TROPPA MORTE


Una cara amica mi ha chiesto di postare questo frammento, tratto da uno dei miei primi libri, "Il mio mestiere è questa vita". Lo faccio volentieri, limando solo alcuni passaggi che risentono troppo del momento: sono passati quasi dieci anni. Per il resto, mi pare che tutto possa venire tranquillamente riproposto, salvo che oggi la situazione è probabilmente peggiore. 

Povero amico mio. Non avrei mai creduto di vederti così dopo 30 anni di cose condivise : l'età, le origini marinare, il liceo Carducci di Milano, l'insofferenza che cresce con il tempo. Hai una laurea, una esperienza, una cultura, un carattere a spigoli. Hai fatto un solo errore, te ne sei andato da un posto di folli, una multinazionale americana di alienati. Non sei più riuscito a rientrare, tanti lavoretti a tre mesi e poi il benservito di direttori che temono la tua ombra, che difendono i loro privilegi. Ancora paghi, amico mio, la tua preparazione con l'esclusione sociale, e ti va bene che hai due soldi da parte per aspettare tempi peggiori.
Che Paese è un Paese incapace di dare opportunità a chi la merita? Che premia i peggiori, gli incompetenti, i ladri a patto che stiano buoni nel gregge della mediocrità e del malaffare? Stendo queste righe dopo aver sentito il mio amico al telefono, umiliato, arreso: stasera neppure io posso arginare il suo panico, asciugare una disperazione che per tutta estate lo ha divorato, scatti furibondi che lo lasciavano svuotato e pieno di vergogna al punto di andarsi a barricare in camera, lontano dalla moglie, dalla figlia piccola, sempre più a demolire una famiglia che si era costruito con amore. Di chi la colpa del suo incubo privato?
Mentre scrivo c'è in televisione un concorso di bellezza col solito presentatore, mellifluo, insostenibile, che si presta a un compito fra i più assurdi, premiare o stroncare la bellezza. Ma le candidate non meritano alcun giudizio, alcuna pietà. Sono altrettanto volgari nella loro bellezza sprecata, negli ammiccamenti osceni, nei costumini a pelle, in quello stridulo degradante implorare il voto e poi in quelle moine laide se per caso le hanno scelte. Si sospetta, si sa che ciascuna di loro è disposta a tutto, anni fa venni a sapere di una miss Italia imposta dallo sponsor principale, del quale era l'amante bambina. La totalità di loro entra in quel mercato delle vacche già sperimentata, concubina di cantanti o motociclisti, passata per foto squallide, acerbi calendari. Non sono femmine, sono automi senza espressione cui è difficile dedicare la minima dignità, neppure pensando che, consapevoli di non valere nulla, gettano sul piatto tutto il poco che hanno, se stesse, i loro corpi disponibili, evidentemente disponibili a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo pur di non marcire in un ipermercato, un call center, una caccia di un lavoro che non viene. Non si riesce a rispettarle perché si prendono così sul serio, sfilando su quel palcoscenico come su un marciapiede illuminato. Cosa pretendono? Perché? Lo sanno o non lo sanno che il loro ruolo è illudere, negare una realtà atroce, di Paese decomposto, dove nessuno legge un libro, dove si applaudono le bare, dove a quarant'anni si è finiti, si è inutili?
I cadaveri della giuria, gli organizzatori decrepiti, si direbbero alimentati a flebo di umori vaginali. Quei comici penosi, le madri carnivore che proiettano sulle figlie-bambole le loro disperazioni frustrate, le testimonial mogli di galeotti, stessa espressione irrimediabilmente vuota per ore, ad ogni inquadratura, implacabile nel suo ebetismo. 
