IL MIO SOCIALE


Tra gli effetti perversi di MafiaCapitale, la santificazione a feedback del mitico “sociale”: non è tutto così, le cooperative di Buzzi sono poche mele marce, c'è tantissima gente che ci crede e si spende per un mondo migliore. Davvero? La mia, di esperienza, è leggermente diversa, non sarà sovrapponibile al romanzo criminale di Buzzi e compari ma parla comunque di un ambiente improbabile, approssimativo, utilitaristico. Lo conosco, quel mondo, fin dal 1990 quando, fresco di laurea e di convinzioni edificanti, andai a fare servizio civile in una comunità di accoglienza per poi restare comunque legato, anche scaduto l'anno, ad una dimensione nella quale credevo. Fu una esperienza di cui non mi pento, ma anche perché dovetti imparare a difendermene a più livelli, non ultimo quello psicologico. L'insidia del lavaggio del cervello era perenne, sono ambienti fortemente ideologizzati, che sondano di continuo il grado di fedeltà di chi entra, per capire se potranno contarci anche in prospettiva. Molti raggiungono questi che considerano asili, in fuga esistenziale dal loro passato e da loro stessi, ben decisi a trovarsi una chiesa nella quale arrendersi col pretesto della solidarietà, dell'altro mondo possibile (quello loro, in definitiva). 
Così, già in quella Comunità, che poi si chiama Capodarco, ebbi modo di imbattermi in moltitudini, stanziali o di passo, di nullità disposte a tutto pur di non fare niente. Gente che si creava la propria nicchia al di fuori del mondo e qui cresceva in spocchia ed insipienza, mescolando le buone intenzioni di facciata ad altre, dissimulate quanto inconfessabli, col fanatismo sociale a coprire atteggiamenti e finalità discutibili per dire il meno. Le stesse che più avanti riscontrai, tangenzialmente, in altre sedi, istituzioni, enti. Le eccezioni - e parlo a un livello generale, non di uno specifico contesto - poco potevano nobilitare sodalizi fasulli, composti da stratificazioni di inetti che fuori da quei microcosmi sarebbero stati perduti e invece all'interno di queste sette trovano modo di fare famiglia e di prosperare alle spalle della istituzione che li accoglie e dello Stato che la foraggia. Perché il business, come lo chiamano gli stessi cosiddetti operatori nelle intercettazioni, c'è, e c'è per tutti, in una sorta di Stato sociale nello Stato sociale, una Matrioska perversa. Io ho visto intere famiglie di sedicenti operatori che formalmente non possedevano nulla, ma in sostanza disponevano di tenori di vita oltraggiosi tra villette (basta prendere in ricovero un ragazzino sbandato per qualche tempo, e poi sostituirlo, una volta cresciuto, dopo averlo debitamente spremuto come sguattero), automobili, gadget, spese e bollette regolarmente a carico dell'organismo che li racchiudeva, avevano perfino gli schiavi in forma di volontari, obiettori, scout di passaggio (e le gentili signore, qualche volta, non si trattengono dall'esigere prestazioni extra, forse in considerazione del repellente aspetto dei legittimi consorti o compagni, sul modello spelacchiato del contestatore anni '70 fuori tempo massimo). 
Ho visto equivoci “funzionari” umiliare chiunque aveva la disgrazia di capitare a tiro, con preferenza per le volontarie, maltrattate con accenti maschilisti tali che altrove sarebbero valsi un arresto immediato (mentre in quei contesti passavano tranquillamente come normali, perfino virtuosi: visto che duro che è lui?). Ho osservato ambigue figure di santoni, di imbonitori, di morbosi, di stalker. Ho incontrato parassiti di ogni risma. E quando sono passato all'altra illusione, quella dell'antimafia, mi sono imbattuto in soggetti e situazioni perfino peggiori. Per questo non mi ha fatto nessuna impressione apprendere cosa diceva quel militante di SEL al telefono, parlando di “business dei migranti dopo quello dei vecchi e prima ancora dei tossici”. SEL, all'osso, è la vecchia Rifondazione Comunista, che in Sicilia, mi raccontarono, aveva fatto da cavallo di Troia per infiltrazioni mafiose all'interno di Libera del don Ciotti, questo leone della solidarietà, nel senso della parte del felino corrispondente, che si pappa di regola la stragrande quota di risorse erogate dai vari organismi oppure sequestrate a quei carognoni di mafiosi, con odio feroce, di cosca, da parte dei concorrenti. Perché va considerata, si capisce, la potentissima nube venefica di sospetti, maldicenze, invidie, fino alle autentiche maledizioni che regna in quel soffice, all'apparenza, mite e colorato mondo della solidarietà. Come per ogni business che si rispetti. Se volete saperne di più, torno a raccomandarvi il romanzo “I Buoni” di Luca Rastello, che si nasconde dietro un dito ma è palesemente dedicato proprio a san Ciotti e alle sue multinazionali del Bene (anche se poi lui va a presentarlo in altre multinazionali concorrenti). 
Un mondo dove si fabbricano molte chiacchiere, molte Carte ipocrite che vietano parole, no clandestini, no immigrati, solo “migrantes”, e poi si accoglie da Madonna una torturatrice assassina come la BR Brachetti. Dove si producono molti studi insussistenti, molti progetti utili a mungere finanziamenti, ma in concreto si fa poco e quel poco si fa male; e anche questo è perfettamente organico, anzi fisiologico visto che quella del benefattore è una professione recente, cresciuta avvitata su se stessa (più precisamente sui disperati), empirica, e, come per tutte le faccende messe insieme a forza di tentativi, impregnata di approssimazione, di retorica, di improvvisazione (e qui si aprirebbe un ulteriore capitolo sugli effetti, regolarmente soffocati, dei quali manco io posso parlare perché, pasolinianamente, non ho le prove, non le ho più e soprattutto non ho possibilità di far fronte a eventuali conseguenze). Del resto, vi basta far parlare un prete sociale, o di frontiera, o di strada, o di minchia qualsiasi, per riscontrarne tutta la volatilità: sembra di sentire Wanna Marchi. Sotto queste curiose figure mitologiche, e intoccabili persino fiscalmente, cui lo Stato ha delegato ogni imcombenza possibile e immaginabile, disinteressandosi di tutto a partire dalle conseguenze, un esercito di incapaci, ciarlatani, parolai, fino ad autentici ladri e maniaci (non posso che ribadirlo). Davvero uno Stato nello Stato, che continua ancora oggi a nutrirsi come una tenia delle risorse pubbliche, convogliandole nelle proprie comunità ed istituzioni nei casi “virtuosi”, dirottandole nel crimine senza scrupoli altrimenti. 
Poi, la fuffa delle interviste combinate e dei servizi da telegiornale con sotto la musicuzza languorosa, sono un'altra storia, sono la versione edulcorata che ci vuole, sono l'illusionismo dopante, sono i trucchi che alla gente piace vedere. Perché la tranquillizzano, la inducono cattolicamente a credere che, nonostante tutto, il mondo è buono, e gli scandali della cooperazione e della solidarietà sono insignificanti variabili impazzite, che non fanno testo. Nella mia esperienza, è vero il contrario. Una moltitudine di scemi, sfruttatori, sfruttati, tossici più o meno “ex”, alienati, deviati, opportunisti, abusivi, purtroppo anche per mansioni sanitarie, agli ordini del mistico di turno ma soprattutto delle proprie pulsioni, inettitudini, ambizioni. Questo è il mio sociale, così come l'ho attraversato.

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