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| "Perché?" |
INEVITABILITA' DEL DOLORE
Partiamo dal dolore.
Dall'immanenza del dolore, che tante volte sperimentiamo su noi
stessi o in chi ci vive accanto o semplicemente ci sfiora. Quando
questa percezione oltrepassa la misura della sopportazione
individuale, che naturalmente è diversa per ciascuno, arriva
inevitabilmente a un bivio. Da una parte si imbocca la strada della
fede, dall'altra quella del rifiuto. La prima strada porta alla
domanda di Giobbe nella Bibbia, che è identica a quella di
Dostoevskji: “Perché?”, e cerca, invoca una soluzione
trascendente all'assurdità che non riusciamo a riordinare. L'altra
strada rifiuta ogni alternativa ad una immanenza della sofferenza,
che d'altra parte resta priva di ogni consolazione, per quanto
illusoria. Per il primo percorso, la risposta è differita: ad un
altrove, un'altra vita, una dimensione futura che riscatterà quanto
subiamo qui, senza però riuscire a spiegarcelo; Dio diventa un
complice di chi ci uccide.
L'altro percorso non
trova neppure il conforto di un'attesa; Dio è ridimensionato a
colpevole della sua assenza. L'alternativa si riduce tra assurdità
della speranza e speranza dell'assurdità. In entrambi i sensi, la
sofferenza che ci umilia, ci menoma, ci isterilisce e ci annienta, è
l'unica cosa concreta: e non viene motivata razionalmente, cioè non
viene spiegata in alcun modo; perché non è una soluzione
accettabile quella di differire un riscatto, pascalianamente tutto da
scommettere, ad una prospettiva che dovrebbe consistere in una sorta
di confusa estasi inebetita, e che comunque non trova corrispondenza
spiegabile rispetto ai soprusi, le rinunce, il male puro che
sperimentiamo dentro, addosso, intorno. Dove sta la misura della
ricompensa? Si può ricompensare la sofferenza? Si può ottenere
sollievo, una volta ridotti ad una dimensione diversa, sconosciuta,
incompatibile con quella che ci avvolgeva mentre sprecavamo una vita
concreta, terrena, di carne, di sforzi inani? Il dolore che
avvertiamo in un dato momento, in quel momento prolungato che è la
vita, non può essere sanato proprio per il fatto che lo sentiamo,
che è stato patito. La Croce può venire superata, ma non negata.
Anzi, è presupposto per l'asserita “ricompensa”.
Ma io trovo volgare,
oltre che illogico, un premio per la rinuncia, il sopruso, forse la
viltà. Niente può riscattare la vita dopo che ci è stata tolta.
Cristo è l'esempio di una sconfitta, che la mitologia religiosa ha
capovolto in trionfo. Io so che la gioia si può perdere, ma il
dolore non si perde mai, le sue cicatrici restano per sempre nel
ricordo, nell'anima. Ma le nostre religioni sul punto sono imprecise,
vaghe, e convergono, invece, su un unico punto: l'impossibilità, per
una mente normale, di cogliere la grandiosità del proposito divino
che la riguarda. Questo è un trucco, che non consente via d'uscita.
Come quando le religioni ci sfidano a provare l'inesistenza di Dio,
anziché provare, esse, la sua esistenza. L'unica cosa certa, è che
di dolore si muore, nella misura in cui si rinuncia a vivere. E
dovremmo esserne grati, perfino lieti. E dovremmo costringerci a
negarci perfino il sollievo istintivo, figlio di una pulsione vitale,
per la punizione del colpevole: penso che la violenza più grande che
la religione possa perpetrare su quei fuscelli che sono gli uomini, e
in specie la religione cristiano-cattolica, sia quella del perdono
obbligato. Che, infatti, riduce il male ad una farsa, e chi lo ha
subito ad un colpevole. Mentre chi lo ha inflitto dovrebbe,
ciclicamente, uscirne addirittura nobilitato, in quanto gratificato,
percettore di grazia. Nella latitanza di spiegazioni convincenti, si
è arrivati per via religiosa al parossismo della crudeltà per cui
il dolore è figlio della colpa (che non viene precisata, esiste di
per sé) e fonte di gratitudine (perché darebbe adito alla
salvezza).
