A TAVOLA


Ieri per noi è stata una domenica diversa, siamo stati ospiti del sodalizio di auto d'epoca per il quale in estate presento una rassegna: lo dirige mio suocero, gli danno una mano, due o tre volte la settimana, un omone buono come il pane, mia moglie, mio fratello e altri due o tre ragazzi tra cui una cara amica che ho personalmente segnalato: e questo è tutto. Ieri siamo partiti in furgone, eravamo sei o sette. La visita ad un paesino incantevole quanto spopolato, non dai gatti, a ridosso degli Appennini, Montefalcone (comitato di ricevimento del Comune con offerta di dolcetti sfornati dal panificio di fronte al Municipio), quindi di nuovo in furgone alla conquista di un agriturismo non distante, ma neanche tanto vicino, ricavato da un'antica stalla. Qualcosa di strepitoso, quelle rare occasioni in cui anche il vegetarianismo di princìpio va a farsi friggere e contenersi è impossibile. La cucina povera, ma superba, dell'Italia contadina dei secoli bui, che tanto bui adesso non mi parevano affatto. Io di solito rifiuto questi inviti, ma stavolta con mia moglie ci siamo detti: che cazzo, siamo sempre in casa, l'ultima uscita sarà stata un anno fa, la domenica non si fa mai niente. Poi a me in piena conviviale piglia la depressione, perché quando vedo tutti che fanno baldoria scacciapensieri, a me inesorabilmente i pensieri invece salgono: mi pare di non avere diritto a niente, di usurpare tutto, l'euforia altrui ha il suono della condanna. Eppure ero circondato da brava gente che faceva niente di male, gente in fama di destroide, perché le auto d'epoca vengono identificate con quel periodo là, e si pensa sempre che abbiano soldi da buttare. Ma quell'allegra brigata tuttavia non s'immischiava di politica, non brindava a Mussolini, non si accorava per il patto del Nazareno, era solo felice di farsi una sacrosanta mangiata spettegolando, com'è umano, sui club concorrenti. “Non è bello passare la domenica così?”. Alla fine ci siamo alzati, con qualche difficoltà, siamo usciti a prendere una boccata d'aria e abbiamo proprio trovato le mucche nella stalla, con quel lontano odore caldo, e due micini appena nati se la godevano sulla paglia; dopo, uno si è alzato ed è caracollato fin dalle vacche, per farsi sleccazzare tutto. Dal piazzale si sentiva il rombare dei motori delle auto che ripartivano tra i saluti, ci troviamo al pranzo sociale fra tre settimane.
Io a tavola tacevo, buttando giù bicchieri di vino rosso paradisiaco mentre guardavo questa brava gente disimpegnata, la stessa che i tribuni del popolo definiscono qualunquista; tacevo e tracannavo, però senza scordarmi che i soldi li avevo annusati, in effetti, molto più copiosi nelle cene dell'antimafia dove giudici, giornalisti, artisti e martiri si fiondavano sulle portate con uguale trasporto. Solo che questi sostenevano di farlo per la democrazia e contro il regime, avevano sempre una faccia indignata anche a bocca piena, e condivano le spanciate con brindisi più o meno sotterranei (“A quegli anni formidabili! Ai bei tempi del piombo!”) e con tresche e trame su come fottere il dittatore di giornata. Tutta roba che poi mi sarei ritrovato magicamente spiattellata sui giornali nelle settimane seguenti. Cercavano anche, ricordo, di studiare come fare a coinvolgere un giovane pelato, vagamente ciospo, sempre col dito sulle nari, in odore di Nobel per la Letteratura, la Pace, la Fica e ora non ricordo cos'altro.
A conti fatti, mi son sentito meno rifiutato, meno fuori posto ieri anche se qualche mascalzone fascista alla fine aveva sostituito un mistrà spettacolare, dal profumo d'anice divino, con l'acqua liscia. 

Commenti

  1. Come diceva mia nonna "a tavola non si invecchia" e soprattutto si puo anche stare in silenzio masticare e parlare non vanno daccordo

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