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UN RICORDO


Il mio polveroso film

UN RICORDO
Ho molti ricordi della mia infanzia, alcuni incredibilmente precoci. Rivedo i primissimi giocattoli, come un minuscolo camioncino di metallo azzurro, e potrei raccontare momento per momento la mia degenza all'ospedale, quando mi operarono di palato-schisi, malattia misteriosa che, fino ai tre anni, mi aveva impedito non solo di parlare ma addirittura di apprendere correttamente, cioè nel modo sperimentale che è l'unico su cui un infante possa formarsi, i rudimenti del linguaggio. Stavo in un luogo terribile, pieno di bambini come me, cui la natura aveva giocato scherzi assai più crudeli e irreversibili: ogni tanto affiora un paio di occhi, di un azzurro infinitamente luminoso e disperato. Un piccolino che la madre aveva lasciato lì, senza più tornare, e se ne occupavano le suore, le infermiere. Fino a quando? Ero a disagio, per quell'esperienza di sofferenza capitata troppo presto, e regalavo con un senso di ineluttabilità tutti i giocattoli che i miei genitori ogni giorno mi portavano, prima di andarsene “abbandonandomi” tra quelle corsie, con le braccia ingessate perchè non andassi a devastarmi la gola appena ricostruita.
Eppure – anche questo lo ricordo bene – lo stesso giorno che uscii dall'ospedale, col mio palato ricucito e liberato dai punti che il medico mi estraeva dalla gola uno per uno come tante “formichine”, cominciai a compitare perfettamente le mie prime frasi, facendo scappare mio padre che si vergognava della sua stessa commozione: lo rividi tornare la sera abbracciando la grossa Vespa giocattolo a pedali, rossa fiammante, che avevo sempre desiderato, facendoglielo capire a gesti e mugolii.
E' vero. Molti dei miei ricordi d'infanzia ricordano proprio la mia vita con mio padre, che mi teneva sulle spalle in giro per Milano, che voleva stessi nel letto con lui mentre faceva la siesta prima di tornare al lavoro (quei minuti di buio, scanditi dal suo russare, non finivano mai), e, con me seduto sulle ginocchia, incollava delicatamente le figurine di fiori, piante e animali che riempivano pian piano il mio primo album di figurine sulla natura. Lui c'era sempre, e resta sempre nelle immagini del mio passato. Eppure, l'evocazione più marcata di quegli anni, che riguarda ancora lui, è anche la più confusa: come se un'interferenza avesse in buona parte smagnetizzato il nastro della mia memoria in quella precisa circostanza.

