NEGRO!


L'anno passato (tocca già dire così) avevo ammesso con i miei lettori che mai mi sarei piegato a pagare il pizzo della formazione dei giornalisti. Ho mantenuto, però non volendo peccare di presunzione, anche mi sono sottoposto a un paio di corsi: on line, senza spese. Entrambi avevano a che fare con la deontologia, e, nel mare di Carte che ci stritolano, spiccava la Carta di Roma sugli stranieri. La Carta di Roma è, a dirla come va detta, frutto di una meschina pastetta fra l'Ordine, l'articolazione burocratica delle Nazioni Unite che sforna le Boldrini, e, soprattutto, la Comunità di Capodarco, che l'ha di fatto apparecchiata. Tale Carta è la polluzione del più demenziale politicamente corretto, si sofferma sulle sfumature linguistiche, che intinge in una intolleranza fanatica, da talebani paranoidi: non si può dire clandestino, e praticamente neppure immigrato, bensì migrante, meglio ancora migrantes, in latino della decadenza, in tutti i sensi. Idiozie da gente che non fa di meglio per guadagnarsi la pagnotta. E subiamole pure; ma, tra queste idiozie, ce n'è una che non mi va giù e che proprio non posso accettare: è dove mi s'impone di evitare per la gente di colore la parola “negro”. Che io invece adopero con voluttà, alla faccia della Carta e di chi la scrisse. Perché per me, e solo per me, questa parola contiene solo fiori. “Negro”, per me, è l'uomo nero che suona il jazz, è il bluesman, è Cassius Clay; è quel modo dinoccolato e saggio di muoversi e di parlare; negro è lo slang, è l'Africa, è Congo Square, è la solitudine persa in una metropoli, è la blaxploitation, la rabbia e la gioia, la sofferenza e l'orgoglio e una eleganza che io bianco non posso avere; negro è l'agilità, la danza, il dolore; è Robert Crumb anche se è bianco; negro sono tutti i colori dentro un sorriso di denti; negro è la saggezza del fatalismo, la grandezza della sopportazione, e una immensa dignità; è il vizio che si fa virtù e il contrario; è la rivolta che rinasce sempre, ora feroce ora gentile; è il sangue di un pugile che ha appena vinto e perso; è un vecchio con la coppola in testa, seduto in un viale, e tu sai già la vita che ha sulle spalle e che ti racconterà se solo gliela chiedi e sai che ti piacerà ascoltarla anche senza una parola, guardandogli appena gli occhi, studiando le espressioni; negro è la negritudine, qualcosa che io posso ammirare, non pretendere. Ma per ammirarla, devo almeno dirla. Debbo pronunciarla. Debbo farla mia. E allora negro sia, e se mi costasse anche la galera, non smetterò di dirla: in caso, vorrebbe dire che sarei un po' più negro anche io. Negro a metà. 

Commenti

  1. Non sono un giornalista e forse di certe cose potrei anche non preoccuparmene,ma il fatto è che ormai da anni la gente attorno a me ha smesso di dire negro,anche se l'ha sempre detto senza offendere,soltanto perche si è sempre usato così.Su libri di solo 20 o 30 anni fa si legge questa parola e non c'è nessuna malizia.Non sò,forse cambiando i tempi dovrei cambiare anch'io e dire Nero anzichè Negro.Forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso.Il fatto è che quando dico Nero è come se fosse un'altro a parlare. Noi non siamo mica gli americani,con due o tre secoli di schiavitù legalizzata.

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    1. Se vuoi farti accettare da tutti, non accetterai mai te stesso

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