Questo è un altro
trucco, che il potere religioso ha storicamente protratto per motivi
squisitamente temporali, di controllo delle masse, delle genti.
Nell'epoca della modernità, ad una simile, delirante impostazione ci
si è ribellati con edonismo sempre più irrazionale, il che non
salva gli uomini dalle proprie responsabilità; ma uno dei
presupposti per questa “morte di Dio” sta proprio nella sua
traduzione in qualcosa di intollerabilmente sadico, imposta per
secoli dalle gerarchie del misticismo. Fu Nietzsche a parlare per
primo del cristianesimo come “religione da schiavi”, impostata
sull'atteggiamento del sacrificio, della soggezione, perfino della
penitenza per l'ingiustizia subita, sorta di orrendo capitale da
spendere nell'ultradimensione. La soggezione, la pazienza di Giobbe,
per questa via è supplichevole, utilitaristica del tipo pascaliano;
oppure, se va oltre, diventa peggiore, ultra-kantiana, irrazionale di
ritorno: la bontà degli asini.
Intanto il male, per via
religiosa, ci forma, sformandoci: siamo stati allevati a considerarlo
inevitabile, il che va bene; ma, di più ancora, giusto, opportuno.
La dottrina cattolica, in particolare, ha questo dogma devastante,
incredibilmente crudele del peccato originale, che di fatto si
traduce nella condanna a soffrire senza colpa e senza spiegazione: la
colpa è quella di essere nati, un atto che non dipende da noi. Tanto
ne siamo imbevuti, che ancora oggi, nel primo secolo contromistico,
antiescatologico da secoli, l'idea di un Dio che imponga,
legittimandolo, il male non riusciamo a perderla. Se, per esempio,
subiamo un periodo di maltempo abnorme, fuori stagione, fuori della
logica naturale, ci consoliamo notando che “però prima è stato
bello”. Come se un periodo di insperata benignità andasse per
forza scontato. Nessuno considera che non c'è un legame logico, e
men che meno meteorologico, tra un breve anticipato passaggio del
sole e poi un accanirsi del maltempo per settimane. Abbiamo avuto la
fortuna, ora in qualche modo la dobbiamo pagare.
La fede è una continua
tensione, lo sforzo inesausto di coniugare situazioni tragicamente
concrete, come sempre è la sofferenza, con proiezioni del tutto
inconsistenti, la sua serenità è sempre narcotica, indotta come un
farmaco, e sempre sul punto di spezzarsi, da cui la spinta a
concentrarla sempre più, che sfocia nel bigottismo allucinato, nel
fanatismo. Io non voglio negare il riscatto. Lo nego in una
prospettiva inesistente, lo colloco nella sola vita attuale, la
stessa da cui la ferità si generò.
Per questo parlo di
superamento del dolore piuttosto che della sua sconfitta. Un
superamento parziale, approssimativo, costretto nei limiti di una
esistenza imperfetta, ma l'unico risultato possibile (il che non
significa garantito) per me. Non si dimentica il dolore, non lo si
elimina: lo si può metabolizzare, ci si può convivere, lo si può
perfino trasformare in sollievo, all'arrivo di un percorso a sua
volta doloroso, spesso drammatico. Ma il presupposto della ferita
rimane e nessuna proiezione escatologica, ultraterrena, teosofica o
altrimenti religiosa può risolverlo. Se vittoria c'è, è una
vittoria che riposa su una sconfitta. Della vertigine di questa
ineluttabilità hanno parlato in tanti, dalla nascita del
pensiero fino a Schopenhauer, a Leopardi che mirabilmente univa
analisi razionale e intuizione poetica, a Cioran a Camus, cercando,
trovando, vie di salvezza in uno spiritualismo ateo, laico, fatto di
tensione etica, di estasi artistica. Ma quello che ha forse meglio di
tutti messo in chiaro l'inevitabile immanenza del dolore è
Gombrowicz, che, in polemica con l'esistenzialismo di Sartre, negava
alla stessa coscienza qualsiasi possibilità redentrice, riducendola
a prodotto dell'impotenza sociale: “Io vedo l'universo come
un'entità completamente nera e vuota, dove la sola cosa reale è
quella che fa male: appunto il dolore. Il vero inferno è questo, il
resto sono solo declamazioni”.
