L'ULTIMA CORSA


Proprio quando ci sarebbe bisogno di domande, ecco le risposte. Il presente che diventa passato, il passato che ritorna presente. L'unico presente. Proprio quando ci vorrebbe forza, l'impotenza. Subire invece di reagire. E una gran voglia di non avere voglia, più di lottare, più di compleanni, o Natali, o estati. Più di niente. Perfino neppure di scrivere. L'assurdo in luogo di qualsiasi ragione. E una domanda nel cervello, un punto interrogativo come l'amo in gola a un pesce. Un perché che non trova direzioni, non trova presupposti, non ne cerca più. Perché tutto. Perché niente. Perché io, con i miei errori, con il mio sperare che mi ha portato fino a qui, a questo capolinea dell'ultima corsa. Credevo di trasportare passeggeri: era vuoto il mio correre. E adesso mi sento come un autobus tutto bianco, deserto, con le gomme a terra. Arranco fino a quando mi fermerò, deciso a conquistare per sempre l'ultimo lembo di sterpaglia. La mia ultima rimessa. Forse nessuno sforzo è mai esistito, non una parola. Le illusioni, come si rivestono di tenerezza straziante adesso. Tutto quello sbandare in buona fede. Lo sbuffare invano. La generosità sprecata. Perfino le imprecazioni. Ascoltare il silenzio è così difficile, trovare una libertà nella rinuncia è così doloroso. Io non voglio più essere niente. Non voglio essere mai stato. Voglio cancellare dall'origine il mio disperato dibattermi, ed ogni stilla di orgoglio, e ogni segnale di me che osai mandare. Voglio rinchiudermi nel tempo e tornare a prima di ogni inizio. Fui solo il sogno di un altro me, l'incubo spasmodico, qualcosa di troppo atroce perché fosse vero. Solo un autobus bianco, che ansimando esce di strada, senza che nessuno lo veda. 

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