NEL GELO, TRA REALTA' E PARANOIA
C'è un'Italia che è ferma. È quella normale, della gente normale, paralizzata dalla neve. Metropoli e villaggi alle prese con la fatica di camminare, di spostarsi, di fare rifornimento, di viaggiare. Non tutti ce la fanno, c'è chi ci lascia le penne: la morte è proprio oltre il vetro, se guardo fuori trovo solo una immensa macchia bianca che mi fa soffocare, mi fa pensare che non ne usciremo vivi, che non finirà mai. Questa Italia normale, che ha paura, che reagisce resistendo, accusa tutti i ritardi di una persistente gestione criminale che l'ha lasciata senza infrastrutture solide, alla mercè di capricci del tempo che rendono inaccessibili e disperati i suoi ottomila villaggi e le poche città tutte sbagliate, come nella Capitale che per una spolverata di zucchero a velo va in panico. Questa Italia scopre sotto il gelo che i suoi aerei non possono partire perché mancano gli strumenti per scongelare le ali, i suoi treni si fermano nei binari resi morti dal ghiaccio, i suoi camion intasano le autostrade e sono quelli che trasportano il 90% delle merci che servono al Paese per vivere, caso unico nelle economie occidentali. Questa Italia fatta di case sperdute nella bufera, di tetti schiacciati dalla neve, di autoambulanze impantanate nella neve, scopre che i suoi Comuni, le sue istituzioni sono impreparate e inadeguate a gestire emergenze annunciate e passano il tempo a litigare fra loro, a scaricarsi il barile delle inadempienze. A questa Italia va già bene se, alla decima telefonata, qualcuno si decide a mandare un mezzo di soccorso. È un Paese che, spinto alla disperazione, impara a cavarsela da solo, come può. Riscopre nella propria memoria genetica le esperienze della guerra. Si soccorre a vicenda, si presta la pala per liberarsi l'accesso, estende al vicino il soccorso dell'amico che ha un trattore munito di ruspa: a me è successo. Non mi ero mai fermato con quelli che mi abitano di fronte, ma una nevicata può sprigionare inattese solidarietà. Non sempre: nel giro di 72 ore, ho scarriolato come un mulo due volte, nell'assoluta indifferenza dei miei coinquilini. Uno mi ha detto: grazie anche da parte mia. Volevo aprirgli la faccia con la vanga. Altri però sono generosi, ti prestano gli attrezzi, starebbero a parlare con te delle ore, c'è un vecchietto alto un metro e mezzo, da me soprannominato “Poppetto”, che ogni giorno immancabilmente mi ricorda la famosa nevicata del '56. Non vorrei portasse un po' sfiga, ogni volta che la nomina arriva una nuova tormenta, come se il 2012 volesse battere il record.
E poi c'è un'altra Italia, che non si ferma mai. È quella della politica, che tesse le sue tele deliranti, e dell'informazione che le sta dietro, che registra o inventa le faccende più inutili, assurde e bugiarde. Uno come Mentana a me pare paranoide, di quei matti che non si rendono conto più nemmeno della propria sordità mentale e morale. Me lo ricordo, Mentana, quando recitava la parte dello scomodo, dell'estromesso. E adesso eccolo, tronfio e paranoide, a dirigere le notizie di La7 in quel modo vecchio, allucinato, da figlioccio del potere, un potere paranoide e incomprensibile. E infatti il suo telegiornale ha qualcosa di incomprensibile, di paranoide, sabato sera per 24 minuti ha parlato di sciocchezze politicanti, ha recitato un rosario di dichiarazioni inutili e stupide e solo in coda ha dato la notizia del giorno, l'ondata mostruosa di freddo che ha paralizzato l'altra Italia. E sorrideva, si vedeva che non c'era in quell'inferno, che non gliene importava niente, non sembrava neanche rendersene conto, era solo una finestrella nella torta dei partiti, delle loro stupide polemiche, un contrattempo per riempire il suo telegiornale politicamente paranoide.
Questa informazione, questa politica non fanno parte del Paese. Non trovano niente da dire, il governo Monti non ha speso una parola sulla situazione da tregenda in cui versa la gran parte del territorio, i partiti si azzuffano sulle rispettive ruberie, indifferenti a tutto il resto, l'unica cosa che conta è l'incessante eruttare dei mammasantissima. Mentre quasi tutto il continente conosce una stagione di gelo che non ricordava a memoria d'uomo, perfino in Turchia, e nell'intero est Europa le temperature sono scese a 60 gradi sottozero, uccidendo la natura, sterminando ogni specie di vita. Ma per quelli come Mentana, due immagini e via, sentiamo cosa ha detto Di Pietro.
Dicevano che andiamo verso il surriscaldamento del pianeta, ma la vera emergenza è il surriscaldamento di questa Italia privilegiata e alienata, che sta in un altro pianeta, un pianeta che non c'è. Per quello vero pare difficile poter parlare di ebollizione e infatti sono sempre di più quelli che hanno rinunciato a propolare la bufala, anche tra gli scienziati. Però a mezza voce, in privato perché ad ammetterlo pubblicamente rischiano l'estromissione dalla comunità scientifica. Questo allarme surreale, che ci condiziona da 40 anni, puntualmente smentito da ondate di inverni polari, è una trovata ideologica sulla quale è stato opportunamente costruito l'immancabile business delle energie alternative, del catastrofismo, dell'anticapitalismo ambientalista. Prova ne sia che l'emergenza vera, quella da sovrappopolazione cui si assomma la scarsità idrica, non interessa davvero a nessuno.
Intanto il Paese che c'è, che resiste come può, paga anche le risorse che non brucia, che gli sono divenute inaccessibili. Conosco decine di case, la mia inclusa, che anche in una situazione artica come questa si forzano ad accendere i termosifoni per non più di due, tre ore al giorno. Come in guerra, sessant'anni fa. Siamo la prima generazione che forse camperà meno delle precedenti, perché la qualità di vita è regredita, mangiamo peggio, viviamo con maggiore disagio, le nostre abitudini sono malsane, gli strumenti della nostra vita sono di qualità infima. E abbiamo paura, del presente, del futuro, di non farcela, una cosa che mangia dentro, che consuma peggio degli stenti.
Il Paese che esiste paga anche quello che non ha al Paese che non c'è, che vive nella sua bolla di paranoia.

Eh sì, è proprio così, questa ondata di gelo piombata in mezzo alla crisi che ci lascerà tutti più poveri è una sorta di ritorno all'antico, alla guerra appunto, quella guerra che ha fatto da spartiacque tra l'Italia povera, contadina, con ferre divisioni di censo, fatta di pochi benestanti e molti derelitti, che viveva al freddo d'inverno e in strada d'estate, che mangiava la carne una volta alla settimana, che emigrava sui bastimenti per cercare fortuna e l'Italia che è venuta dopo, ha visto il benessere diffondersi ed è cresciuta più o meno per 50 anni,poi si è fermata e ora rivede il suo passato di paese povero e arretrato non più come un passato remoto, ma come un parente anziano che torna dopo un lungo viaggio e una mattina ci bussa alla porta e ci dice "ma come ? non mi riconosci ? sono tuo nonno...ti sei dimenticato di me ? eppure siamo sangue dello stesso sangue, carne della stessa carne....guardati allo specchio, ho i tuoi lineamenti, i tuoi occhi...sono tornato, nipote mio...siamo di nuovo insieme, vedrai che ce la faremo, come un tempo...tu mi dirai cosa hai fatto in tutti questi anni e io ti racconterò la guerra", Davide, Milano
RispondiEliminaBello.
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