Esco a prendere aria, che sto impazzendo e le ragazze in giro per il lungomare, non rassegnate alla morte dell'estate, sono identiche, sono come quelle di prima, forse si stanno preparando. E i ragazzi hanno gli stessi corpi morti, inutili, stronzi depilati fin nelle sopracciglia. Gioventù irreale, stupida come pesci in acquario. E arroganti, sguaiati di divise griffate, incapaci di un rimorso, eternamente giustificati a turno nel precario nome della gioventù. Sono antipatici gli italiani? Sì, fin da bambini ormai, piccoli cloni dei grandi di cui replicano le bassezze. Sì, come i popoli del benessere straccione, che esibiscono per nascondere le miserie e i compromessi. Chi avesse visto a fine agosto il documentario sulla strage di Cassino, in fine di seconda guerra mondiale, avrebbe riscoperto nei tratti dei vecchi superstiti, che raccontavano il massacro, quelli di un popolo umile, preindustriale, fondamentalmente buono, incapace di odiare ancora dopo tutto l'orrore. Quell'Italia è sparita come le lucciole di Pasolini. Era un'Italia schiacciata ma non serva, esattamente l'opposto di questa che è di mille padroni, al punto da non poter decidere di starsene fuori da una guerra che non la riguarda. Un Paese che nega se stesso, tenuto insieme dai cerotti rituali del consumismo, dell'omologazione dei gusti e dell'aspetto chiamata, in modo anodino, “look”, dettata dai reality che sdoganano il parassitismo, il prossenetismo, la religione dell'assurdo. Ha scelto un nuovo inno perfetto questo Paese stronzo, “pooo-popo-popopoo-po” ballato dalle aspiranti miss Italia. In strada non ne parliamo, il successo dei suv, bestioni demenziali nel traffico, si spiega con la prepotenza che permettono, a bordo della loro “perla nera” tutti si sentono pirati, possono travolgere precedenze, divieti e utilitarie altrui. 
Questa mutazione egocentrica, di egoismo feroce e omogeneizzato non ha risparmiato le punte estreme della penisola, il nord dove volevano tutti sembrare austriaci, il sud dove sopravvivevano i miti della virilità e della violenza banditesca. Giro l'Italia e ritrovo la stessa Italia sradicata, deprivata in qualsiasi angolo. Gli stessi straccetti di marca, le stesse movenze e risate da velina, la stessa cialtronaggine vaporosa, unisex, da “Amici di Maria”. Anche le cadenze dialettali, ultima spes identitaria, vanno evaporando perché affiorano un frasario e un suono osceno, televisivo, a metà tra il giovanilistico ammiccante, il tecnicistico, l'anglomaccheronico da Mtv.
A far disperare in una rivoluzione culturale è proprio l'atteggiamento dei più giovani: frequentandoli mi è parso di vederli cambiare, involvere soprattutto negli ultimissimi anni. Appassiti, assuefatti alla volgarità, evirati dei sogni, come avessero perso le residue illusioni di poter cambiare qualcosa o quantomeno salvare se stessi. Nascono già disperati e come tali pronti a “mettersi sul mercato”, a cercare i corridoi giusti, i conformismi più vieti, i padroni più convenienti. Tutti hanno in fondo al cuore un sogno di notorietà, un sogno televisivo. E sesso, tanto sesso, esasperato, parossistico, esibito. Un atteggiarsi sopra le righe che ripudia ogni semplicità. Non siamo gente umile noi italiani, abbiamo l'arroganza dei neocafoni; dopo aver bandito con orrore, per anni, la dimensione stessa della “normalità”, annaspiamo in una ordinaria idiozia che pervade ogni comportamento, ogni aspetto del vivere incivile. Male sopportabile nelle società dinamiche che si dispongono a un cambiamento, male drammatico nelle società stagnanti che usano il conformismo della trasgressione per normalizzarsi, per bandire ogni rivoluzione culturale e oltretutto al capolinea del benessere. I giovani non leggono, i vecchi neppure, ma cosa dovrebbero leggere? La letteratura va per cicli, ora l'horror, ora la pedofilia, quindi i commissari, a ondate, adesso tocca ai racconti trucidi, spettacolari delle società di mafia, la camorra napoletana raccontata da uno che con tutta evidenza s'è affidato ai verbali della Dia. E già lo incalzano gli emuli dalla Puglia, dalla Calabria, stiano tornando alla mafia del Pitrè, folkloristica, violenta ma aproblematica e seducente, scritta male, a futuro uso televisivo o cinematografico.
