MI PIACCIA O NON MI PIACCIA


Corse e rincorse storiche. Più d'una volta ho raccontato di una passione giovane, un fumetto, quel Daniel che ha segnato la mia adolescenza e non smette di riportarmela, ne custodisco ogni albo in un apposito spazio che mi segue casa dopo casa, parte di me fin dal 1975, fanno 40 anni. Bene, ho appena scoperto la versione digitale, che ovviamente mi sono subito scaricato per dirottarla sul Kindle: che spettacolo, e vado ad immergermi per l'ennesima volta con la colonna sonora di sempre, “Paris”, il live dei Supertramp del 1981 (se non sbaglio). Per non sbagliare, pure questa in versione digitale, formato MP3. 
Me ne sto qui sdraiato,  sprofondato nel passato ma proditoriamente una melanconia mi sfregia: sì, sono 40 stagioni che rispolvero questo fumetto, ho fatto in tempo a crescere, maturare (fino a un certo punto), imbiancare, perdere gente lungo la strada, perdermi io stesso, chiedermi chi sono stato, cosa sono ormai, ne ho vissute di cose e Daniel sempre qui, cambiano i formati, i supporti ma l'anima è la stessa, lui non tradisce mai, lui c'è. Fino a quando? O meglio: fino a quando io ci sarò per lui? Altri 40 calendari, mi pare improbabile. Mi piaccia o non mi piaccia, sono partiti i miei conti alla rovescia, tutto ciò che faccio ha il sapore della consunzione, di una dimensione che si sfilaccia, posso fingere, rimuovere, pretendere di scordare ma non mi servirà, ogni riscoperta è una volta in meno che rimane, un rituale che si assottiglia, una replica in meno dello spettacolo: e nessuno sa quando si chiude, io non conosco il giorno dell'ultimo sipario ma adesso è più probabile, più vicino di prima. Lo sento. Dischi, libri, fumetti, i mosaici della mia vita non invecchiano ma mi guardano appassire, inesorabilmente, la tecnologia li ringiovanisce, li rende più leggeri, li insuffla quasi nel mio corpo, pezzi di me, ma io perdo i miei pezzi. Forse, sono pensieri questi che avvolgono chi ha troppo tempo, e così si permette il trauma di vederlo scorrere, di sentirlo mancare il tempo. Ma questi pensieri spettrali pure celano una realtà spietata: di colpo il disco che mi ha fatto sognare ha il suono dell'angoscia, le tavole che mi portavano via si staccano da me, consumati miraggi, vicine, così lontane. 

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