BENVENUTI NEL MONDO (ATROCE) DI CHECCO ZALONE
Non è proprio vero che ce l'abbia coi gay. Certo, tradisce una sorta di teorico disprezzo pugliese, ma in realtà non tratta meglio le donne, o i machi che così trattano le donne, e men che meno il suo pubblico, al quale proprio in apertura riserva carezze abrasive. Insomma ce l'ha con tutti. La scuola è americana – il sarcasmo sulle minoranze nere – il tratto è di schietta volgarità mediterranea. Ha crocifisso ogni ipocrisia, partendo da quelle più insopportabili, come la moda dei concerti di beneficenza dopo qualche sciagura. Ha mortificato i cantanti, anche quelli suoi ospiti. Ha dipinto Cassano come un minorato, Trota Bossi come un minus habens, Vendola come un cialtrone esaltato, Berlusconi come un vecchio laido e rimbambito. Ha irriso Piersilvio e le sue multe e la sua ipocrisia. Il tutto su Mediaset, che almeno in questo caso ha dato una lezione di tolleranza e di libertà. La caricatura più crudele è stata per Saviano (alleluja), ma nel mondo di Checco Zalone nessuno è innocente davvero, e più che castigare i costumi ridendo lui li distrugge costruendo una filosofia del cinismo, nella quale il basso profilo è una trappola, per una lettura del reale in fondo disperata, che proprio per questo può disturbare, in ossequio all'unico comandamento della satira, che non è qui per divertirti ma per metterti in crisi. Ridere si ride, ma si ride amaro, cattivo, senza riscatto, senza lieto fine, come è giusto in un mondo che premia uno zotico inquietante, “di professione zio”, che rimbalza in tutte le trasmissioni. E che, di passata, rivitalizza anche un altrimenti spento Claudio Bisio.
Lui bravo, efficace nei testi e nelle parodie, a volte vacillante nei monologhi, nei tempi, appesantito da una scenografia inopinatamente cupa, tetra, che rendeva l'atmosfera simile a una discoteca tamarra di periferia. C'è qualcosa di fuori moda, di squallido nel mondo di Zalone, di immutabile, da bar sport, da condannati alla sfiga, da gente che alla vita non chiede poi granché, a parte i propri vizi atavici, le proprie passioni automortificanti. Comunque si ride, e uno show anche troppo lungo, sul quale Canale 5 ha investito l'intera serata, scorre senza troppa fatica anche se tutto sulle spalle dello showman (gli ospiti non mancano, ma per qualche ragione sembrano controfigure, restano poco utilizzati).
Show umile, come ironizzava il titolo, a tratti quasi dimesso, con un che di precario. Ma Zalone non ha deluso, e se c'è una carogna in grado di infilzare allo specchio le carogne virtuose, questo oggi è solo lui. Incapace di tenersi, coinvolge Albano in un duetto di rara truculenza per subito infierire sulla sfiga della sua storia con Romina. Adesso vediamo cosa ne diranno i cantori della satira senza confini, senza riguardi, che però leccano i satiristi autoconfinati in un mortificante recinto di autobavagli. Mentre qui c'è uno politicamente corrivo, talmente arcitaliano da diventare un alieno: la differenza tra Checco e, mettiamo, un Leone di Lernia è che in lui la volgarità, che pure abbonda, non è fine a se stessa, è strategica, parte dal personaggio parodiato e a quello ritorna come un boomerang micidiale. Luca Medici, in arte Checco Zalone, non è Fiorello, non ha la furbizia e il talento multiforme dell'altro, che, ha ragione Costanzo, è il vero erede di Walter Chiari. Ma ha capito la lezione, peraltro inarrivabile, di Alighiero Noschese: la vittima non va esagerata, va demolita in sé, per quella che è. Quando Zalone replica Vasco Rossi che per un quarto d'ora bofonchia “Eeeeeehgià! Eh!”, è del tutto credibile perché non s'inventa un Vasco Rossi sopra le righe, non gli fa dire più di quanto non dica, lo cristallizza nella sua drammatica condizione attuale. Stesso discorso per Saviano: troppo scontato attaccarlo sul vittimismo narcisista (basta una smorfia, quando sorride), meglio prenderla alla larga, girare attorno alla percezione, comune, generale, di sfigato, che poi dà la colpa dei suoi insuccessi alla camorra. Lì esplode tutto, con il vate della legalità che parla di rifiuti a Napoli ma la munnezza che intende è quella dei cessi che pure non lo vogliono. Colpito e affondato.
Dite quello che volete, ma con i comici a gattone e a gettone dell'antiberlusconismo paranoide non si ride da un pezzo, con Checco invece sì, e di brutto, e senza ritegno. Per nessuno.

concordo su tutto.
RispondiEliminabravo Massimo
Bravo Checco!
RispondiEliminaIo magari vado controcorrente però devo dirti che ci ho provato in questi anni a seguirlo e niente, non ce la faccio...mi annoia profondamente, non mi trasmette assolutamente nulla, non mi fa ridere e nemmeno mi fa incazzare, scorre via e mi fa la stessa impressione di un Don Matteo...così come mi annoiano i vari Crozza, le imitazioni di Fiorello, le seratine dandiniane e via col resto.
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