Tutto è finalizzato al consumo giovanile in modo da imprigionare i più giovani nelle false priorità, nei “look” e rituali odiosi, antipatici. Su cosa si basava l'enorme polverone Telecom, alla fine, se non sulla necessità di frantumare il colosso indebitato per dedicarne la parte redditizia ai ragazzini, riempiendoli di televisioni portatili dove guardare le canzonette, gli spot degli atleti, i gollazzi dopati dei calciatori-modelli, i filmetti tratti dai libretti stordenti e insulsi? Oggi è impossibile non scaricare pensieri impensabili addosso a una dodicenne perché te li fa venire, è già agghindata come una zoccola. E come tale si comporta, vedi quella che a Bologna non ha esitato a inguaiare un marocchino denunciandolo quale capo di uno stupro di gruppo mai avvenuto, solo per coprire le proprie pubbliche oscenità con un coetaneo. E gli uomini nei loro crani rasati (una divisa eguale e contraria ai “capelloni” invisi a Pasolini), in quegli occhialoni neri mostruosi, nelle grinte stereotipate da attaccabrighe, nei tatuaggi come quelli del calciatore Materazzi hanno qualcosa del peggiore squadrismo che pareva sepolto; sono tornati, arroganti, prepotenti, ma pavidi come tutti i bigotti. C'è una voglia ringhiosa, rognosa di cercare la lite, il sapore del sangue che ogni giorno scorre a fiumi, par d'essere tornati alle farneticazioni di Evola o del professor Toni Negri sulla “violenza come mezzo dialettico fondamentale”. Non c'è ambito dove non ci si scanni, incluse le piazzate telematiche di internet. Non parliamo delle famiglie, dove un sondaggio di Telefono Rosa testimonia di “violenze quotidiane e abituali sulle donne”. È la faccia nascosta della sopraffazione come modo ordinario di interagire. Ha detto un procuratore di una città di provincia: “Ormai tra pizzeria e discoteca è un far west demenziale”. Il giorno dopo, per non smentirlo, si sono massacrati in settanta in una pizzeria, 35 contro altrettanti di un borgo confinante. 24 ore dopo, si sono presi a colpi di cric fra buttafuori e clienti di un locale. Coperti di tatuaggi ma ignoranti della teoria di Lombroso secondo cui chi altera il suo corpo è un delinquente nato. Ma se lo scoprissero, non lo accetterebbero: sono conformisti d'ordine, aggressivi non trasgressivi, pericolosi per il prossimo ma non per la società, come cani arrabbiati. Carogne nel lavoro, in casa, in strada. Incapaci di convivere, in metropoli come nei borghi. 
Eversivi di facciata, in realtà cinici e opportunisti, non disposti a rischiare nulla per una scelta di civiltà o di dignità. Pirati alla rovescia, che se s'imbattono in uno stupro girano la faccia dall'altra parte. O vi partecipano, come fosse un reality.
Credo non ci sia oggi atto più antidemocratico che andare in televisione. In definitiva, è l'idea stessa del mezzo ad essere laida, perché questo mezzo è diventato uno strumento di morte: non più falsificazione della realtà ma esattamente negazione di ogni realtà e di ogni diversità (e di ogni forma di rispetto che dovrebbe conseguirne). Lo spettacolo di due onorevoli, due eletti dal popolo, due privilegiati che si danno appuntamento un giorno sì e l'altro pure per sputtanarsi in differita, dietro compenso, è già postribolare, è atrocemente laido; se si aggiunge che la falsa litigata viene ulteriormente ritoccata, tagliata, montata coi “bip”, si ottiene una situazione allucinante: l'inganno di un inganno. La cosa più spaventosa in questi spezzoni in cui ci si insulta a sangue per contratto, sono le urla del pubblico, simili a quelle di un Colosseo e tuttavia più invereconde perché partecipano di un falso dramma, sono anche quelle a pagamento. E davvero si fatica a non vergognarsi di se stessi, della propria morbosa resistenza davanti al video quando la conduttrice di turno, falsamente scandalizzata, spezza la rissa annunciando la pubblicità, cioè prodotti che costeranno di più proprio in virtù di quei bordelli inventati, perché costerà loro maggiormente un passaggio pubblicitario alla televisione che ospita quel porcile. Dunque, noi cittadini paghiamo di più un prodotto falso, nella misura in cui le sue virtù vengono magnificate da un messaggio falso, su una televisione falsa che si avvale di finte litigate orchestrate da una conduttrice fasulla, con falsi ospiti che levano grida false, di fronte a insulti concordati da una finta platea. 
