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La preoccupazione da voi manifestata per il mio piccolo “Facebook incident” mi fa piacere ma mi dispiace. Mi gratifica per l'affetto, non c'è bisogno di dirlo, ma mi stranisce per l'ansia: io, per me, ero, posso garantirvelo, di una indifferenza zen al netto del disagio conseguente alla sorpresa. Mentre mi accorgevo di reazioni ben più allarmate “in entrata” – qualcuno è arrivato a telefonarmi mentre stavo sotto i ferri del dentista: perché mi hai bannato? No, era il contrario, ero io ad essere stato bloccato, anche se a nessuno è venuto in mente: ben mi sta, tu chiamala se vuoi Nemesi del web. 
Allo stesso modo, quando ieri quella banda di idioti mi ha comunicato che tutto era stato ripristinato non essendo io una blasfemia ma un cognome reale riferito a un essere umano (disumano, dice qualcuno), ho registrato, sempre da parte vostra, una esultanza che mi ha lasciato un po' perplesso: quasi fossi tornato dal sepolcro. Ora, se la preoccupazione sorge dalla presa d'atto di una generale alienazione, anche di un totale stato di soggezione nel quale versiamo tutti alle prese con social media che ci impongono la comunicazione attraverso loro, ma che non ci tutelano in egual misura, diciamo meglio, se questa mia piccola disavventura serve a fare riflettere, in generale, sullo stato di dipendenza in cui ci siamo ridotti, allora va bene. Ma se s'ingenera per altri motivi, posso garantirvi che non c'è ragione: abbiamo altri modi, altri canali per restare in contatto. Io non vado via. E se pure questo assurdo Facebook, inutile negarlo, mi serve ancora a rendermi raggiungibile, perché il mio è un ruolo che implica disponibilità (se faccio un libro nuovo, lo dico lì, se c'è un nuovo articolo passa anche di lì), quand'anche quella nuvola fosse oscurata, non è la morte – reale o virtuale – di nessuno. C'è il blog, e quello è più importante. Possiamo scriverci email, usare altri strumenti, tornare in definitiva al telefono: non è il caso di agitarsi. Bisogna temere la presenza di questo medium, non la sua eventuale assenza. Del resto, vedete che già da un po' io di contenuti su Facebook ne inserisco sempre meno: se mi seguite, l'ho già scritto, vorrei ridurlo un semplice trampolino, uno specchio, un campanello prima di abbandonarlo definitivamente. Con buona pace di chi, mi hanno raccontato, starnazza che io avrei organizzato il tutto per farmi pubblicità (io?), non può soffocarci un medium che va avanti, anzi indietro, a colpi di algoritmi, con una politica di sicurezza fallimentare, con regole alienanti e spesso imperscrutabili. Alla fine, il mondo virtuale non è tanto diverso da quello concreto: ad una determinata tendenza, quella, a lungo, che sottovalutava e permetteva di tutto, fa seguito una reazione contraria, inquietante perché del tutto autoritaria, che punta a proibire e stoppare in modo perfino isterico sempre più contenuti sulla base di segnalazioni arbitrarie, sospetti, dispetti, rappresaglie, fino al caso limite di insinuazioni automatiche come quella che mi addebita un cognome politicamente non corretto. Il tutto nel totale sbando di chi dovrebbe tutelarci, forze dell'ordine e magistratura che su queste faccende hanno ancora idee confuse nel migliore dei casi.
Certo, la causa di tutto resta pur sempre l'uomo, che programma male, che rimedia peggio. Ma il risultato è una nuvola che non ragiona e questa cosa senza corpo non può prendersi le nostre vite. Né noi possiamo farcele stravolgere litigando con email precompilate (e tantomeno con emeriti sconosciuti su Facebook). La verità è che l'utente medio maneggia ordigni dal potenziale micidiale senza averne idea, è come metterlo al volante di una Formula Uno senza freni. Giorni fa un'amica è riuscita nell'impresa di hackerarmi, senza averne la più pallida idea, la casella di posta elettronica e son dovuto intervenire guidandola “in remoto” per aggiustare la faccenda. Lei si era limitata a un paio di operazioni innocenti, ma devastanti, e adesso era scioccata, sconvolta, del tutto dipendente da qualcosa di irreversibile che non sapeva di avere fatto. Era come guidare un bambino nel buio più profondo e pieno di fantasmi. Ironicamente, mi aveva da poco sentito tenere alcuni incontri sui pericoli dei social media e della rete in genere. 
Quando ero piccolo, mi promettevano che presto saremmo andati sulla luna e che avremmo guidato micronavicelle spaziali. “Sulla luna” c'è andata, per ora, solo la Cristoforetti, per cazzeggiare, in compenso abbiamo i regni dei lunatici: i social. Ridimensionarne le pretese, la ineluttabilità e la onnipotenza dipende da noi. Aiutatemi. 

Commenti

  1. invece un anno fa avrei voluto chiederti perché mi avevo bannato

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  2. Ti leggevo al mucchio. Ti ho ritrovato sul blog e c'è mancato poco che mi sfanculassi subito (colpa mia... feci una pessima e insinuante domanda - dopo però mi sono scusato). Poi FB...
    In fin dei conti quel che m'interessa è ciò che dici e fai. Il mezzo per divulgare decidilo tu.
    Matteo

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  3. Chissà , se avessi scritto Massimo Imam probabilmente,per il politicamente corretto ed il multiculturalismo,non sarebbe successo nulla.
    Cristiano (non censurarmi,è il mio vero nome)

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