UNO DA LASCIAR PERDERE

venerdì 10 maggio 2013


"... sono veramente dispiaciuto che Tu non possa collaborare con la nuova rivista di Stefani... certo le Tue spiegazioni, i motivi sono comprensibili; per me rimane un vero peccato non aver sanato le fratture...  max ha l'esperienza di una vita al mucchio..non nego che un numero di outsider (distribuzione permettendo) vorrei prenderlo..una curiosità: ho letto l'articolo su iggy e mi picerebbe veder postato ogni tanto qualche dritta sulla "Tua musica" del momento e anche letture".
(tratto da una conversazione privata)

Non ho ricevuto alcuna proposta, ma credo che per quanto mi riguarda sia non improbabile, ma proprio impossibile. I lettori abituali, che giustamente han di meglio da fare, liquidano polemiche e veleni fra giornalisti con una frase di circostanza, e attribuendo il deteriorarsi delle relazioni a banali questioni economiche. Mi sta bene, ma quella, per quanto mi riguarda, è sempre stata la punta dell'iceberg. Non è mai stata una questione di soldi, non mi sarei lasciato allegramente sfruttare da tutti per tutta una vita. Facciamo un po' d'ordine. Quando cominciai al Mucchio, chi lo dirigeva mi aveva dato la possibilità di reinventarmi dopo diversi anni da cronista. Di colpo, potevo proporre interviste, inchieste, servizi ampi, seri, importanti. Se ne parlava. I lettori si appassionavano, discutevano. Ricorderò per sempre l'affetto per me alla festa dei 25 anni del giornale, all'Alcatraz a Milano (fin troppo, e dopo quella sera qualcosa cambiò nei miei riguardi). Il giornale mi pareva avviato a diventare quello che il Fatto non sarebbe mai stato, una sorta di “Combat” davvero senza etichette né riguardi di sorta. Mi sbagliavo, il Mucchio sarebbe rimasto una delle tante testate inzuppate in un antagonismo recitato, infantile e, col senno di poi, ipocrita. Ma intanto tutti si accorgevano di cosa stavamo facendo, rigorosamente senza mezzi (almeno per quanto mi concerne), i giornali grossi ci riprendevano a volte, le altre riviste di settore ci inseguivano. Stefani pareva – pareva - difendermi da un ambiente geloso delle proprie prerogative, che manifestava insofferenza per la scelta di allargare il campo d'azione. Col tempo, il personaggio avrei imparato a fiutarlo meglio: troppe volte mi metteva nei guai, sempre con quell'aria di non farlo apposta. Ma continuavo a ritenerlo un romano superficiale, facilone, sconsiderato, ma in fondo buono. L'avevo invitato ad un convegno della Fondazione Caponnetto. L'avevo invitato ad una rassegna da me organizzata sul Monte Amiata. Si sfogava in continuazione, a proposito di una redazione che non lo seguiva, che gli era completamente contro. Io rispondevo: se le cose stanno così, o li fai filare dritti o li fai filare e basta, il direttore sei tu, un giornale dove il direttore non ha voce in capitolo non ha futuro. Lui mi diceva: non posso. Io restavo leale non a lui, ma al giornale, secondo una disciplina che avevo imparato prima e altrove: sapevo come sono i giornali e i direttori, mettevo nel conto tutto quello che chi fa questo mestiere conosce bene.

Alla fine, avrei preso ad infrangere anche i totem che non si dovevano toccare: certi giudici, certi giornalisti, certi finti martiri, eccetera. Avevo toccato con mano la realtà mafiosa dell'antimafia, l'illegalità di certi movimenti legalitari, e mi pareva doveroso darne conto. In particolare, avevo constatato che l'antiberlusconismo forsennato era una farsa, serviva a preparare carriere, non certo a tutelare la democrazia. Non ho cambiato mai idea sul Cavaliere, ma su tanti che lo volevano morto, avendoli frequentati, sì. La cosa non venne apprezzata, non fu tollerato che io mi schierassi contro gli affaristi che ostentavano disprezzo verso Berlusconi ma non verso i suoi soldi; fui il primo e l'unico a diffidare di fenomeni ingannevoli quali Saviano e Grillo, che col tempo sarebbero emersi per quelli che erano: ma intanto, si moltiplicavano attacchi, insulti, campagne diffamatorie destinate a riverberarsi per la rete (ironizzarono perfino su drammi personali: dov'erano, allora, quelli che adesso si stracciano le vesti per una mia battuta “scorretta”?).

