COME MI VORRESTI


Certi omaggi dei lettori sono affettuosi, commoventi, inducono a sorriso però fanno anche riflettere: come mi vorresti? Io mi porto addosso, certo è colpa mia, la fama del rompiscatole, del mai contento, sempre pronto a polemizzare; più semplicemente, non mi sono ancora abituato – ci sto provando – ai fraintendimenti di massa, quelle deliziose situazioni in cui uno comincia a dire che il cielo è verde e il sole sta sottoterra, e tutti gli van dietro. Per dire, se chiedere di spiegarmi il diritto all'impunità, in un Paese dove si moltiplicano le leggi, le fattispecie penali, dove l'omicidio non basta più, ci vuole il femminicidio, il piraticidio, e poi si disinnesca tutto con una bella campagna delirante e quattro cavilli in croce, ecco, se tanto basta a passare per eccessivo, terrorista, impossibile, cane rabbioso più che sciolto, ne prendo atto e più non cerco più rogne (anche perché sono stanco di chiudermi tutte le porte). Poi però mi sale il sospetto: se insisto nella mia paranoia, nell'illusione di essere coerente, mi sento dire che non debbo essere sempre così duro, che dovrei diventare più trattabile, che non si può vivere come e con me; se depongo le mie armi, divento conciliante, subito qualcuno chiede dove sia finito il don Chisciotte sventato, svitato, che dà i numeri. Allora come mi vuoi? Eventualmente come mi voglio? Io so una cosa sola, che il giusto mezzo non riesco a capirlo, facendo il mestiere che faccio: come si può vedere quello che non c'è, fingere prospettive concilianti, pretesche, come si può tirar via su certe cose e amminchiarsi su altre? Fino a che punto bisogna essere comprensivi, dove sta il confine tra lealtà e malizia? Chi decide cosa è importante: la coscienza, il pubblico, la convenienza? Per me, ad esempio, l'impunità di un luogo criminale non è una questione goliardica, perché quel luogo criminale diventa il sintomo e il simbolo di un abisso molto più profondo e molto più esteso. 
“Ma lascia perdere, ma sorridi un po' anche tu”, mi dicono. Ma poi se sorrido c'è subito chi mi accusa: ecco, ti sei arreso, ti sei zittito. Io non ho mai voluto essere il faro, il modello e la coscienza e la voce di nessuno (Dio mi è testimone, voi lettori pure). Ho solo cercato di non tradire la mia indole, sarò esagerato, paranoico ma, indegnamente, mi sento in buona compagnia: Leopardi, Cioran, Gombrovitz, Zweig: non riesco a vedercelo tutto questo bene nel respiro degli uomini, che considero, me compreso, si capisce, bugiardi, inclini al male, disperati. Per me un essere che muore conta più di milioni che gioiscono: è una colpa? Trovo che una ingiustizia non si rimargina, la sofferenza la puoi superare ma lascerà sempre tracce: chi ferisce in qualche modo ha vinto, e non tutti possiamo resuscitare come Gesù Cristo. Questo è quanto ho constatato in venticinque anni di incontri: le strade del dolore su ogni faccia, in ogni sguardo. E questo mi distrugge e mi commuove ancora: l'altra faccia del pianto, è la rabbia, l'insofferenza per chi gioca sporco, gioca falso. 
Va bene, accetto i miei limiti: scriteriato, immaturo, sociopatico, borderline (potreste essere gentili e aggiungere: però geniale), ma non so fingere sollievo di fronte a ciò che mi turba e mi avvilisce, mi offende: che dovrei fare, darmi al dagospismo, quella particolare corrente che parla di topi morti nella fica (sono abbastanza modernamente trasgressivo così?) con l'aria di dire, ma sì, noi siamo oltre e siamo altro, siamo il vippaio che non adotta la merdosa morale bottegaia, non siamo forse tutti un po' laidi, un po' pedofili, un po' schifosi noi che possiamo esserlo? Poi, naturalmente, dietro le perversioni da basso impero il dagospismo pratica la piccoloborghese arte dell'affarismo, del compromesso, dei messaggi in codice, D'Agostino è un Pecorelli due punto zero senza averne lo spessore culturale, professionale; non finirà sparato in bocca, quanto temuto e riverito nella sua casa-mausoleo. Ma insomma la cortina fumogena è quella ed è fatta di sconcezza contrabbandata per goliardia, per segno dei tempi. Ecco, sarà colpa mia se non ho mai imparato a risolvermi in certi circuiti, a riverire chiarissimi cialtroni in odor di palude e se ancora m'incazzo per le minima immoralia come un provinciale di 50 anni suonati. Non mi riconosco nel moralismo banalista che fatalmente scade nel “siamo un po' tutti scopatori di nostra figlia”, quanto a dire la koiné del dagospismo; non fino a che sono in grado, come mi ha scritto ieri un'amica, di “dare la voce a chi ha passato tutta l'esistenza a sussurrare”.
In una vita di scrittura alla luna, ho sempre cercato di non badare a spese nella sincerità come nella commozione, e tante e tante lettere sono lì a testimoniare della mia vicinanza a chi, a un certo punto, si era disperso e non aveva altro che l'appuntamento con questo matto per non affondare del tutto. Non rivendico meriti, vuol solo dire che non sono stato irrimediabilmente negativo, che le mie parole non hanno spento speranze (casomai illusioni), che non è una posa questo mio essere come sono. Vuole anche dire che nel mio rapportarmi con voi secondo umore e lealtà, non ho mai cercato di arruffianarmi nessuno, non mi sono preoccupato dell'immagine, del seguito, delle opportunità che ne potevano scaturire. Adesso lettore perdonami se con questo caldo io ti scoccio con i miei trascurabili patetici dubbi narcisistici, ma non posso fare a meno di chiedertelo, probabilmente non ti ascolterò ma è importante il tuo pensiero ed è il solo che sollecito, non quello di improbabili colleghi, addetti ai lavori, “esperti”: come mi vorresti, come dovrei essere se mai? Sarai disposto ad accettarmi comunque, ci sarà ancora un pretesto per me?

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