Chi sovvenziona un simile abominio? I ceffi che assommano tutti i tipi (dis)umani precedenti, vale a dire i politici, che della Rai fanno da sempre un postribolo privato, che la vogliono esattamente così, sempre più volgare, stupida, sottomessa, spacciatrice, avvelenatrice. Non credete mai ad alcun politico che giura di volere una televisione diversa: pretendono il contrario, tutti, allo stesso modo, altrimenti sarebbe la cosa più facile del mondo voltare pagina: invece se la spartiscono da buoni compari. Ne avete sentito uno scandalizzarsi, come sarebbe sacrosanto, di fronte all'ennesima troia di regime promossa opinionista? Di fronte ad una patetica comprimaria avvizzita che svende la morte del figlioletto, avvenuta per altro decenni orsono? Di fronte all'ennesima piazzata da vicoli, da mutande appese ai balconi, insomma di quell'umanità penosa, di quella realtà sordida che però, come tale, conserva almeno la dignità dello squallore incolpevole e inevitabile, di una sofferenza mai meritata? Questa televisione sarebbe da chiudere, da bombardare. 
“Blob” fa vedere ogni sera un'orgia di bestialità, di sangue agli occhi nei reality, nei salotti politici, nei talk-show mentre ai telegiornali i cinque o dieci stupri quotidiani passano senza lasciare traccia. L'esaltazione della ferocia è palese, è riproposta ossessivamente su tutti i canali, il cortocircuito fra fiction e realtà completo, una scrittrice femminista, fermamente di sinistra come Dacia Maraini ha invitato sul Corriere della sera a censurare senza mezzi termini gli spettacoli violenti, a tutela delle donne. Neppure sospettando che equivarrebbe a vietare la totalità dell'informazione, dei palinsesti televisivi, della produzione libraria e cinematografica. 
Quando parlo di morte della politica e del giornalismo, intendo questo: non mi basta che qualche testa fina denunci in modo anodino, cronistico ovvero compiaciuto, oscenamente ammiccante, criminalmente complice, il porcile che ogni momento gorgoglia in televisione. Pretenderei gente col coraggio di dire a chiare lettere che questa decomposizione di ogni dignità è da stroncare: perché prepara un futuro di morte, perché accelera il momento in cui, non bastando più le risse finte, si potrà assistere allo stupro in studio, alla pedofilia esibita, alla tortura, alla coprofilia, alla necrofilia, via via fino all'omicidio in diretta, annunciato per tempo a beneficio degli sponsor. Io credo che ci arriveremo: alzi la mano chi, dieci o cinque anni fa, avrebbe mai immaginato di vedere nefandezze che oggi appaiono già superate, già ingenue. Non ho più alcuna speranza né illusione: ho solo certezze di un orrore progressivo e inarrestabile, del quale mi sembra di cogliere il motivo: occorre far passare, e la televisione è il media più adatto, l'idea che il sopruso, la soppressione fisica non solo è tollerabile ma addirittura è auspicabile, è inevitabile, è giusta. Siamo troppi e diventeremo ancora di più, indigeni, clandestini, rifiuteremo disperatamente di invecchiare, non avremo pensione, toglieremo risorse ai giovani, che non troveranno lavoro, spazio, futuro, finendo per odiarci più di quanto non facciano già adesso. Presto diventeremo di troppo e si porrà il problema di fare pulizia. Allora la televisione, con la sua violenza e la sua demenza crescente, con la sua sarabanda di messaggi contraddittori senza soluzione di continuità, con la sua dissacrazione sistematica di ogni valore (falsa, è chiaro, ma fondamentale e perciò scientificamente strumentale), con la sua implacabile metastasi contro ogni residua cellula culturale, con la sua messa al bando di qualsiasi steccato antropologico, morale o di superato buon senso, nel nome ipocrita di una tolleranza e una democrazia indotte dal Mercato, si pone come nuovo lager, come palestra di morte con tanto di giustificazione etica. Un ritorno alla barbarie dello stato di natura ma “razionalizzato” dalla televisione, unica autorità morale rimasta. Niente di più e niente di meno del superomismo indotto, del resto praticato già oggi: il passaggio fondamentale sta nella rivoluzione copernicana dalla descrizione alla determinazione. Forse si farà la fila per andare a farsi giustiziare al cospetto di Maurizio Costanzo, e ci diranno che è necessario farlo per i nostri figli e nipoti, per difendere la loro esistenza, la loro felicità. Non si dice sempre, per legittimare qualsiasi nefandezza televisiva, che “lo vuole la gente”? Ebbene, non c'è dubbio che un omicidio in diretta, opportunamente annunciato per tempo, farà impennare gli ascolti. Insomma il genocidio che oggi viene assicurato dalle guerre, non a caso esaltate e romanzate dalla televisione, domani verrà direttamente assorbito dal mezzo televisivo diventando organico, impossibile da distinguere da tutto il resto quotidianamente imposto. 
