DA UN CERTO TRAUMA IN POI


A casa di mia madre, sommerso dal silenzio di un abat-jour leggendo un libro. Il silenzio è scandito dal gatto contro di me, immobile di sonno, adagiato nelle mie carezze di metronomo. Silenzio di un motorino che passa, lo strazia, lo medica andandosene, più compatto di prima. Silenzio del pupazzo dentro la sedia a dondolo. Tutto è quiete, torpida onda d'adolescenza ma di colpo mi colgo in un altro silenzio, c'è mio padre, vivo e malato, che aspetta il suo turno nel reparto di chemio, ci sono altri vivi come lui, insieme a lui, ci sono io che m'annoio in un altro silenzio, battuto da un vecchio televisore senz'audio. È mattina, livida d'inverno. Tocca a lui. Dopo breve eternità riemerge, sorride. Si torna. Mio padre è ancora vivo non più di quanto sia morto, come il gatto di Schrödinger. Io, forse, quanto loro: attratto dalla fine più che l'inizio ormai. Capisco che, da un certo trauma in poi, la vita è solo una scommessa quantistica, irreale realtà che dà dolore, infinito ventaglio di opzioni che nel silenzio s'agitano. Proiezioni di possibilità del nulla. Non è mai stato più vivo mio padre come in quest'attimo di assenza, mentre lo vedo sorridere con in faccia il suo destino d'ombra. 

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