POLVERE DI STELLA


“Dai che se te la giochi fai i bei soldi” diceva tra un bianchino ben ghiacciato e uno schiocco di dita al cameriere il parassita di Dagospia al telefono alla Selvaggia, la Lucarelli coinvolta in uno scandaletto di fotografie gossippare. Ma le cose non stanno proprio così, sono un po' più complicate, la Selvaggia farà forse i bei soldi dal processo che finirà in gossip ma a dirla tutta pare in caduta libera, un “epic fail”, come dice lei, dopo l'altro, ieri pare avesse messo la foto di una sodomia a commento di un fatto di cronaca attribuendola a Repubblica ma non era vero, era una notizia del diavolo, di quelle che terrorizzano Travaglio che la Selvaggia l'ha redenta strappandola a Libero. Con ottimi risultati: nel giro di un mese, un processo con accuse infamanti, una canea per avere attaccato l'AstroSamantha nascente e uno sfondone pornografico. Di colpo tutti si accorgono di cosa sia questa Lucarelli, una gossippara, una bloggettara con forti limiti di prosa e di analisi, e di cosa non sia, una giornalista, una Irene Brin dei nostri tempi. La sua disgrazia non comincia con lo scandalo, col processo che le farà fare i bei soldi ma con l'attacco all'astronauta circense che appassiona gli italiani fumettari. Forse invidiosa del gossip altrui, Selvaggia molla un commento acido, scomoda gratuitamente il sale della terra, i dannati della terra a paragone dell'astronauta cartoon, che però c'entra niente e, non avendo forza intellettuale per difendere, per articolare il suo assunto viene seppellita di gattini in fotomontaggio, di commenti osceni da quelli che fino a ieri si eccitavano alle sue poppe blogger. Sic transit gloria mundi! Ma le colpe vanno divise equamente. Certo la Lucarelli non è simpatica, la sua ironia è grossolana, la sua visione del reale non sa evadere da un format di qualunquismo, di risaputo, sarà la scuola Visverbi, l'agenzia di promozione che l'ha resuscitata da fenomeno reality a miraggio del giornalismo di costume. Ma allora perché tanto successo sia pure di paglia, internettiano, per cui, osserva il mio patafisico amico Fulvio Abbate, “Se un post di Selvaggia su Belen fa trentamila like allora non c'è speranza”? 
Ok il prezzo è giusto, si potrebbe dire per restare nell'alveo del commerciale, per dire che questo sottogiornalismo piatto, stracotto e mangiato è il pane e il companatico di tutti, anche quelli che sbandierano il Fatto come fosse la fiaccola della consapevolezza e della legalità. Gente, del resto, che crede in Grillo, che manda in parlamento i lunatici che temono le scie chimiche. Una faccia tosta pari ai polmoni la Selvaggia, la fatale presunzione di chi non si ferma a pensare, a valutare le forze, crede coi suoi trenta o trecentomila like su Facebook di poter cogliere ogni attimo, ogni occasione. E qui subentra Travaglio, questo astuto mercante di gossip mascherato da fatti, infallibile nel bruciare le fanciulle di troppa ambizione, come la Sabina, come la Selvaggia. Finché restava a Libero danni la Lucarelli non ne faceva, non perché fosse diverso o peggio dal Fatto ma perchè ha una collocazione adatta nel panorama italiano, qualche buon giornalista, qualche buon servizio in una colata di trash, di gossip, tipo il Sun inglese. Invece le sinergie, come chiamano le manovre pubblicitarie, hanno consigliato il Travaglio, neodirettore di una testata forsennata in caduta forsennata, a conquistare la blogger di grandi ambizioni e polmoni imbarcando con lei tutta l'insostenibile leggerezza di un mondo di schiuma, il mondo dei fotomontati che si scannano su Twitter, si vantano “dei nostri giochi sadomaso”, il mondo fuffa colonizzato dalla “lista Visverbi”, che ha come punta di diamante l'ex fidanzato selvaggino Scanzi, altro epifenomeno d'argilla. Le vendite del giornale non se ne sono giovate e adesso tutti dicono che Selvaggia è insopportabile, illeggibile, non è una vera giornalista. Non lo sapevano prima? Sì ma gli andava bene perché “il successo rende simpatici”, come diceva Chaplin e evidentemente rende pure giornalisti. Ma appena cambia il vento, il velo vola via. Che ci volete fare, viviamo nell'ingratitudine dei lettori, oggi tra le stelle, domani a mordere la polvere delle medesime. Epic fail che si potrebbe anche tradurre come segue: social pieni edicole vuote, il consenso internettiano non è una roba solida, magari spara in alto ma non ti ci mantiene e i compulsatori di scandalismo giudiziario o sessuale bivaccano su Dagospia ma i giornali li pigliano col contagocce. E se non gli dai ogni giorno qualche pezzo di carne fresco, vanno a cercarselo altrove. Basta che non sia il tuo. Il popolo sovrano, anche quello civile, che si ritiene informato, ha sempre bisogno di nuovi miti e nuove ossessioni, questo almeno, una blogger che vive di pettegolezzo, di ossessioni, doveva saperlo.

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