PENSARE SELVAGGIA


Nell'era delle chiacchiere liquide, nella società delle parole vane, perde chi tace e vince che la spara più grossa. Una blogger di pettegolezzi può scomodare la macchina del fango, atteggiarsi come quelli che hanno fatto cadere Nixon e viene perfino presa sul serio. Perché lo fa? Perché sa di poterlo fare, sa di avere dietro l'agenzia Viserverbi che dopo averla imposta le prepara la difesa, e davanti gli zelanti che non aspettano altro che di passare all'incasso, di poter entrare nel luna park dell'informazione, nel giornalismo Balocchi che ora si liscia e ora si azzanna. In modo sinistro è rimbalzata per la rete la stessa identica versione, neanche una virgola cambiata, a scagione della blogger Lucarelli la quale “non ha grosse responsabilità se non quelle di aver messo a disposizione incautamente del materiale di cui erano in possesso per il giornalista Parpiglia del settimanale Chi”. Come a dire che chiunque provvisto di buon senso prende foto private e va a venderle, a proporle a un settimanale scandalistico senza ripensamenti di sorta. Stanno scherzando? Sono al corrente dei fatti o almeno degli atti processuali? No, stanno ripetendo a pappagallo la formula, facilissima da memorizzare e da diffondere per la rete, chiaramente approntata dagli uffici stampa degli imputati, gente da ballatoio televisivo o telematico. Come poi una che di sé dice “le notizie non sono mai state il mio pane” sia “entrata in possesso” di dati sensibili, gli zelanti non lo spiegano, glissano come di dettaglio trascurabile. Un momento, però. Possiamo pure credere che gente come la Lucarelli non fosse esperta nella recente arte dell'hackeraggio, ma questa è proprio l'ultima delle questioni. Faccio questo mestiere da 25 anni e certe tecniche di pirateria informatica le spiego nelle scuole, ma non ho quasi mai avuto occasione di intercettare casualmente roba personale e quella poca non mi sarei mai sognato di andarla a trattare. Ma questa sconsiderata Lucarelli, a ripetere impettita che lei si è limitata a sottoporre le fotografie a un collega di rotocalco, le ha mai lette le innumerevoli Carte che strangolano il mestiere? Non è tenuta lei ai corsi di formazione, non le ha spiegato niente papà Travaglio? Cosa crede, che il giornalismo si esaurisca in raffiche di tweet stupidini?
Come possa pensare Selvaggia di vivere perennemente nella sua bolla superficiale, anche alle prese con bastonate che la riguardano, non sappiamo e non ci interessa, ma non si può decentemente obiettare la propria estraneità agli intrighi informatici per chiamarsi fuori dopo aver “messo a disposizione”, così recitano le veline assolutorie, fotografie che si assumono trafugate da un sito in odor di illegalità, comunque da nessuno autorizzate e qui si assiste al rigetto di una tecnologia concepita per rendere facile ogni azione, anche ogni degenerazione, ma per la quale gli anticorpi sono stati del tutto ignorati. Quella delle foto ballerine, della simonia di reliquie vipparole è pratica vecchia quanto il giornalismo ma fino a ieri circoscritta, riservata alle jene di professione, ai collettori di segreti e ricatti mentre adesso, complice la facilità d'uso della rete, si assiste a una mutazione genetica, un fai da te che può tentare anche l'ultimo gossipparo, tenutario di blog o pettegola da social ballatoio. Dovremo ripeterlo a lungo, perché l'effetto-rimozione è pavloviano nei morti di fama che si abbeverano alla fama altrui senza andare per il sottile, convinti che sia questa la democrazia. A contare in questo caso non è il processo, che anzi verrà preso come l'ennesima occasione autopromozionale dagli imputati; a contare è il contesto. Quello di un sottogiornalismo che si va geneticamente modificando, con tutti che guardano il dito o le zinne anziché la luna di una informazione che si degrada, si mortifica ogni giorno di più. 

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