Non celebra forse, la televisione, l'ideale squadra di calcio dei più violenti? La madre uxoricida francese non ha convocato una conferenza stampa per “spiegare” l'annientamento dei tre figli? Non si totemizza “mamma Franzoni” sul presupposto che avrebbe annientato il figlio? È una celebrazione sistematica del sangue dove perfino la residua indignazione di facciata fa spettacolo.
Questa corsa alla morte adesso che invecchio mi suona così odiosa, così offensiva. Evitare la morte non serve a evitarla, quando lei vuole ti trova, ma almeno non non esaltarla, non provocarla. Per anni ho continuato a fare tutte le cose che oggi rimprovero ai ragazzini, e qualcosa di peggio anche. Ho fatto le corse in macchina appena patentato, ho infilato un collasso etilico via l'altro, mi sono intossicato di cibo, di diete, di sigarette, di fatica. Ho sforzato il cuore fino a sanguinare dal naso, dalla bocca. Non placavo i miei demoni. La droga no, mi è sempre sembrata da perdente, non ho mai sopportato niente che mi tenesse in suo potere, l'idea di rincoglionirmi per fare un favore al Potere che ne aveva affidato il commercio alla mafia, pagandola pure cara, proprio non mi calava. Mai capito chi aveva tanta voglia di annullarsi, per rinunciare a battersi. E poi questo mestiere, senza rete, senza pace, per scoprire il limite del mio vile coraggio di fronte a una minaccia, un avvertimento, un telefono muto in piena notte. Compromettendo chi mi stava attorno, sacrificandolo per il mio intransigente egoismo. Non lo so perché mi è andata bene. Forse per soffire ancora. Ma dopo aver visto la morte in faccia ho deciso di continuare a vivere, se questo può chiamarsi vivere. E non lo reggo più lo spettacolo della morte circense. Ne ho viste troppe e non da romanzo. Li ho visti negli obitori, stesi sull'asfalto, negli ospedali, nelle case. Ho visto gente morire, come muore un pesce. Ho visto gente segata in due, gli intestini rotolati fuori. Ho visto la fine di chi nasce male e muore male. Morti assurde, ironiche o pazzesche. Morti sprecate. Morti fragili, consumate dal male dopo una vita non vissuta. Morti lontane o troppo vicine. Morti lente o fulminee. E ho troppi amici depressi, che muoiono dentro e non sanno perché. E non li sopporto i ragazzini che mi sfidano con la loro incoscienza, mi basterebbe aprire bocca per frantumarli come cristalli, cosa che ho fatto in questi anni su e giù per l'Italia perché solo un cinismo più forte, un frasario più duro, una verità più spietata potevano aver ragione di un cinismo recitato, assorbito dalla tv, sniffato come una dose. Ma a che prezzo? Stanotte sono scappato, giro in macchina come da neopatentato e il mio trabiccolo non è messo meglio di quella vecchia Alfasud verde pisello di terza mano. Ancora sto fumando, forse mi uccido. Come ha fatto a passare così in fretta tutto questo tempo? Forse, non fossi mai venuto via... avrei vissuto meno, ma avrei sofferto meno. Da una vita mi sento come uno sperduto in un deserto di solitudine. Non sono più quello di prima e non sono quello di adesso... ma cosa vado farneticando?

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