NESSUNO TOCCHI LAMBRATE


Sono indignato. Hanno collocato il delitto della puttana decapitata a Lambrate e invece via Amadeo a Lambrate non ci sta neanche col binocolo, sta a spanne in zona città Studi, sul viale Argonne, su via Beato Angelico che sarebbe più o meno dove un mio amico redditiero ha la bellissima casa. Sono davvero indignato, giù le mani da Lambrate anche se manco da 31 anni e nel frattempo s'è imbastardito anche lui. Ma non me lo toccate. Io le puttane di Lambrate le conoscevo tutte, quindicenne passavo quasi tutti i pomeriggi, specie d'estate, al bar Franco a sfidarmi a flipper con gli amici e loro, le puttane, scendevano in ciabatte giù dalla pensione Cremona e facevano il tifo. Arrivavano i falliti, gli sposati con le scarpe da pensionati delle poste, un po' sporchi, si sfogavano e loro, materne puttane, sole o pioggia tutto il tempo lì a dare consigli, a consolarli in mezzo ai sibili e alle raffiche del flipper, “nuova partita vinta”. Poi magari se li portavano di sopra e gli facevano lo sconto. Buone, culone, ogni tanto qualche lampo di ferocia trattenuta, qualche scarto da bonarie leonesse che però non devi stuzzicare, non devi provocarle e loro resterano le più affabili delle donne, con le loro ciabatte, i loro artigli dipinti, “Ehi tì, barman, facci un caffè a sto piscinin ch'el me incanta con 'ste ballett del flipper e pago io”. Le sfruttava, figuratevi, il mio barbiere, il Tonino che era l'unico napoletano che tifava Milan, aveva comperato al bambino il completino di Gianni Rivera con tanto di stella “sheriff” per il decimo scudetto, ma siccome il piccolo in piazza Gobetti correva dietro a un pallone nero e azzurro Tonino gliel'aveva bucato e poi l'aveva picchiato. Tutta una sitcom, gli sbirri che mantenevano la pace sociale e non si immischiavano, il barbiere Tonino, le puttane e il bar Franco che era quello dove i nove brigatisti del covo di via Montenevoso, all'irruzione del commando di Dalla Chiesa, erano corsi a rifugiarsi, pensa te che guerriglieri coglioni erano questi che facevano tremare l'Italia. C'erano gli sbirri che nel portarli via ridevano e noi nel vederli al telegiornale esterrefatti, salvo mia madre che era polemica: te l'avevo detto o no Alberto che quello lì che lo vedevo uscire tutte le mattine aveva la faccia da brigatista? Poi, come cantava Bob Dylan, i tempi sono cambiati e non andavo più al bar Franco, che d'altronde aveva chiuso e presto sarei andato via anche da Milano Lambrate dove ero cresciuto tra sogno e realtà. Fingevo la malavita anch'io, però a flipper ero un campione davvero, eravamo tutti molti bravi e io sapevo tenere una pallina anche venti minuti, mezz'ora, vincevo una partita dopo l'altra, con 200 lire mi facevo il pomeriggio. Poi tornavo a casa e mi davo allo studio matto e disperatissimo perché dovevo difendere il mio status di ginnasiale al glorioso Liceo “Carducci” di via Beroldo, tradizione resistenziale, antifascista.

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