Tutto era partito da una domanda che a me era suonata strana: “Ti piacerebbe vedere una pista vera, con le macchine grandi da pilotare?”. “Ma papà, ce l'abbiamo già la pista con le macchinine, non me l'hai regalata per Natale?”. “Sì, ma questa è molto più bella, più grande, con auto che sembrano vere e corrono che neanche le vedi passare...”. Non ci volle altro per convincermi. Avrò potuto avere quattro o cinque anni, non saprei dire se il mio fratellino fosse già nato. Mi pare di poter giurare che faceva freddo, uscii di casa che già annottava, imbacuccato bene da mia madre.
Arrivammo. Io continuavo a chiedere dove fosse questa fantastica pista, e mi stupii non poco quando papà mi fece scendere per una scaletta, giù nella città sotterranea. Doveva essere una stazione della metropolitana o qualcosa del genere. Ma treni non ne vidi passare. Invece, scese le scale, mio padre – forse adesso sto un po' fantasticando – infilò con disinvoltura sospetta una porticina, un pertugio insignificante e ci ritrovammo in una grande sala rivestita di quella gomma a bollini nera tipica proprio dei metrò. Al centro spiccavano due o tre piste che mi parvero gigantesche, su cui sfrecciavano coppie di modelli che, al confronto delle macchinette della mia pista giocattolo, erano missili colossali. E anche diversi: non due auto di formula uno, con i telai filiformi da cui sporgevano le ruote ipertrofiche, ma quelli che si chiamavano “prototipi”; dalla scocca massiccia, come carriarmati rossi e gialli. Intorno, alcuni uomini si dannavano coi pulsanti o stavano a guardare, facendo un tifo accanito.
Ti piace? Resta qui e non muoverti: per qualsiasi cosa, mi trovi laggiù”, mi disse mio padre appartandosi poco distante con uno sconosciuto. Lui, all'epoca, trafficava in componenti elettronici, quei minuscoli aggeggi dai nomi buffi – impedenzine, resistenze, transistor – che si montavano sui circuiti stampati all'interno delle radio, i mangiadischi, i registratori, di cui costituivano il cuore ed il cervello. Adesso non se ne trovano più, sostituiti dai circuiti integrati e dai microchip che fanno funzionare computer e lettori mp3, ma allora ogni informazione viaggiava attraverso quelle smilze particelle allungate di ogni colore, con le quali mi pungevo spesso perchè avevano alle estremità due filamenti in ferro. In casa ne spuntavano dappertutto. Mio padre allora lavorava in una piccola ditta che ne faceva arrivare a scatole, centinaia di pesanti scatoloni dal Giappone, dalla Corea, per poi essere rivenduti alle fabbriche di strumenti elettronici. Quante volte lo accompagnai in quei casermoni fuori città, dispersi nelle nebbie della brughiera, pieni di gente infelice e grigia alla quale promettevo a me stesso non sarei assomigliato mai! E adesso lui stava lì, a parlare con un tipo mai visto, mentre io mi distraevo davanti alla pista “per grandi”, chissà perchè in fondo ad uno degl'inferi della città. Magari non avrò avuto mai una grande intelligenza razionale, in matematica e, più avanti, nelle materie scientifiche; perfino nel disegno, che richiede istintiva capacità di calcolo e senso delle proporzioni, soffrivo sempre. Però nell'intuizione sono sempre stato forte, avevo già da piccolissimo una sensibilità esasperata, che sconfinava nella sensualità e mi rendeva un po' inquietante, e che mi avrebbe sempre condannato a venire deriso dopo un'uscita, una osservazione, un giudizio su qualcosa o qualcuno, che immediatamente suscitava ilarità e compatimento, salvo venire riabilitato tempo dopo, quando era troppo tardi.
Anche in quella occasione il mio istinto si mise in moto e cominciò, mio malgrado, a registrare elementi, suggestioni, impressioni, e a ricombinare ogni informazione: tutto sapeva di ambiguo lì sotto. La pista era troppo grande, un gioco per ragazzi che però eccitava uomini fatti, e di aspetto poco rassicurante, di facce truci, di vestiti torvi. E le luci erano scure e si respirava, in molti sensi, aria di sporco. E perchè eravamo dovuti scendere, varcare una porticina che ci rendeva come dei clandestini intenti a divertirci? E che svago era mai quello, che accendeva smorfie di tensione in un silenzio irreale, rotto solo da qualche commento che non capivo, che pareva in codice? E mio padre, il mio tenero, allegro e buon papà, che stava facendo in quel momento, di che parlava, senza che potessi sentirlo, con uno che non avevo mai visto, e che forse non mi piaceva affatto?
Poi lui tornò, con allegria sospetta. Credo che mi abbia fatto fare qualche giro con le automobili, pilotandole insieme a me; ma ero l'unico bambino in un posto da adulti, e mi sentivo a disagio. “Vuoi restare ancora un po'?”. Feci segno di no, che volevo tornare a casa, dalla mamma.
Il mio polveroso film s'interrompe qui.
Altri ne ho a disposizione, di giorni ed anni seguenti, in cui ormai ero cresciuto, e mettendo insieme tutte le trame, qualcosa salta fuori. Certo non tutto, ma qualcosa, quasi naturalmente, combacia. Trova un senso. Quello che, ma magari sto continuando a dare i numeri, il mio cervello scelse di cancellare fino ad oggi. Adesso sono adulto, molto più di quanto non fosse mio padre quando mi portò a giocare con quella misteriosa pista. Lui non c'è più ed io ho accumulato, in fatto di uomini, una esperienza che lui probabilmente non ha avuto mai. Mi è capitato di avere a che fare con ogni genere di individui, e ho imparato che non sempre si possono evitare i peggiori; che, proprio come vuole un abusato clichè, i peggiori quasi sempre sono quelli che appaiono i migliori ad una società che li adula, li esalta, sospettandone segreti che comunque non trapelano e che nessuno vuole davvero conoscere. Ho imparato anche che conoscerli, frequentarli, certi personaggi, non fa necessariamente di noi degli uomini cattivi. Ho potuto studiare il mio passato, informarmi, ne ho perfino scritto, più volte. E ho scoperto che neppure nell'operosa, frenetica e ottimista Milano degli anni Sessanta si poteva lavorare, esercitare il commercio, se non si pagava pedaggio a certe presenze che stavano dappertutto, e che contavano molto. Troppo. Quelli come mio padre erano i piccoli, insignificanti pesciolini di un acquario che contava anche squali e murene, i mattoni di un organismo colossale e mostruoso che respirava col suo alito mefitico. No, non sto scusando il mio vecchio per chissà quali colpe, non sto girando attorno a qualche suo inconfessabile segreto: non starei qui a scriverne. Tutt'altro, sto solo dicendo le cose come stanno.