Alla fine, Stefani venne fatto fuori, dopo essersi palesato quale vittima sacrificale di ingrati. Mesi dopo, fui cercato, lo sottolineo, dalla nuova dirigenza, e chissà come mai, e accettai di riprendere il rapporto, sia pure alle condizioni economiche mortificanti che ho precisato altre volte. Mi fu fatta firmare l'uscita dalla cooperativa, e fu l'unico atto mai siglato da me. Nel frattempo, Stefani non la finiva di chiedermi aiuto, in prospettiva: sì, se fra due o tre anni farai un nuovo giornale, potrò darti una mano, gli rispondevo. E dei patti intercorsi non sapevo un accidente, e ci restai secco a conoscerli.

Venne la fine del 2011, l'ex segretaria di Stefani, autopromossasi ad ogni carica, mi chiese di continuare a lavorare, completamente a titolo gratuito. Me ne andai senza una parola, ero talmente nauseato da aver deciso di farla finita con questo mestiere: a maggior ragione dopo che Stefani si era messo a far circolare mail con i compensi, assurdi, incredibili, che attribuiva a se stesso e più in generale alla dirigenza interna del Mucchio. Sempre lo Stefani aveva preso a spendere il mio nome, non autorizzato in alcun modo, per un prossimo giornale. Anzi, io avevo proprio messo nero su bianco, nel primo post del 2012, sul mio blog “Babysnakes” (il pezzo sta qui), che non avrei più dato seguito a niente in questo mestiere, tanto ero esasperato. L'ennesima disinvoltura dello Stefani non mi piacque affatto, e fui costretto ad invitarlo a smetterla, per la semplice ragione che volevo chiudere definitivamente ogni pendenza e rapporto. Inoltre, io non avevo proprio voglia di ricominciare, tantomeno con uno che avevo imparato a conoscere per quello che era.

Ma lui insisteva sostenendo di avere capito i suoi errori, di avere un disperato bisogno di lavorare, che gli emolumenti postumi del Mucchio erano sfumati. Contemporaneamente la sua ex rivista, tuttora capace di ottenere centinaia di migliaia di pubbliche sovvenzioni, si lanciava in una incredibile quanto mortificante campagna di accattonaggio rivolta ai lettori, dal nome destinato a rimanere sinistro: Io sto nel Mucchio. Un sollievo, non averla avallata.

A fine marzo, o inizio aprile, pressato indirettamente da terzi (ricordo una intrigante davvero squallida), accettai di collaborare ancora. Credevo sul serio che la lezione del Mucchio fosse servita, e va tenuto presente che io pure avevo voglia di rimettermi in gioco, di riprendere a lavorare; di sentirmi vivo. Lavorai, infatti, come un pazzo, con un entusiasmo che non ricordavo da anni, per un mese intero. Misi insieme una redazione da zero, trovai i collaboratori, ne coordinai il lavoro (Gabriele Barone può testimoniare, Natalino Capriotti pure), scrissi molto io stesso in vista del primo numero di questo nuovo “Suono”... Salvo ricevere una mail neppure diretta, ma copiata e incollata, con la quale lo Stefani si tirava indietro: lui andava a fare il condirettore, con tanto di stipendio, ed io restavo a fare barchette di carta, con le mie belle illusioni. Così misi tutto insieme, anche gli “incidenti” in anni di Mucchio. E capii che, una volta di più, e una di troppo, Stefani si era servito di me. Per cosa? Per vendere fumo, per accreditare, usando il nome mio e quello di altri, il suo nuovo progetto (che in realtà non c'era), per dimostrare che tornava con grandi ambizioni; e, chissà, forse anche per fare un dispetto al Mucchio, per dar l'aria di avermi sottratto a quella che era diventata la sua peggiore concorrenza. Ma con quelli così, non c'è proprio niente da fare, sono irrecuperabili: gli scrissi due righe, precisando che quella era davvero l'ultima goccia, e di non cercarmi mai più, che si era giocato forse l'unica persona leale; lui mi rispose millantando ancora nuovi, mirabolanti progetti da realizzare insieme. Lì mi fu chiara finalmente, tutta insieme, la natura di questo individuo, che magari ha avuto anche sinceri slanci nei miei confronti, come traspare dalla sua autobiografia, ma li ha sempre rovinati con quella sua compulsione a servirsi di tutti, a mettere gli uni contro gli altri, a trafficare come il Mandrake di Gigi Proietti.