Alle quali non mi
arrendevo fino in fondo. Fino a poco tempo fa, credevo almeno questo:
che il dolore non si cancella, ma può diventare sorriso per chi ha
sofferto. È consapevolezza il dolore, è comprensione per l'altrui
sofferenza. Solo sperimentandolo lo si può superare. Arginare.
Medicare. Ma se il dolore ci travolge, allora è la fine, isterilisce
tutto, diventiamo piante uccise. Il senso di un ritorno sta qui: nel
rialzarsi e tornare nella vita. La nostra, quella di chi
attraversiamo e ci attraversa. È farsi ponte. Se solo lo vogliamo,
possiamo essere incrociatori e incrociati. Le nostre croci ci
seguono, ma diventano amore. Torniamo a mettere foglie, malgrado le
lacrime, perché quella lacrime si sono trasformate in linfa. La
morte si è risolta in vita.
Non lo penso oltre.
Quest'ultimo residuo della mia educazione cattolica non mi appartiene
più, è caduto da me come una foglia appassita. Una volta di troppo
ho constatato che nessuno aiuta nessuno, perché non può farlo,
perché nessuno si fa aiutare. Quella della carità, della
misericordia, della presenza, del farsi prossimo, è un'altra bugia
cristiana, pietosa forse, ma non per questo meno fuorviante. La
verità è che l'altro ci serve per scaricargli addosso tutti i
nostri alibi; la verità è che ci facciamo alibi noi stessi, di noi
stessi, e cerchiamo qualcuno da ingannare, per poterci ingannare noi
stessi. Noi ci usiamo, tutti, senza ritegno. Sono arrivato al punto
da alleviare persino le famigerate tecnologie, che ci avrebbero
allontanato, che si avrebbero isterilito. No, le macchine di per sé
non sono niente, non possono niente, non tolgono niente. Se solo ci
fosse, questa volontà di lealtà, le macchine tornerebbero nel
nostro controllo. Il problema siamo noi, che, ancora una volta,
fingiamo impotenza. Che ci nascondiamo dietro la nostra impotenza per
delirio di onnipotenza. Vogliamo essere liberi di distruggerci, per
poter pretendere aiuto, per poterlo ricevere in modo da tornare a
distruggerci, e così via, in una spirale da percorrere per l'intera
vita. Non c'è mai un cambiamento, restiamo quelli che eravamo,
inchiodati a noi stessi. La nostra costante è l'immaturità.
Mentiamo come bambini, e come loro non vogliamo rinunciare a ciò che
pretendiamo. Non abbiamo rispetto per il dolore, per quello che ci
porta, che ci insegna. Per la sua ineluttabile permanenza. Siamo
soli. Amiamo davvero solo noi stessi, pure non sopportandoci. I
nostri feticci, siano il divismo o l'umiltà, la politica o la
religione, il sesso o la mortificazione, l'egolatria o l'altruismo,
non asciugano la sofferenza che rechiamo. Che siamo. E alla fine, trionfa
l'urlo del dottor House fuori controllo: “La vita è dolore!”.
E non sussistono
consolazioni. Tra la speranza dell'assurdità e l'assurdità della
speranza, io considero non meno dolorosa (il dolore si specchia nel
dolore, contiene se stesso), ma almeno più convincente, a conti
fatti, la seconda.

Eh ,lo so.'E difficile accettare la morte.
RispondiEliminaPer questo penso che anche i filosofi debbano pensare a visioni della vita che diano conforto nel viverla, , altrimenti a che servono?
il dolore da qualunque parte esso promani e a qualunque causa esso sia riconducibile è in un certo senso connaturato all'esistenza umana...la prospettiva consolatoria cristiana può alleviarlo ma non allontanarlo nè annientarlo...la strada che percorriamo per conviverci porta inevitabilmente alla rassegnazione, pur sapendo che esso deformerà e distruggerà per sempre la nostra vita, senza rimedio e senza riscatto.... c'è comunque il dolore che promana dalla natura, quello che deriva dai comportamenti dei ns simili e quello che deriva dai ns comportamenti...il secondo è il più difficile da accettare e spesso apre la via alla vendetta o alla rivalsa, sentimento umano aberrante finchè si vuole ma molto umano e carico di vitalità
RispondiEliminaDavide, Milano