Molte stagioni dopo, venni a sapere che un amico di mio padre, che faceva il suo stesso mestiere ma in una ditta concorrente – c'era posto per tutti, nella Milano di quei tempi -, s'era impantanato in un brutto affare, non ho mai capito se di gioco o che altro. Probabilmente era messo proprio male, ma mio padre, da provinciale moralista e un po' bigotto, su quella storia ha sempre tirato via. Per farla breve, questo amico, che poi era un suo conterraneo, gli aveva chiesto aiuto in nome della gioventù passata insieme, a tampinare le ragazze, a studiare poco, a fare i bagni al mare e tutto il repertorio patetico che si tira sempre fuori quando ci si sente con l'acqua alla gola. E aveva chiesto un incontro in un posto malfamato, dove si riteneva al sicuro da presenze minacciose e sempre più ossessive. Non sono riuscito a saperne molto di più. Tutto quello che son riuscito a mettere insieme, a forza di domande, di mezze risposte, di ricordi più o meno svagati di mia madre, e di un lavoro sommerso di studio, di documentazione, di consultazione di certe fonti, nelle quali, dato il mio mestiere, mi trovo a mio agio, è che c'erano di mezzo alcuni personaggi pericolosi, che non scherzavano, che avevano finanziato i vizi di quel tale e adesso pretendevano un rimborso sproporzionatamente alto: l'obiettivo, era di mettere le mani sulla ditta in cui il tipo lavorava, naturalmente per spolparla dopo averla trasformata in un paravento per le proprie losche attività. Mio padre, che è sempre stato un uomo di generosità perfino avventata, non aveva saputo sottrarsi a quella richiesta d'aiuto e s'era arrischiato a garantire il vecchio amico di gioventù presso i delinquenti che lo stritolavano, ottenendo una dilazione al saldo del debito, che inoltre aveva avallato con quote del suo stesso stipendio. In seguito, lo vidi in ufficio, dove gli piaceva avermi con se', alle prese con uomini trucidi, con pance enormi che sporgevano dalle giacche e rivoltelle, autentiche pistole ostentatamente infilate nei pantaloni. Capitarono diverse volte, finchè, l'ultima, sentii mio padre dire: “Allora con questo abbiamo finito, siamo a posto. Garantitemi che lascerete in pace quel poveraccio”. Fine della storia.
Con un'appendice mai scritta: se davvero individui del genere si convinsero a sparire, dopo avere ottenuto quello che voleva, allora il mio vecchio dev'essere stato proprio un drago, perchè quella è gente che l'osso non lo molla finchè non lo ha spolpato completamente. Ma il mio vecchio io lo vidi alle prese con ben altri mastini, orientali abituati a trattative estenuanti, lo vidi prenderli per stanchezza, intontirli in mezzo agli scatoloni giganteschi di componenti elettronici, in un vortice di fumo di sigarette, al ristorante, in qualche locale, in ufficio, perfino a casa nostra. Mio padre batteva i musi a mandorla sul loro stesso terreno, quello dell'occupazione di tutti gli spazi, non li mollava, non li faceva respirare e quelli alla fine, disfatti, increduli, affascinati, rendevano l'onore delle armi. Riusciva sempre a spuntare le condizioni migliori, le esclusive che bruciavano i concorrenti. Questo fece di lui uno dei venditori più famosi e di successo di tutta Milano, anche se un simile modo di lavorare lo consumò come una candela. Ma aveva un temperamento autodistruttivo, e sapeva vivere solo così: uccidendosi.
Poi, quell'amico un po' degenere credo d'averlo visto sui giornali, molto tempo dopo, finito in carcere per un'altra storia, di tangenti e di droga, all'epoca di Mani Pulite. “Papà, ma non era quello che...”. “Sì, è lui, ma non mi va di parlarne”. E aveva un viso deluso, pieno di quell'amarezza che sperimenta chi crede fortemente, infantilmente nei valori che gli sono stati inculcati quando li vede smentiti dalla realtà. Io non sono così, io quei valori li ho abbandonati, dopo averli praticati a lungo, perchè mi sono reso conto che finiscono per distruggerti, se sei l'unico a crederci in un mondo dove tutti li sbandierano e intanto li tradiscono. È stato un po' come rinnegare il mio vecchio, ma bisogna pur imparare a sopravvivere, a un certo punto.
Se poi mi chiedete come abbia potuto un giovane papà portare il suo ragazzino a un appuntamento così delicato, per non dire rischioso, vuol dire che non lo conoscete, mio padre: quando aiutava qualcuno, era convinto che il Dio dei giusti, il suo Dio infallibile e complice, lo proteggesse. Aveva paura di tutto, meno che delle cose di cui avrebbe dovuto. Era, in certe faccende, terribilmente irrazionale. Magari avrà creduto di farmi vedere qualcosa che mi avrebbe lasciato a bocca aperta, già che doveva andarci per tutt'altri motivi.
E invece mi ha regalato un ricordo nitido e confuso, insistente, e, oggi, pieno di tenerezza.

Commenti

  1. Ti invidio quel padre che mi ha lasciato all'età di 8 anni, prima di portarmi a casa una lambrettina a pedali come la sua con la quale mi faceva provare a tenere il manubrio.
    mauro

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  2. Io con lui vado d'accordo adesso. Prima, mai.

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