Così stanno le cose, e anche di tutto questo ovviamente conservo il carteggio completo
Ora, c'è una differenza, impalpabile ma decisiva, tra coglionaggine e opportunismo. L'opportunista si arricchisce o almeno spreme qualche vantaggio, non fa niente per niente. Resta a difendere l'indifendibile, finché gli conviene. Io me ne sono sempre andato, a volte prima ancora di cominciare. Non giocando sulle alternative. Non possedendo mai nulla. Non chiedendo nulla. Senza far fuori o pugnalare alla schiena chi bene o male m'aveva allevato. E senza fare il megafono di nessuno, altro che “contiguità ideali” o altre insinuazioni di schiuma, magari proprio da chi si ostina nella contiguità attuale, oltre qualsiasi imbarazzo. A meno che non fosse una colpa saper fare il proprio mestiere, che poi consiste nel farsi seguire da chi legge. Ed è cialtronesco il discorso per cui “io sapevo e quindi tu non potevi non sapere”. Certe chiamate di correo vanno dimostrate, altrimenti c'è la diffamazione. Io, che non frequentavo nessuno, sapevo solo che non c'erano mai soldi, che il giornale costava, che bisognava fare sacrifici, che eravamo tutti nella stessa barca, che toccava accettare compensi da fame e pure ribassati da un giorno all'altro, de facto, senza alcun atto ufficiale. Così come è grottesco che le responsabilità delle connivenze vengano ora dirottate su chi lavorava, sulle vittime di questa situazione. Se poi, a qualcuno che sostiene di sapere, girasse meglio, non so neppure questo e non me ne curo. Per quanto mi riguarda, questo mestiere mi ha tolto tutto e non mi ha dato niente. Se qualcuno vuol venire a vedere come vivo io, ebbene che venga pure: gli faccio anche spulciare tante mail e perfino i miei accrediti sul conto corrente degli ultimi 15 anni. Venisse. Lo aspetto.

4 commenti:

  1. Tu, uno dei pochissimi che può definirsi "giornalista" in questo Paese.

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  2. Vorrei sapere chi poter ringraziare, per questa stima; io non mi sono mai considerato nè ho voluto essere un giornalista. Avrei preferito un cantastorie di parole, uno che tiene compagnia.

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  3. Mi dispiace davvero, considerando soprattutto che sei uno preparato e che scrive più che bene. Io non capisco come mai quelli del Mucchio ce l'hanno con te: ci tengono così tanto a Saviano? Ma adesso, quindi, non fai più il giornalista? Eppure ricordo un periodo in cui andavi spesso in tv, su la7 in particolar modo, se non ricordo male. La gente ti conosce. Un in bocca al lupo.

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  4. in tv ci sono stato tre volte e mi sono bastate. non fa per me. il giornalista lo faccio ancora, ma a modo mio. del resto, oggi siamo quasi tutti più abbandonati a noi stessi, e dunque più liberi. grazie per il sostegno.

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