura protetta per puerpere; dopo tre anni, del tutto libera e bella. E mamma. Si capisce, il figlio l'ha fatto apposta, in previsione di cosa le sarebbe successo. E probabilmente glielo lasceranno, magari scaricandolo sui nonni, come fanno quasi tutte le neomamme anche normali, che non vanno in giro a schizzare acido su chi incontrano per delirio d'onnipotenza. Insomma, chi ha avuto ha avuto (la faccia rovinata) e chi ha dato ha dato (l'acido). Funziona così? Secondo il gip di Milano e le belle menti comprensive, sì; anche secondo il don Mazzi di turno, in quando entrambi, ma chi l'avrebbe detto, “si sono pentiti, hanno compreso il male compiuto e vorrebbero sinceramente aiutare le loro vittime”. Lei, poi, è preda di un tormento interiore da fra Cristoforo, al punto da meritare pene ancora più “attenuate”, per esempio sedute bisettimanali di palestra e acquagym per un periodo variabile. Va bene, così sarà progressista, non sarà becero, sarà meglio che reprimere “che non serve a niente”, ma a noi non piace. No: a me non piace, se c'è un caso in cui debbo prendermi la responsabilità esclusiva di cosa vado sostenendo, senza proiettarla su potenziali lettori sintonici, è questo. A me non piace. Non mi piace che una coppia di balordi la faccia franca. Non mi piace che le conseguenze delle loro violenze e torture si riducano non diciamo neppure a zero, ma ad un privilegio, addirittura, perché per crescere il figlio, che naturalmente non ha alcuna colpa, la madre verrà in tutto sostenuta dallo Stato, cioè dalle tasse, cioè dai cittadini, compresi quelli sfregiati con l'acido per puro gusto morboso di crudeltà. Non mi piace questa dittatura della compassione, che di fatto svuota di senso ogni sistema giuridico, non lo capisco il diritto mammifero o ideologico in luogo di quello positivo, non accetto che mi impongano la solita fola del pentimento e della redenzione, non mi piace un Paese dove i responsabili delle atrocità più infami e più gratuite vengano di fatto premiati. E non mi piace quel parassita del dolore e dell'impunità che è don Mazzi e con lui tutti i preti balordi che vengono a flautarmi stronzate insopportabili sul dovere di perdonare. Non arrivo alla pena di morte, si capisce, ma almeno vederli scontare tutto, fino in fondo, senza sconti, per trenta o quarant'anni, questo sì. Chi ha avuto, senza una colpa, senza una ragione, la vita cancellata da un getto d'acido, non sarà mai più felice, e non la riavrà più, una vita; non capisco perché debbano mantenerla a chi si è reso responsabile di tutto questo senza una ragione, con in più l'abisso cinico di mettere in cantiere un bebé per salvarsi. Quel bambino non merita un marchio simile, non deve crescere nel male puro. Andrebbe affidato a chi potrà amarlo, senza neppure sapere da quale abisso sia salita la sua esistenza. Invece trionfa una volta di più l'indifferenza, e a me pare che un Paese cominci a morire proprio quando rinuncia alle ultime istanze morali. Chi l'ha detto che la misericordia (di stato) non si risolve in una crudeltà nella crudeltà, in una ingiustizia che finisce di violentare le vittime?

Commenti

  1. Dici bene: sono completamente d'accordo con te. Il punto è che questo Paese è già morto da un pezzo.

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